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Compleanno di Chagall: se non ci pensa Google ci pensa dhr!

Oggi Chagall compie 125 anni, parafrasando Schroeder dei Peanuts. Mi sarei aspettata un doodle da Google, ma sono rimasta delusa. Allora con dhr abbiamo pensato di porre rimedio a questa grave mancanza. Più che altro è stato lui a farlo con questa bella immagine evocativa che abbiamo postato all’unisono sui nostri blog in una sorta di gemellaggio chagalliano.

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La Bibbia firmata Chagall: Postfazione

La Bibbia illustrata da Marc Chagall è come una mitologica sirena: non solo è bellissima e incanta, ma ha una coda.

La coda consiste nelle sue illustrazioni per le Mille e una notte, opera che – come la Bibbia – ebbe una lunghissima gestazione, ventennale, prima di giungere alla pubblicazione. Nel caso delle Sacre Scritture, il lavoro fu in gran parte eseguito negli anni Trenta del Novecento, ma poi completato negli anni Cinquanta. Nel frattempo, nel 1948, venne alla luce la limitata e prestigiosa edizione delle Mille e una notte, la cui prima idea risaliva addirittura agli anni Venti.

A proporgliela era stato il ricco editore francese Ambroise Vollard, anfitrione di artisti quali Rouault e Picasso, e specializzato in volumi di superlusso. Allʼepoca, Chagall aveva rifiutato perché non era soddisfatto delle tecniche di stampa a colori allora disponibili; un aspetto su cui non era disposto a transigere per raffigurare in maniera degna il mondo raffinato e caleidoscopico di Sharazad. Solo più tardi, in America, il pittore si imbatté in un tipografo allʼaltezza, decidendo quindi di rimettere in cantiere il progetto.

La versione chagalliana delle Mille e una notte è tuttʼaltro che unʼedizione critica. Anzitutto, contiene solo quattro fiabe, e in secondo luogo si basa non sui manoscritti arabi ma sulla traduzione inglese del rimaneggiamento francese operato da Antoine Galland.

Lʼinteressante però è che a scegliere le “Notti” fu Chagall in persona. Già la selezione dei testi rivela molto di lui, soprattutto in quella fase della sua esistenza. Storie di amore con donne dal fascino irresistibile, eventi che si accalcano e si intricano, popoli diversi che fanno fatica a comprendersi o si fanno la guerra. Era il mondo appena uscito dal secondo conflitto mondiale; e Chagall stava ancora metabolizzando la morte dellʼadorata moglie Bella (1944), prima di convolare a seconde, felici nozze con Vava (1952). La tavola di apertura mostra infatti il sultano e Sharazad “benedetti dallʼalto” da una donna celestiale: evidente augurio che Chagall faceva a se stesso per il futuro, chiedendo lʼintercessione soprannaturale della compagna scomparsa.

Altrettanto interessante è il fatto che lʼartista si muove con grande libertà per il testo delle Mille e una notte, modificando molti dettagli e aggiungendo del suo, cioè elementi tipici del proprio immaginario, nonché elementi tratti dalla Bibbia. Ad esempio, il “grande e potente sovrano di nome Sabur” rinvia decisamente a Salomone. La sfilata della femme fatale Halimah è raffigurata come una sorta di “ingresso del re o Messia a Gerusalemme”, tema ebraico o cristiano che Chagall si diverte a rielaborare in vari modi. Qui, ad esempio, la b/Bella è nuda, e nel suo corteo si intravede un personaggio simile a David con in mano la testa di Golia.

Soprattutto, in questa serie Chagall recupera un tema esplicitamente che aveva lasciato “implicito” nelle incisioni per la Bibbia: la tentazione di Adamo ed Eva in Eden. La scena in cui Jauharah irretisce il suo spasimante Badr Basim per poi trasformarlo in uccello, viene condensata in unʼimmagine in cui lei attira lui su un albero, mentre lui viene morso da unʼenorme creatura blu-verde dalla sagoma attorcigliata, con gli occhi rossi.

Da rimarcare infine il discorso ecumenico, per cui lʼebreo Chagall illustra un testo musulmano infarcendolo di riferimenti ebraici, cristiani e orientaleggianti. Il suo atteggiamento non è niente affatto irenista, ossia “massì! Mosè, Gesù, Maometto, Buddha, è tutto uguale”. Chagall non cerca facili risposte nelle varie religioni, semplificandole e banalizzandole tutte; al contrario, nelle diverse religioni cerca domande difficili: quelle sulla vita, sulla morte, sullʼumanità, sulla direzione della Storia. Le stesse domande con cui è stato costretto a confrontarsi anche lui.

dhr

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Edizione italiana: Le mille e una notte a colori, illustrate da Marc Chagall, Donzelli, 2011, pagg. 242, euro 23.

La Bibbia firmata Chagall: “La vocazione di Ezechiele”

La Bibbia illustrata da Chagall termina, in modo solo apparentemente sorprendente, con “La vocazione di Ezechiele”. Ma è subito evidente che si tratta di un’immagine dal valore più ampio, universale: la degna conclusione del percorso sacro, anzi l’unica conclusione possibile.

La Bibbia di Chagall non termina con un “gran finale col botto”, come fa il Nuovo Testamento con il libro dell’Apocalisse. Non termina neppure con un’estasi divina, come fa Dante in Paradiso 33. Termina esattamente dove inizia: con la lettura della Bibbia stessa. A ognuno di noi, come a un novello Mosè, la mano di Dio porge la Scrittura affinché la mettiamo in pratica e la meditiamo (in quest’ordine, non viceversa: cfr. Esodo 19, versetti 5 e 8; e soprattutto Esodo 24, v. 7). È interessante notare che Chagall ha illustrato i libri della Torah e i libri dei Profeti, ma non gli altri Scritti, chiamati “libri sapienziali” nella tradizione cristiana. Forse perché il vero libro della sapienza è quello che deve scrivere ognuno di noi con la propria vita.

Un invito all’“ascolto”, quindi. Un ascolto che avviene nel presente, l’unico tempo che esista. Come ripete il quinto rotolo della Torah, il Deuteronomio (chiamato Devarìm dagli ebrei, ricordo bene?): “Questa Alleanza non è stata stipulata con i vostri padri, ma con voi”, dove “voi” sono gli ascoltatori in questo istante. “Se non io, chi? E se non ora, quando?”, per riprendere l’arcinota massima di Rabbi Hillel.

Però la cosa non è così semplice e immediata, come Chagall suggerisce con arguzia. Infatti, le parole sul rotolo della Parola sono mezze cancellate, e… il lettore ha un occhio aperto e uno chiuso. Più di così, non possiamo fare. Meno di così, non dobbiamo fare.

[Tra parentesi aggiungo una micro-polemica contro la teologia cristiana, teologia nella quale peraltro sguazzo volentieri per hobby. Ci sono stati e ci sono autori cristiani che riprendono il metodo esegetico rabbinico, ma mi pare un’operazione illecita. Nella mentalità rabbinica, infatti, NESSUNO ha in tasca la chiave della verità, quindi le interpretazioni sperticate e spregiudicate sono una manovra da hacker, un tentativo di violare il codice segreto di accesso al significato del mondo, della Storia, di Dio. Se invece, come i cristiani, si parte dal presupposto di avere fin dall’inizio la risposta definitiva (il Messia), il metodo non serve più a niente. In positivo, comunque, trovo affascinante il fatto che Chagall abbia applicato le tecniche esegetiche rabbiniche sul piano grafico: è stato l’unico?]

Un grazie grosso come una casa alle Ragazze e alle lettrici / ai lettori di questa rubrica, che per me è stata come scoprire un tesoro: scava scava, e trovi delle pietre preziose, e le metti in bacheca… scava scava, e di nuovo… scava ancora, per settimane, per mesi, e continuano a saltar fuori pietre preziose.
Allora… alla prossima 😉

dhr

La Bibbia firmata Chagall: “La visione di Ezechiele”

La penultima acquaforte, “La visione di Ezechiele” (n. 104), è tra gli esempi più alti della metodologia adottata da Chagall per questa serie biblica: fedeltà al testo a un primo sguardo, al secondo sguardo una acuta contaminazione con altri spunti. Di primo acchito, infatti, l’immagine è semplice e diretta: il profeta si prostra di fronte ai quattro Viventi, la manifestazione di Dio che lo raggiunge in terra d’esilio. Un tema che ha avuto notevole successo anche nella storia dell’arte cristiana; il dipinto più famoso – ma non il migliore, a mio parere – è quello di Raffaello e/o aiutanti. Anche Dante riprese questo episodio nella processione simbolica in cima alla montagna del purgatorio.

Scendendo nei dettagli, appaiono una serie di parallelismi e di novità. Anzitutto, Ezechiele è scalzo, e in questo modo l’apparizione che gli si presenta è in continuità con il roveto ardente di Mosè. Poi però ecco un particolare inatteso: il profeta è avvolto dalle fiamme, diversamente dal testo biblico che pone la scena in riva al fiume Chebar, un canale dell’Eufrate. Probabile allusione al mondo che può diventare un “inferno” a causa della malvagità umana (cfr. illustrazione n. 101).

Anche i Viventi sono poco fedeli alla lettera. Al di sopra di essi non si vede Dio, che è solamente alluso tramite raggi di luce che filtrano dall’alto; il testo invece descriveva anche l’aspetto dell’Eterno. E soprattutto, i quattro Viventi non corrispondono a quelli elencati dal libro di Ezechiele. In quel caso si trattava di leone, aquila, toro e uomo; qui abbiamo leone, uccello (forse aquila, forse generico), mucca e donna. Chagall sembra avere radunato i simboli a cui è più affezionato: la forza e la nobiltà del leone, tema non frequente nella sua pittura, ma costante in questa serie; e soprattutto i tre protagonisti di tutta la sua arte, l’uccello, la mucca e la donna, figure di tutto ciò che è positivo, bello, vitale, spirituale.

In questa penultima immagine, Chagall sintetizza l’oscurità e la drammaticità della Storia, da un lato, e dall’altro la luce di Dio che permea l’anima e l’universo. Il mondo è in parte tenebra e fiamme, in parte è vita e angelicità. Per citare il filosofo buddista indiano Nagarjuna: “Tra il samsara [questo mondo di divenire e dolore] e il nirvana non c’è la minima differenza”.

Ma manca ancora l’ultima parola… l’immagine n. 105, che vedremo tra sette giorni.

dhr

La Bibbia firmata Chagall: “La presa di Gerusalemme”

Una quarantina di incisioni della Bibbia furono rielaborate da Chagall negli anni ’50, e questa – “La presa di Gerusalemme” (n. 101) – pare decisamente uno di quei casi. Soprattutto nella parte inferiore si notano aree “grattate” e ridisegnate.

La scena si riferisce alle tragiche descrizioni del profeta Geremia riguardo alla distruzione della Città santa e alla deportazione della popolazione a opera dei babilonesi, ma Chagall aggiunge un ulteriore tocco di cupezza, devastazione, disperazione, che non può non far pensare agli avvenimenti europei degli anni ’30-40. Il popolo viene trascinato via in massa, senza distinzione: uomini, donne, anziani, bambini, potenti (il re) e umili. E già ai lati della lunga colonna in marcia si vedono mucchi di cadaveri.

Addirittura l’angelo, che in tutte le illustrazioni precedenti era stato messaggero di luce, insegnamenti, coraggio, consolazione da parte di Dio, qui ha lo sguardo come pazzo, e brandisce una torcia incendiaria. Si è trasformato in una Erinni, una Furia dell’iconografia greca e poi  rinascimentale: simbolo di ira, di tormento, di guerra, di morte violenta. Dio è assente. Da Gerusalemme, cinta di mura, si levano immense fiamme. La Città santa è diventata una dantesca Città di Dite.

Mai Chagall aveva dipinto una scena così oscura, senza via di uscita. Perfino nella sua celebre “Caduta dell’angelo”, terminata nel 1947, affiorava qualche segno di speranza, e comunque l’angelo cadeva proprio perché la sua sorte era solidale con quella del popolo perseguitato. Qui no.

Eppure, con un ennesimo capovolgimento esegetico, in basso a sinistra un uomo si volta e alza le braccia in segno di invocazione verso… la Furia infernale. Perfino nel paradosso e nella negazione il fedele sa intravedere, se non la presenza, almeno la possibilità di Dio. Come si legge nel Salmo 60:

Dio, tu ci hai respinti, ci hai messi in rotta,
ti sei sdegnato: ritorna a noi!

dhr

La Bibbia firmata Chagall: “L’Uomo guidato dall’Eterno”

Una delle immagini più suggestive – a mio parere – dell’intera serie. Si intitola “L’Uomo guidato dall’Eterno” (n. 97) e in prima istanza si riferisce a Isaia 42,6: “Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano”, ma il soggetto e il titolo rimandano chiaramente a un significato più universale, simbolico. Distinguerei almeno 5 livelli di interpretazione, in un orizzonte via via più vasto.

1. L’angelo ha volto femminile. Sul piano autobiografico, sembra una ripresa del tema della donna-guida-angelo che torna continuamente nella pittura di Chagall. Tanto più che, quando lavorava all’edizione definitiva di queste incisioni, aveva già perso l’adorata moglie Bella.

2. Sul piano culturale si intravede un riferimento al “magico mondo” delle saghe e leggende popolari. In particolare, il personaggio condotto per mano da una fata fa pensare ad alcune scene del “Sogno di una notte di mezza estate” o anche della “Tempesta” (già varie volte si sono notati dei richiami a Shakespeare, e addirittura il suo ritratto nell’illustrazione n. 22).

3. Sembra poi esserci un richiamo molto particolare alle leggende angeliche, ossia la figura di Uriel, che in antiche rappresentazioni cristiane era mostrato come l’angelo che guidò Giovanni il Battista nel deserto (notare anche l’aureola dell’uomo). Il culto di Uriel venne proibito dalla Chiesa cattolica fin dall’VIII secolo, ufficialmente perché non era menzionato nella Bibbia, in realtà perché cominciava a formarsi una “pericolosa” spiritualità New Age ante litteram. Uriel restò comunque presente nell’arte della Chiese est-europee, grande fonte di ispirazione per Chagall. Nel Seicento questo angelo avrà un ruolo di un certo rilievo nel poema “Paradiso perduto” di John Milton.

4. Con questa immagine, Chagall “recupera” inoltre un episodio biblico escluso dal Tanak ebraico, ma accolto nelle Scritture cristiane: il viaggio di Tobia accompagnato dall’arcangelo Raffaele. Un tema amatissimo dai pittori del Rinascimento. Ancora in Milton, Raffaele è l’intermediario per eccellenza tra Dio e Adamo, l’Uomo.

5. Infine, il titolo dell’opera può essere messo in relazione con Esodo 33,23-30: l’Uomo è guidato dall’Eterno, Lo segue, ma di Lui vede solo le spalle. Tuttavia, con un altro dei suoi capovolgimenti rocamboleschi, Chagall fa sì che Dio ruoti la testa di 180°, in modo che l’Uomo possa vederlo sia di spalle che di faccia! In più, si tratta di un Volto femminile: Dio nella sua “interfaccia” femminile, la Shekinà, la Presenza. Amore materno di un Dio che non abbandona l’umanità smarrita nelle tenebre.

dhr

La Bibbia firmata Chagall: “Promessa a Gerusalemme”

Continua la serie delle immagini “messianiche”, anche nei titoli. Questa, la n. 96, ad esempio si intitola “Promessa a Gerusalemme”, sulla base di Isaia 54,6-10: “Sorgi! Rivestiti di luce…”. Notare come Chagall prenda alla lettera il testo: un uomo si riveste di un tessuto luminoso, dotato di ali, che gli aderirà addosso e lo trasformerà in angelo, come suggerito dalla figura al centro a destra. Un angelo che vola lungo la curva dell’arcobaleno, come la Iride della mitologia greca, ma soprattutto come il messaggero celeste che annunciava la pace a Noè dopo il Diluvio (vedi illustrazione n. 4).

Già in quell’occasione emergeva un’allusione di Chagall all’idea di “divinizzazione” tipica della teologia della Chiesa ortodossa, il pensiero religioso dominante in Russia. Qui comunque, ancora una volta, Chagall mantiene rigorosamente distinti i piani: per l’umanità, diventare luce, diventare angeli significa partecipare alla condizione del Divino, ma non di Dio nella sua invalicabile trascendenza, HaShem. Lo sottolinea la sfera luminosa con il Nome di Dio, in alto a destra, che si libra a un livello superiore rispetto all’angelo.

Come rimando esterno, anche quest’immagine riutilizza in parte l’iconografia cristiana della Risurrezione. Come rimando interno, la si può interpretare come l’“inveramento” della n. 16 “La lotta [di Giacobbe] con l’angelo”. Uomo e angelo non sono più in lotta, sono diventati Uno. Ma questo è possibile, e sensato, solo quando si sia toccato il punto finale della Storia umana. Fino ad allora, cioè per tutti i secoli dei secoli, il rapporto tra umanità e Dio rimarrà dialettico, “teso”, “contro-verso”, anche ambiguo. Tant’è vero che l’immagine più tragica disegnata da Chagall per la Bibbia si trova ancora più avanti (la n. 101, come vedremo).

Infine, spingendomi un po’ più in là, provo a ipotizzare che il personaggio barbuto raffigurato nell’incisione 96 sia Michelangelo Buonarroti, il grande pittore della Bibbia. È come se Chagall volesse rendere omaggio al suo esimio collega facendogli ricevere il “premio celeste” che merita. Michelangelo aveva scolpito i Prigioni, simbolo dello spirito che fatica a svincolarsi dalla terra; adesso non è più prigioniero, ma avvolto nella luce. Michelangelo, nel Giudizio universale, aveva inserito il proprio autoritratto in forma di una pelle scuoiata; adesso lo riveste una pelle angelica! Anche il gesto delle due braccia richiama il Giudice finale della Cappella Sistina. Se è così, lo humour di Chagall è pari solo al suo genio.

dhr

La Bibbia firmata Chagall: “Tempi messianici”

L’illustrazione n. 92 s’intitola “Tempi messianici”, ma in effetti l’intera sezione conclusiva della Bibbia firmata Chagall affronta questo tema. Approfondiremo varie immagini di tale sezione; due in questa puntata, altre nelle successive.

Nella n. 92, basata sul testo di Isaia cap. 11, i rimandi iconografici sono numerosissimi. Il mondo perfetto che conclude e supera la Storia è un paradiso terrestre; ma anche una nuova arca di Noè, un tema a cui Chagall aveva dato rilevanza proprio all’inizio della serie. Il “bambino messianico”, a sua volta, deriva da una lunga serie di personaggi: Orfeo che ammansisce gli animali, poi diventato Gesù Bambino tra il bue e l’asinello, e poi ancora il Cristo risorto che si manifesta nel Giardino come principio della vita eterna, nella teologia cristiana (qui il bambino ha l’aureola, è seminudo e in una posizione che richiama abbastanza i dipinti sulla Risurrezione). Un ulteriore richiamo all’arte cristiana è data da Dio creatore, in alto, ispirato agli affreschi della Cappella Sistina.

Ma, guardando l’immagine nel suo insieme, emergono ulteriori suggestioni. Anzitutto l’Uovo cosmico, un simbolo antichissimo. Volendo, si potrebbe perfino intravedere una cellula con il serpente che fa da DNA (scoperto nel 1953, proprio mentre Chagall lavorava alla versione definitiva delle incisioni bibliche). Il serpente del resto, non raffigurato da Chagall nell’Eden, era stato mostrato nell’acquaforte n. 28 in atteggiamento quasi giocoso con Mosè: la Torah rende la Terra un giardino divino.

Il mondo rinchiuso, avvolto, in una sfera trasparente ritorna in quasi tutta la sequenza conclusiva della serie biblica. Molto probabilmente si tratta di una citazione dalle ante esterne del celebre “Trittico delle delizie” di Hieronymus Bosch (vedi allegato). In entrambi i pittori il contesto è una raffigurazione ambigua, tragica e fantasiosa, del mondo.

La sfera, o bolla, compare anche nell’illustrazione n. 95 “La liberazione di Gerusalemme”, riferita a Isaia 52: “Consolate, consolate il mio popolo…”. Ed è l’unica volta, in queste 105 immagini, che Chagall rappresenta l’angelo con uno dei tefillin sulla fronte (gli astucci di cuoio contenenti brani della Torah, che gli ebrei portano durante la preghiera del mattino) e lo shofar, il corno del giubil(e)o. Liberazione cosmica e liberazione storica.

Eppure non è questa l’ultima parola. Mancano ancora 10 passaggi alla fine…

dhr

La Bibbia firmata Chagall: “Salomone sul trono”

Dopo tanto tempo, Chagall ci ripropone una rilettura dell’arte ortodossa bizantina / russa. “Salomone sul trono” (n. 81) richiama infatti un personaggio tipico delle icone della Pentecoste, il “re” ossia il Mondo che attende la predicazione del Vangelo per essere liberato dalle tenebre. Lo si trova sempre nella parte inferiore delle raffigurazioni bizantine della Pentecoste.

Il collegamento tra Salomone e l’icona non è solo di tipo estetico: il sovrano di Israele chiese in dono la Sapienza, e nella teologia delle Chiese ortodosse la discesa dello Spirito santo è appunto associata alla divina Sophia; si parla di “teologia sofianica”.

Poste le analogie, emergono le differenze. La prima differenza che balza all’occhio è che qui il re non è prigioniero, non è nelle tenebre. In secondo luogo, Chagall esalta il valore simbolico-universale del personaggio inserendo, cosa rarissima in tutta la sua produzione, elementi tratti dall’arte pagana antica. Salomone, in segno di dominio universale, tiene in mano il globo del mondo come nelle raffigurazioni degli imperatori d’Oriente e Occidente.

Quanto alle due belve in basso, sono tratte dalla maestosa “Porta dei leoni” di Micene. E altri due leoni stanno accucciati sullo sfondo; danno l’impressione di essere in carne e ossa, non di pietra. La figura composta e serena del protagonista in mezzo alle belve fa però immediatamente passare a un collegamento biblico: Daniele nella fossa dei leoni. Il fatto che i leoni appaiano evidentemente ammansiti rassicura sul fatto che Dio è intervenuto a beneficio del personaggio, e quindi del mondo intero.

In definitiva, attraverso la figura di Salomone, Chagall sembra riassumere la condizione del mondo: un mondo pieno di bellezza e splendore, ma anche irto di pericoli. Solo la sapienza, la serena fiducia in “Colui che ammansisce i leoni”, permette di affrontare l’avventura della vita. Come cantano i Salmi: “Anche se camminassi in una valle oscura, non temerei alcun male, perché Tu sei con me… Vi farò passare incolumi tra leoni e serpenti…” (e le decorazioni sul tappeto ondulano come due serpenti che strisciano verso il trono).

dhr

La Bibbia firmata Chagall: “Il Cantico di David”

La storia di Saul+Davide occupa la bellezza di 16 illustrazioni, dalla n. 60 alla n. 75. La prima cosa da notare è la legittimazione del regno di Saul: Chagall mostra la SUA unzione regale (n. 60), non quella del successore. Anche al momento del suicidio (n. 65) Saul mantiene una dignitosa compostezza. Interessante presa di posizione, perché nella Bibbia si alternano pagine pro e contro il “primo” re di Israele.

Quanto a David / Davide, nella lunga serie di immagini a lui dedicate… non compare quasi nulla delle vicende che lo hanno visto protagonista. In pratica Chagall rilegge la figura del grande re sostanzialmente come cantore ispirato, e come padre che soffre. Davide viene infatti raffigurato ben quattro volte con la cetra, intento a intonare i Salmi. Altre quattro acqueforti riportano la storia di Assalonne, la cui ribellione mise a rischio il regno, e la cui morte fece piangere il re. Che io sappia, solo un altro artista ha affrontato in modo tanto analitico questa vicenda: l’espressionista tedesco Ernst Ludwig Kirchner con le sette xilografie “Absalom” del 1918 (per esempio quella dal titolo “Assalonne si unisce alle concubine di suo padre”). Lì la rivalutazione del ragazzo è ancora più netta, mostrandolo come giovane ribelle, vittima della gretta società borghese (già predisposta ad abbracciare il nazismo).

L’opera qui presentata, “Il cantico di Davide” (n. 74), è interessante in particolare per i rimandi linguistici e iconografici, quindi anche contenutistici. È una delle varie occasioni in cui Davide viene mostrato mentre innalza lodi a Dio; in questo caso, quasi rapito in estasi, lascia cadere la cetra. Il testo ebraico è scarabocchiato piuttosto male, ma si riconoscono alcune parole tratte dai primi versi del cantico di Davide in 2Samuele 22, quali: eqrà HaShem = invocherò / voglio invocare il Signore; meoivài = dai miei avversari; ki afafenì = poiché mi circondavano…

Quasi in arguto contrasto con lo spirito polemico dell’inno, qui Chagall tocca uno dei vertici del suo ecumenismo. Perché questo re Davide che loda il Signore, a braccia aperte, investito da un cono di luce, con indosso un rozzo saio con cordone, richiama i dipinti medievali e rinascimentali su frate Francesco che riceve le stigmate. Mancano ovviamente le stigmate, e qui manca anche l’angelo, ma Chagall riprenderà in modo ancora più esplicito l’episodio de La Verna nelle illustrazioni n. 88 “La visione di Elia” e 91 “La visione di Isaia”. Tra l’altro, proprio il cantico di Davide, 2Samuele 22 ai versi 10-11, offre un appiglio per questo parallelismo: il Signore “abbassò i cieli e discese… cavalcava un cherubino e volava, appariva sulle ali del vento…”. Un ecumenismo che sboccia quasi spontaneamente nell’arte perché, da una parte, Chagall illustra la Bibbia ebraica tenendo sott’occhio la pittura cristiana; e viceversa, l’iconografia francescana è basata sulle narrazioni bibliche degli incontri tra i giusti e gli angeli.

Però, a ben pensarci, non c’è affatto contrasto tra Davide che esalta la sconfitta dei nemici, e l’esperienza mistica di Francesco. Perché in quel momento il Poverello di Assisi si sentiva abbandonato da tutti, e le stigmate furono un “segno” dall’Alto, di approvazione e di conforto. Eqrà HaShem.

dhr