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La Bibbia firmata Chagall: “Sansone e il leone”

Uno spazio relativamente notevole, cinque immagini, è dedicato da Chagall alle vicende di Sansone, nn. 53-57: il sacrificio di Manoach, la lotta con il leone, le porte di Gaza, Dalila, la morte. Le scene più note all’arte occidentale sono le ultime due, ma Chagall ha voluto ricostruire l’intera parabola esistenziale dell’eroe, con la sua esemplarità.

L’incisione n. 54, “Sansone e il leone”, si colloca all’interno di una lunga tradizione artistica, dalle scene di caccia mesopotamiche alle imprese di Ercole, dai feroci ed eleganti dipinti di Delacroix a quelli naif ma altrettanto feroci di Antonio Ligabue. La lotta con il leone ha sempre assunto un valore simbolico: basti pensare al fatto che anche il giovane Davide si cimentò nei corpo-a-corpo con la belva (episodio raffigurato al n. 62); le imprese di Ercole vennero rilette cristianamente dai Padri della Chiesa, e a vari santi si attribuisce il miracolo dell’ammansimento del leone.

Un momento di formazione, quindi: la vittoria su se stessi. Tant’è che qui il leone ha lo stesso volto del giovane Sansone. E al ragazzo nudo Chagall ha cancellato gli organi genitali che inizialmente aveva disegnato, quasi a sottolineare il superamento di ogni istinto “bestiale”. Nella scena successiva Sansone, ancora nudo, porta in spalla le enormi, pesanti porte di Gaza. Anche qui c’è un riferimento all’iconografia della “forza della sopportazione”: Atlante che regge il mondo, Cristo che porta la croce, e magari Caino con il fascio di spine (che nel Medioevo era l’immagine associata alle macchie lunari, non il faccione sorridente).

Ma gli eroi possono cadere, nonostante tutto il training spirituale. Ecco così che al n. 56 la coppia Sansone-Dalila si trasforma in una blasfema, o ironica, caricatura della Pietà di Michelangelo. Il domatore di leoni stavolta viene “capovolto” e “soggiogato” dalla traditrice. Ulteriore ironia, sembra che Sansone sia stato evirato… che non è la stessa cosa della vittoria sulle pulsioni allusa nell’illustrazione 54. Come sappiamo, comunque, Sansone si riscatterà pienamente con il suo sacrificio finale.

Peraltro, ancora una volta, Chagall sembra reinterpretare in modo ammiccante ma intenso l’iconografia cristiana: Annunciazione (Manoach), Tentazioni nel deserto (leone), Via crucis (porte di Gaza), Pietà (Dalila), Risurrezione / Discesa agli inferi (abbattimento delle architetture infernali). E l’altalenante storia di Sansone prepara il terreno per i prossimi eroi tragici: i re Saul e Davide.

dhr

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La Bibbia firmata Chagall: “Giosuè e i re sconfitti”

La seconda acquaforte dedicata al successore di Mosè che commentiamo è la n. 49 “Giosuè e i re sconfitti”. Una delle immagini più tese dell’intera serie biblica di Chagall, anche se, come sempre, la violenza è allusa ma non mostrata. Qui è vero che Giosuè ha un’aria minacciosa, e i cinque re un’aria spaventata, però non scorre una goccia di sangue; diversamente da una grandguignolesca miniatura medievale che ho avuto modo di scoprire, in cui le teste dei re uccisi ruzzolavano giù da cavallo schizzando zampilli rossi.

Questa immagine, mesi e mesi fa, è stata quella che ha fatto scoccare la scintilla dell’idea di commentare diffusamente la serie, perché conteneva intriganti messaggi criptati. In questo caso, l’elemento “ulteriore” è il re al centro del gruppo dei prigionieri. Penso esistano pochi dubbi che si tratti di un Ecce Homo, di un Cristo della Passione. A scanso di equivoci, l’artista lo ha raffigurato nella postura detta sindonica: volto allungato, occhi chiusi, naso robusto, capelli lunghi, barba a doppia punta, mani incrociate sul pube. Come in infinite Pietà della pittura tardo-medievale e proto-rinascimentale.

Che cosa significa? Escluderei tanto un’esortazione al massacro dei cristiani, quanto, a maggior ragione, una polemica contro i “perfidi” ebrei “deicidi”. Ad accomunare i due personaggi è sostanzialmente il nome: Jehoshuach, anche se in italiano Giosuè e Gesù sono diventati due suoni diversi. Come accennato la volta scorsa, nelle illustrazioni bibliche chagalliane Giosuè assume un’ampia valenza simbolica; e altrettanto vale per Gesù, che l’artista utilizza sempre anacronisticamente in contesti diversi da quelli standard. Simboli, ma di cosa?

Di primo acchito mi veniva in mente il discorso sulla guerra che si trova nel Bhagavad Gita, ma non esageriamo con i sincretismi. No, c’è una radice molto più vicina. I due Jehoshuach hanno il comune il davàr, la parola e la “cosa”. Diventano simbolo della realtà della Storia, che secondo Chagall è un cammino aperto, incerto, ambivalente. Giosuè e Gesù sono le due facce della stessa medaglia. Come insegnava Qohelet: “Tutto è vanità / un soffio di vento (non a caso, la stessa radice del nome Abele)… C’è un tempo per uccidere e un tempo per curare, un tempo per demolire e un tempo per costruire, un tempo per piangere e un tempo per ridere… un tempo per amare e un tempo per odiare, un tempo per la guerra e un tempo per la pace”.

dhr

La Bibbia firmata Chagall: “Giosuè davanti all’angelo con la spada”

Alle vicende di Giosuè, Chagall dedica ben dieci immagini, le nn. 42-51, sostanzialmente il 10% dell’intera serie biblica. Un tema quindi che l’artista aveva caro, fino al punto da inserire addirittura delle ripetizioni (la n. 50 e la n. 51, “L’esortazione di Giosuè” e “Giosuè e la pietra di Sichem” sono due versioni, molto simili, dello stesso episodio).

A colpire di più, tuttavia, è la incredibile metamorficità del successore di Mosè, che cambia completamente aspetto fisico, età e abbigliamento da un’illustrazione all’altra; al punto che, se non ci fossero le didascalie, sarebbe impossibile dedurre che si tratta della stessa persona. È evidente che Chagall ha concentrato su Giosuè numerosi temi, facendone il “prestanome” di diversi personaggi ideali. In qualche caso, come nel n. 47, la precisione dei dettagli somatici lascia supporre che il pittore avesse in mente qualcuno di sua conoscenza.

Dopo averci ruminato per mesi, sono arrivato alla conclusione che la soluzione più ovvia spesso è la più azzeccata. Questa poliedricità di Giosuè, probabilmente, non fa altro che riflettere i “diversi aspetti” della Terra promessa (quale era negli anni ’30, ripetiamolo). Passando in rassegna le 10 acqueforti, la Terra promessa si presenta come: dura lotta; ritorno all’Eden; luogo in cui si onora e si ascolta la Torah; luce della Presenza divina; terreno fisico, suolo, Natura da amare e benedire.

Per questa rubrica verranno scelte due immagini che contengono riferimenti iconografici piuttosto interessanti. La prima è la n. 45 “Giosuè davanti all’angelo con la spada”. Come sempre, il primo impatto è di un’immediatezza palmare. E ingannevole. L’incisione rispetta alla lettera il testo biblico riportato in didascalia: “Ora, trovandosi Giosuè nei dintorni di Gerico, alzò gli occhi e vide innanzi a sé un uomo in piedi, con in mano una spada sguainata (…). Giosué cadde bocconi a terra, l’adorò e disse: Che cosa comanda il Signore al suo servo?”.

Però. Però. È vero che, in questa sequenza di immagini, Giosuè cambia continuamente look, ma qui l’impressione è che si sia trasformato nientemeno che in… donna. L’angelo, dal canto suo, con la sua posa statuaria e quella enorme spada non impugnata per l’elsa, ma esibita simbolicamente tenendola per la lama, fa pensare parecchio al Cherubino posto all’ingresso del giardino dell’Eden dopo la cacciata di Adamo ed Eva.

L’ingresso nella Terra promessa, che – sit venia verbis – non è tanto un movimento geografico quanto un’introduzione nel cuore stesso di Dio, costituisce il risanamento del patto originario tra il Creatore e la creatura. Chawwà (Eva), la Madre di tutti i viventi, qui identificata con la “figlia di Sion”, ha ritrovato la strada per il paradiso perduto.

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La Bibbia firmata Chagall: “La morte di Mosè”

“La morte di Mosè” (n. 41) è un’immagine talmente provocatoria da costringere il curatore del volume, Enzo Di Martino, a commentarla nell’introduzione. Questa la lettura che ne dà: “In tutti gli episodi nei quali si parla del Signore, Egli viene sempre ‘rappresentato’ da angeli sospesi nel cielo (…). Dio, infatti, secondo il dettato biblico non può essere rappresentato visivamente, e appare soltanto nella tavola della morte di Mosè, forse perché al grande Patriarca è stato impedito di vedere la terra promessa; quasi dunque una ‘ricompensa’ dovuta solo a lui. ‘Così il Signore – è scritto – parlava con Mosè faccia a faccia, come un uomo parla a un altro uomo”.

Questa interpretazione mi sembra piuttosto probabile. Tenendola come sottofondo, vorrei però spingermi un pochino più in là. Anzitutto Mosè non si limita a salutare con un cenno della mano il Signore che scende verso di lui, ma è fisicamente attirato verso l’alto dal raggio di luce (vedi l’ombra “staccata” sotto il suo corpo) e già inizia a smaterializzarsi. Sembra quasi una abduction extraterrestre, e del resto il linguaggio ufologico inglese ha una forte connotazione biblica. A parte questo, le due mani di Dio e di Mosè che si avvicinano per toccarsi alludono alla “Creazione di Adamo” di Michelangelo. È l’inizio di una nuova creazione, di una nuova vita immersa nel Divino; sullo sfondo a sinistra si intravede la Terra promessa.

Mosè ha lasciato cadere il bastone: non è più tempo di imprese eroiche (cfr. sopra, gli episodi delle tenebre sull’Egitto e del passaggio del Mar Rosso), e neppure di “giochi di prestigio” (cfr. Mosè e il serpente, n. 28, qui non riportata). Solo silenzio. Ma è qui che Chagall, a mio avviso, partendo da questa scena drammatica, opera uno dei suoi capovolgimenti grafici/teologici più arditi, la sua provocazione più alta. Mosè infatti ha gli occhi CHIUSI, quindi NON vede sacrilegamente il volto di Dio. Ma noi… sì. Noi, mentre osserviamo l’illustrazione, compiamo l’azione blasfema di vedere Dio in forma umana.

Mosè viene castigato (gli è mostrata, ma preclusa, la Terra promessa) e allo stesso tempo viene premiato (accolto nella luce di Dio). In concomitanza, anche noi siamo castigati (violiamo la Torah raffigurandoci Dio come uomo)… significa quindi che anche noi saremo premiati, e proprio attraverso la negazione delle nostre aspettative?

dhr

La Bibbia firmata Chagall: “Il vitello d’oro”

Nell’acquaforte “Il vitello d’oro” (n. 38) Chagall sembra, involontariamente o volontariamente, scherzare con chi lo accusa di essere scarso in disegno. Se guardiamo i numerosi personaggi che affollano la scena, noteremo subito che sono sproporzionati, e che si dimenano goffamente. Licenza artistica? Non direi. Il fatto che Chagall abbia accostato uomini di dimensioni tutte diverse lascia intendere che intendesse esplicitamente veicolare un’idea di sproporzione, disarmonia, gestualità incoerente, e in definitiva perdita della propria identità.

Che, poi, è esattamente il tema dell’idolatria. L’idolo, nella Bibbia, non è tanto un manufatto di legno o di metallo di fronte a cui ci si inchina, quanto un dio, cioè un punto di riferimento assoluto, che però viene modellato sulla base delle proprie categorie mentali. E quindi non è Dio, per definizione.

Da notare anche che il vitello d’oro, per quanto stilizzato, è anatomicamente corretto; ma immobile.

Perciò ecco come Chagall, con il consueto acume, oppone il Sacro e l’idolo. In tutte le opere del pittore il mondo del Sacro è 1) non pedissequamente realistico, ma 2) composto, armonioso e 3) dinamico. Qui il mondo dell’idolo viceversa è 1) piattamente realistico, 2) scomposto, disarmonico e 3) immobile, nonostante si possano compiere mille gesti inutili. Basta confrontare quest’immagine con il suo opposto, quella del Roveto ardente.

Ora, sempre nella mentalità biblica, è vero che l’idolo rispecchia chi lo ha “creato”, ma è anche vero il contrario: che chi adora gli idoli diventa loro simile. Come esperienza conferma.

dhr

La Bibbia firmata Chagall: “Passaggio del Mar Rosso”

Grazie all’arte di Chagall, nel “Passaggio del Mar Rosso” (illustrazione n. 34) il bastone di Mosè diventa una… bacchetta magica, con effetti sorprendenti.

Come sempre, la composizione della scena parte da un’estrema cura didascalica. Al gesto imperioso di Mosè gli ebrei, capitanati dall’“angelo del Signore”, attraversano incolumi il Mar Rosso, mentre gli egiziani vengono sommersi dalle acque che si richiudono. Ma con un colpo di destrezza degno di un prestigiatore, Chagall gioca con l’effetto prospettico. A causa dell’orizzonte / punto prospettico molto elevato, infatti, il movimento in avanti del popolo ebraico appare come un movimento verso l’alto; e la massa degli inseguitori egiziani è in diretta continuità con quella del popolo in fuga. Solo la spuma delle onde… o la Nube?… divide i due schieramenti.

Il risultato è che si crea un UNICO movimento dal basso verso l’alto: gli egiziani (l’umanità scomposta e violenta) attraversano le onde, o la Nube, quindi si trasformano nel popolo eletto (famiglie pellegrinanti e disarmate) che vola verso il cielo. L’angelo indica all’intera umanità la via verso Dio.

“In quel giorno (…) il Signore si farà conoscere agli egiziani e gli egiziani riconosceranno in quel giorno il Signore, lo serviranno con sacrifici e offerte, faranno voti al Signore e li adempiranno. Il Signore percuoterà ancora gli egiziani, ma, una volta colpiti, li risanerà. Essi faranno ritorno al Signore ed egli si placherà e li risanerà. In quel giorno ci sarà una strada dall’Egitto verso l’Assiria; l’assiro andrà in Egitto e l’egiziano in Assiria, e gli egiziani renderanno culto insieme con gli assiri. In quel giorno Israele sarà il terzo con l’Egitto e l’Assiria, una benedizione in mezzo alla terra. Li benedirà il Signore degli eserciti, dicendo:
Benedetto sia l’egiziano mio popolo, l’assiro opera delle mie mani e Israele mia eredità”.
Isaia 19,21-25

dhr

La Bibbia firmata Chagall: “Le tenebre sull’Egitto”

Chagall dedica ovviamente ampio spazio alle vicende di Mosè (nn. 26-42); qui sceglieremo appena qualche episodio in base a particolari motivi di interesse e, in sostanza, nei limiti della mia ignoranza.

Dell’illustrazione n. 31, “Le tenebre sull’Egitto”, da notare anzitutto la figura di Aronne, nell’angolo in basso a destra. Nell’iconografia cristiana Mosè compare praticamente sempre da solo, mentre Chagall rispetta il testo biblico che indica una stretta e continuativa collaborazione tra i due fratelli. Nel primo caso si sottolinea la presenza di UN leader indiscutibile (che sia Mosè, il Cristo o il Papa…), nel secondo si mette in luce l’aspetto “dialettico”, “dialogico” del processo di Rivelazione.

L’immagine è la più tenebrosa dell’intera serie biblica di Chagall. Il punto intrigante è però proprio l’essenza delle tenebre. Un angelo, in alto a destra, indica il nome di Dio che appare come sospeso sopra la testa di Mosè. La prima interpretazione, la più diretta, è che Mosè sta agendo con l’autorità dell’Altissimo, conferitagli dall’alto. È però possibile un’interpretazione più arguta. Il nome di Dio infatti risulta scritto “sopra” le tenebre, quasi come un’etichetta o una didascalia. Quindi le tenebre sarebbero il Signore stesso, che è luce per chi confida in Lui (Mosè è fosforescente), tenebra per chi Lo respinge. Cfr. il testo biblico più avanti, Esodo 14,20.

Un’interpretazione ancora più coraggiosa ci viene – indirettamente – suggerita dall’antropologo e teologo gesuita Pierre Teilhard de Chardin, nel suo commento all’episodio del Vangelo in cui Gesù cammina sulle acque (Matteo 14,22 ss). Lì il Cristo raggiunge i discepoli, che si sono imbarcati in precedenza, mentre il lago di Genezareth è agitato dalla tempesta. Vedendolo camminare sulle acque i discepoli si spaventano, ma lui li rassicura: “Non temete, sono io”. Bene, secondo Teilhard de Chardin, quel “sono io” si riferisce a tutto ciò che spaventa l’uomo: le tenebre, le tempeste della vita. Forse per questo nella fascia inferiore dell’illustrazione di Chagall si vedono la popolazione e gli animali pericolosamente fluttuanti in una specie di mare oscuro. Ma lui, il Principio del cosmo, dice: “Non abbiate paura delle tenebre e della tempesta. Tutto questo sono io (Io Sono)”.

dhr

La Bibbia firmata Chagall: “Roveto ardente”

 

Oggi per i cattolici è Domenica delle palme, quindi una delle ricorrenze più sacre. Per non essere da meno, noi ci soffermeremo nientemeno che sull’episodio del “Roveto ardente” (n. 27), un tema che Hollywood, Spielberg incluso, ha sempre sfruttato senza problemi, ma che a un artista ebreo fa sicuramente tremare le vene e i polsi… anzi, a rigore non dovrebbe neppure osare raffigurarlo.

Con la consueta signorilità, Marc Chagall parte dalla composizione iconografica più classica possibile, con il roveto sulla sinistra e Mosè sulla destra (come nel 90% delle raffigurazioni dell’episodio, chissà perché). Mosè è doverosamente scalzo, ma i dati certi finiscono qui. Perché, più si osservano i dettagli, meno ci si raccapezza; e dato il tema, viene da pensare che l’enigmaticità sia volutamente voluta dall’artista.

“Leggiamo” l’immagine come un testo ebraico, ossia da destra a sinistra. La presenza delle pecore è, in partenza, motivata dalla Bibbia in quanto si dice che Mosè stava pascolando il gregge dello suocero Ietro. Tuttavia c’è da sospettare che, come nell’incisione n. 3 e tante altre, e come nei dipinti di Chagall, gli animali rappresentino la vita naturale, manifestazione della bontà creatrice di Dio e delle gioie dell’esistenza. Tra parentesi, l’agnello è anche l’animale che rimanda alla salvezza di Pasqua, in entrambe le religioni.

Quanto a Mosè, mi ci sono cavato gli occhi, ma niente riesce a togliermi dalla testa che abbia 3 occhi! Il terzo – a meno che non sia uno scherzo involontario prodotto da qualche linea casuale – si troverebbe sotto l’occhio sinistro, cioè destro rispetto a noi (vedi dettaglio). SE è così, non si tratta affatto del “terzo occhio” che fa trendy perché si riaggancia al millenario misticismo dell’India. È invece un occhio seminascosto, secondario, provvisorio, che si apre per un attimo e poi scompare. Mosè ha visto Qualcosa che nessun altro ha visto, le sue “porte della percezione” si sono ampliate, ma sì e no. Il Mistero si è svelato e subito ri-velato.

Infine, il roveto… non è neppure un roveto, un cespuglio (burning bush, in inglese); è un alberello. A essere sinceri, neppure la fiamma è una fiamma che avvolga la vegetazione: è una sfera di luce, in cima, al cui centro è scritto il Nome. Una sfera da cui risuona la Parola. Sotto di essa, un “corpo” formato dal fogliame. Ancora sotto, un tronco suddiviso in due, come due gambe accostate. Visto a una certa distanza, il roveto si trasforma in una sagoma umana. Anzi no, umana mai, altrimenti NON sarebbe Dio. Una forma “aliena” nel senso etimologico del termine. Come il cosmico Buddha-Amida che si intravede nella celebre cascata dipinta da Hokusai, con una testa sferica, senza tratti umani, e lunghe membra flessibili.

Che cosa ha visto Mosè?
Ha visto QUELLO.
Di più non è lecito dire.

dhr

La Bibbia firmata Chagall: “La partenza di Giacobbe per l’Egitto”

L’illustrazione n. 24, “La partenza di Giacobbe per l’Egitto”, conferma ulteriormente l’amore di Chagall per i mix grafici tra Bibbia ebraica e Vangeli… ma il punto focale sarà un altro.

Il riferimento all’iconografia cristiana si trova in basso a destra, con la figura della donna incinta che viaggia a dorso d’asino. Evidente il richiamo alla scena pre-natalizia della Madonna che va a Betlemme per dare alla luce Gesù; ma con un interessante raddoppiamento, perché qui la situazione è quella della “Fuga in Egitto” per scampare alla persecuzione di Erode, ossia DOPO la nascita di Gesù. Del resto, le due immagini erano molto simili anche nella tradizione pittorica, cfr. Giotto ecc.

In pratica, Chagall concentra almeno tre cronologie: il viaggio di Giacobbe e “famiglia” (in senso lato) verso l’Egitto, il viaggio di Maria di Nazareth verso Betlemme, il viaggio di Maria verso l’Egitto. Il messaggio comune direi che è quello di un popolo in costante situazione di “esodo” e/o persecuzione. La donna incinta, nella poetica di Chagall, rappresenta quanto di dolce, e anche di fragile, c’è nell’esistenza umana.

Tuttavia a incuriosirmi è soprattutto un altro dettaglio, ossia il cammello. Un animale che compare in numerosissime incisioni bibliche di Chagall (qui spesso non riportate). In alcuni casi era lo stesso testo biblico a postularne la presenza, ma l’artista lo inserisce di propria iniziativa anche in tante altre scene.

L’idea che mi sono fatto è che il cammello, nelle prescrizioni alimentari del Levitico, conta tra gli animali “impuri”. Per buona misura, Chagall aggiunge spesso un ulteriore animale “impuro”, ossia il cane; anche qui, in basso al centro. La chiave di lettura potrebbe fornirla Primo Levi: solo l’“impurità” genera la vita; solo il miscuglio e il guazzabuglio rendono possibile l’insorgere e lo svilupparsi di qualsiasi cosa in questo nostro pazzo mondo. I gas “nobili”, viceversa, sono “inerti”.

Per Levi, questa era una chiave di lettura per la sua esistenza personale e per quella del mondo (cfr. il simbolo del centauro nell’omonimo racconto; e tanti altri racconti, dai primi agli ultimi della sua produzione). Pare che Chagall sia d’accordo con lui.

dhr

La Bibbia firmata Chagall: “Giuseppe riconosciuto dai suoi fratelli”

Dedico questo post alla memoria di mio padre. Oggi, 3 aprile, sarebbe stato il suo 81° compleanno nonché il suo onomastico, chiamandosi Riccardo. Diceva sempre, ironicamente, che ho “mani da artista” 🙂

Se la volta scorsa Chagall ci ha sorpresi insediando William Shakespeare sul trono del faraone, stavolta, con l’incisione n. 23 “Giuseppe riconosciuto dai suoi fratelli”, scopre le carte circa le sue fonti d’ispirazione. L’immagine infatti riprende in maniera inequivocabile il celeberrimo dipinto di Rembrandt “Il ritorno del figliol prodigo”.

L’occhiolino strizzato a Rembrandt ha un motivo specifico, oltre alla generica ammirazione: l’artista olandese è stato infatti uno dei pochi Grandi a realizzare un intero ciclo di incisioni dedicate alla Bibbia. Dopo di lui, e prima di Chagall, c’è stato sostanzialmente solo Gustave Doré. Dopo Chagall, negli anni ’60, toccherà a Salvador Dalí, che però adotterà il colore anziché il bianco/nero dei tre predecessori. Nel caso del colorista Chagall, l’uso del b/n ha significato una sfida in più, anche tecnica oltre che tematica. L’artista franco-russo farà omaggio a Doré ad esempio nelle acqueforti n. 39 “Mosé spezza le tavole della Legge” e  n. 79 “La preghiera di Salomone”.

Il rimando al figliol prodigo conferma due tendenze già più volte riscontrate in precedenza:
1) illustrare la Bibbia ebraica alla luce dell’iconografia cristiana, creando interpretazioni incrociate;
2) e soprattutto, cambiare le carte in tavola. Perché è evidente che qui l’episodio del figliol prodigo viene capovolto: non è il figlio minore a tornare a casa ammettendo le proprie colpe (Vangelo secondo Luca 15,20-21), ma è tutta la sua famiglia che va da lui, all’estero, in terra pagana, a chiedergli perdono. E qui il figlio non ha bisogno di essere rifocillato e rivestito (Luca 15,22-24) perché è lui il ricco della situazione; anzi, sarà lui a garantire vitto e alloggio ai parenti, padre incluso.

L’ultima frase del padre del figliol prodigo: “Questo mio figlio era morto ed è ritornato in vita” apre a un’ulteriore allusione. Nella tradizione cristiana, il versetto viene interpretato come un’anticipazione della morte e risurrezione di Gesù, e qui Chagall sembra avere in mente proprio quell’episodio nel modo in cui compone la scena: un personaggio in candide vesti attorniato da un gruppo di persone che lo riabbracciano incredule.

La scena viene descritta così nel Vangelo secondo Matteo (28,16-17): dopo la risurrezione, “gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono”.

Anche nell’incisione di Chagall, accanto a uomini felici o commossi, si nota qualcuno con un’espressione perplessa in faccia. E così, l’artista ebreo richiama alla memoria del lettore cristiano un versetto del vangelo che forse lui preferirebbe ignorare, tant’è che in tutta la teologia e la predicazione della Chiesa viene quasi censurato: “Essi però dubitarono”.

dhr