archivio | SALUTE Feed RSS per la sezione

Fotografia della Storia o Storia della Fotografia. Mastectomizzata

matuschkaIl cancro al seno: uno degli peggiori incubi di ogni donna. Ancor più lo era negli anni Novanta quando la prevenzione era meno diffusa, le diagnosi arrivavano tardive, le terapie erano meno efficaci di oggi e gli interventi chirurgici si rivelavano devastanti.

Nel 1991 all’artista e modella Matuschka venne diagnosticato un tumore alla mammella per il quale subì la mastectomia completa. Dopo il trattamento decise di dedicarsi anima e corpo, è il caso di dirlo, alla diffusione delle conoscenze su questo tema. Come affermò: “Io ho perso una mammella, ma il mondo ha acquistato un’attivista”. E la sua attività fu straordinariamente efficace, come fu sottolineato dai dirigenti di diverse istituzioni e associazioni internazionali.

Numerose furono le iniziative che realizzò e sostenne, ma fu soprattutto l’autoritratto fotografico con la cicatrice della mastectomia in bella vista, pubblicato il 15 agosto 1993 sulla copertina del New York Times Magazine intitolato Beauty out of Damage che ottenne una risonanza internazionale.

L’immagine colpì i lettori, quasi li traumatizzò. Matuschka aveva sfidato un tabù legato al cancro: era una parola che non doveva essere pronunciata, si sostituiva con l’espressione “un brutto male”, figuriamoci se se ne potevano mostrare gli effetti devastanti sul corpo.

La fotografia rappresentò una svolta nel modo tradizionale di rappresentare e guardare la malattia e chi ne è colpito: è entrata nel nostro immaginario, facendo riflettere e provocando emozioni più di tanti discorsi e meglio di tante campagne.

Matuschka vinse con questo scatto numerosi premi sia fotografici che umanitari, incluso l’Humanitarian of the Year Award.

Per leggere le puntate passate e future (è possibile anche questo nel Blog delle Ragazze ;) ) cliccate sull’argomento “Storia della Fotografia” alla fine del post.

Determinismo appellativo nella salute

Ben Cuevas: cuore a maglia

Ben Cuevas: cuore a maglia

Nomen omen dicevano i saggi. I nostri Scienziati Paciocconi, partendo da qui, si sono chiesti se il nome possa essere un destino anche nel campo della salute. Arditi eh?

Lo apprendiamo da un articolo appena uscito sul British Medical Journal, scritto da un nutrito gruppo di cardiologi irlandesi.

Hanno preso un elenco telefonico di Dublino e hanno determinato il numero di uomini che si chiamava Brady: 579 su 161.967, pari allo 0,36%. Dopo di che li hanno contattati per appurare a quanti di loro era stato impiantato un pacemaker per bradicardia [cominciate a capire? Che intuizione! geniali eh?]. Be’, non sono andati a scoprire che il chiamarsi Brady aumenta il rischio di avere la tachicardia? Per la precisione, il rischio risultava più che doppio rispetto a quello degli uomini con altri nome.

Questa scoperta, osano i Nostri, evidenzia un potenziale determinismo legato al nome nella salute.

Non vi sentite correre i brividi lungo la schiena?

Un caso di buona sanità

Finalmente parliamo di buona sanità, dell’intervento tempestivo e risolutivo di un medico che ha risolto il problema e le preoccupazioni del paziente. Ce lo racconta lui stesso, reumatologo specializzando al quarto anno presso il Royal Hallamshire Hospital di Rotherham, Gran Bretagna, in una nota pubblicata sul tradizionale numero natalizio, come sempre un po’ bizzarro, del British Medical Journal.

Un martedì di aprile si rivolge a lui un paziente ricoverato in reparto: si dice soddisfatto del trattamento ricevuto, ma lamenta un aspetto che a suo dire è controproducente rispetto agli sforzi multidisciplinari dello staff volti a ottenere il suo benessere.

“L’orologio mi dice che devo morire”, spiega, e questo lo faceva star male, lo turbava.
Il medico si voltò immediatamente verso la parete e guardò l’orologio cui si riferiva il paziente. Lo potete vedere anche voi qui sotto.

orologio

In effetti, conteneva la scritta “DIE” che in inglese vuol dire morire. Ma il medico, rapido in comprendonio e in azione, si rese conto che l’orologio era settato in tedesco, che quella parolina foriera di ansia per il paziente altro non era che l’abbreviazione di Dienstag, cioè martedì, e rapidamente “spingendo alcuni bottoni”, ripristinò la lingua inglese facendo venir fuori un “TUE”, sicuramente meno minaccioso per le persone di lingua inglese.

Visto quanto poco ci vuole per venire incontro ai bisogni dei pazienti e mettere in atto interventi di buona sanità?

Col cellulare spento arriva anche lo sconto

54-8077img04Ecco una bella iniziativa che andrebbe riprodotta e diffusa anche da noi. È stata un’idea del proprietario di un ristorante di un villaggio arabo che si trova a dieci chilometri da Gerusalemme, Abu Ghosh, noto simbolo della coesistenza in Israele. E anche il ristorante, omonimo, dove vengono serviti soprattutto hummus e carne alla griglia, è molto apprezzato sia dagli arabi che dagli ebrei.

Già famoso per aver vinto ben 23 milioni di dollari alla lotteria dell’Illinois, Jawdat Ibrahim osservando, i suoi clienti, si è convinto che gli smartphone hanno ormai distrutto il piacere di gustare le varie pietanze al ristorante. Secondo lui, e anche secondo noi, mangiare è un’esperienza che ha a che fare con lo stare in compagnia, il fare conversazione oltre, naturalmente, il godere del cibo. E invece, mentre si sta a tavola, stiamo tutti (o quasi) lì con il telefono in mano e le dita che volano in continuazione sul display: si sta al ristorante e contemporaneamente si naviga, si chatta, si controlla la posta, si gioca, si fotografano le pietanze per postarle su Facebook o mandarle agli amici.

Quindi, per salvare la cultura culinaria ha deciso di offrire il 50% di sconto a chi spegnerà il cellulare durante il pasto e la permanenza nel ristorante.

Ottima pubblicità per il locale dove finalmente si può stare senza sentire trilli e parole urlate e senza vedere fantasmi con la mente persa dentro i cellulari.

Quando si farà una cosa del genere qui da noi?

Le avventure di ALicE: Svenevolezze #2

tina-fey-as-liz-lemon-faintingVi ricordate la storia dei miei svenimenti? Il meglio di me l’ho dato la scorsa settimana.

Premessa: il Figlio Piccolo a marzo scorso è caduto in piscina e si è spaccato i due incisivi superiori. Definitivi ovviamente! Dopo la trafila pronto soccorso, la visita alla clinica odontoiatrica, la ricostruzione ecc. ecc. chiediamo al nostro dentista (privato) di valutare il lavoro e soprattutto fare una relazione da presentare alla piscina per la denuncia all’assicurazione.

Ci ha ricevuto la scorsa settimana: accompagno il Piccolo in sala, e mi siedo su una sedia avvisando la dottoressa, sempre gentile e carina, della mia idiosincrasia per tutto ciò che riguarda i denti, e soprattutto le dico della mia propensione allo svenimento. Lei mi tranquillizza, in fondo doveva fargli solo alcune foto: un avveniristico apparecchio appoggiato sui denti ne proiettava l’immagine su un grande monitor: dei dentoni giganteschi con tutte le loro imperfezioni dovute sicuramente al trauma subito. Ma “Va tutto bene!” mi rassicura lei! E io mi faccio forza. Finché la dottoressa non ha la malaugurata idea di chiedere alla sua assistente “un test di vitalità”. Si trattava di uno spray che nebulizzava una sostanza su un tamponcino che la dottoressa appoggiava alternativamente sui due denti del Piccolo chiedendogli: “Senti niente?” E lui non sentiva niente. La prima volta… la seconda… La terza sembra avvertire un poco di fastidio, ma ormai per me era troppo tardi. Ho sentito il caldo improvviso. Poi il sudore. A quel punto mi sono alzata e ho fatto cenno alla dottoressa che sarei andata in sala d’aspetto. Ma lei non aveva capito affatto la mia “urgenza” e sulla porta della stanza mi ha trattenuto chiedendomi se il Piccolo fosse in cura odontoiatrica da qualcuno e se aveva mai messo l’apparecchio. Due domande sciocche in fondo e anche piuttosto legittime. Non per me però. Comunque non in quel momento. Perché a quel punto mi si è annebbiata la vista, ho sentito la testa pesantissima e per la prima volta in vita mia non sono riuscita a prevenire la crisi stendendomi, ma sono caduta in terra come una pera cotta. Ho sentito la dottoressa gridare “Portate via il bambino!!!” e poi ho perso i sensi. E li devo aver persi per parecchio… Quando mi sono ripresa ho visto una serie di persone che si avvicendavano in alto sopra di me. Tipo film. Infermiere, medici, sfigmomanometri, fonendoscopi, acqua e zucchero, strumenti ortodontici usati per ventilare… insomma avevo sollevato con somma vergogna il solito circo a tre piste! Ovviamente resami conto della situazione ho iniziato con le scuse di rito: sono costernata… non vi preoccupate… mi succede spesso… certo sono proprio scema… non sapete come mi dispiace… E lei: sei venuta sola? Ora stai un po’ qui e poi ti chiamo un taxi. Vuoi che chiami il Marito? [si certo, così mi dice di tornarmene a casa in autobus] ”Telefono a tue sorelle?” Fino a che è arrivato un altro dentista, marito della dottoressa, nonché capo di tutta la baracca che, sempre dall’alto mi chiedeva come stavo e cosa fosse successo. A quel punto, cercando di uscire dall’imbarazzante situazione almeno con una briciola di dignità gli rispondo con un’aria degna di Eleonora Duse: “Credo di avere avuto una crisi vagale!”

Di sicuro non sarà servito a risollevare la mia posizione, ma almeno non posso dire di non averci provato!

A rendermi in ogni caso cornuta e mazziata, è stata la “parcella” del tassista: 14 € per tornare a casa!

Tornata a casa ho chiesto al Piccolo se si era spaventato o preoccupato. Lui fa spallucce e mi risponde: Né l’uno né l’altro mamma: sei solo svenuta. Come al solito!

Per concludere, e per farmi sentire un po’ meno sola, e un po più Eleonora Duse, ecco una simpatica carrellata di svenimenti cinematografici!

Papa Bergoglio, e i preservativi?

TheCondomAidsRibbon_jpgAvete fatto caso che dell’infezione da HIV si parla solo un giorno l’anno, il primo dicembre, giornata mondiale di lotta all’AIDS? Nei rimanenti 364 giorni si tende a ritenere il problema risolto, o al massimo limitato ai paesi cosiddetti poveri.

I numeri diffusi in questi giorni, invece, dicono qualcosa di diverso. Nel nostro paese, come nel resto dell’Europa, le persone non solo continuano a contrarre HIV, ma per una buona percentuale ricevono la diagnosi con un notevole ritardo, poiché non si sottopongono al test, andando incontro, di conseguenza, a una minore efficacia delle terapie.

Papa Bergoglio, fin dall’inizio del suo pontificato protagonista di prese di posizione anche sorprendenti rispetto ai predecessori, ha voluto affrontare il tema durante l’Angelus di domenica primo dicembre.

Ha pronunciato parole sacrosante riguardanti l’accesso alle terapie per ogni malato e ha espresso la propria vicinanza alle persone affette da HIV, specialmente ai bambini. E ha concluso: “Preghiamo per tutti, anche per i medici e i ricercatori”.

Per gli psicologi e gli altri operatori sanitari no, ma lasciamo perdere.

Tutto qui, Bergoglio? A far così sono stati capaci tutti. Non è stato proprio niente di particolare. Dunque, almeno su questo tema,è rimasto in linea con chi l’ha preceduto: sulla prevenzione, leggasi sull’uso del preservativo, infatti, nemmeno una parola. Però bisogna riconoscergli che non ha indicato la necessità dell’astinenza per fermare la diffusione del virus. È stato detto, è stato detto, credetemi.

Comunque, se vogliamo sentirci per telefono per un approfondimento io sono disponibile. 😆

Tutto quello che fate per l’igiene è sbagliato! #2

e6c7e1da713de2b1f52ee10e40a69aafFobici fermatevi, non andate avanti con la lettura di questo post. Lo dico per il vostro bene. Il rischio è che vengano minate le vostre già scarse certezze riguardo le strategie e le manovre e da mettere in atto per mantenere tutto lindo e pulito intorno a voi. Lo faremo in 10 punti, dando Ovviamente voce ai nostri amici Scienziati, Paciocconi e non. Qui abbiamo presentato i primi cinque, oggi vi proponiamo gli ultimi.

 6. Apparecchi ortodontici e dentiere sono un ricettacolo di quantità infinite di schifezze batteri, compresi certi assai pericolosi. In questi casi la soluzione è però a portata di mano: puliteli bene, che vi costa?

7. La regola dei cinque secondi non esiste. Peccato. Mi riferisco all’idea che se cade qualcosa sul pavimento e lo si raccoglie in un batter d’occhio resta immacolato. È stato infatti dimostrato che il 99% dei batteri si trasferisce immediatamente sul cibo caduto sul pavimento. Sono più pericolosi i pavimenti con moquette o tappeti, mentre i cibi a maggiore contenuto di sale o di zucchero si contaminano più lentamente.

8. Voi non avete nemmeno la più pallida idea di quante schifezze si annidino nel vostro ombelico! Degli Scienziati, ravanando dentro 60 ombelichi disponibili, hanno riscontrato la presenza di 2368 specie diverse di batteri, di cui 1458 completamente nuovi per la Scienza [possibile?]. Certi addirittura erano stati precedentemente trovati solo in Giappone. Ma questo non ci stupisce: si sa quanto amino viaggiare i giapponesi! 😆

9. Lo shampoo quotidiano è da evitare. Una dermatologa della Columbia University ha infatti spiegato che se si lavano i capelli tutti i giorni si rimuove il sebo naturale, per cui le ghiandole, per compensarne la riduzione, ne producono in quantità sempre maggiori. E non si finisce più. Questo vuol dire che quelle persone che vanno in giro con i capelli sempre unti e bisunti stanno in quello stato perché se li lavano tutti i giorni? 😉

10. E vogliamo tralasciare i batteri che infestano le lenti a contatto? Non sia mai detto!  Secondo gli Scienziati, praticamente nessuno se ne prende cura come sarebbe necessario. Non bisogna infatti sciacquarle con l’acqua del rubinetto, riusare per più giorni la stessa soluzione e utilizzare troppo a lungo il medesimo contenitore che comunque deve essere tutti i giorni decontaminato lavato e soprattutto asciugato.

Avete preso nota?

Tutto quello che fate per l’igiene è sbagliato! #1

e6c7e1da713de2b1f52ee10e40a69aafFobici fermatevi, non andate avanti con la lettura di questo post. Lo dico per il vostro bene. Il rischio è che vengano minate le vostre già scarse certezze riguardo le strategie e le manovre e da mettere in atto per mantenere tutto lindo e pulito intorno a voi. Lo faremo in 10 punti, dando ovviamente voce ai nostri amici Scienziati, Paciocconi e non. Oggi i primi cinque, il seguito alla prossima puntata.

1. Lasciate perdere i saponi antibatterici. Non sono più efficaci dei saponi comuni e soprattutto il 75% di essi contiene il triclosano che per giunta ha il simpatico effetto di alterare i livelli di alcuni ormoni, come si è visto nei test sugli animali. Questa sostanza è contenuta anche in certi prodotti per la casa e nei dentifrici. Conclusione? Buttatevi sul sapone del supermercato che è migliore e anche più economico.

2. La lavatrice pulisce veramente quel che ci mettete dentro? Il dottor Gerba dell’Università dell’Arizona ha evidenziato che caricare la lavatrice con indumenti intimi, sì mutande insomma, può trasferire 100 milioni di Escherichia Coli nell’acqua attraverso la quale vengono poi depositati sul bucato successivo. Secondo questo Scienziato, in ogni slip resta mediamente circa un decimo di grammo di popò feci [ve lo sareste mai immaginato, sporcaccioni che non siete altro?]. Ma per fortuna la Scienza ci propone anche delle soluzioni, pur se non efficaci al cento per cento. Comunque, a sentir loro dovremmo mandare la lavatrice a 150 gradi [!!!] e alla fine del lavaggio trasferire i panni nell’asciugatrice il più presto possibile poiché i batteri si moltiplicano nei luoghi umidi.

3. Per quanto vi danniate, per quanti sforzi e sacrifici facciate per tenere pulita la vostra casa, sappiate che non ci riuscirete mai del tutto. In ogni centimetro quadrato del pavimento del bagno possono albergare 300 mila batteri: fatevi il calcolo sull’intera superficie e rabbrividite. Mentre un centimetro quadrato del lavello della cucina ne ospita circa 80 mila. Secondo la dottoressa Abruzzo, direttore del centro per le malattie infettive del Long Island College Hospital di Brooklyn, il lavello di cucina non è più pulito, udite udite, della tazza del gabinetto, poiché le stoviglie lasciate lì a bagno danno vita a una magnifica coltura di Escherichia Coli e di salmonella. Purtroppo queste osservazioni sono state confermate anche dalla Harvard School of Public Health.

4. Non tutto quello che mettiamo nella tazza del gabinetto se ne va via quando tiriamo lo sciacquone. Ahimé. Quando compiamo questa operazione, infatti, parti infinitamente piccole di materia fecale se ne vanno fluttuando leggiadramente nell’aria coprendo una distanza di quasi due metri e si depositano su quel che sta intorno, per esempio sugli spazzolini da denti [orrore e raccapriccio!]. Quindi teneteli coperti e alla giusta distanza, se avete un bagno della grandezza che ve lo consente. Oppure conservateli in un’altra stanza.

5. Dopo esservi lavati le mani, asciugatevele con salviette di carta piuttosto che con i getti d’aria [potendo: io li odio]. Secondo numerosi studi di diversi Scienziati il rischio di attrarre batteri è legato alla rapidità con cui vi asciugate: con la carta si impiegano 15 secondi e con l’aria 45, ma la maggioranza delle persone si stufa moooolto prima e rimane con delle pericolosissime mani bagnate.

Per ora ci fermiamo qui. Prossimamente la seconda puntata. La trovate qui.

Paura della morte? Abbracciate un orsetto di peluche

bear_hugMettiamo che avete una scarsa autostima e per giunta anche paura della morte. Che fate? Non mi dite che pensate di intraprendere una psicoterapia! Non sia mai!

Per risolvere questi problemi, oggi così diffusi, è sufficiente che qualcuno vi tocchi. E non fate i maliziosi, perché qui si tratta di Scienza, seppure Pacioccona. Non parlo infatti di smanettamenti di tipo sessuale: quelli fanno star moooolto bene, ma non sono sufficienti a rimettervi in sesto psicologicamente.

Hanno dedotto tutto questo degli Scienziati olandesi non con uno studio, non con due, non con tre, ma con ben quattro studi e il loro articolo è uscito sulla rivista Psychological Science.

Nel primo, mentre porgeva dei questionari a 61 partecipanti, 26 delle quali donne, una Scienziata toccava leggermente per un secondo la loro schiena e magicamente solo coloro con una bassa autostima tendevano a riferire una minore paura della morte in confronto a coloro che non erano stati sfiorati.
Il secondo studio era analogo al primo, ma in questo caso si chiedeva ad altri 59 partecipanti della paura del dentista e non della morte, ma in questo caso il tocco non ebbe alcun effetto. Sarebbe stato utile invece, i dentisti avrebbero potuto aggiungere al loro staff una toccatrice e non avrebbero dovuto più combattere con le reazioni terrorizzate e spesso isteriche dei loro pazienti.

L’esperimento più interessante prevedeva che ai partecipanti venisse chiesto di stimare il prezzo di un orsetto alto un metro. A una parte di loro veniva “ricordata la morte” [mi immagino intimando “Ricordati che devi morire”]. Quelli che appartenevano a questo gruppo che in sovrappiù avevano un ridotta autostima valutavano 23 euro, mentre quelli con alta autostima a cui si ricordava della morte e tutti coloro a cui non veniva citata sparavano un prezzo di 13 euro. Che cosa dimostrerebbe questo secondo i Nostri ineffabili amici? Che il pensiero della morte tra gli individui con la bassa autostima “aumentava il desiderio di essere toccati indicato dal maggiore valore attribuito all’orso. Il nesso mi sfugge, ma non sono una Scienziata, pur essendo Pacioccona.

Ancora. Coloro che avevano una scarsa autostima e tenevano un orso in braccio rispondevano al pensiero della morte con “minore etnocentrismo difensivo” [!!!???] rispetto a quelli che tenevano una scatola di cartone.

Quindi il tocco, concludono gli Scienziati, influenza le paure esistenziali, ovviamente per coloro con bassa autostima.

Devo assolutamente ricordarmi di dirlo ai miei pazienti che ancora si illudono di risolvere le loro difficoltà venendo a parlare con me per 50 minuti ogni settimana. Da ora in poi tutto più semplice: mi limiterò a toccar loro la schiena per pochi secondi e via. Allo stesso prezzo però eh!

Le avventure di ALicE: Svenevolezze #1

FaintsIo sono una che sviene. Come le donne di una volta. In genere mi capita quando qualcosa mi impressiona: svengo quando un mio figlio si fa male. Svengo quando l’anestesista prima del cesareo mi spiega che tipo di ago sta infilando nella mia vena e perché [e giuro che non glielo avevo chiesto davvero!]. Svengo quando al termine di un intervento subito da un parente il chirurgo mi spiega ESATTAMENTE come si è svolto [inutile specificare che nemmeno a costui avevo domandato nulla]. Svengo quando vado a farmi controllare i nei dal dermatologo. Ormai il mio dermatologo mi conosce e lo sa: l’ultima volta era al telefono mentre ha visto arrivare il mio svenimento, e come se niente fosse, continuando a parlare con il suo interlocutore, mi fa cenno di stendermi sul lettino e svenire tranquillamente. Possibilmente senza rompere le scatole a nessuno. E infatti così feci. Ricordo invece la mia “prima volta”: avrò avuto 15 anni e mi sono recata con la Mamma a fare la mia prima visita dermatologica con controllo di tutti i nei. Questo dottore mi guarda letteralmente ogni centimetro di pelle alla ricerca di qualsiasi puntino poco più che chiaro. Comincia dai piedi. Le caviglie, i polpacci, le ginocchia, i fianchi, la pancia, il collo il viso, le orecchie… mi fa girare prona, e quindi: la schiena, e di nuovo le cosce, i polpacci, le caviglie e i piedi. Ditino per ditino. Poi è la volta della testa. Sotto una grossa lente di ingrandimento illuminata mi scruta il cuoio capelluto con una minuzia degna di un orefice. Alla fine non ce la faccio. Avverto arrivare il caldo a vampate. Poi il sudore freddo. Quindi comincio a vedere appannato e a perdere le forze. Insomma: casco per terra e perdo i sensi. Mi risveglio sul lettino del medico proprio mentre sento il deficiente dottore dire a mia madre: “Mi scusi, signora, ma è l’unico modo…”  Non faccio in tempo a realizzare cosa sarebbe successo di lì a qualche frazione di secondo, che subito sento un ceffone sulla guancia. Non riesco nemmeno a riprendermi dalla sorpresa, che arriva il colpo di un’altra sberla sull’altra guancia. E poi un’altra e un’altra ancora. Ricordo solo che mi ripresi dallo svenimento piangendo (letteralmente) per il dolore provocato da quel demente picchiatore fascista represso che se la riprendeva con le ragazzine inermi!

Una volta mi è successo al consultorio pediatrico. Avevo portato il Figlio Piccolo (6 anni allora) a fare dei richiami di alcune vaccinazioni: due punture. Una su un braccino, una sull’altro. Cercavo da giorni di sdrammatizzare la cosa: erano anni  che non faceva punture e lui è molto “charvotoso”, come si dice dalle nostre parti. Ovvero ingigantisce ogni sintomo, e ogni doloretto. Vabbè, certo…  in fondo, seppur piccolo, è sempre un maschio!

Fatto sta che ci rechiamo al centro vaccinale dove ci riceve il nostro Pediatra, che ci conosce da anni: giovane (tipo me!) simpatico, colto, e anche piacente.

Avevo fatto tutto il tragitto dicendo al Figlio Piccolo che sarebbe stata una sciocchezza, e che noi avremmo riso un sacco perché erano due punturine stupide stupide. Lui è entrato subito nella parte e abbiamo fatto la strada ridendo. Istericamente. Siamo entrati nell’ambulatorio e il Piccolino si faceva forza ridendo in modo smaccatamente forzato. Si leggeva in trasparenza tutta la sua ansia. Ma ero stata scottata dall’esperienza con la Figlia Media, che alla stessa età l’hanno dovuta reggere letteralmente in 4 per farle le iniezioni. E lei piangeva, urlava, si divincolava come un’ossessa.

Invece il Figlio Piccolo rideva… rideva… E io ridevo con lui! Promettendogli ovviamente un premio alla fine della seduta.

Insomma, il dottore prende le due siringhe, e al Bimbo ancora ridente pratica il primo buco. E lui continua a ridere con la faccia perplessa.  Poi arriva il secondo buco. E lui, fedele alla sua parte rideva ancora. Un po’ triste in verità. Alla fine l’ho abbracciato empatica, più che per il dolore che doveva aver  sentito, per la prova di coraggio che si era imposto (che gli avevo imposto!) di intraprendere. E allora è arrivato il calore improvviso. Poi il sudore mi ha letteralmente bagnato tutto il corpo, dalla testa ai piedi. Ho cominciato a spogliarmi e a scivolare sulla sedia (dove grazie al Cielo ero seduta). Ho resistito finché il dottore ci ha congedato raccomandandomi di aspettare una ventina di minuti in sala d’aspetto, dove sono corsa a sedermi  e dove a quel punto ho potuto lasciarmi andare. Una signora sì è accorta che non stavo bene e ha chiamato rinforzi. E allora è cominciato il solito circo: mi hanno steso in terra con le gambe sollevate, mi hanno dato acqua e zucchero, mi hanno misurato la pressione e tutto lo sforzo di non crollare davanti al Pediatra è andato a farsi benedire.

Ovviamente non la finivo di scusarmi per il disturbo, perché in queste situazioni avverto soprattutto la vergogna! Ma una cosa buona c’è stata: ho imparato una frase fondamentale che mi sarebbe stata molto utile in futuro. Infatti il Pediatra schermendosi  mi ha giustificato dicendomi: non si preoccupi! Capita! Si è trattato solo di una crisi vagale!

Mmmhhh… crisi vagale… funziona! Funziona molto meglio di “demente core de latta”! Credo che questa definizione potrà servirmi in futuro! Giusto per non rimetterci la faccia. Almeno non del tutto!

Qui si può leggere la seconda parte del post.