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Compleanno di Chagall: se non ci pensa Google ci pensa dhr!

Oggi Chagall compie 125 anni, parafrasando Schroeder dei Peanuts. Mi sarei aspettata un doodle da Google, ma sono rimasta delusa. Allora con dhr abbiamo pensato di porre rimedio a questa grave mancanza. Più che altro è stato lui a farlo con questa bella immagine evocativa che abbiamo postato all’unisono sui nostri blog in una sorta di gemellaggio chagalliano.

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Chagall dʼArabia. E vissero felici e contenti

L’illustrazione che apre il volume è in realtà l’ultima realizzata da Chagall, e “rappresenta” il gran finale di tutto il percorso umano-artistico che attraversa le Mille e una notte.

L’immagine in teoria raffigura i due protagonisti della raccolta, il sultano e Sharazad, distesi a letto mentre lei gli racconta una fiaba dietro l’altra per avere salva la testa. Basta però una rapida occhiata per accorgersi che si tratta di una confessione autobiografica quant’altre mai.

Il giovane sultano indossa non il turbante ma la classica berretta da pittore francese. E l’unione (presumibilmente) spirituale e (innegabilmente) carnale tra i due viene benedetta da una figura femminile, in abiti sfarzosi, che si vede e non si vede, librata in volo sopra di loro… un fantasma. Impossibile resistere alla tentazione di identificarla con Bella che, dal cielo, accetta anzi incoraggia il nuovo rapporto. Chagall si è riconciliato con il proprio presente e passato, è pronto alla nuova avventura sentimentale con Vava, che infatti – a quanto è dato sapere – sarà stabile quanto la prima.

Chagall usa tutti i mezzi messigli a disposizione dal proprio linguaggio pittorico per sottolineare la positività di quanto sta accadendo. I due corpi nudi si confondono in uno solo, come simboleggiato dalla “fusione ermafrodita” tra la gamba sinistra di lui e quella destra di lei. Inoltre, ADESSO tutti e due si trovano nell’area rossa del disegno, colore del sangue e della vita pulsante.

Il blu profondo, colore dell’oltretomba (cfr. il mare in varie illustrazioni di questa serie), è riservato alla zona superiore dove c’è Bella. Già il fatto che sia l’area superiore, e non inferiore come il mare, è un buon segno. In più, il colore della notte è ampiamente rischiarato da un trionfo di calda luce gialla e da una tempesta di foglie di un tenero verde. Viene in mente il limbo dantesco visitato da Beatrice, nell’incisione del Doré. Orfeo non ha raggiunto Euridice, ma viceversa.

La luce è emanata da un sole che a sua volta si trova all’interno della sagoma di un uccello gigantesco. Un altro simbolo di vitalità esuberante, di gioia; l’esatto opposto dell’uccello serpentiforme, demoniaco, visto in una puntata precedente.

Ed è qui che la vicenda personale del pittore si riaggancia alla Grande Storia del suo popolo. Il volatile, quasi un Cherubino, allude alla presenza benedicente di Dio negli alti e bassi delle vicende umane. La Bella trasfigurata diventa un’icona della Shekinà.

Il grande uccello di fuoco (opera di Stravinskij che Chagall ebbe modo di illustrare) ricorda anche un albero luminoso, come l’Albero della Vita nel paradiso terrestre, sotto cui si distendono felici un nuovo Adamo e una nuova Eva. O addirittura il Roveto Ardente. Irradia luce perché “lampada ai miei passi è la Tua parola, luce sul mio cammino… Se anche camminassi per una valle oscura, Tu sei con me” come recitano i Salmi.

Un ringraziamento di cuore a tutte/i per l’attenzione e l’amicizia.

dhr

E’ questa l’ultima puntata della serie che il nostro e ormai vostro amico dhr ci ha regalato. In attesa di un’altra delle sue idee, vi anticipiamo che la collaborazione con lui continua in un modo del tutto nuovo. Lo scoprirete a breve. Intanto oggi rinnoviamo a lui i nostri ringraziamenti.

Chagall dʼArabia. Nel blu dipinto di blu

Questa immagine è, tra tutte quelle delle Mille e una notte, quella più tipicamente chagalliana in assoluto. A renderla speciale, però, è la sua collocazione: è infatti l’ultima della serie (o la penultima; ma l’ultima, che esamineremo la settimana prossima, era un’incisione di lusso, riprodotta solo in una ventina di copie del volume). Come a dire che Chagall “ritrova” se stesso, ma solo al termine di un cammino accidentato.

Sul piano psicologico, è un’immagine in cui la notte non è nera, ma blu, come lo è l’atmosfera al mattino appena prima dell’alba, oppure l’“ora blu” subito dopo il tramonto, la più bella per scattare fotografie suggestive.

L’opera può contenere una sottile allusione sociale e politica, dato che Der Blaue Reiter, il Cavaliere Blu, era il nome che aveva in Germania il movimento espressionista; un movimento che aveva ritratto il disagio della nazione tra le due guerre. Chagall adesso si trova invece dopo la Seconda guerra mondiale, dopo che la Germania, passata dalla situazione insostenibile della Repubblica di Weimar alle elezioni del 1933, ha fatto quello che ha fatto. Nei loro quadri, gli Espressionisti avevano tentato – invano – di mettere in guardia contro il nascente pericolo nazista(*). Ora che l’incubo è finito, cavallo e cavaliere blu possono tornare a volare.

Ma è l’alba o il tramonto? Entrambi: sono visibili sia il sole che la luna. L’amato e l’amata coronano il loro sogno, portati in cielo da una energia positiva, un po’ come il profeta Elia; mentre la Natura da un lato li nasconde in un romantico alone di privacy (tramonto), e dall’altro è pronta “dare alla luce” un mondo nuovo (alba). Tutto promette pace e felicità. A quanto pare, Chagall ha riacquistato la serenità e l’amore dopo il tormento del dubbio.

Ancora una volta, però, la vicenda privata si fonde con quella cosmica. Questa notte richiama la prima delle notti più sacre, quella della creazione, quando HaShem trasse la bellezza dell’universo dal buio primordiale. “Sia la luce!”, e lo Spirito stava beneficamente sospeso al di sopra delle acque, come questo Cavallo Blu.

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(*) Nota a margine: gli Espressionisti tedeschi erano ammiratori di Nietzsche, contro la piccineria mentale della borghesia, pronta ad affidare le sorti della nazione a uno come Hitler. Giusto nel caso ci fosse ancora qualcuno che crede alla favola goebbelsiana del Nietzsche “ideologo del Terzo Reich”. Meglio fare rewind e riprendere il discorso sul filosofo a partire dagli anni Venti, non Trenta-Quaranta. Nota nella nota: Friedrich Nietzsche si giocò l’amicizia con l’antisemita (lui sì) Richard Wagner perché se ne andava in giro con un amico ebreo.

dhr

Chagall dʼArabia. La vita è sogno

Nel libro questa fiaba si trova in apertura ma, in ordine di esecuzione, è l’ultima illustrata da Chagall, e infatti costituisce il raccordo visivo tra quelle precedenti e il “gran finale”. Il titolo è Il cavallo d’ebano, in riferimento a un prodigioso destriero-robot in grado di volare. Un tema che nella letteratura occidentale ha trovato la sua espressione più alta, ancorché ironica, nel Clavilegno del Don Chisciotte.

L’immagine raffigura il momento in cui il principe Kamar al-Akmar, raggiunta una reggia ignota a bordo del suo cavallo volante, si addentra nell’edificio con il favore delle tenebre, scopre per caso una fanciulla bellissima e, avete indovinato!, se ne innamora.

Qui Chagall fa ricorso a tante delle sue tematiche più care. Anzitutto l’atmosfera onirica, nel senso che la scena si svolge di notte e quasi tutti i personaggi dormono… oppure l’intera scena è frutto del sogno di qualcun altro? Gli elementi si “accavallano” (è il caso di dirlo) in modo abbastanza arbitrario, senza tener conto di volumetrie e prospettive. In alto splende la luna, ma in basso, addirittura da dentro la terra, splende il sole. Il cavallo non appare fatto di ebano bensì realistico, in carne e ossa, e tuttavia dalla criniera gli spunta un’ala, o un alberello, non è chiaro. In ogni caso qui l’animale è un simbolo positivo e vitale, l’opposto dell’incubo, della night-mare (cavalla notturna) del celebre dipinto di Füssli, ad esempio.

Il giovane principe e la ragazza sono vicini vicini, e lui la accarezza, ma per il momento regna ancora una certa estraneità tra loro: lei non ricambia le tenerezze, e nemmeno lo guarda negli occhi. Eppure la nudità di lei suona già come una promessa. Ha la stessa postura già vista nella sirena nelle puntate precedenti, ma senza scaglie da pesce: è una donna vera, non un’illusione. Il principe, ossia Chagall, vede il suo sogno a portata di mano, ma ora deve stare attento a non spezzarlo con qualche gesto inconsulto; un po’ trema, un po’ spera.

Chagall però non è il tipo da concentrarsi esclusivamente sulle proprie questioni sentimentali private. L’immagine ha echi biblici, apre a un orizzonte più vasto. Il cavallo azzurro impennato, pronto a volare, rievoca gli slanci mistici del pittore simbolista Odilon Redon. La ragazza, oltre alla promessa sposa del Cantico dei cantici, sembra richiamare altri testi salomonici, quelli relativi alla Sapienza divina, incantevole creatura femminile che si lascia trovare e godere solo da chi “non dorme”. Una Sapienza di cui il mondo di allora – e non solo – aveva un gran bisogno.

dhr

Chagall dʼArabia. Dal profondo

Seconda e ultima immagine dedicata alla fiaba di Abdallah della Terra e Abdallah del Mare. Per prima cosa va notato che ogni illustrazione di Chagall fa storia a sé: questa ad esempio non è la “continuazione” dell’immagine precedente, perché i due personaggi hanno un aspetto abbastanza diverso. Tanto per cominciare, Abdallah del Mare qui compare in versione maschile, come nel racconto; Chagall quindi non identifica più la creatura marina con la defunta moglie Bella.

Grazie all’immancabile unguento (cfr. streghe nel Medioevo), il pescatore terrestre è in grado di viaggiare incolume sott’acqua per visitare il mondo “uguale ma diverso” di Abdallah del Mare. Qui affronta qualche avventura fantascientifica, come l’incontro con le misteriose, pericolose creature dette dandan. Subisce anche, se non il razzismo, perlomeno l’ironia del popolo del mare, che lo deride chiamandolo “senzacoda”.

Chagall sfrutta graficamente al massimo lo spunto offerto dal testo: “Abdallah [della Terra] si divertì ad ammirare le specie di pesci, grandi e piccoli, che giocavano tra loro. Alcuni sembravano bisonti, altri tori o cani o perfino esseri umani”. L’illustrazione diventa una fantasmagoria di creature ibride che sembrano uscite da un dipinto di Bosch, però più allegre.

In alto a destra si nota il re del mare, di fronte al quale il visitatore terrestre dovrà presentarsi ufficialmente. Il modo in cui Chagall lo disegna rimanda a vari soggetti che aveva ben presenti: Mosè e Aronne al cospetto del faraone, e/o Salomone (vedi la sua Bibbia), e/o il Mondo nelle icone bizantine della Pentecoste, raffigurato come un anziano imperatore in carcere. Da un lato quindi la sapienza, dall’altro le tenebre in attesa di redenzione.

Tutti questi elementi fanno pensare alle grandi acque, al caos primordiale da cui emerse, ben strutturata, la creazione per volontà dell’Altissimo. Ancora una volta si intuisce un’allusione al viaggio di Orfeo nel regno infero del dio Ade per compiere la sua “missione impossibile”. Il verde è un colore ambiguo, che può suggerire la malattia e la morte, oppure la vita, la natura lussureggiante. Siamo, per così dire, alle “doglie cosmiche del parto”; si è ancora nel buio e nella confusione ma qualcosa sta per venire alla luce, potrebbe spalancarsi un nuovo orizzonte. Quale, lo si scoprirà nelle prossime puntate.

***

Corollario. La fiaba contiene una morale, non raffigurata da Chagall, ma che sicuramente lo toccava da vicino. Durante la visita al mondo subacqueo Abdallah della Terra si imbatte in una festa. “Celebrano forse un matrimonio?” chiede. Abdallah del Mare risponde che no, è un funerale. “E voi esultate, cantate e festeggiate?” – “Certo. E voi cosa fate?” – “Quando muore uno di noi, piangiamo e ci disperiamo”. Questa scoperta spezza per sempre l’amicizia tra i due Abdallah. Quello del Mare chiede con amarezza: “Voi, gente della terra, non siete forse proprietà di Allah?” – “Certo che lo siamo”. – “Allora perché vi affliggete quando Allah si riprende quel che è suo, e piangete?… Se ti è tanto penoso rendere ad Allah ciò che gli appartiene, ti sarà forse più facile cedere al Profeta quel che è suo [un dono votivo, ndr]? Pertanto, non abbiamo bisogno della vostra amicizia”. E “quando ebbe finito il suo discorso se ne andò, scomparendo nel mare”.

dhr

Chagall dʼArabia. Dietro lo specchio

Comincia qui la fiaba successiva, Abdallah della Terra e Abdallah del Mare.

Piccola parentesi linguistica. Nel libro il nome compare come “Abdullah”, ma si tratta di una svista provocata dal fatto che questa versione delle Mille e una notte è una traduzione dall’inglese, lingua in cui questo tipico nome arabo – cfr. l’attuale re di Giordania – viene scritto con la U per questioni fonetiche. Peraltro si tratta di un nome dal chiaro valore simbolico, in quanto Abdallah significa “servo di Dio”. In ebraico gli corrispondono Abdia e Abdiel, personaggi biblici secondari. Ne esiste anche una rara versione cristianizzata, come l’ex arcivescovo ortodosso di Atene, Christodoulos (servo di Cristo).

Insomma, fin dal titolo si può immaginare una storia in cui si incontrano un personaggio e il suo Doppio, appartenenti a due mondi speculari, opposti ma paralleli, ed entrambi con una forte connotazione religiosa. Eppure vedremo che il parallelismo non è perfetto al 100%, e proprio su questa discrepanza giocherà l’ignoto autore della fiaba per ricavare un prezioso insegnamento finale, valido anche per chi non è musulmano. Vedi prossima puntata.

Il modo in cui i due omonimi si incontrano è un classico della favolistica internazionale. Abdallah della Terra è un pescatore poverissimo, che ogni giorno torna al mare a cercare qualcosa per il sostentamento della famiglia; ma senza successo, giorno dopo giorno, e ancora giorno dopo giorno, mentre la situazione diventa sempre più pesante. Eppure l’uomo non si perde d’animo e, proprio quando la catastrofe sembra incombere, “prende” qualcosa che gli cambia la vita. In altre versioni del mito si tratta di un pesciolino d’oro. Situazioni simili, tra povertà e sogni di riscatto sociale, vengono descritte da Collodi nel suo Pinocchio. Nei Vangeli è il potere soprannaturale di Gesù a “calamitare” attorno alla barca di san Pietro interi banchi di pesce. Infine, a suo modo, Il vecchio e il mare di Hemingway è la rilettura pessimistica della stessa favola.

Qui invece – e mi sembra la variante più significativa – Abdallah cattura nella rete la propria controparte acquatica. Abdallah del Mare gli propone uno scambio: dato che sott’acqua non c’è frutta né verdura, Abdallah della Terra dovrebbe fargli la cortesia di portargli ogni giorno, dal mercato, una cesta carica di quei prodotti; e lui in cambio gli riempirà la cesta di pietre preziose, che nel mare sono comuni e senza valore. Ovviamente il pescatore accetta!

Passando a Chagall, come sempre, ha reinterpretato la storia a modo suo. I due omonimi non si assomigliano per niente, e quello marino è un tritone con coda di pesce… anzi no, guardando meglio, è una figura femminile, una sirena. Ma la prima cosa che balza agli occhi è il violento contrasto dei colori, il rosso acceso (e il verde) contro il blu cupo (e il bianco). Da una parte il sangue, la carne, la vita; dall’altra il freddo, il buio, la morte. Ancora una volta Chagall, novello Orfeo, tenta disperatamente di recuperare la sua Euridice, la sua Bella, ormai confinata nell’“altro” mondo.

dhr

Chagall dʼArabia. Canto notturno di un pastore errante dell’Asia

Questa è una delle più belle illustrazioni della serie, anzi direi dell’arte di Chagall tout court. Nominalmente raffigura la nuova fiamma del re Badr Basim, la regina Lab, insieme alla propria madre in groppa a un ifrit. Ma, come abbiamo abbondantemente visto, il contenuto di queste opere va ben al di là del loro titolo nominale.

Un ifrit è una creatura intermedia della mitologia popolare araba, né angelo né demone, al livello dei jinn (Geni). Di queste creature intermedie è pieno il folklore di tutti i popoli, dai giapponesi ai celti. In Occidente a peggiorare le cose è stato il cristianesimo, che ha identificato (*) tutti i dèmoni, con l’accento sulla E, con i demòni, con l’accento sulla O, avvolgendo così il folklore in un’aura negativa e infernale, e perseguitando di conseguenza tutto ciò che appariva sospetto. Ci vorranno personaggi come l’Ariosto, Paracelso e Tommaso Campanella per ridare dignità al mondo delle civiltà “terrestri ma non umane” e della magia bianca.

La parentesi storica introduce al principale problema relativo a questa illustrazione di Chagall: ha un significato tendenzialmente positivo o negativo?

A far propendere per una risposta negativa sarebbero alcuni elementi. Anzitutto la cupa atmosfera notturna. Poi la presenza dell’ifrit, rosso sangue, poco leggiadro, che rivolge al lettore uno sguardo abbastanza ambiguo. Senza contare che le due donne sono due streghe… in entrambi i sensi della parola.

Però sembrano prevalere i dati di segno opposto. La notte di luna piena, attraversata da un essere alato, richiama da vicino la primissima illustrazione di Chagall per la Bibbia, quella che raffigura la creazione di Adamo “trasportato” da uno spirito, o dallo Spirito. La posizione della regina Lab è di nuovo la stessa della Madonna nelle icone bizantine della Natività, distesa su un grande cuscino rosso (che a volte ha la forma di una bocca, le labbra di Dio che enunciano il Verbo). L’angelo rosso infine è il simbolo positivo per eccellenza di Chagall.

Qui tuttavia non si tratta di un angelo ma di un ifrit. E le due donne in effetti sono una donna sola, bifronte, con due volti. La donna ha i pantaloni verdi, quasi a suggerire le gambe di una fatidica sirena; però la sua postura e il suo viso comunicano purezza, innocenza. Forse la chiave di lettura sta proprio nel suo essere bifronte: ancora Eva o Lilith, la Vita o la Morte.

Mettendo insieme le varie suggestioni: il primo incerto affiorare del mondo dalle tenebre, l’angelo rosso oppure l’ifrit, la Natività, il bifrontalismo… si può suggerire questo titolo per l’opera: Che cosa ha in grembo il Destino del mondo? 

(*) con rarissime eccezioni, vedi Origene nell’Egitto del III secolo.

dhr

Chagall dʼArabia. Paradiso perduto

Ed ecco Badr Basim, il figlio “ibrido” del potente re di Persia e della affascinante Julnar del Mare. Come da copione, Badr Basim è innamorato della bellissima principessa Jauharah, figlia del re del mare al-Samandal.

Tra parentesi: il popolo “alieno” del mare, guarda caso, ha nomi arabi e adora Allah, proprio come la controparte terrestre. Questa “coincidenza” verrà sfruttata in maniera intelligente e ironica nella prossima fiaba, Abdallah della Terra e Abdallah del Mare. Ma tempo al tempo.

Tornando a Badr Basim, il suo – sempre da copione – è un amore estremo e combattuto. Da una parte, il giovane si è pazzamente innamorato di Jauharah senza averla mai vista in vita sua, semplicemente sentendone parlare. Solo che nel frattempo è scoppiata la guerra tra i due popoli, e il re del mare ha subìto una pesante sconfitta a opera delle truppe terrestri. La figlia del re del mare, appunto Jauharah, si è data alla fuga e si è rifugiata su un’isola, sopra un albero, covando odio inestinguibile contro il nemico.

Per una serie di circostanze, Badr Basim (“non sapendo che non c’è riposo per il predestinato, e nessuno sa ciò che il Fato ha in serbo per lui”) approda sulla stessa isola. Alza lo sguardo, nota la ragazza sull’albero e immediatamente intuisce che si tratta di Jauharah. Pensando, da vero bietolone, che “senza dubbio, con la cattura di suo padre, la mia meta può ritenersi raggiunta”, comincia a corteggiarla rivelandole la propria identità.

La principessa finge di stare al gioco (“Quant’è corto di mente e di giudizio!”), poi però a tradimento gli sputa in faccia e pronuncia un incantesimo. Il malcapitato si tramuta in un uccello, magnifico ma incapace di voli prolungati, come si deduce dal fatto che non può fuggire dall’isola.

Nell’illustrazione Chagall raffigura questo momento della storia. Un’immagine ingannevole, che a prima vista riprende uno dei suoi temi pittorici più cari: l’amore per Bella, con lei che si libra in cielo e lo tiene per mano per portarlo via con sé.

A un secondo sguardo, le cose stanno in maniera diversa. Il volto di lei è cupo, quello di lui è pallido per lo spavento. E non è lui a trasformarsi in un magnifico volatile bianco, ma viene assalito da un’enorme creatura scura e attorcigliata, con la testa verde e l’occhio iniettato di sangue. La donna non sta sollevando l’uomo verso il cielo, lo sta sospingendo verso il basso.

Come accennato in un post precedente, qui Chagall approfitta della situazione per illustrare una scena che aveva tralasciato nella serie di incisioni per la Bibbia: il peccato di Adamo ed Eva. Il lato oscuro della creazione, la perdita del paradiso terrestre. Atmosfere insolite per Chagall, che ha raffigurato spesso le tragedie della Storia, ma sempre con qualche, pur lieve, spiraglio di luce e di speranza. Qui no.

Forse è la volta in cui l’artista ha dato voce con più sincerità alla propria angoscia. Il lutto familiare, le tenebre della Seconda guerra mondiale, e forse un senso di colpa personale per un amore “sostitutivo” – come per Adamo fu Lilith, la Donna Serpente, la falsa Eva, madre dei vampiri – che non era puro come quell’amore che la morte aveva troncato.

dhr

Chagall dʼArabia. Il popolo “altro”

Saltando un paio di illustrazioni, passiamo alla n. 5, riferita alla – lunghissima e intricata – fiaba Julnar del Mare e suo figlio, il re Badr Basim di Persia, in cui succede di tutto di più. Sharazad la narra al Sultano nelle notti tra la 738a e la 756a, insomma le ci vogliono quasi tre settimane.

Un testo che ha peraltro una importanza specifica sul piano letterario perché, di tutti i racconti contenuti in questo volume (Donzelli editore), è l’unico che appartenga “autenticamente” alla raccolta, ossia al più antico manoscritto arabo delle Mille e una notte. Come si sa, varie favole furono poi modificate, aggiunte o inventate nell’Ottocento, ed è stata questa versione rimaneggiata a imprimersi per sempre nell’immaginario dell’Occidente.

La intricatezza della trama di Julnar del Mare ecc. non emerge granché dalle immagini di Chagall, che si limita a quattro episodi-chiave; ma senz’altro l’artista aveva ben presente la vicenda nella sua totalità, dato che aveva scelto lui stesso le Notti da illustrare. E direi che l’andamento frenetico, non lineare, ambiguo, a volte incoerente della trama si accorda alla perfezione con l’idea chagalliana della Storia umana, tanto più alla luce delle proprie vicende biografiche e, soprattutto, dello shock provocato dalla Seconda guerra mondiale.

La donna qui raffigurata è proprio lei, Julnar del Mare. Chagall la dipinge come una sirena, in questo caso – ma non sempre – intesa in senso positivo, come presenza femminile affascinante, misteriosa, incantevole, mitica, irraggiungibile. In realtà il testo non accenna a code di pesce o altro: Julnar è una principessa del popolo del mare, sorta di umanità parallela che vive negli abissi. Da questo punto di vista, più che alla mitologia (sirena), il racconto andrebbe assegnato al genere fantascientifico (cfr. Lovecraft).

Per rendere ancora più evocativa, anzi più sacra, questa “icona” della bellezza, Chagall dispone Julnar nella posizione che ha la Madonna nelle icone bizantine della Natività, di cui si è parlato nella prima puntata. Anche qui, del resto, nascerà un bimbo prodigioso dall’unione tra due “mondi” opposti. Ma, con uno di suoi guizzi geniali e beffardi, Chagall allude allo stesso tempo alla Maia desnuda di Goya e alla Veneri rinascimentali.

Sullo sfondo, una donna emerge dalle acque, un uomo si tuffa, e dalle onde affiora il re del mare. In questo modo Chagall sintetizza in pochi elementi essenziali il fitto andirivieni che nella fiaba si instaura tra le due Umanità, quella terrestre e quella acquatica, che sono l’una l’immagine speculare dell’altra, ma in generale anche reciprocamente estranee. Un mondo complesso in cui c’è l’amore, come nel matrimonio tra Julnar e il re dei Persiani, da cui nascerà Badr Basim; ma anche diffidenze, incomprensioni, guerre. Tutti temi che negli anni Quaranta scottavano sulla pelle del mondo.

Il colore dominante è il blu, lambito dalla luce lunare. La Julnar di Chagall, come la sua adorata e defunta Bella, è irraggiungibile perché appartiene a un “altro” mondo. Sirena, Madonna, Maia… ed Euridice.

dhr

Chagall dʼArabia. Calendario Godiva 2012

Proseguono le illustrazioni per la storia di Kamar al-Zaman e la moglie dell’orefice.

Quella che compare qui è appunto Halimah, la moglie dell’orefice, in una situazione che ricorda la figlia del sultano in Aladino, quando attraversa sontuosamente le strade ma nessuno deve osare guardarla, perciò la città viene evacuata. Anzi Chagall aggiunge un’allusione alla leggenda di Lady Godiva, perché la donna è raffigurata nuda (diversamente dal testo, che la descrive avvolta in splendidi abiti, e solo con il viso scoperto).

Non è l’unica licenza poetica che l’artista si prende. Il testo, ad esempio, parla di 80 ragazze che circondano Halimah, ma nel disegno di Chagall il gruppo che la attornia è composto di uomini, nudi anche loro; il corteo femminile invece la precede.

Tantissimi i riferimenti alla storia dell’arte, dal carnevalesco Ingresso di Cristo a Bruxelles di Ensor alle parate clownesche dipinte da Rouault, al “sabba” in cerchio attorno al laghetto nel Giardino delle delizie di Bosch. Così come i paralleli letterari, in particolare i cortei di Eros / Amore, tema medievale e rinascimentale a cui il Petrarca dedicò il primo dei suoi Trionfi. Questo spiegherebbe bene la sfilata di uomini nudi e “psicologicamente schiavi” del desiderio. Volendo – ma andrebbe dimostrato – potrebbe anche starci un rimando un po’ ironico all’apparizione di Beatrice negli ultimi canti del Purgatorio di Dante.

Ma fondamentali, ai fini dell’interpretazione dell’opera, sembrano soprattutto le auto-citazioni che fa Chagall dalle proprie incisioni per la Bibbia. Almeno quattro di quelle incisioni hanno infatti un impianto compositivo molto simile al corteo di Halimah: La danza di Maria, sorella di Mosè (n. 35) dopo il passaggio del Mar Rosso; Il passaggio del Giordano (n. 44) con il rotolo della Torah;  L’Arca trasportata a Gerusalemme (n. 68) dal re David; L’unzione di re Salomone (n. 76) ossia il suo ingresso trionfale nella Città santa. Tanto più che, in questa illustrazione per le Mille e una notte, a destra compare a sorpresa un personaggio che è chiaramente David con la spada in una mano e nell’altra mano la testa di Golia.

E qui la domanda: con tutta ’sta carne al fuoco, Chagall dove vuole andare a parare?

La prima impressione era quella di un’ennesima esaltazione della donna, tema chagalliano per eccellenza, soprattutto in memoria della moglie Bella. Guardando meglio, però, se ne ricava un’idea diversa. Halimah ha ben poco della figura femminile aerea e luminosa dei dipinti di Chagall; è segnata da una certa ambiguità… diciamolo pure, ha un’aria da troietta da calendario.

A renderla più inquietante è l’assenza di iridi e pupille. Viceversa, a possedere un occhio – a vederci bene – è uno dei due violini che si stanno “allontanando” sulla destra. Se nell’arte di Chagall il violino è associato alla festa popolare, alla religiosità vissuta, allora la loro presenza defilata è un segnale d’allarme. Nell’immagine, l’unico a guardare in direzione diversa rispetto alla folla è appunto il re David, vincitore del “campione dei falsi dèi” (cfr. 1 Samuele 17, versetti 43-45), ed è anche l’unico a notare i violini.

Se è così, allora tutti i riferimenti sacri si ribaltano in una blasfema imitazione religiosa, che ha lo scopo di sedurre e ingannare. Halimah non rappresenta la Donna con la D maiuscola ma la Babilonia-prostituta contro cui i profeti di Israele lanciavano le loro invettive.

Come mai Chagall sottolinea tanto questo aspetto? Lo sveleranno man mano le puntate seguenti.

dhr