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Le avventure di ALicE: Svenevolezze #2

tina-fey-as-liz-lemon-faintingVi ricordate la storia dei miei svenimenti? Il meglio di me l’ho dato la scorsa settimana.

Premessa: il Figlio Piccolo a marzo scorso è caduto in piscina e si è spaccato i due incisivi superiori. Definitivi ovviamente! Dopo la trafila pronto soccorso, la visita alla clinica odontoiatrica, la ricostruzione ecc. ecc. chiediamo al nostro dentista (privato) di valutare il lavoro e soprattutto fare una relazione da presentare alla piscina per la denuncia all’assicurazione.

Ci ha ricevuto la scorsa settimana: accompagno il Piccolo in sala, e mi siedo su una sedia avvisando la dottoressa, sempre gentile e carina, della mia idiosincrasia per tutto ciò che riguarda i denti, e soprattutto le dico della mia propensione allo svenimento. Lei mi tranquillizza, in fondo doveva fargli solo alcune foto: un avveniristico apparecchio appoggiato sui denti ne proiettava l’immagine su un grande monitor: dei dentoni giganteschi con tutte le loro imperfezioni dovute sicuramente al trauma subito. Ma “Va tutto bene!” mi rassicura lei! E io mi faccio forza. Finché la dottoressa non ha la malaugurata idea di chiedere alla sua assistente “un test di vitalità”. Si trattava di uno spray che nebulizzava una sostanza su un tamponcino che la dottoressa appoggiava alternativamente sui due denti del Piccolo chiedendogli: “Senti niente?” E lui non sentiva niente. La prima volta… la seconda… La terza sembra avvertire un poco di fastidio, ma ormai per me era troppo tardi. Ho sentito il caldo improvviso. Poi il sudore. A quel punto mi sono alzata e ho fatto cenno alla dottoressa che sarei andata in sala d’aspetto. Ma lei non aveva capito affatto la mia “urgenza” e sulla porta della stanza mi ha trattenuto chiedendomi se il Piccolo fosse in cura odontoiatrica da qualcuno e se aveva mai messo l’apparecchio. Due domande sciocche in fondo e anche piuttosto legittime. Non per me però. Comunque non in quel momento. Perché a quel punto mi si è annebbiata la vista, ho sentito la testa pesantissima e per la prima volta in vita mia non sono riuscita a prevenire la crisi stendendomi, ma sono caduta in terra come una pera cotta. Ho sentito la dottoressa gridare “Portate via il bambino!!!” e poi ho perso i sensi. E li devo aver persi per parecchio… Quando mi sono ripresa ho visto una serie di persone che si avvicendavano in alto sopra di me. Tipo film. Infermiere, medici, sfigmomanometri, fonendoscopi, acqua e zucchero, strumenti ortodontici usati per ventilare… insomma avevo sollevato con somma vergogna il solito circo a tre piste! Ovviamente resami conto della situazione ho iniziato con le scuse di rito: sono costernata… non vi preoccupate… mi succede spesso… certo sono proprio scema… non sapete come mi dispiace… E lei: sei venuta sola? Ora stai un po’ qui e poi ti chiamo un taxi. Vuoi che chiami il Marito? [si certo, così mi dice di tornarmene a casa in autobus] ”Telefono a tue sorelle?” Fino a che è arrivato un altro dentista, marito della dottoressa, nonché capo di tutta la baracca che, sempre dall’alto mi chiedeva come stavo e cosa fosse successo. A quel punto, cercando di uscire dall’imbarazzante situazione almeno con una briciola di dignità gli rispondo con un’aria degna di Eleonora Duse: “Credo di avere avuto una crisi vagale!”

Di sicuro non sarà servito a risollevare la mia posizione, ma almeno non posso dire di non averci provato!

A rendermi in ogni caso cornuta e mazziata, è stata la “parcella” del tassista: 14 € per tornare a casa!

Tornata a casa ho chiesto al Piccolo se si era spaventato o preoccupato. Lui fa spallucce e mi risponde: Né l’uno né l’altro mamma: sei solo svenuta. Come al solito!

Per concludere, e per farmi sentire un po’ meno sola, e un po più Eleonora Duse, ecco una simpatica carrellata di svenimenti cinematografici!

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Rodolfo er caimano

2gx1op2L’ho conosciuto la prima volta quando mi si è rotta la lavatrice. Ho chiamato il centro assistenza ed è arrivato a casa mia il tecnico. Rodolfo er Caimano, appunto. Avrà avuto 50 anni, romano de Roma, alto, capelli bianchi radi e un po’ lunghetti. Non mi ha colpito per il suo lavoro di tecnico riparatore (per quanto si è dimostrato serio ed efficiente), quanto per la sua chiacchiera e la sua filosofia. E anche per le espressioni colorite che usa. Er Caimano è un vero personaggio e dimostra una cultura non indifferente. Naturalmente ogni seduta dura almeno il doppio perché Rodolfo si dilunga in chiacchiere, ma se avete tempo vale la pena starlo ad ascoltare.

Quella volta parlavamo della concorrenza dei suoi colleghi dell’est, perlopiù rumeni, che hanno più lavoro rispetto agli italiani perché vengono pagati di meno. E allora il tecnico è uscito dal suo ruolo per rivestire quello di affabulatore: parlava puntandomi il dito contro e condendo le sue frasi con frequenti ME SO SPIEGATO? E quindi via a “spiegarmi” che (scrivo in maiuscolo per imitare il suo tono di voce)

FANNO BENE I RUMENI A RUBBA’! C’HAI PRESENTE TRAIANO? C’HAI PRESENTE QUELLO CHE S’È FREGATO QUANNO È ANNATO IN DACIA? BEH, MO I RUMENI SE STANNO SOLO A RIPRENNE LA ROBBA LORO, ME SO SPIEGATO?

Che detto così non fa un plissé! Ma questa è solo una delle decine di lezioni di storia che mi impartì quel giorno. Insomma a me sto Rodolfo mi stava simpatico.

E allora la volta successiva all’ulteriore guasto della lavatrice, ho chiamato direttamente lui, che molto provvidenzialmente mi aveva lasciato un volantino. È li che ho appreso il suo nome: la scritta RODOLFO ER CAIMANO campeggiava su quel foglietto A5! Al telefono mi aveva già spiegato che ora non lavorava più con la B@$H, ma si era messo in proprio. Per me andava bene lo stesso! Quando è arrivato a casa gli ho chiesto il motivo di quella decisione e lui sapete che mi ha risposto (sempre col suo modo, naturalmente!)?

A SIGNO’, LO SA CHE C’È? ME SO’ MESSO A FA’ ER PRESIDENTE OPERAIO! E LO SA PERCHÈ? PERCHÉ QUESTI FANNO I FROCI COI CULI DELL’ARTRI! 

IO ‘NA VORTA SO ANNATO A UNA RIUNIONE DOVE ER CAPO HA DETTO: IO PURE POSSO VIVE CO 1000 EURO AR MESE…. POI È USCITO FORI E È MONTATO SUR TUAREG…. ME SO SPIEGATO? MA LO SA’ SIGNO CHE È ER TUAREG? UN CARRARMATO VESTITO A FESTA! ME SO’ SPIEGATO? ME NE SO’ ANNATO VIA SUBBITO: IO ER TUAREG A TE NUN TE LO PAGO! ME SO SPIEGATO?  ANCHE PERCHÉ A ME, LO SA QUANTO ME PAGAVANO? ME DAVANO ER 50% DELLA CHIAMATA… E LO SA QUANT’È ER 50% DE GNENTE? … GNENTE!

E poi continuava con le sue lezioni di economia politica.

A NOI I TEDESCHI CE FANNO UN CUORE DE PANNA*, ME SO SPIEGATO? MA LO SA PERCHÉ? PERCHÉ NOI FAMO I PAGAMENTI A 60, 90, 180 GIORNI! E QUELLI INVECE PAGANO ALLA CONSEGNA!!!!!

E MO CHE C’È ‘NA LEGGE EUROPEA CHE I PAGAMENTI SE FANNO A 30 GIORNI, LORO CE FREGHENO LO STESSO! NOI LI FAMO A 30 GIORNI? LORO LI FANNO ALLA CONSEGNA! NOI LI FAMO ALLA CONSEGNA E LORO LO SAI QUANDO LI FANNO?

…. ALL’ORDINE!

LO SA CHE VOR DI’ PAGA’ ALL’ORDINE? CHE SE FIDANO DE TE! ME SO SPIEGATO?

Una volta, era la giornata contro la violenza sulle donne, mi tenne mezz’ora a parlarmi di Ipazia (che nella mia ignoranza ignoravo) e della sua uccisione da parte dei cristiani! Rimasi ammirata.

Insomma, se vi si rompe un elettrodomestico (non che io ve l’auguri!) fate come noi: chiamate Rodolfo!

*Figura metaforica per dire “Ce fanno un culo così!”

Le avventure di ALicE: Svenevolezze #1

FaintsIo sono una che sviene. Come le donne di una volta. In genere mi capita quando qualcosa mi impressiona: svengo quando un mio figlio si fa male. Svengo quando l’anestesista prima del cesareo mi spiega che tipo di ago sta infilando nella mia vena e perché [e giuro che non glielo avevo chiesto davvero!]. Svengo quando al termine di un intervento subito da un parente il chirurgo mi spiega ESATTAMENTE come si è svolto [inutile specificare che nemmeno a costui avevo domandato nulla]. Svengo quando vado a farmi controllare i nei dal dermatologo. Ormai il mio dermatologo mi conosce e lo sa: l’ultima volta era al telefono mentre ha visto arrivare il mio svenimento, e come se niente fosse, continuando a parlare con il suo interlocutore, mi fa cenno di stendermi sul lettino e svenire tranquillamente. Possibilmente senza rompere le scatole a nessuno. E infatti così feci. Ricordo invece la mia “prima volta”: avrò avuto 15 anni e mi sono recata con la Mamma a fare la mia prima visita dermatologica con controllo di tutti i nei. Questo dottore mi guarda letteralmente ogni centimetro di pelle alla ricerca di qualsiasi puntino poco più che chiaro. Comincia dai piedi. Le caviglie, i polpacci, le ginocchia, i fianchi, la pancia, il collo il viso, le orecchie… mi fa girare prona, e quindi: la schiena, e di nuovo le cosce, i polpacci, le caviglie e i piedi. Ditino per ditino. Poi è la volta della testa. Sotto una grossa lente di ingrandimento illuminata mi scruta il cuoio capelluto con una minuzia degna di un orefice. Alla fine non ce la faccio. Avverto arrivare il caldo a vampate. Poi il sudore freddo. Quindi comincio a vedere appannato e a perdere le forze. Insomma: casco per terra e perdo i sensi. Mi risveglio sul lettino del medico proprio mentre sento il deficiente dottore dire a mia madre: “Mi scusi, signora, ma è l’unico modo…”  Non faccio in tempo a realizzare cosa sarebbe successo di lì a qualche frazione di secondo, che subito sento un ceffone sulla guancia. Non riesco nemmeno a riprendermi dalla sorpresa, che arriva il colpo di un’altra sberla sull’altra guancia. E poi un’altra e un’altra ancora. Ricordo solo che mi ripresi dallo svenimento piangendo (letteralmente) per il dolore provocato da quel demente picchiatore fascista represso che se la riprendeva con le ragazzine inermi!

Una volta mi è successo al consultorio pediatrico. Avevo portato il Figlio Piccolo (6 anni allora) a fare dei richiami di alcune vaccinazioni: due punture. Una su un braccino, una sull’altro. Cercavo da giorni di sdrammatizzare la cosa: erano anni  che non faceva punture e lui è molto “charvotoso”, come si dice dalle nostre parti. Ovvero ingigantisce ogni sintomo, e ogni doloretto. Vabbè, certo…  in fondo, seppur piccolo, è sempre un maschio!

Fatto sta che ci rechiamo al centro vaccinale dove ci riceve il nostro Pediatra, che ci conosce da anni: giovane (tipo me!) simpatico, colto, e anche piacente.

Avevo fatto tutto il tragitto dicendo al Figlio Piccolo che sarebbe stata una sciocchezza, e che noi avremmo riso un sacco perché erano due punturine stupide stupide. Lui è entrato subito nella parte e abbiamo fatto la strada ridendo. Istericamente. Siamo entrati nell’ambulatorio e il Piccolino si faceva forza ridendo in modo smaccatamente forzato. Si leggeva in trasparenza tutta la sua ansia. Ma ero stata scottata dall’esperienza con la Figlia Media, che alla stessa età l’hanno dovuta reggere letteralmente in 4 per farle le iniezioni. E lei piangeva, urlava, si divincolava come un’ossessa.

Invece il Figlio Piccolo rideva… rideva… E io ridevo con lui! Promettendogli ovviamente un premio alla fine della seduta.

Insomma, il dottore prende le due siringhe, e al Bimbo ancora ridente pratica il primo buco. E lui continua a ridere con la faccia perplessa.  Poi arriva il secondo buco. E lui, fedele alla sua parte rideva ancora. Un po’ triste in verità. Alla fine l’ho abbracciato empatica, più che per il dolore che doveva aver  sentito, per la prova di coraggio che si era imposto (che gli avevo imposto!) di intraprendere. E allora è arrivato il calore improvviso. Poi il sudore mi ha letteralmente bagnato tutto il corpo, dalla testa ai piedi. Ho cominciato a spogliarmi e a scivolare sulla sedia (dove grazie al Cielo ero seduta). Ho resistito finché il dottore ci ha congedato raccomandandomi di aspettare una ventina di minuti in sala d’aspetto, dove sono corsa a sedermi  e dove a quel punto ho potuto lasciarmi andare. Una signora sì è accorta che non stavo bene e ha chiamato rinforzi. E allora è cominciato il solito circo: mi hanno steso in terra con le gambe sollevate, mi hanno dato acqua e zucchero, mi hanno misurato la pressione e tutto lo sforzo di non crollare davanti al Pediatra è andato a farsi benedire.

Ovviamente non la finivo di scusarmi per il disturbo, perché in queste situazioni avverto soprattutto la vergogna! Ma una cosa buona c’è stata: ho imparato una frase fondamentale che mi sarebbe stata molto utile in futuro. Infatti il Pediatra schermendosi  mi ha giustificato dicendomi: non si preoccupi! Capita! Si è trattato solo di una crisi vagale!

Mmmhhh… crisi vagale… funziona! Funziona molto meglio di “demente core de latta”! Credo che questa definizione potrà servirmi in futuro! Giusto per non rimetterci la faccia. Almeno non del tutto!

Qui si può leggere la seconda parte del post.

Vicini troppo vicini

vicini di casaOra, sarà pure vero, come dice l’amico diaccaerre, che succedono tutte a me, ma qui il troppo stroppia, come si dice a casa mia!

Fatto sta che quanto a vicini di casa non siamo stati mai molto fortunati. Prima siamo stati vessati da un condomino che era infastidito dal nostro sciacquone. Così il Papà delle Ragazze ha investito un bel po’ di soldini per insonorizzare il tubo di scarico. Tutto inutile perché il Tipo continuava a sentirlo. Così siamo arrivati al divieto imposto da nostro padre di tirare l’acqua in “quel” bagno dopo le 23. Certo è che noi invece continuavamo a sentire attraverso i muri le loro urla, le botte che lui dava alla moglie e le parolacce con cui le condiva. Ma questa è un’altra triste storia!
Poi è stata la volta di quelli del piano di sopra che a tutte le ore spostavano mobili e durante la notte avevano l’abitudine di fare lunghissime passeggiate per tutta casa con delle pantofole con la tomaia in legno. Abbiamo provato a dirglielo in tutte le lingue, ma niente! Fino a che il Cielo ha voluto che hanno venduto il loro appartamento. Evviva, abbiamo pensato, quasi stappando una bottiglia di champagne! E invece c’eravamo sbagliati. E di grosso, anche, perché, come si dice in giudaico romanesco “male ‘a tosse, pejo ‘o catarro!”
Già perché ad aver acquistato l’appartamento di sopra è stata una coppia di anziani apparentemente tranquilla, ma che poi si sono rivelati dei veri e propri cacacazzi  rompiscatole!
La questione è la seguente: si tratta della casa al mare. E’ in un condominio “adagiato” su una collina, per cui ogni terrazzo guarda quello del piano di sotto come fosse il gradino di una scala. Noi, ci conoscete ormai, siamo una famiglia di pazzi, criminali e mentecatti e d’estate osiamo perfino fare il barbecue… diciamo una volta a settimana!!!
Un comportamento inammissibile, lo riconosco! Anzi: mi autodenuncio!
E il nostro vicino, che è scaltro assai, se ne è accorto. Tanto che ci ha fatto dire dal portiere che dovevamo interrompere queste azioni criminose, o ci avrebbe denunciato.
In verità una sera è anche sceso a casa nostra dandoci, anzi: dandomi (turate le orecchie ai bambini) “della stronza” perché a lui la puzza del nostro barbecue dava fastidio! E si che stavamo cucinando delle semplici bistecche di manzo! Non pesce, non salsicce!
Da allora il Papà delle Ragazze ha preteso che il barbecue si andasse a fare praticamente sulle scale di ingresso, a 50 metri dalla tavola, in modo che il pazzo  nostro Vicino dall’olfatto sopraffino non fosse infastidito dai nostri fumi. Con il risultato di mangiare ogni volta delle bistecche praticamente gelate.
Noi naturalmente in assenza del Papà non ottemperavamo a questo ordine assurdo, e abbiamo continuato beatamente a farci le nostre bistecche nel nostro terrazzo.
Ma adesso viene il bello: La scorsa settimana spicy si è recata alla riunione di condominio della casa al mare, e a fine serata è stata avvicinata da quello che non aveva capito essere “lui” il quale le ha consegnato una lettera per papà.
Ovviamente tale missiva è stata immediatamente scansionata e distribuita in famiglia e fuori. Eccola (cliccare per ingrandire):
Ma vi rendete conto? E’ andato a scovare una notizia del cazzo così futile, che nemmeno i nostri Scienziati Paciocconi, e ne ha fatto un caso clinico pericoloso dal quale tenersi lontano!
Ma secondo voi c’è più monossido di carbonio nell’aria ossigenata e iodata di un posto di mare, sia pure con i pericolosissimi fumi prodotti dalla nostra grigliata, o nell’aria di Roma, dove c’è un tasso di inquinamento elevatissimo e il più alto tasso di motorizzazione in Europa? Che farà il nostro Vicino dall’olfatto sopraffino, scriverà lettere su lettere anche al nostro sindaco per far cessare questa pericolosissima attività, cioè quella di guidare?
E poi: quanto monossido di carbonio deve aver mai inalato la poveretta cinese per subire dei danni cerebrali?
Ma soprattutto: sapete quanto darei io per parlare l’inglese senza sforzi????

ALicE è ancora qui (nonostante il rally di Roma)

VILLA.MICHI.ABARTHQuesto week end sono rimasta sola a presidiare il blog. Mentre le mie so-cio-relle gozzovigliavano in giro per il mondo io sono rimasta a casa “a guardia del bidone”. Prima di partire Laura mi ha fatto le solite raccomandazioni: ricordati di programmare, metti la foto in evidenza, togli la foto dal post che scende (tutti tecnicismi incomprensibili ma VITALI per la sopravvivenza del blog. E per la mia!)… Rileggi comunque anche i miei post perché potrebbero contenere errori, fai questo… fai quello…

Insomma era più divertente la Mamma quando mi diceva (e mi dice ancora) “Attenta ad attraversare la strada”. Oppure il Papà quando si raccomandava di “Non dar fastidio a nessuno!” Per tralasciare poi il “Non vi ubriacate!” se uscivo con Lea quando era di passaggio a Roma.

Tant’è questo preambolo per dirvi che il blog delle Ragazze (e non solo lui!) avrebbe potuto restare orfano questo fine settimana. Tornavo a casa sabato pomeriggio dopo aver accompagnati i Figli agli scout. Mi ero accorta già dall’andata dell’inquietante presenza di automobili tutte colorate in piazza della Bocca della Verità, perché il traffico nelle vie limitrofe era stato deviato. Al ritorno, me ne sto bel bella in macchina guidando per il percorso ormai noto e stranoto. A parte un paio di piccole deviazioni non ho incontrato ostacoli fino a piazza di porta Capena (F.A.O.): ero ferma al semaforo quando dietro di me, provenienti dalla mia stessa direzione, vedo due moto della Polizia Municipale che passavano a semaforo rosso facendo dei cenni dietro di loro a qualcuno che evidentemente stavano scortando.

Solo che nel frattempo il semaforo era diventato verde e io, insieme agli altri automobilisti fermi, siamo partiti imboccando via delle Terme di Caracalla. Ad un tratto capisco “cosa” stavano scortando i due poliziotti della Municipale: una serie di macchine da rally che, rombando come dei tuoni a una velocità non quantificabile dall’occhio umano (non quello di ALicE almeno) ma non inferiore a 150 km/h, imboccano la nostra stessa strada sfrecciando come bolidi e superandoci a sinistra, a destra, sopra sotto… come fossimo in un circuito di formula uno!

Insomma: con una cinquantina di imbecilli Holer Togni che facevano lo slalom tra le nostre automobili non è stato facile mantenere la padronanza del mezzo! E il tutto con la benedizione dei tutori, se non della legge, almeno del traffico.

Recitando la preghiera di scampato pericolo me ne sono tornata a casa, dove ho dato un’occhiata su internet e ho scoperto che proprio sabato si correva il primo Rally di Roma Capitale: la partenza era a piazza della Bocca della Verità e l’arrivo all’EUR. La cosa divertente è che sul sito ho trovato delle informazioni sulle norme di sicurezza per gli spettatori… mi domando se la polizia ne fosse a conoscenza quando ha deciso di farci provare l’ebbrezza di un giro in pista.

Comunque, la cosa importante è che ALicE, l’Emerson Fittipaldi de’ noantri, sia qui a raccontare la sua avventura ma soprattutto, per tranquillità di Laura, che anche il blog è sotto controllo!

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A questo punto è meglio lasciar fare alla natura!

fotoNon ho mai avuto un buon rapporto con le tinture per capelli. Da ragazzina utilizzavo dei rimedi home made nella speranza utopica di ripristinare quel mitologico colore biondo cenere che avevo da piccola. Così d’estate al mare, mi spruzzavo in testa un infuso alla camomilla che compravo in erboristeria. Il risultato? Una specie di capigliatura color giallo paglierino che durante l’inverno scendeva verso il basso svelando la mia ricrescita (sempre più lunga) del mio “castano banale”. Meno male che al colore giallo paglierino non si accompagnava anche il tipico odore “sui generis” che compare sulle analisi delle urine sennò sarebbe stato un casino. Non vi racconto di quando invece ho tentato con la birra: nugoli di vespe che volavano in cerchio sulla mia testa neanche fossero avvoltoi!
Una volta “adulta” mi sono affidata invece alle mani (che speravo) esperte di un vero parrucchiere. Non potendo però andare nel salone dove faccio anche il taglio (perché più di un mutuo alla volta non si può avere, e io già stavo pagando quello della casa) cercavo dei parrucchieri più a buon mercato. Ovviamente “poco pagare poco avere” come recita il poeta, e quindi ho sempre finito per litigare con i ​”​coloristi​”​ di turno, fino ad arrivare a fare rimostranze scritte al responsabile del franchising del salone che  in occasione del matrimonio di mia nipote​ mi trasformò in una specie di tigre​.
La settimana scorsa ​nel fare la solita spesa ​sono entrata in un negozio di casalinghi, quelli che qualunque cosa tu stia cercando, loro ce l’hanno. Beh tra le tante amenità che vendevano ne ho trovata una imperdibile, della serie “mai più senza!” C’era una serie di tintur​e​ per capelli da fare in casa, sotto forma di spuma spray. Fin qui niente di male. La cosa meravigliosa erano le nuances di colori disponibili. Il mogano, per chi adora i capelli rossi, il biondo, per chi pensa che “biondezza mezza bellezza”, il castano, per chi preferisce non fare pasticci e limitarsi a coprire i capelli bianchi. Ma la trovata geniale trovo che sia stata l’idea di commercializzare e vendere il color GRIGIO TOPO! Incredibile! Nemmeno grigio antracite, o grigio brizzolato, o al limite grigio chiaro! No proprio grigio topo, così, a evocare anche il ribrezzo che generalmente provoca (almeno nell’immaginario collettivo) questo roditore! Mi chiedo chi possa preferire il color grigio topo al proprio colore naturale.

​E soprattutto si dovrebbe fare una ricerchina per capire le tendenze di acquisto: quale personaggio preferisce avere i capelli grigio topo piuttosto che del suo colore naturale! Immaginate che capigliatura potrebbe avere costui! Marrone merda, giallo urina, o color vomito! Minimo!
E’ come se qualcuno andasse dal chirurgo plastico per farsi mettere un po’ di rughe, o dall’estetista per aggiungere un pochino di cellulite alle proprie cosce! Allora ben venga la nostra laura che non nasconde il suo sale e pepe nature, ottenuto peraltro senza l’aiuto di prodotti chimici!
A me sembra pazzesco. Divertente, intendiamoci, ma pazzesco!

Il sorvegliante-sorvegliato speciale

9818ce2e-adf4-43e7-90b2-eb1be2c23d1f_412x232Oggi sono andata in banca. Non mi capita spesso di andarci in verità! Sarà che ci lavora il Marito e quindi è raro che io ne abbia bisogno. In più non era la mia banca, ma quella dei miei genitori. Fatto sta che ho assistito a una cosa moooolto divertente che avrei volentieri filmato, se facendolo non avessi rischiato di scrivere i miei post da dietro le sbarre di una prigione. Peccato. Ma spero di rendere comunque l’idea anche solo raccontandola a parole.

Entro nella filiale (non prima di aver depositato gli oggetti metallici negli appositi armadietti: cioè l’intero contenuto della mia borsa) e prendo il numeretto ferma coda.
Mi siedo sulle poltroncine davanti alle casse e attendo il mio turno. Un altoparlante ripete che per la nostra sicurezza i locali della banca sono video sorvegliati e tutto sommato non ci faccio caso più di tanto.

… Peccato che ho dovuto svuotare la borsa all’ingresso, perché almeno avrei ingannato l’attesa con il mio iPad! Invece mi guardo intorno annoiata. Una giovane cliente dopo aver chiesto all’impiegato un blocchetto di assegni, gli domanda “come si usano” (peccato che non lavoro più a contatto con i clienti: sono una categoria in grado di fornire materiale per scrivere volumi e volumi di stupidario umano). E il cassiere, lungi dall’usare una vagonata di acida ironia come avrei fatto io, glielo spiega con inspiegabile pazienza (qui, deve mettere la data, qui l’importo in numeri, qui quello in lettere, qui la firma… ecc ecc.). Io piuttosto che ascoltare questo raro e stomachevole esempio di impiegato modello preferisco vagare con lo sguardo alla ricerca di qualcosa di più interessante. Qualcosa attira finalmente la mia attenzione… Una TV! Che strano! In una banca? Vabbè che siamo un popolo di tele dipendenti, che ci sono schermi ovunque: bar, ristoranti, sale d’attesa dei medici… A mio avviso un malcostume dilagante, ma si sa! Io sono talebana! Mi chiedo che genere di programma stessero trasmettendo. Doveva essere un poliziesco, perché l’inquadratura era su una persona in divisa. Un poliziotto sembrava. Non aveva l’aria di uno di quelli “tosti” all’americana: era un po’ bolso, pelato, con lo sguardo annoiato. Non si sentiva l’audio, ma il personaggio sembrava non stesse parlando. Boh? Forse c’era il volume al minimo. Però che strana inquadratura questo regista! continuava a riprendere il protagonista con un primo piano fisso. Strano film… il poliziotto si gratta la testa e quindi sbadiglia… E…  ALicE alla fine capisce! Ce ne ho messo di tempo (sarà stato il lungo periodo a contatto con la clientela che mi avrà succhiato i miei neuroni? Chissà?) ma alla fine la realtà comincia a emergere. Una realtà (a mia discolpa) che rasenta l’incredibile! Quello trasmesso dalla TV della banca non era un telefilm dell’ispettore Derrick de’ noantri! Era uno schermo a circuito chiuso fisso sulla guardia giurata che (come dicevano gli altoparlanti cui non avevo dato troppo retta) stava sorvegliando i locali della banca! Incredibile! Sto poveretto di sorvegliante, sottoposto a sorveglianza continua senza potersi lasciar andare a un momento di debolezza, che so? un fugace dito nel naso, uno starnuto, uno sbadiglio, appunto, che tutto il pubblico era lì a giudicare! Peggio del grande fratello! Almeno quelli per fare più audience potevano, anzi: dovevano fare il porco comodo loro! Anzi più erano volgari, audaci, disinibiti e meglio era! Questo tapino di un sorvegliante sorvegliato invece è costretto a svolgere il proprio turno di lavoro sotto al vetrino di un microscopio, spiato a 50 pollici da tutti gli occhi indiscreti che capitano in banca: impiegati, dirigenti e clienti. A quale scopo poi? Probabilmente per la sicurezza della stessa guardia, che può sorvegliare i locali senza rischiare di beccarsi una pallottola in testa. Ma non capisco il motivo del monitorone: sorvegliare (per davvero) il lavoro di quel disgraziato? O (come più probabile, ma anche paradossale) fungere da deterrente per un possibile rapinatore? E certo, un “poliziotto” sovrappeso e con l’aria annoiata metterebbe paura a chiunque! Immagino la scena:

“Mani in alto! Questa è una rapina!” Ah, no! Compari, c’è la guardia giurata in TV! Che paura che mi fa! Via! Via! scappiamo!

Insomma, diciamolo: se uno vuole fare una rapina in banca non è certo la consapevolezza che i locali sono sorvegliati a fungere da deterrente. Tanto varrebbe allora trasmettere davvero una puntata di Stursky & Hutch: così si prenderebbero due piccioni con una fava: si intrattiene la clientela mentre si intimoriscono i malintenzionati!

Le avventure di ALicE: Manco a Ostia!

451Eh si! Il Marito e io non sappiamo come comportarci nemmeno a Ostia! Sembriamo sempre la famiglia di campagnoli in visita in città! La scorsa settimana il Marito (che detesta il mare) è tornato a casa con un regalo di una sua cliente: 2 tessere ingresso per uno stabilimento balneare di Ostia (Si! Avete capito bene: non Maldive, non Mauritius, e nemmeno Forte dei Marmi: ho detto proprio Ostia!). Sia ben inteso: non due tessere che avrebbero reso l’ingresso gratuito, semplicemente un pochino meno caro. Comunque abbiamo dato un’occhiata al sito (eccolo): sembrava davvero invitante: il prato, la piscina, la zona privé (vabbè, per quella c’erano scritti i prezzi ed era esclusa già da subito). Comunque un bel posto. In più ho sfruttato la curiosità del Marito, che voleva sperimentare subito il regalo ricevuto, e quella dei figli (perfino del Maggiore) che sono rimasti incantati dalle fotografie del sito web.

Abbiamo quindi deciso di inaugurare le tessere sabato mattina: sveglia alle 7.30 (noi siamo lunghissimi!!!) ho fatto colazione, sono andata al mercato a fare la spesa, sono tornata, ho preparato velocemente dei panini e della frutta per il pranzo, ho svegliato i ragazzi e con solo 30 minuti di ritardo sulla mia tabella di marcia personale alle 9.30 eravamo in macchina alla volta di Ostia Beach! Per noi un vero record!

Un’oretta di viaggio per 27 km di tragitto (non eravamo gli unici romani ad aver avuto questa idea originalissima) ed eccoci arrivati al Lounge Beach. Dal momento che di parcheggio libero a quell’ora non c’era neanche da parlarne, abbiamo optato per il parcheggio interno, dove un signore, bello, elegante e abbronzato ci ha preso le chiavi della macchina e ci ha detto che ce l’avrebbe parcheggiata lui. In cambio ci ha dato un contrassegno. Non osavo pensare quanti euri avrebbe voluto in cambio della restituzione del contrassegno. Ma l’avremmo saputo dopo qualche ora. Sicuro!

Dato l’ambiente scic e un po’ snob, abbiamo deciso di tenere in macchina la borsa frigo e anche la palla dei bambini! Già così, con sacche, zaini, scatole dei cachi e dischi di Little Tony (pace all’anima sua!) eravamo abbastanza soggetti. Ci mancava la boccia del pesce rosso e la gabbia dell’uccellino!

Saliamo la scalinata e arriviamo alla reception: pavimento a doghe di legno, 4 o 5 persone in divisa a riceverci. Facciamo i biglietti: 2 lettini (12.00 € cad.) e 3 ingressi per i ragazzi (5.00 € cad.) per una spesa totale di 39.00 €. [Omissis: il Marito aveva provato a non pagare l’ingresso per i Ragazzi, ma è stato beccato all’istante dalla hostess che “strappava” i biglietti (come al cinema)].

Già dall’ingresso vediamo la piscina che in effetti non delude le nostre aspettative: acqua cristallina, lettini di pietra a pelo dell’acqua dove poter prendere il sole. La Figlia Media mi fa notare subito la cascata… Insomma davvero notevole. Però intanto andiamo a sistemarci in spiaggia! Seguendo le indicazioni della receptionist andiamo da uno dei 10 bagnini (in divisa come le loro colleghe dell’ingresso)  e gli chiediamo i 2 lettini. Nel seguirlo passiamo accanto al prato: lì, alcuni negozietti erano sistemati al centro della strada, e ai lati erano posizionati dei deliziosi gazebo di legno bianchi che ospitavano i lettini dei clienti che preferivano non stare sulla sabbia.

Andando verso il mare superiamo il privé: un settore della spiaggia, un po’ rialzato e con la pavimentazione di legno a doghe sulla quale quale erano disposti una quarantina di lettini in rattan: lo spazio del privé era delimitato da un’elegante cordicella dalla quale veniva vaporizzata dell’acqua per rinfrescare i bagnanti (più ricchi). Ma quella, come dicevamo all’inizio, non era roba per noi.

Arrivati sulla spiaggia vera e propria, quella un po’ “ignorante”, scegliamo l’ubicazione dei nostri lettini rendendoci immediatamente conto che eravamo talmente appiccicati l’uno all’altro, che la nostra privacy (e quella dei nostri vicini) quel giorno ce la saremmo dovuta scordare! Ci sistemiamo e quindi mandiamo i ragazzi in avanscoperta (dopo averne spiegato il significato alla Figlia Mediana) per vedere di capire come funzionava la piscina e per dare un’occhiata ai servizi che la struttura offriva.

Tornano affranti dicendoci che la piscina era riservata ai soli abbonati! Inutile dirvi che era la sola attrattiva che li aveva indotti a venire volentieri con noi! Fatto sta che in fondo in fondo sono dei bravi ragazzi, e che quindi riescono a divertirsi (come tutti i bambini) con il mare e la sabbia. Arriva l’ora di pranzo. Nessuno dei bagnanti vicino a noi era dotato di borsa frigo. Ancora una volta chiediamo ai ragazzi di andare alla macchina con nonchalance e di prendere qualche bene di prima necessità dal bagagliaio. Tornano trionfanti con i panini, una bottiglia di acqua con i bicchieri e un contenitore di frutta sbucciata. Il tutto nascosto come se fosse la refurtiva di una rapina.

Grazie al Cielo riusciamo a mangiare (e soprattutto a bere). A dir la verità non è che io soffrissi moltissimo: se mi date sole, mare, un po’ di venticello e un lettino io sono felice! Il resto della mia famiglia non è di bocca buona come me! Riesco comunque a sopportarli fino alle 15.00 [nel frattempo i Ragazzi avevano provato a mettersi in un angoletto del prato a giocare a carte, ma sono stati subitaneamente allontanati da un bagnino zelante (e rigorosamente in divisa) perché il prato era riservato (anche quello!) agli abbonati!].  Dopodiché, ci rendiamo conto che i nostri vicinissimi di lettino, pur parlando di cose un po’ snob, tipo l’ultimo viaggio alle Maldive, o l’indecisione per la meta estiva (è meglio Sri Lanka o Maui?) non erano persone proprio proprio raffinate! E quindi decidiamo di andare a prendere addirittura l’intera borsa frigo per dare la merenda ai bambini, per bere un altro po’ e per finire di mangiare la frutta. E così facciamo. Rubo un altro poco di sole, ma purtroppo, come dicevo, oltre le 15 non sono riuscita a trattenerli al mare e così, disarmiamo i lettini, sciacquiamo i pochi giochi del mare dei bambini, e ci apprestiamo ad andare via.

Vicino all’uscita ci sono i bagni. Li usiamo. I Ragazzi erano pieni di sabbia, ma la doccia della spiaggia era gelata: non volevamo portarli in macchina coi costumi fradici, così abbiamo detto loro di sciacquarsi alla fontanella che era appena fuori dai bagni. Potete immaginare: in 5 sciacqua un piede, sciacqua l’altro, lava le scarpe, rimettitele, dai una lavata al viso… Ti si risporcano i piedi… Figlio! Hai ancora sabbia sulle gambe, sciacquati bene! Insomma, non solo ci abbiamo messo un’ora, ma sembravamo una famiglia di senzatetto! Finché un inserviente straniero (in divisa!)  ci si è avvicinato chiedendoci: “È la prima volta che venite qui da noi?” E noi “Ehm.. si…” (Perché non si vede? Non siamo abbastanza fuor d’acqua e soprattutto, non diamo l’impressione di non sapere come ci si comporta? In poche parole non si vede che NON siamo gente di mondo?) Certo che è la prima volta! Allora molto gentilmente e pazientemente l’inserviente (che stava asciugando il pavimento fuori dei bagni) ci informa che all’interno ci sono gli spogliatoi, con la doccia calda (per tutti! Non solo per gli abbonati!): dunque potevamo cambiarci e lavarci senza dare spettacolo. E magari uscire come fossimo dei figurini, invece che dei figuranti!

Il Marito stava anche seguendo il tale all’interno per farsi mostrare “come fare la prossima volta”… ma l’ho richiamato in fretta chiedendogli di affrettarsi ad andare via, perché tanto, una prossima volta non ci sarebbe certo stata!

Ah! Uscendo abbiamo anche scoperto quanto voleva l’elegante guardia macchine per riavere il contrassegno in cambio della nostra automobile: ben 8 euri, che sommati ai 39 spesi prima fanno un totale di 47!  E per una giornata in un carnaio, perdipiù a disagio, non c’è male! Davvero!

Le avventure di ALicE: la fototessera

fototessera-macchinaIn realtà la mia carta di identità non era scaduta. Anzi, l’avevo rinnovata da pochissimo. Però (evviva la burocrazia italiana) quando la carta di identità viene rinnovata con l’apposizione di un timbro… non è più valida per l’espatrio. Anche se  (evviva la burocrazia italiana) non c’è scritto da nessuna parte. Comunque, com’è, come non è, sono tornata in circoscrizione per fare la carta di identità nuova. In ogni caso non era una cattiva idea: la fotografia che avevo prima sul documento era inguardabile: sembravo una terrorista degli anni ’70! Brutta, con i capelli mesciati in modo improbabile da un parrucchiere col quale litigai (ma questa è un’altra storia), un’espressione del viso a metà tra l’incavolato e l’inebetito. Insomma, l’idea di avere un nuovo documento con una fotografia più simile all’originale alla fine mi allettava. Poi avevo due gettoni che mi inviò qualche tempo fa il gestore delle macchinette romane per risarcirmi di 7 € che una volta una delle loro cabine mi fregò senza farmi alcuna foto in cambio. Dunque, tornando alla mia foto, mi pettino, mi trucco, mi improfumo (lo so che in foto non si sarebbe visto, ma avrebbe accresciuto la mia auto stima, e questo mi avrebbe reso più sicura di me e quindi più fotogenica). Insomma mi avvio alla macchinetta, mi siedo sull’apposito sgabello, lo regolo in altezza, mi guardo malamente attraverso il riflesso sul vetro posto davanti a me (che non è uno specchio) e metto nella fessura il gettone per fare la foto (almeno lo uso!). Mi tolgo gli occhiali, faccio il mio sorriso migliore, schiaccio il pulsante verde per scattare la foto, continuo a sorridere, aspetto qualche secondo per visualizzare la foto sul monitor dietro al vetro e… mi accorgo che lo sfondo della foto, che per legge deve essere bianco, era pieno di graffiti osceni disegnati con un pennarello rosso sul pannello posto dietro alla testa… Qualche deficiente si era divertito a mie spese a imbrattare la macchinetta per le fotografie. Era diventato quindi inutile scattare una nuova foto se la prima non mi soddisfaceva, perché non avevo certo i mezzi per pulire il pannello (anche se avevo anche pensato di comprare alcool e straccio… ma rischiavo che fosse solo una perdita di tempo)! Così armata del secondo gettone mi sono avviata verso un’altra macchina, a 500 metri da li, sotto la metropolitana. Mi fiondo nel sottopasso, raggiungo la macchinetta, e senza nemmeno pensare che dentro potesse esserci qualcuno, apro di colpo la tendina per accertarmi che il pannello che fa da sfondo non fosse stato oggetto degli stessi atti vandalici del primo. Ma la cabina non era vuota! Una signora (di una certa età) che mi guarda come fossi una matta (io!) si stava beatamente truccando. Ma non aggiustando il trucco, cosa che capita a tutti di fare prima di farsi una foto tessera, stava facendo una vera e propria seduta di maquillage! Comunque mi scuso con l’attempata signora e esco aspettando che la visagista abbia finito l’opera di restauro. Aspetta che ti riaspetta, la signora non dava segni di vita. Ero li col piedino nervoso quando la tipa finalmente si decide. Non a uscire, ma almeno a chiedermi: “deve fare la foto”? [No, no! È che il mio hobby preferito è appostarmi fuori dalle macchinette per rubare le fotografie della gente!] “Eh si, signora! Devo proprio fare la foto”! È lei “ma ha fretta”? [signora, lei non sa con chi sta parlando! ALicE ha SEMPRE fretta! ALicE ha sempre qualcosa da fare, perché per religione non può rilassarsi mai!] invece le rispondo con un laconico “quanto basta”! Così la vecchia signora si decide finalmente a optare per un “allora intanto faccia lei”! Non me lo sono fatto ripetere due volte e mi sono catapultata sul seggiolino, ho di nuovo sfoderato il mio sorriso delle migliori occasioni, e ho scattato le 3 foto di prova: una con gli occhiali, una senza, una con un sorriso meno smagliante [dovessero pensare che ho anche qualcosa per cui ridere! De ‘sti tempi!]. Scelgo la posa migliore delle tre optando per quella senza occhiali, ma col sorriso! In fondo in fondo almeno dalla carta di identità avrò una bella presentazione!

Ah! Dimenticavo: naturalmente una volta tornata a casa ho segnalato i graffiti al gestore della cabina: non si sa mai che mi mandino un altro gettone omaggio!

Il ruggito di ALicE: uno sfondone pazzesco!

Quando la scorsa settimana ho sentito il tema del giorno al Ruggito del Coniglio, non mi sono saputa trattenere (d’altra parte quando mai mi capita di trattenermi?)

Lo spunto l’avevano preso da un’affermazione della ministra Cancellieri, secondo la quale la lontra è un volatile! Vabbè non capirci niente, ma tra un uccello e una topona la differenza dovrebbero conoscerla tutti, ancorché ministri. Ma tant’è, come si sa, qualunque sciocchezza in bocca a un personaggio pubblico viene amplificata. Allora Presta e Dose hanno chiesto al Popolo di Radiodue quando avevano detto o sentito dire uno sfondone!

E si sa! ALicE, che vive nel paese delle meraviglie, di sfondoni ne dice parecchi. Ma non perché lei sia stupida, o scema. No! perché parla di getto, senza riflettere nemmeno un secondo. Vi ricordate questo post?

E così di aneddoti che mi riguardavano potevo raccontarne a iosa. Per esempio quella volta in cui dissi a una mia collega: “Quella persona mi è antipatica a livello dermatologico”! Ma non sono in grado di citare solo i miei svarioni. Una volta un cliente di banca del Marito gli disse: “Clienti solubili come me difficilmente ne trovi!” o un altro, parlando della moglie disse: “Beh, lei ha un sacco di problemi e sodomizza tutto!”

Insomma, non avevo che l’imbarazzo della scelta, allora ho raccontato l’episodio che sentirete nel filmato. Sappiate però che nell’attesa di andare in diretta radiofonica, su un foglio di carta mi sono appuntata le parole “storpiate”, per evitare che il mio neurone me le facesse scordare!

Che amarezza!