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Che vita grama, che grama vita!

250px-Quentin_Massys_007Ieri ho sentito alla radio una notizia di quelle che fanno rabbrividire e ci fanno capire fin dove può portarci questa crisi economica con cui ormai ci si riempie la bocca ogni momento e alla quale diamo la responsabilità quando qualcosa non va per il verso giusto; spesso però senza renderci conto dei danni seri che sta provocando al nostro Paese.

Insomma, ieri al GR2 hanno dato una notizia riportata da un rapporto elaborato dal Sole 24 ore, che mi ha fatto rizzare i peli sulla schiena e mi sono resa conto che davvero c’è chi sta peggio di me. Lavorativamente parlando, si intende, perché il Sole 24 ore mica può entrare nel merito di questioni personali!

Insomma, lo saprete, io sono stata licenziata ad agosto dell’anno scorso da Vodafone, e da gennaio 2013 sono in mobilità. Questo vuol dire che percepisco una parte del mio stipendio dall’INPS (cioè da voi contribuenti) per un periodo limitato di tempo, che per me sono 24 mesi, perché ho la “fortuna” di aver superato i 40 anni, ma che per molti miei colleghi più giovani di me, sta per terminare. E loro si troveranno prestissimo in mezzo alla strada, figli a carico compresi.

Ma la nostra situazione in confronto a molte altre di vera e propria indigenza si può definire “rose e fiori”, perché ci sono casi davvero disperati dei quali molti di noi sono peraltro all’oscuro!

Questo è il dramma che stanno vivendo, secondo il rapporto che vi dicevo, i liberi professionisti: avvocati, geometri, architetti, ma soprattutto i NOTAI, che negli ultimi 5 anni, pensate, hanno visto sparire il 45% del loro reddito!

A pensarci mi vengono i brividi, poverini! Soprattutto perché lo stesso quotidiano un anno fa affermava che nel 2011 i notai dichiaravano un reddito medio annuo di 318.000 €! Immaginateli, poveretti, adesso possono contare appena su poco più della metà… Mi viene quasi da piangere… Una specie di piccole fiammiferaie dei giorni nostri… Che pena… Che tristezza! Che amarezza!

E sono stata bravissima! In questo post non ho nemmeno fatto riferimento alla recondita, remotissima, quasi inesistente eventualità che i liberi professionisti, almeno finora, hanno avuto la possibilità di guadagnare una parte delle loro entrate senza dichiararle!

Ma badate: io non l’ho detto! E mi dissocio anche solo perché qualcuno potrebbe averlo pensato!

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Vodafone Termini

FPM_vodafone_BIGIeri in metropolitana a momenti cadevo dalla sedia quando passando a Termini ho visto dei cartelli Vodafone accanto al nome della fermata. Non gli ho dato peso. Anche perché il solo vedere “quel” logo mi fa venire i conati di vomito. Una volta a casa ho scoperto che Vodafone e Atac hanno stipulato un contratto di sponsorizzazione, per ora trimestrale, che frutterà ad Atac “alcune centinaia di migliaia di euro” che serviranno a riqualificare l’area del grande snodo centrale della metropolitana. Inoltre Vodafone si dovrebbe far carico anche di alcuni interventi di manutenzione ordinaria.

Domani sera la novità verrà festeggiata in Campidoglio con uno spettacolo di musica e luci.

Siamo in causa con Vodafone dal 2007 per una cessione fasulla dietro alla quale hanno mascherato 1000 licenziamenti a termine. Abbiamo vinto la causa in primo grado e Vodafone, facendosi beffe della Giustizia ci ha licenziato subito dopo la formale reintegra disposta dal giudice. In questo periodo non abbiamo mai – dico mai – avuto alcuna offerta per un tentativo di conciliazione. Con una spavalderia che in confronto Marchionne è un novellino, sono andati avanti per la loro strada come panzer, calpestando i diritti dei lavoratori.

Credo che accanto alla scritta TERMINI ci dovrebbero essere i nomi dei lavoratori che hanno perso il loro lavoro. Forse proprio risparmiando i loro stipendi Vodafone si è potuta permettere un contratto pubblicitario di questo tipo.

I ringraziamenti di ATAC quindi spetterebbero a noi!

Proprio oggi alle 12.00, gli ex lavoratori Vodafone compariranno di fronte alla Corte d’Appello di Roma per discutere in secondo grado la causa vinta lo scorso anno, e contro la quale Vodafone ha fatto ricorso.

Ci auguriamo che la fotografia sottostante abbia un significato profetico: ovvero che VODAFONE TERMINI il suo comportamento arrogante e offensivo e che INIZI ad adempiere le disposizioni del giudice.

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Eric Priebke e la questione Vodafone

vodafone_logoVi chiederete che ci azzecca Priebke, il gerarca nazista,  con la compagnia telefonica Vodafone? Sedetevi comodi e andate avanti con la lettura ​ del post​.

Qualche giorno fa c’è stata ​un’​udienza ​ in tribunale​, una delle tante ​in corso ​per la causa Vodafone. Questa in realtà era una causa incidentale con la quale il nostro avvocato ha impugnato anche il licenziamento da parte di Comdata Care.

[Riassunto delle puntate precedenti: Vodafone con una cessione fittizia di ramo ​d’azienda ​ha venduto 1000 dipendenti a una società di servizi, Comdata Care, appunto. A giugno dello scorso anno un giudice del lavoro di Roma, di fronte al quale circa 130 persone avevano impugnato tale operazione, ha dichiarato illegittima la cessione​, e quindi Vodafone è stata costretta a reintegrarci – per poi licenziarci subito dopo con l’apertura di un procedimento di mobilità​; ma anche Comdata, si è liberata di noi con una lettera di licenziamento, in ottemperanza (secondo loro) al provvedimento del giudice. Il nostro avvocato ci ha voluto tutelare nell’ipotesi in cui un eventuale secondo grado di giudizio ​ sulla legittimità della cessione​ ribaltasse la sentenza del giudice romano. Vale a dire: se in appello noi dovessimo perdere e la cessione venisse quindi considerata legittima, noi non saremmo più dipendenti Vodafone in quanto ceduti legittimamente, ma il giudice non sarebbe in grado di obbligare Comdata a riassumerci per ripristinare lo status quo, e noi in definitiva resteremmo senza lavoro. L’avvocato ha quindi impugnato il licenziamento di Comdata ​solo ​nell’eventualità ​che un possibile ribaltamento della sentenza ​ci rendesse nuovamente disoccupati​.]

Insomma, il giudice ​chiamato in causa per decidere sul presunto licenziamento di Comdata ​in questo caso ci ha dato torto, non ravvisando nella lettera di Comdata un vero e proprio licenziamento, ma solo una presa d’atto della sentenza con la quale era stata dichiarata l’illegittimità della cessione ​: in questo modo secondo il giudice è stata ottemperata la volontà del​la sua collega​. Insomma abbiamo perso. Capita. Tantopiù che lo stesso avvocato riteneva questa causa suppletiva, e onestamente difficile. Il grave (a mio modesto e sindacabile avviso) è che il giudice ci ha addebitato le spese processuali per circa 3.500 €, dimenticandosi, forse, che siamo disoccupati e in mobilità. Ma tant’è pagheremo anche questo.

La sera, tornata a casa, raccontavo al Marito come era andata in tribunale e lui, in riferimento proprio all’addebito delle spese processuali, mi ha fatto leggere questo articolo. Qualche anno fa Eric Priebke aveva fatto causa a Riccardo Pacifici, presidente della comunità ebraica di Roma, e al giornalista ​Valter Vecellio per sequestro di persona e ​ingiurie. I giudici hanno dato torto a Priebke in tutti e tre i gradi di giudizio, prosciogliendo Pacifici e ​Vecellio da ogni accusa. Non che ci fossero dubbi, ma  tutto bene quel che finisce bene, i due accusati avranno tirato un sospiro di sollievo, e nella loro testa avranno certamente archiviato la questione. E invece no! Perché ​P​acifici e ​Vecellio hanno ricevuto una cartella esattoriale per il pagamento delle spese processuali ​(imposta di registro e spese di notifiche) somme che in realtà avrebbero dovuto essere addebitate a Priebke​. Essendo infatti Priebke nullatenente (almeno ufficialmente) lo stato ha ritenuto di addebitare la relativa somma a chi ingiustamente accusato, si è rivelato essere invece del tutto estraneo ai fatti. ​ Senza contare che in ​realtà Priebke, avendo fatto causa a più persone, alcune volte vincendo, qualche soldarello da parte ce l’aveva anche. Senza voler sottolineare che per le cause perse non gli sono mai state addebitate le spese processuali.

​Insomma, ecco due casi analoghi​ trattati in modo opposto. Anzi alla luce del caso Priebke il nostro trattamento mi sembra che sia più che opposto, oserei dire iniquo.

Ma si sa, in Italia a volte ci si dimentica che la radice della parola giustizia è iustus, che in latino significa (appunto!) giusto.

Vodafone e Fiat: due pesi e due misure

Il mese scorso, durante il periodo in cui questo blog è stato sospeso, l’amico Paolo Zardi mi ha chiesto di scrivere un post sulla questione Vodafone da pubblicare sul suo blog Grafemi. Naturalmente ho accettato con molto piacere anche perché i recenti avvenimenti sul fronte Fiat rendevano più attuale che mai la nostra situazione lavorativa.

Per tenere aggiornati anche i nostri lettori ho quindi deciso di postarlo anche qui da noi. E mi sono permessa di “rubare” a Paolo anche l’immagine che ha associato al mio articolo, che è di Nicola Mostallino, ed è stata scaricata da questo sito:http://www.aegeecagliari.com/photochallenge/?p=608

Approfitto per ringraziare ancora Paolo e Grafemi per l’ospitalità e la visibilità che ci ha dato.

Nicola Mostallino

C’era una volta Sergio Marchionne, l’AD di Fiat che ha licenziato 19 operai in quanto appartenenti alla FIOM. C’era una volta anche un giudice che ravvisando la discriminazione dietro tale provvedimento, ha ordinato alla Fiat di reintegrarli.
C’era una volta, e non manca mai, anche lo sbeffeggio della legge per cui l’AD di Fiat ha reintegrato i 19 operai, ma per ritorsione ne ha licenziati altri 19.
C’erano una volta politici, ministri, imprenditori, presidenti della Repubblica, perfino comici che di fronte all’arroganza di Marchionne si sono stracciati le vesti e hanno alzato alto e forte il loro sdegno. E giustamente anche! Perché in uno Stato di Diritto non si può aggirare la sentenza di un magistrato beffandosi della sua decisione.
Ma c’è qualcosa che non capisco. Qualcosa che non mi torna.
Anche Vodafone, l’azienda per la quale ho lavorato dal 1995, ha fatto una porcheria simile, ma non ha avuto la stessa risonanza che ha avuto il caso Fiat.
Vodafone nel 2007 ha individuato 914 persone in tutta Italia provenienti da diversi reparti e le ha adibite a non meglio identificati “servizi di back office”. Dopo qualche mese questo back office, come per magia, (e con il preziosissimo aiuto della legge Maroni/Biagi) è diventato un ramo d’azienda pronto per essere impacchettato, infiocchettato e venduto (con la necessaria benedizione sindacale) a una new co. di Torino, la Comdata Care, appositamente costituta col solo scopo di accogliere questo esodo da Vodafone.

Tra i 914 dipendenti c’ero anche io. Questa operazione ci ha fatto perdere benefit e diritti ormai acquisiti nonché una quota parte della nostra retribuzione; inoltre visto il breve periodo di tutela che il contratto di cessione prevedeva, e anche data la scarsa “affidabilità” del nostro nuovo datore di lavoro, la nostra cessione si poteva già definire un licenziamento “a dosi omeopatiche”. Dalla sera alla mattina abbiamo perso stabilità occupazionale e soldi, e abbiamo guadagnato di contro un netto peggioramento della qualità e delle condizioni di lavoro.

Molti lavoratori hanno fatto causa a Vodafone, e recentemente due gruppi di Roma, in tutto 130 persone (la maggior parte donne over 40 con figli piccoli, e soggetti appartenenti a categorie protette) hanno vinto la causa e il giudice ha ordinato a Vodafone di reintegrarle. Tra questi ci sono anche io. Vodafone ci ha reintegrato solo dal punto di vista economico dispensandoci dal recarci in ufficio, e dopo 1 settimana ha avviato una procedura di licenziamento collettivo con messa in mobilità proprio per 130 persone. Ma non “altri 130” (cosa che avrebbe cambiato di poco la gravità della questione, come il caso Fiat ci sta insegnando in questi giorni) ma proprio per noi 130! E lo ha fatto perdipiù, contra legem, ignorando la nostra anzianità di servizio e i nostri carichi familiari, che presi invece in considerazione come la legge prevede, avrebbero fatto considerare molti di noi soggetti non licenziabili.

E allora mi chiedo, e vi chiedo, quale potrebbe essere il motivo che vede da una parte la ricca Vodafone attingere alle già tartassate tasche degli italiani per mettere in mobilità 130 persone, il tutto nel silenzio e nell’indifferenza generale; dall’altra gli operai della Fiat che riescono a sollevare un tale polverone a fronte di una situazione che, almeno stando ai numeri, è molto meno grave della nostra: 19 persone contro 130!

Mi domando come mai nonostante vari presidi che abbiamo fatto (alla Regione, alla Provincia e al Comune), manifestazioni, appelli, volantinaggi, interviste; alcuni di noi si sono perfino arrampicati  su un’impalcatura sul campidoglio, ebbene di noi, a parte qualche eccezione, non si è mai parlato; nessun politico e nessun giornalista si è mai mostrato sensibile o solidale con la nostra situazione nonostante 130 famiglie siano rimaste senza lavoro. Cosa ha la Fiat, o cosa manca a Vodafone per suscitare questa differenza di atteggiamento. Indignazione in un caso, indifferenza nell’altro?

In primis un sindacato serio. Mentre la FIOM ancora combatte per tutelare gli interessi dei lavoratori, CGIL CISL e UIL, giocano a fare i politici, e davanti a un aperitivo o magari durante un modaiolo brunch si pongono come mediatori tra aziende e lavoratori. Ma il loro compito non è quello di mediare, ma di combattere affinché la legge e i nostri diritti non vengano calpestati con arroganza e prepotenza da aziende senza scrupoli. Il lavoro sul quale la nostra repubblica dovrebbe essere fondata, è diventato un gioco al massacro, un’asta al ribasso e assistiamo allora a delocalizzazioni selvagge, impiego di lavoro interinale, appalti e subappalti ad azienducole che oggi esistono e domani chissà; licenziamenti individuali e collettivi resi più facili dalle manovre legislative del governo. E i sindacati? Loro stanno a guardare, cercando di salvaguardare, non certo il lavoro, ma ciascuno la propria comoda, ricca, poltroncina.
Vodafone è un’azienda bella in salute. E’ nata nel 1994-95 da una costola della storica Olivetti e si chiamava Omnitel. Nel 2000 è stata acquisita dal gruppo inglese Vodafone ed è iniziato il tracollo. Dei suoi dipendenti.
Vodafone sembra un’azienda etica. Si fregia di bollini rosa che garantirebbero (il condizionale è d’obbligo) parità di trattamento alle dipendenti donne; ha costituito la Fondazione Vodafone per finanziare progetti umanitari. Sponsorizza eventi artistici. La sua pubblicità mostra famiglie e situazioni così rosee che il Mulino Bianco in confronto dovrebbe essere affidato ai servizi sociali. Ebbene sappiate che così non è. Vodafone è un’azienda davvero poco etica. Non ha tentato nemmeno di addivenire a una soluzione bonaria della questione. E’ andata avanti come un panzer, come un grosso caterpillar sta schiacciando ragazzi e ragazze, uomini e donne con una famiglia sulle spalle. Con figli troppo piccoli e genitori troppo anziani perché possano riuscire a riparare almeno un po’ le loro spalle indebolite dalla crisi.

Vodafone: qualcosa si muove?

Svuodafone

Svuodafone

Chi ci segue conosce la storia lavorativa dei dipendenti Vodafone. Chi non ci segue, o comunque per coloro ai quali gli articoli in questione sono sfuggiti, può rileggerli qui.

Di nuovo c’è che nell’attesa di un sempre più prossimo licenziamento collettivo, ci siamo mossi (e stiamo seguitando a farlo) in vari modi.

Intanto con dei presidi itineranti e volantinaggi che da piazza SS. Apostoli, si sono spostati nelle scorse settimane alla Regione Lazio, poi alla Provincia, quindi al Comune di Roma e infine al Senato. L’intento di questi presidi era duplice: da un lato certamente informare l’opinione pubblica che non solo a breve 133 persone e relative famiglie finiranno per la strada, ma soprattutto che a pagare l’indennità di mobilità saranno proprio loro, in qualità di contribuenti.

Grazie a questo lavoro ho capito un po’ di cose: intanto che alla gente non importa proprio nulla di quello che succede a un palmo dal suo naso: ho avuto modo di incontrare in questi giorni molti romani che (almeno a parole) si sono dimostrati solidali con noi e indignati per la nostra situazione. Ma purtroppo mi sono accorta che sono la minoranza. Mi sono mi sono imbattuta infatti in una gran quantità di persone assolutamente disinteressate, addirittura infastidite dalla nostra presenza, assolutamente non disponibili nemmeno a prendere un volantino in mano, trincerandosi dietro alla frase “non mi interessa”. Avete presente gli anatemi che lanciano zingari e accattoni ai quali rifiutiamo l’ennesima moneta? Beh! Ho fatto anche io proprio così! A molti confesso di aver risposto augurando loro di trovarsi a breve nella nostra stessa situazione, in modo da considerarla, almeno un po’, interessante.

Ma se il primo obiettivo non è stato centrato, con il secondo stiamo andando assai bene! Si tratta del tentativo di smuovere organi di stampa  e istituzioni affinché facciano pressioni a livello politico per bloccare il nostro licenziamento.

Abbiamo avuto contatti con consiglieri regionali, provinciali e comunali, che hanno portato proprio giovedì scorso a un bel risultato.

Alla provincia di Roma  è stata approvata all’unanimità una mozione con la quale è stato chiesto a Vodafone di bloccare la procedura di licenziamento collettivo avviata il 1 agosto 2012 e reintegrare i 100 lavoratori oggetto della riduzione di personale; e impegna altresì il presidente Zingaretti e la Giunta ad attivare le procedure per la rescissione del contratto della Provincia di Roma con la Vodafone, se non verranno bloccate le procedure di licenziamento e reintegrati i lavoratori.

Al Comune, l’assemblea capitolina ha approvato all’unanimità la mozione “Sostegno e solidarietà ai lavoratori della Vodafone Italia Roma”. In particolare, l’aula Giulio Cesare ha chiesto “al sindaco di Roma e alla Giunta capitolina di intervenire affinché venga fatta rispettare la sentenza del Tribunale del lavoro di Roma” che ha giudicato “inefficace” l’esternalizzazione di 914 dipendenti, di cui 130 a Roma. Inoltre, la mozione prevede che sia aperto un tavolo di concertazione con il governo, la Regione Lazio, OO.SS., Roma Capitale e la società Vodafone Omnitel “per evitare eventuali perdite di posti di lavoro nel territorio”; che venga rivisto dall’amministrazione di Roma Capitale e sue controllate il contratto di fornitura di sim, telefoni e servizi prestati dalla società Vodafone come tangibile segno di disapprovazione al comportamento irrispettoso nei confronti delle istituzioni. E, infine, chiede di esperire tutti i possibili tentativi di soluzione alla vertenza in oggetto intervenendo sulle autorità competenti.

Non sappiamo se questi tentativi avranno un seguito. Non sappiamo se davvero riusciranno a portare i loro contratti telefonici presso un altro gestore. Noi lo speriamo e stiamo continuando la nostra battaglia. Sapevamo che la guerra, specie contro un colosso come Vodafone, non sarebbe stata affatto facile.  Ma abbiamo raggiunto un ottimo risultato. Il 12 ottobre si concluderà l’ultima fase della procedura di licenziamento e da un giorno all’altro potremmo ricevere la tanto temuta raccomandata.

Concludo citando un articolo letto sul blog di La7 nel quale la giornalista, si chiede perché mai 3 lavoratori FIAT, che tanto destarono scalpore per essersi trovati in una situazione come la nostra, debbano valere più di 130 lavoratori Vodafone.

Vodafone: vergogna! vergogna!

Ho aspettato qualche giorno prima di ricominciare ad annoiarvi con la mia situazione lavorativa (la mia e di altre 130 persone). Ma ora è proprio giunto il momento di farlo.

Eravamo rimasti al 5 giugno scorso, giorno della nostra vittoria contro Vodafone in tribunale. Nell’inerzia dei nostri datori di lavoro (Comdata Care e Vodafone) siamo rimasti al nostro lavoro in Comdata Care fino al 22 luglio, e dal 23 siamo formalmente stati riassunti da Vodafone.

Da bravi dipendenti quel giorno ci siamo recati nel nostro “vecchio” ufficio per mettere a disposizione di Vodafone la nostra prestazione lavorativa. Naturalmente non ci hanno permesso nemmeno di varcare la soglia. Ci hanno fatto attendere nel cortile d’ingresso e il vigilante ci ha consegnato a mano le raccomandate che ci stavano per inviare a casa. La raccomandata diceva che nell’attesa di impugnare la decisione del giudice, Vodafone ci avrebbe riassunto dispensandoci comunque dal presentarci al lavoro per prestare la nostra opera. Quindi esattamente come i nostri colleghi prima di noi: (provvisoriamente) a casa, con il pagamento dello stipendio.

Qualcuno potrebbe dire “beati voi”. Ma se già ho avuto occasione di spiegare che questa situazione non è certo il massimo per chi ha impegni economici, spesso legati alla solidità di un posto di lavoro, nel nostro caso sapevamo che quel “provvisoriamente” sarebbe stato davvero un breve periodo. E infatti appena una settimana dopo la riassunzione formale, il primo agosto, Vodafone tira fuori dal suo cilindro un altro di quei suoi meravigliosi provvedimenti di  licenziamento collettivo. Stavolta per 100 persone: 95 noi, vincitori del 5 giugno, più 5 sopravvissuti alla mattanza di febbraio in quanto allora si trovavano in una situazione momentanea che rendeva impossibile il licenziamento. E così Vodafone, nella speranza ipotesi che tale situazione non sussista più, ci riprova e li ripesca… chissà se stavolta saranno più fortunati????

Naturalmente il periodo feriale non è stato dei più favorevoli per organizzarci e partire con proteste che potessero smuovere le istituzioni, l’opinione pubblica, i sindacati confederali e, perché no? anche Vodafone.

A settembre però ci siamo subito ritrovati, e d’accordo con i nostri avvocati, anzi con il loro supporto, ci siamo immediatamente messi a lavoro. La settimana scorsa c’è stato un presidio permanente durato tutta la settimana a piazza SS Apostoli, davanti a una delle sedi Vodafone più rappresentative: l’ufficio legale. Per 12 ore al giorno, anche con i nostri figli, abbiamo volantinato, protestato, e informato i passanti della pesante situazione in cui verseranno a breve 100 famiglie che, per i capricci di una ricca multinazionale, in grado di dare lavoro sano a tutti, saranno presto licenziati perché mettono a rischio l’equilibrio organizzativo di Vodafone. Inaudito: Vodafone che ha inventato il concetto di job rotation, proprio per poter adibire i lavoratori a mansioni diverse, a seconda delle sue esigenze momentanee, adesso ci dice che non esiste più il lavoro cui ci aveva adibito un attimo prima della cessione (giusto in tempo per poter simulare l’inesistente ramo d’azienda da potare) ignorando il fatto che le nostre competenze ci consentono di ricoprire qualsiasi ruolo all’interno del servizio clienti.

Il 13 settembre c’è stato l’incontro tra sindacati (confederali, ovviamente!) e Vodafone. C’è da ringraziare il Cielo (certo non loro) se, almeno finora, non hanno firmato l’accordo con il quale Vodafone chiede di derogare ai principi stabiliti dalla legge per la scelta delle persone da assoggettare al licenziamento collettivo: la legge infatti prevede che debbano avere priorità nei  licenziamenti collettivi i dipendenti con minore anzianità di servizio e senza carichi familiari. Naturalmente noi ceduti (e reintegrati) abbiamo molta anzianità di servizio e molti figli a carico (e sennò perché ci avrebbero scelto?)

Se, come ci auguriamo, tale accordo in deroga non verrà siglato (e ora spetta alla Regione il compito di vigilare su questa procedura), almeno i nostri prossimi licenziamenti saranno palesemente illegittimi. Certo dovranno essere impugnati davanti al Giudice, ma anche queste sono soddisfazioni!

Ora il presidio itinerante si è spostato (da ieri e fino a domani) sul piazzale adiacente la sede della Regione Lazio, organo davanti al quale si dovrà portare a termine la procedura di licenziamento collettivo, con relativa messa in mobilità di 100 persone.

Giova sempre ricordare che, nonostante i 4 miliardi di utile annuo di Vodafone, l’indennità di mobilità, che corrisponde a una percentuale del nostro stipendio, sarà pagato dalle vostre tasche di contribuenti.

Almeno questo servirà a far sollevare a qualcuno lo sguardo dal proprio ombelico????

Caso Vodafone: a che punto siamo?

Già! Dove eravamo rimasti a proposito dell’annosa questione Vodafone?
Il 21 dicembre, a seguito di sentenza favorevole per i lavoratori, 33 persone erano state reintegrate in Vodafone per ordine del giudice. Come ricorderete senza prestare effettivamente servizio, ma solo dal punto di vista contabile. Contemporaneamente erano state licenziate da Comdata Care, l’azienda presso la quale erano stati ceduti.
Ovviamente l’apparente comodità di stare a casa pur pagati, non dura mai a lungo e infatti ricorderete che a febbraio Vodafone ha aperto la procedura di licenziamento collettivo e conseguente messa in mobilità (di tasca vostra!) proprio per le stesse 33 persone. Che ora, come da copione, hanno ricevuto la loro bella lettera di licenziamento.
Facilmente impugnabile, mi azzarderei a dire, in quanto il licenziamento, diretto proprio nei confronti di quei 33 colleghi (e non invece contro quei soggetti che la legge prevede debbano essere colpiti dai licenziamenti collettivi per motivi economici) è palesemente discriminatorio e persecutorio. Ma quest’argomentazione la lasciamo ai nostri avvocati.
In questi mesi per noi che siamo rimasti al lavoro, in ufficio si respira un’aria bella pesante: frequenti colloqui (solo per alcuni) con l’ufficio del personale con l’intento di indurre quante più persone possibile a rinunciare al ricorso, mostrandoci che azienda solida e valida sia Comdata Care.
Il tutto, neanche a dirlo, con la benedizione dei sindacati confederali.
A proposito di sindacati, questi il 25 maggio hanno siglato un accordo con Vodafone e Comdata con il quale Comdata Care (il nostro datore di lavoro, appendice di Comdata S.p.A., costituita – ricorderete – con il solo scopo di accoglierte i mille ceduti da Vodafone e inoltre senza nessun’altra commessa in tasca se non quella Vodafone) entro il 2014 si dovrebbe fondere con la Casa Madre (Comdata S.p.A) assicurando in questo modo – almeno secondo loro – il posto di lavoro a chi decide di restare. E Vodafone dal canto suo si impegnerebbe (il condizionale è d’obbligo) a proseguire la collaborazione con Comdata anche oltre la scadenza del contratto, che avverrà nel 2015.
Senza pensare che la nuova riforma del lavoro appena approvata renderà molto più semplice il licenziamento per motivi economici e che quindi nessun posto di lavoro sarà più al sicuro. Nemmeno quello dei colleghi che hanno deciso di rinunciare alla causa in cambio di fasulle presunte garanzie.

Alcuni, circa una dozzina, complici il mutuo, l’affitto i figli a carico e la crisi, hanno ceduto e hanno firmato la rinuncia (in cambio di niente! Anzi pagando salatamente e di tasca propria le spese per la rinuncia all’avvocato).
Gli altri, circa 100 persone, sono andate avanti a testa alta con l’obiettivo non di “alzare due spicci”, ma di vedere riconosciute le loro ragioni. Il 5 giugno scorso c’è stata la sentenza che le ha riguardate. Anzi che CI ha riguardato, perchè nel gruppo in questione ci sono anche io. E abbiamo vinto!
E’ passato quasi un mese.
Intanto l’accordo triangolare di cui sopra è stato abilmente manipolato e l’azienda ha diffuso un comunicato nel quale ha scritto nero su bianco che la fusione si farà solo se ci sarà la rinuncia al maggior numero di ricorsi.
Ma come? I sindacati hanno espressamente scritto che la fusione non sarebbe stata sottoposta ad alcuna condizione e ora vengono smaccatamente smentiti dall’azienda!?! E quei poveretti che hanno rinunciato alla causa confidando nella fusione?
Ma forse forse che non siano tanto attendibili le parole di chi dovrebbe proteggere i nostri diritti e invece si ostina a concludere accordi in perdita con le aziende? In perdita per i lavoratori, s’intende!
Rimaniamo ancora una volta senza parole.
Noi, che abbiamo vinto la causa del 5 giugno siamo in attesa di evoluzioni. E data la situazione pregressa ci aspettiamo rocamboleschi giochi di prestigio da parte di chi pensa di avere il coltello dalla parte del manico! Senza arrenderci naturalmente!

Concertone del primo maggio: una mancata occasione

Non amo il concertone del I maggio. Un po’ perché abitando proprio a San Giovanni sono sempre costretta a barricarmi in casa vista  la confusione che si crea in tutto il quartiere con la transumanza di migliaia di persone; un po’ perché la musica arriva in casa più simile a un frastuono che a una melodia. Senza contare la vera e propria distesa di immondizia che il giorno dopo resta abbandonata sulla piazza. Fatto sta che quando si avvicina il primo maggio cerchiamo sempre di non essere a Roma.
Quest’anno invece un amico, ex collega, mi ha coinvolta per fare un po’ di volantinaggio la mattina, prima dell’inizio del concerto, per pubblicizzare la nostra situazione lavorativa e la “questione Vodafone”. E visto che ALicE non se ne può perdere una, ovviamente ho aderito con entusiasmo (ehm… ehm…) e mi sono recata alle 10.30 del primo maggio all’appuntamento. Tralasciando il fatto che eravamo appena in 4, di cui solo io e un’altra ragazza coinvolte in prima persona (e gli altri? Dov’erano?) ci siamo messi dei cartelli/sandwich addosso con disegnato una specie di pacchetto di sigarette gigante con su scritto “Vodafone manda in fumo 33 posti di lavoro: chi licenzia avvelena anche te: digli di smettere” e, bando alla vergogna, così bardati ci siamo avviati verso la piazza già piena di ragazzi.

Oh! Per chi non lo sapesse il tema del concerto che, vale la pena ricordarlo, come da tradizione è organizzato da CGIL, CISL e UIL, era “la passione, la speranza, il futuro”. Il lavoro e il precariato erano un sottotitolo: l’allestimento del palco era li a ricordarcelo: la scenografia era composta da pannelli appositamente montati male e a penzoloni, come se fossero dovuti cadere giù da un momento all’altro. Precari anche loro.

Diciamo quindi che con la nostra iniziativa pensavamo di “giocare in casa”, in una situazione accogliente, in una piazza comprensiva e solidale, attenta ai temi importanti e socialmente rilevanti. Beh, nessuna analisi fu più sbagliata!

Credo che nessuna delle persone presenti fosse lì per il tema del concerto; pochi addirittura lo conoscevano. Era semplicemente un concerto gratuito, che ha attirato un mucchio di ragazzi di tutte le età che a tutto erano interessati meno che al loro futuro (del quale parte essenziale dovrebbe essere il lavoro: mezzo principale di sussistenza e di autodeterminazione).

Già fumati e bevuti alle 11 di mattina, i ragazzi più educati ci rispondevano che non gliene importava che Vodafone licenziasse, tanto loro erano proprio disoccupati… Per il resto sembrava che ci fosse il vuoto pneumatico nei loro cervelli formato lenticchia. Facevano finta di ascoltarci e non vedevano l’ora che finissimo di parlare. Una vera desolazione, e tutto sommato una (ulteriore) sconfitta dei sindacati, che avrebbero potuto portare un po’ di cultura sociale ed economica anche in situazioni come queste.

Ho seguito un po’ le polemiche tra Alemanno e i sindacati, e stavolta non penso che il nostro Gianni Caro avesse del tutto torto. Non credo sia corretto organizzare un concerto gratuito, a spese del Comune (cioè comunque a spese nostre) per “ubriacare” il pubblico con musica e spettacolo, senza riuscire a dargli alcun contenuto. E pensare che invece poteva essere un’occasione per parlare anche di temi importanti, che tutto sommato toccano soprattutto i giovani, e condividerli con loro usando il loro stesso linguaggio, la musica. Alla fine un solo grande dubbio epocale: ci ha deluso di più il menefreghismo dei  ragazzi che abbiamo incontrato o l’eterna mancata occasione di CGIL, CISL e UIL?

Tra il pubblico di Servizio Pubblico

Giovedì scorso sono andata ad assistere tra il pubblico alla trasmissione di Michele Santoro “Servizio Pubblico”.

Perché mai? vi chiederete. Cosa avevo da espiare? Con cosa mi ero drogata?

E’ successo in realtà che alcuni colleghi di ufficio mi avevano chiesto di partecipare alla trasmissione dove si sarebbe parlato anche della questione Vodafone.

E così, ALicE, che non si tira mai indietro, indossata la maglia rossa d’ordinanza (rosso Vodafone, naturalmente!), dopo essere passata a casa della mamma per farsi prestare un golf rosso, che solo con la T-shirt si gelava, alle 18.15 (ricordatevi quest’orario come inizio della tregenda) si incammina verso gli studi di cinecittà per assistere insieme a una ventina di colleghi, anche loro in maglia rossa, alla diretta di una trasmissione che non aveva mai visto e della quale detestava il presentatore, Michele Santoro, e il vignettista ufficiale, Vauro, che non risparmia mai frecciate velenose contro Israele.

Alle 19.00 arriviamo a Cinecittà. Lì avrei già dovuto capire la mala parata e andarmene: la mia amica sindacalista, infatti, mi avvisa che noi non eravamo “in programma”: semplicemente la redazione era stata avvisata della nostra presenza in maglia rossa (UUUUHHHH!!! PAURA, EH?), ma non ci avevano assicurato nulla in merito alla possibilità di intervenire. Non so perché, ma decido di restare. Ci mettiamo in fila per farci accreditare e firmare le liberatorie di legge, ed entriamo nella città del cinema. Che tristezza! In altri paesi (ma anche in altre città italiane, vedi Torino, per esempio) nell’ottica di una riqualificazione industriale, ne avrebbero fatto un gioiellino da mostrare al pubblico, magari (magari) guadagnandoci anche. Qui invece hai la sensazione di un vero mondo scomparso. Ma queste riflessioni meritano un post a parte.

Sono le 19.30 e siamo in coda fuori dal teatro 3, quello da dove andrà in onda la trasmissione. Alziamo gli occhi al cielo, senza nessun intento religioso o divinatorio, ma solo per tenere d’occhio il meteo, e infatti notiamo nuvole grigie e minacciose che non lasciano presagire nulla di buono.

Neanche a dirlo, dopo pochi minuti comincia a piovere. Ma il teatro non apre. Restiamo stipati sotto una tettoia in 300/400 persone, non so quantificare con precisione,  con gente che si ingozzava un tramezzino al volo e la maggior parte che fumava… tanto eravamo all’aperto! Io, naturalmente, né l’uno, né l’altro.

Intanto il teatro 3 non accennava ad aprire.

Alle 20.00, finalmente, con una parte degli astanti già abbondantemente bagnata, entriamo. Ci accoglie un corridoio dalle pareti sporche e scrostate, illuminato malamente da una tristissima luce al neon.

Ci chiedono di lasciare le borse al guardaroba. Così, in fretta, mi ficco in tasca chiavi di casa, carte di credito, telefono e un taccuino (non si sa mai) e ci mettiamo in fila al guardaroba. Poi, altra fila, altro giro, altro regalo, pazientemente aspettiamo il nostro turno per entrare nel teatro vero e proprio e prendere posto. Un energumeno tatuato regola il flusso del pubblico facendo entrare poche persone alla volta e assegnando loro i posti. Noi abbiamo chiesto (almeno quello) di essere seduti vicini. Sapete la risposta? Eh no! Fareste troppo macchia, così tutti rossi! Ma come??? Ci siamo vestiti così apposta! E così qualcuno si è infilato la felpa, qualcun altro la giacca e abbiamo ottenuto di essere divisi in due gruppi. Alla faccia della maglietta rossa, che non c’è colore che mi stia peggio addosso.

La riflessione che mi si è subito fatta strada rispetto al trattamento ricevuto, è che il pubblico veniva trattato come se fosse pagato. Come se fosse lì per lavorare. Anzi peggio: per chi lavora c’è (o dovrebbe esserci) più rispetto! Noi sembravamo oggetti da arredamento da tenere un po’ al freddo e alle intemperie, per poi farli entrare e metterli a sedere a casaccio.

Ma loro, del pubblico in sala hanno bisogno eccome! Pensate il mattatore Santoro che parla davanti a una telecamera e ai pochi politici invitati. Lui ha bisogno della folla come il pane! E a proposito di pane, il mio stomaco (vuoto dall’ora di pranzo) cominciava a borbottare.

Intanto, durante le numerose file, abbiamo cominciato a guardare sugli smartphone il programma della serata: il tema era “Spazzare via tutto” e si sarebbe parlato di antipolitica. Era prevista: un’intervista a Beppe Grillo; il collegamento con Francesco Speroni (europarlamentare della Lega); mentre in studio sarebbero stati ospiti il sindaco di Firenze, Matteo Renzi,  Norma Rangeri, direttore del Manifesto, e Stefano Cappellini, del Messaggero.

Alle 21.05 finalmente entra Santoro sule note di Va pensiero! E rendetevi conto che a quel punto avevo già perso quasi 3 ore del mio tempo!

Un servizio via l’altro; la bufera sulla Lega; ricostruzioni con i disegni sulle intercettazioni telefoniche, alternate a interviste a vari politici, collaboratori e faccendieri leghisti; gli interventi di Rizzo e Stella, (quelli, sì, abbastanza interessanti); anche Cappellini ha detto delle cose sensate; mentre Renzi, che già non mi piaceva prima, ha confermato che la prima opinione è quella giusta: demagogo, populista, un po’ subdolo (quanto ci ha tenuto a dire che lui, del PD, ha messo in nonsoquale posizione che ha a che fare coi parcheggi di Firenze, uno di Forza Italia! Ma va? Veramente? Non lo avremmo mai immaginato! Specie dopo che sei andato a cena ad Arcore! Che vergogna!) Speroni invece dava il meglio di sé nei fuori onda, dove sbadigliava a bocca spalancata (non visto in TV) e si stropicciava gli occhi con la palpebra che gli calava. Ma come dargli torto? Mi si chiudevano letteralmente gli occhi anche a me, dalla noia e dal continuo parlarsi addosso! Da casa non avrei visto nemmeno 10 minuti di trasmissione: neanche pagata! Avevo davanti un orologio digitale con l’ora… sembrava non si muovesse. Il tempo si era fermato. A tratti temevo che la cameraman ambulante mi riprendesse (cioè in tutti i sensi: che mi rimproverasse o che mandasse il mio sonno in diretta TV). Per tenermi sveglia ho finito il mio pacchetto di gomme: una appresso all’altra, perché appena andava via il sapore della menta dovevo subito mangiarne un’altra per non rischiare di assopirmi.

Il castigo divino è finito a mezzanotte e mezza, senza ovviamente che la questione Vodafone sia stata non dico trattata, ma almeno nominata da nessuno. E oltretutto il programma si è concluso con l’immancabile frecciata di Vauro diretta a Israele! Accanto a me c’era un troglodita che si ammazzava dalle risate a sentire le sue invettive antisemite… pardon: antisioniste!

Una volta liberi però la frase più bella l’ha detta una mia collega, una ragazzetta verace verace di 25 anni, che con la faccia atterrita e la voce spenta ha detto: “Questo si chiama sequestro di persona!”

Parole sante!

Vodafone, io non ho paura!

La nostra non è certo una situazione facile, ma andiamo avanti a testa alta senza paura.

Non abbiamo paura del colosso ultra-miliardario Vodafone che per pochi spiccioli intende mettere in ginocchio 33 famiglie (e altre 120 sono in pole position) con una procedura di licenziamento collettivo. E’ una ritorsione perché ci siamo permessi di sfidare l’azienda davanti al giudice. E il giudice si è addirittura  permesso di darci ragione. E allora che fa il colosso Vodafone? Licenzia 33 persone. C’è da essere contenti che non applichi la proporzione nazista di 10 licenziati per ogni reintegrato! Ma loro sono inglesi, non nazisti!
Vodafone, con profitti a 9 zeri (4.048.000.000 € di utile lordo annuo) si accontenta di risparmiare pochi spiccioli licenziando “solo” 33 dipendenti! Vodafone risparmia, e gli italiani pagheranno! Già perché i dipendenti licenziati saranno inseriti nelle liste di mobilità e avranno diritto per circa due anni (a seconda della loro età) a percepire dall’INPS una quota del loro stipendio. Quindi, che sia chiaro per tutti: a pagare la mobilità per i colleghi licenziati, non sarà l’ultra-miliardaria Vodafone, ma ancora una volta, le tasche degli italiani! 

Noi, dal canto nostro continueremo le nostre proteste per far sapere al mondo qual è la prospettiva per i nostri figli, qual è lo scenario che si prospetterà loro davanti se consentiremo perfino alle aziende ultra-miliardarie di fare il bello e il cattivo tempo con i propri dipendenti.

Le immagini del filmato sono state scattate durante alcuni presidi che abbiamo organizzato a Roma. Ed è solo l’inizio!