archivio | telefilm Feed RSS per la sezione

Lasciati baciare: la web serie teatrale

lasciati baciareAi telefilm trasmessi puntata dopo puntata solo attraverso il web siamo ormai abituati. Negli ultimi anni ne sono stati realizzati molti, spesso di ottima qualità. Per citare un prodotto italiano, del quale abbiamo parlato in questo post, il delizioso Una mamma imperfetta di Ivan Cotroneo disponibile sulla pagina del Corriere della Sera e recentemente trasmesso anche da RAI 2 in una striscia quotidiana preserale.

La realizzazione di una serie teatrale ideata per la rete ci sembra invece un’operazione nuova, almeno per quel che ne sappiamo. Stiamo parlando di Lasciati baciare, tratta da Girotondo di Arthur Schnitzler di cui è andata ieri la prima puntata su youtube per la regia di Giacomo Farano e Gabriele Granito.

Girotondo, scritto  sul finire dell’Ottocento, è considerato un piccolo capolavoro. Da subito l’opera ha creato polemiche, tanto da essere considerata pornografia. La sua prima rappresentazione avvenne venti anni dopo la sua composizione perché fu soggetta alla censura imperiale.

Dieci sono i personaggi per dieci quadri. In ognuno di essi c’è un dominatore e un dominato. Tutti quanti rappresentano un mondo, una classe sociale diversa, ma tutti sono accomunati dal desiderio di amore.

L’idea della web serie nasce dal desiderio di riconsegnare al pubblico dell’audiovisivo l’eleganza, la classe e gli alti valori pedagogici del teatro classico. L’obiettivo è quello di offrire uno spettacolo, organizzato in episodi, dieci in tutto, che riecheggi lo sceneggiato televisivo tanto in voga negli anni Cinquanta e Sessanta e che vide come protagonisti i migliori interpreti della scena italiana.

Il testo di Girotondo ben si presta alla struttura episodica essendo esso stesso diviso in quadri. Dieci quadri per dieci personaggi socialmente eterogenei che, come mossi da fili di un burattinaio, sono costretti a relazionarsi tra loro spinti dalla passione. Essi dialogano due alla volta per poi concludere con un atto sessuale che tuttavia non viene mai mostrato o agito in scena. Uno dei due personaggi è poi protagonista anche del quadro successivo in modo da creare un concatenarsi di atti sessuali che legano le sorti della vicenda, di cui non esiste un’ effettiva trama. Da qui il titolo. Quando il conte, ultimo personaggio a entrare in scena, si congiunge alla prostituta, la danza sessuale ha termine. O meglio, va da qui all’infinito. Ai dieci personaggi ideati da Schnitzler i registi ne hanno aggiunto un undicesimo: una “bambola felliniana”, una bambina maliziosa che, incastrata nel corpo di una giovane donna, gioca con i suoi burattini.

L’intera operazione si deve all’associazione culturale Nuovo Teatro Boccascena.

I protagonisti, molti dei quali abbiamo già visto al cinema o in teatro sono: Caterina Gramaglia , Annarita Del Piano, Gabriele Granito, Beatrice Messa, Stefano Dalla Costa, Vita Rosati, Gabriele Sabatini, Veronica Loforese, Gennaro Iaccarino, Selene Gandini, Emanuele Salce.

Credo che sia una operazione da seguire con attenzione.

Questa la pagina di Lasciami baciare. Di seguito il primo episodio Prostituta e Soldato.

Annunci

Il sorvegliante-sorvegliato speciale

9818ce2e-adf4-43e7-90b2-eb1be2c23d1f_412x232Oggi sono andata in banca. Non mi capita spesso di andarci in verità! Sarà che ci lavora il Marito e quindi è raro che io ne abbia bisogno. In più non era la mia banca, ma quella dei miei genitori. Fatto sta che ho assistito a una cosa moooolto divertente che avrei volentieri filmato, se facendolo non avessi rischiato di scrivere i miei post da dietro le sbarre di una prigione. Peccato. Ma spero di rendere comunque l’idea anche solo raccontandola a parole.

Entro nella filiale (non prima di aver depositato gli oggetti metallici negli appositi armadietti: cioè l’intero contenuto della mia borsa) e prendo il numeretto ferma coda.
Mi siedo sulle poltroncine davanti alle casse e attendo il mio turno. Un altoparlante ripete che per la nostra sicurezza i locali della banca sono video sorvegliati e tutto sommato non ci faccio caso più di tanto.

… Peccato che ho dovuto svuotare la borsa all’ingresso, perché almeno avrei ingannato l’attesa con il mio iPad! Invece mi guardo intorno annoiata. Una giovane cliente dopo aver chiesto all’impiegato un blocchetto di assegni, gli domanda “come si usano” (peccato che non lavoro più a contatto con i clienti: sono una categoria in grado di fornire materiale per scrivere volumi e volumi di stupidario umano). E il cassiere, lungi dall’usare una vagonata di acida ironia come avrei fatto io, glielo spiega con inspiegabile pazienza (qui, deve mettere la data, qui l’importo in numeri, qui quello in lettere, qui la firma… ecc ecc.). Io piuttosto che ascoltare questo raro e stomachevole esempio di impiegato modello preferisco vagare con lo sguardo alla ricerca di qualcosa di più interessante. Qualcosa attira finalmente la mia attenzione… Una TV! Che strano! In una banca? Vabbè che siamo un popolo di tele dipendenti, che ci sono schermi ovunque: bar, ristoranti, sale d’attesa dei medici… A mio avviso un malcostume dilagante, ma si sa! Io sono talebana! Mi chiedo che genere di programma stessero trasmettendo. Doveva essere un poliziesco, perché l’inquadratura era su una persona in divisa. Un poliziotto sembrava. Non aveva l’aria di uno di quelli “tosti” all’americana: era un po’ bolso, pelato, con lo sguardo annoiato. Non si sentiva l’audio, ma il personaggio sembrava non stesse parlando. Boh? Forse c’era il volume al minimo. Però che strana inquadratura questo regista! continuava a riprendere il protagonista con un primo piano fisso. Strano film… il poliziotto si gratta la testa e quindi sbadiglia… E…  ALicE alla fine capisce! Ce ne ho messo di tempo (sarà stato il lungo periodo a contatto con la clientela che mi avrà succhiato i miei neuroni? Chissà?) ma alla fine la realtà comincia a emergere. Una realtà (a mia discolpa) che rasenta l’incredibile! Quello trasmesso dalla TV della banca non era un telefilm dell’ispettore Derrick de’ noantri! Era uno schermo a circuito chiuso fisso sulla guardia giurata che (come dicevano gli altoparlanti cui non avevo dato troppo retta) stava sorvegliando i locali della banca! Incredibile! Sto poveretto di sorvegliante, sottoposto a sorveglianza continua senza potersi lasciar andare a un momento di debolezza, che so? un fugace dito nel naso, uno starnuto, uno sbadiglio, appunto, che tutto il pubblico era lì a giudicare! Peggio del grande fratello! Almeno quelli per fare più audience potevano, anzi: dovevano fare il porco comodo loro! Anzi più erano volgari, audaci, disinibiti e meglio era! Questo tapino di un sorvegliante sorvegliato invece è costretto a svolgere il proprio turno di lavoro sotto al vetrino di un microscopio, spiato a 50 pollici da tutti gli occhi indiscreti che capitano in banca: impiegati, dirigenti e clienti. A quale scopo poi? Probabilmente per la sicurezza della stessa guardia, che può sorvegliare i locali senza rischiare di beccarsi una pallottola in testa. Ma non capisco il motivo del monitorone: sorvegliare (per davvero) il lavoro di quel disgraziato? O (come più probabile, ma anche paradossale) fungere da deterrente per un possibile rapinatore? E certo, un “poliziotto” sovrappeso e con l’aria annoiata metterebbe paura a chiunque! Immagino la scena:

“Mani in alto! Questa è una rapina!” Ah, no! Compari, c’è la guardia giurata in TV! Che paura che mi fa! Via! Via! scappiamo!

Insomma, diciamolo: se uno vuole fare una rapina in banca non è certo la consapevolezza che i locali sono sorvegliati a fungere da deterrente. Tanto varrebbe allora trasmettere davvero una puntata di Stursky & Hutch: così si prenderebbero due piccioni con una fava: si intrattiene la clientela mentre si intimoriscono i malintenzionati!

Hatufim e Homeland: le serie tv

hatufimhomeland

Sto seguendo con passione e molta soddisfazione, come milioni di persone in tutto il mondo, la seconda stagione della serie tv statunitense Homeland. Realizzata da Showtime e trasmessa in Italia da Fox, ha ottenuto numerosissimi premi tra cui gli Emmy 2012 e i Golden Globe 2012 e 2013, sia per i protagonisti maschile e femminile, Damian Lewis e Claire Danes, che come miglior serie drammatica. Più altri riconoscimenti tecnici.

Non sono la sola a pensare che è quanto di meglio ci sia in circolazione al momento. I temi sono intriganti e avvincenti: il ritorno di un marine dopo 8 anni di prigionia in Iraq, il timore che sia tornato come spia, la lotta al terrorismo. Gli attori sono formidabili e la sceneggiatura ci trascina proponendoci delle chiavi di lettura in una puntata e ribaltandole in quella successiva. Per non parlare dei colpi di scena, non scontati né vuoti di significato tanto per stupire. Insomma, ogni settimana è un piacere: si stacca la spina, ci si dimentica di quel che ci circonda, almeno per i 50 minuti circa dell’episodio, e ci si lascia trasportare dalla storia.

Dicevo, dunque, che pensavo fosse il meglio tra le serie tv, finché non sono stata incuriosita dalla serie madre di Homeland, Hatufim (tradotto Prisoners of war), realizzata in Israele e della quale la 20th Century Fox Television ha acquistato i diritti per farne la versione made in USA. Al momento ho potuto vedere soltanto la prima stagione, dieci episodi in tutto che ho trovato sottotitolati in inglese, e ne sono entusiasta. Davvero la migliore in assoluto.

La storia è leggermente diversa rispetto a Homeland. I soldati fatti prigionieri sono tre e sono rimasti in cattività per ben 17 anni. Ma qui, oltre a esplorare il rischio di un tradimento da parte dei tre, si indagano a fondo le dinamiche psicologiche, non solo degli uomini tornati a casa, ma anche dei loro familiari. Tutti hanno bisogno di elaborare quel che è accaduto, ma devono anche affrontare il rientro nella “vita normale”. Questo vale sia per che è tornato, che trova persone trasformate dagli anni, dall’attesa, dalla sofferenza, figli non nati o piccolissimi all’epoca del rapimento, aspettative proprie e altrui. Ma vale anche per chi li deve accogliere, chi deve far entrate nella propria vita dei perfetti sconosciuti.

Magnifici anche i personaggi di contorno, tra cui spicca Ilan, un uomo che dedica la vita ad aiutare e sostenere chi ha perso un familiare in guerra, ma soprattutto in un attentato terroristico.

Questa attenzione alla psicologia dei personaggi nulla toglie alla suspence della storia che viene narrata anche attraverso dei terribili flashback ambientati durante la prigionia e che offre anche dei notevoli colpi di scena.

I personaggi sono ben disegnati, vivi, ti restano in testa per quanto sono veri e toccanti le loro vicende, e questo, ovviamente, anche grazie alla bravura degli interpreti, che esprimono l’orrore che ancora li perseguita, oltre che con le parole, con la voce, lo sguardo, la postura.

La prima stagione, trasmessa in Israele nella prima metà del 2010, è andata in onda, sottotitolata in inglese, nel 2012 in Gran Bretagna e negli USA, è stata venduta a molti paesi europei, ma non all’Italia. La seconda stagione è stata vista in Israele dalla fine dell’anno scorso e ora aspettiamo con ansia che venga sottotitolata per potercela godere.

Michael J. Fox e il Parkinson protagonisti di una sit-com

Un personaggio malato può far ridere? Chi lo vede in un programma televisivo segue normalmente la trama della storia o si concentra solo sugli eventuali sintomi sentendosene addolorato? Un attore comico ha chiuso la sua carriera se la gente è a conoscenza del fatto che sta “combattendo una malattia neurologica inguaribile”?

Sono domande che si poneva Michael J. Fox dopo aver ricevuto, più di 20 anni fa, la diagnosi di Parkinson. Nel 2000, quando i sintomi peggiorarono, lasciò Spin City, la serie TV USA di cui era protagonista e si dedicò a raccogliere fondi per la ricerca di una cura contro il Parkinson. Recentemente ha intrapreso un nuovo regime terapeutico che lo aiuta a gestire tic e tremori e ha deciso di tornare da protagonista.

In realtà lo avevamo già visto come guest star sia in Curb Your Enthusiasm che, più di recente, in The Good Wife, dove interpreta un astuto avvocato che usa i suoi sintomi neurologici per influenzare le giurie. Ora però, stando al comunicato della TV USA NBC, tornerà come interprete principale di una sit-com, ancora senza titolo, in cui impersonerà un uomo sposato e con tre figli affetto dal Parkinson e ci mostrerà la quotidianità alle prese con la routine e la malattia.

La NBC ha già stabilito, anche in assenza di un episodio pilota che saggiasse le reazioni del pubblico, che la prima stagione consterà di 22 puntate, con inizio nell’autunno 2013.

Quand’anche si trattasse di un’abile mossa della rete al fine di risalire negli ascolti, mi sembra una decisione dall’alto valore simbolico sia per chi soffre di questa malattia che per la popolazione generale e il suo modo di percepire chi ne è affetto.

Tutto questo mi ha fatto ripensare alle straordinarie interpretazioni di Franca Valeri nei suoi spettacoli teatrali più recenti, quando teneva un braccio che non riusciva a padroneggiare dietro di sé e cercava di controllare il modo di esprimersi con la voce. Erano serate di forti emozioni e di grande divertimento. E anche la dimostrazione di grinta, determinazione e amore per il pubblico.

Homeland – Caccia alla spia

Ho appena terminato di vedere l’ultimo episodio della prima stagione di Homeland – Caccia alla spia, una serie TV USA, ispirata a quella israeliana Hatufim, trasmessa da FOX.

Ve la consiglio fortemente. Voi potreste pensare: “E ce lo dice ora che è finita?” Vero, ma sicuramente a breve verrà data in chiaro in qualche canale generalista e così chi l’ha persa potrà rimediare.

Il tema centrale è il terrorismo in un paese fortemente ferito dall’attentato delle Twin Towers, ma anche l’ambiguità, il sospetto e il ruolo dei servizi segreti.

È la storia del sergente dei Marine Nicholas Brody tornato dall’Iraq dopo una prigionia di otto anni, che si interseca con quella di Carrie Mathison, un’agente della CIA determinata e inarrestabile, con un disturbo bipolare che tiene segreto per evitare la rimozione dal servizio.

In un crescendo di tensione, tra dubbi instillati nei telespettatori e colpi di scena, puntata dopo puntata, 12 in tutto, si arriva all’ultimo episodio, di durata maggiore degli altri, dove accade di tutto e che si segue col fiato sospeso fino all’ultima drammatica scena. Che lascia stupefatti e desiderosi di cominciare subito la seconda serie, che invece sarà trasmessa solo in autunno negli States.

I personaggi sono ben disegnati e molta attenzione viene posta all’analisi della loro psicologia.

I due protagonisti offrono un’interpretazione impeccabile. Lei è Claire Dones, vincitrice del Golden Globe 2012 come migliore attrice protagonista di una serie drammatica, lui Damian Lewis, già visto nella serie Life, che invece ha avuto la sola nomination. La serie stessa ha vinto il Globe come migliore serie drammatica. Accanto a loro un pacato Mandy Patinkin, l’indimenticato Gideon delle prime stagioni di Criminal Minds, è Saul Berenson, un collega di Carrie.

Fate di tutto (vabbe’ non proprio tutto tutto) per vederla: è da non perdere. E poi mi direte.

GCB: nuova serie TV

Presentata dalla rete statunitense ABC come l’erede ideale di Desperate Housewives che con il 23esimo episodio dell’ottava stagione, arriverà alla fine il prossimo maggio, è appena andata in onda la prima puntata della nuova serie televisiva GCB.

A parte l’accostamento con le Casalinghe Disperate che è tutto da vedere, quel che è certo è che si punterà proprio al pubblico di quella serie, costituito soprattutto da donne tra i 25 e i 54 anni.

Definita come la serie in cui Dallas incontra Priscilla, la regina del deserto, è stata ideata da Robert Harling, famoso tra la fine degli anni Ottanta e la metà dei Novanta per le sceneggiature di film che si caratterizzavano per la brillantezza dei dialoghi e per le storie imperniate su donne non più giovanissime. Ricordiamo Fiori d’acciaio con uno straordinario gruppo di attrici tra cui Shirley MacLaine, Sally Field, Julia Roberts e Olympia Dukakis, Bolle di sapone, con la stessa Sally Field, sul mondo delle soap opera, Sister act e Il club delle prime mogli.

La serie si ispira al romanzo di Kim Gatlin Good Christian Bitches e ne ha inizialmente mantenuto il titolo, seppure reso con le sole iniziali. Ma già questo ha scatenato le ire di vari gruppi conservatori e/o cristiani a causa dell’associazione tra cristiani e stronze. Quindi il titolo è rimasto quello, ma la B deve essere intesa come iniziale di Belles.

Il telefilm racconta il ritorno di Amanda coi figli nella natia Dallas dopo la morte per incidente del marito insieme all’amante; per giunta si stabilisce nella casa della madre, donna insopportabile e invadente, alla quale “Dio parla attraverso Christian Dior”. Numerosi i richiami alla pratica cristiana, la comunità locale è descritta tra pacchianerie, ipocrisie e grande attaccamento alla chiesa: le vecchie amiche di Amanda tramano per vendetta contro di lei citando versetti della Bibbia. Amanda ritrova infatti le compagne di scuola con le quali si comportò come una vera B, diventate loro stesse delle B nei suoi riguardi, nonostante lei chieda di essere perdonata.

I dialoghi sono a volte ironici e divertenti, ma molti riferimenti e l’ambientazione stessa sono forse più comprensibili negli States che da noi. La prima puntata non mi ha entusiasmato, mi ha fatto talvolta sorridere, ma niente di più. Dovremmo probabilmente dar tempo alla serie di crescere e ai personaggi di evolversi, visto che, a parte l’amica Cricket, gli altri sono per il momento soltanto delle sagome sovrapponibili e senza spessore. E comunque, per ora, stiamo anni luce dalle Desperate Housewives.

Alcatraz, la serie TV

Se non avete mai sentito nominare J.J. Abrams questa è l’occasione di fare la sua conoscenza, se invece vi è già noto e gode del vostro apprezzamento ora potete avere un’ennesima conferma del fatto che il suo nome è una garanzia relativamente alle serie televisive. Lui è un produttore, sceneggiatore, regista, attore e compositore statunitense e al suo estro e alle sue capacità dobbiamo telefilm di notevole qualità e grande successo: Alias, Fringe e soprattutto Lost, nel bene e nel male. Mi riferisco, per quanto riguarda quest’ultima serie, al rilevante seguito che ha avuto per ben sei stagioni, per il piacere che ha fatto provare a chi l’ha seguita con costanza, ma anche per la delusione di alcuni che si aspettavano risposte riguardanti la trama che invece non sono arrivate. Almeno non tutte.

Adesso è la volta di Alcatraz, serie composta da 13 episodi, attualmente in onda quasi in contemporanea negli USA e in Italia; da noi viene trasmessa il lunedì dal canale a pagamento Premium Crime. Al momento abbiamo potuto vedere 6 dei 13 episodi totali.

Apparentemente si tratta di un procedurale con un caso che si risolve al termine di ciascun episodio; in questo modo riesce gradevole e interessante anche per il telespettatore occasionale. Tuttavia, puntata dopo puntata, i fatti e le vicende illustrati e l’evoluzione dei personaggi evidenziano una misteriosa e intrigante trama orizzontale dalla ricca mitologia che cattura e spinge a seguire le puntate successive.

Per i nostalgici di Lost ci sono un’isola, i viaggi nel tempo, i flashback, la musica dello stesso compositore, Michael Giacchino, e il protagonista, Jorge Garcia, che nell’altra serie interpretava Hugo “Hurley” Reyes e qui mostra alcuni tratti che lo fanno somigliare a quello, non ultimo un certo tipo di sense of humour.

Senza voler entrare nella trama, vi riporto l’incipit che dà l’avvio a ogni episodio e che dà un’idea della vicenda alla base della serie:

“Il 21 marzo 1963, a causa dei crescenti costi e del degrado delle sue strutture, Alcatraz chiuse i battenti e tutti i detenuti vennero trasferiti in altri istituti di pena. Questo secondo la versione ufficiale, non fu così in realtà”.

Tra gli interpreti anche Sarah Jones, Sam Neill (Lezioni di piano e Jurassic Park, tanto per citare un paio di suoi film) e Parminder Nagra, la protagonista del film Sognando Beckham e la dottoressa Neela nella serie E.R.

Buona la regia, ma soprattutto ottima la fotografia, in un bianco e nero sgranato nelle scene ambientate negli anni Sessanta e caratterizzata da colori freddi e metallici in quelle dei giorni nostri.

Da non perdere, recuperando ovviamente gli episodi già trasmessi.

Harry’s Law

La protagonista è Kathy Bates, chi non la ricorda in Misery non deve morire e in Pomodori verdi fritti alla fermata del treno, che interpreta un avvocato brevettista in crisi, licenziata dallo studio in cui lavorava, che riparte con una nuova avventura professionale.

Sto parlando della serie televisiva Harry’s Law trasmessa su Mya di Mediaset Premium, della quale è già partita negli USA la seconda stagione.

Lei, Harriet Korn detta Harry, è una simpatica, astuta e sagace, ma anche cinica, arrogante e misantropa, grassona di età avanzata che cerca una seconda occasione e apre un nuovo studio, questa volta come penalista, in un locale dove il precedente affittuario ha lasciato un mare di scarpe di marca che avrebbero fatto impazzire Carrie Bradshaw (per chi è fuori come un balconcino, una delle interpreti del fantastico e assai rimpianto Sex & the City, la serie, non i film eh!). Lo studio legale diventa quindi anche un negozio di scarpe per iniziativa della segretaria tuttofare Jenna, Brittany Snow, già piccola interprete in Sentieri e successivamente in Gossip Girl.

Tra gli attori tante vecchie conoscenze, in primis Paul McCranes che interpretava il cinico e simpaticissimo dr. Romano in E.R., mai veramente rimpiazzata dalle tante serie medical che sono venute dopo. E anche Adam Branch già visto in 30 Rock e in Studio 60.

Il creatore della serie è David E. Kelly, a cui si devono altri noti legal, quali Ally McBeal, The Practice e Boston Legal.

La serie, 12 puntate in tutto, è rilassante, dà l’impressione di essere uno di quei telefilm davanti al quale ti piazzi quando vuoi staccare, non pensare e magari anche sorridere grazie ai dialoghi lapidari e intelligenti. Ma non aspettatevi di più. I casi e le situazioni, funzionali solo alle performance dell’avvocato, sono molto poco credibili. Come se non bastesse, i buoni sentimenti abbondano. In definitiva, una serie che potete anche perdere.

Star Trek e i Nazisti

Il canale televisivo tedesco ZDF ha trasmesso nei giorni scorsi un episodio di Star Trek, girato nel 1968, che i Tedeschi non avevano mai visto prima. Si intitola “Pattern of force” ed era il 23° della seconda stagione.

In esso si racconta la visita dell’equipaggio dell’Enterprise al pianeta Ekos retto da un regime che somiglia molto a quello nazista. Le persone indossano le uniformi naziste e uno dei personaggi afferma che la Germania nazista era “la società più efficiente che sia mai esistita”. Gli Ekosiani sono in guerra con gli abitanti di un pianeta vicino, Zeon, il cui nome ricorda molto Sion. Nel corso della puntata il capitano Kirk e il signor Spock guardano un documentario nel quale gli abitanti di Ekos sono ossessionati dalla “soluzione finale” che consiste nell’estinzione  dei Zeonisti e nella distruzione del loro mondo. Il video si conclude con l’autore del reportage che fa il saluto nazista al Führer.

Il direttore del canale tv ha sottolineato che per la prima volta finalmente i Tedeschi hanno
potuto vedere la serie nella sua interezza. Tuttavia ciò è accaduto nel rispetto della normativa del paese che ne vieta la visione ai minori di 16 anni, per cui l’episodio è stato trasmesso dopo le 22 per far sì che “il pubblico fosse composto esclusivamente da persone in grado di comprendere appieno la complessità del tema”.

Le parlamentari italiane viste dagli USA

I nostri politici, in particolare il Primo Ministro, come sappiamo sono stati sbertucciati abbondantemente all’estero da altri politici, giornalisti, comici e conduttori televisivi.

Ora ci si mettono pure le serie televisive statunitensi. Lo spezzone che vi proponiamo è tratto da 30 Rock, una serie comica di successo, con Tina Fey e Alec Baldwin, vincitrice di numerosi premi Emmy, arrivata in Italia alla quarta stagione (la trasmette Sky). Siamo proprio  alla terza puntata della quarta serie, circa al minuto 17. I commenti sono superflui. I miei, voi non vi tenete.

Ringraziamo Livia per la segnalazione.