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Col cellulare spento arriva anche lo sconto

54-8077img04Ecco una bella iniziativa che andrebbe riprodotta e diffusa anche da noi. È stata un’idea del proprietario di un ristorante di un villaggio arabo che si trova a dieci chilometri da Gerusalemme, Abu Ghosh, noto simbolo della coesistenza in Israele. E anche il ristorante, omonimo, dove vengono serviti soprattutto hummus e carne alla griglia, è molto apprezzato sia dagli arabi che dagli ebrei.

Già famoso per aver vinto ben 23 milioni di dollari alla lotteria dell’Illinois, Jawdat Ibrahim osservando, i suoi clienti, si è convinto che gli smartphone hanno ormai distrutto il piacere di gustare le varie pietanze al ristorante. Secondo lui, e anche secondo noi, mangiare è un’esperienza che ha a che fare con lo stare in compagnia, il fare conversazione oltre, naturalmente, il godere del cibo. E invece, mentre si sta a tavola, stiamo tutti (o quasi) lì con il telefono in mano e le dita che volano in continuazione sul display: si sta al ristorante e contemporaneamente si naviga, si chatta, si controlla la posta, si gioca, si fotografano le pietanze per postarle su Facebook o mandarle agli amici.

Quindi, per salvare la cultura culinaria ha deciso di offrire il 50% di sconto a chi spegnerà il cellulare durante il pasto e la permanenza nel ristorante.

Ottima pubblicità per il locale dove finalmente si può stare senza sentire trilli e parole urlate e senza vedere fantasmi con la mente persa dentro i cellulari.

Quando si farà una cosa del genere qui da noi?

Vicini troppo vicini

vicini di casaOra, sarà pure vero, come dice l’amico diaccaerre, che succedono tutte a me, ma qui il troppo stroppia, come si dice a casa mia!

Fatto sta che quanto a vicini di casa non siamo stati mai molto fortunati. Prima siamo stati vessati da un condomino che era infastidito dal nostro sciacquone. Così il Papà delle Ragazze ha investito un bel po’ di soldini per insonorizzare il tubo di scarico. Tutto inutile perché il Tipo continuava a sentirlo. Così siamo arrivati al divieto imposto da nostro padre di tirare l’acqua in “quel” bagno dopo le 23. Certo è che noi invece continuavamo a sentire attraverso i muri le loro urla, le botte che lui dava alla moglie e le parolacce con cui le condiva. Ma questa è un’altra triste storia!
Poi è stata la volta di quelli del piano di sopra che a tutte le ore spostavano mobili e durante la notte avevano l’abitudine di fare lunghissime passeggiate per tutta casa con delle pantofole con la tomaia in legno. Abbiamo provato a dirglielo in tutte le lingue, ma niente! Fino a che il Cielo ha voluto che hanno venduto il loro appartamento. Evviva, abbiamo pensato, quasi stappando una bottiglia di champagne! E invece c’eravamo sbagliati. E di grosso, anche, perché, come si dice in giudaico romanesco “male ‘a tosse, pejo ‘o catarro!”
Già perché ad aver acquistato l’appartamento di sopra è stata una coppia di anziani apparentemente tranquilla, ma che poi si sono rivelati dei veri e propri cacacazzi  rompiscatole!
La questione è la seguente: si tratta della casa al mare. E’ in un condominio “adagiato” su una collina, per cui ogni terrazzo guarda quello del piano di sotto come fosse il gradino di una scala. Noi, ci conoscete ormai, siamo una famiglia di pazzi, criminali e mentecatti e d’estate osiamo perfino fare il barbecue… diciamo una volta a settimana!!!
Un comportamento inammissibile, lo riconosco! Anzi: mi autodenuncio!
E il nostro vicino, che è scaltro assai, se ne è accorto. Tanto che ci ha fatto dire dal portiere che dovevamo interrompere queste azioni criminose, o ci avrebbe denunciato.
In verità una sera è anche sceso a casa nostra dandoci, anzi: dandomi (turate le orecchie ai bambini) “della stronza” perché a lui la puzza del nostro barbecue dava fastidio! E si che stavamo cucinando delle semplici bistecche di manzo! Non pesce, non salsicce!
Da allora il Papà delle Ragazze ha preteso che il barbecue si andasse a fare praticamente sulle scale di ingresso, a 50 metri dalla tavola, in modo che il pazzo  nostro Vicino dall’olfatto sopraffino non fosse infastidito dai nostri fumi. Con il risultato di mangiare ogni volta delle bistecche praticamente gelate.
Noi naturalmente in assenza del Papà non ottemperavamo a questo ordine assurdo, e abbiamo continuato beatamente a farci le nostre bistecche nel nostro terrazzo.
Ma adesso viene il bello: La scorsa settimana spicy si è recata alla riunione di condominio della casa al mare, e a fine serata è stata avvicinata da quello che non aveva capito essere “lui” il quale le ha consegnato una lettera per papà.
Ovviamente tale missiva è stata immediatamente scansionata e distribuita in famiglia e fuori. Eccola (cliccare per ingrandire):
Ma vi rendete conto? E’ andato a scovare una notizia del cazzo così futile, che nemmeno i nostri Scienziati Paciocconi, e ne ha fatto un caso clinico pericoloso dal quale tenersi lontano!
Ma secondo voi c’è più monossido di carbonio nell’aria ossigenata e iodata di un posto di mare, sia pure con i pericolosissimi fumi prodotti dalla nostra grigliata, o nell’aria di Roma, dove c’è un tasso di inquinamento elevatissimo e il più alto tasso di motorizzazione in Europa? Che farà il nostro Vicino dall’olfatto sopraffino, scriverà lettere su lettere anche al nostro sindaco per far cessare questa pericolosissima attività, cioè quella di guidare?
E poi: quanto monossido di carbonio deve aver mai inalato la poveretta cinese per subire dei danni cerebrali?
Ma soprattutto: sapete quanto darei io per parlare l’inglese senza sforzi????

Un angolo all’estero nel cuore di Roma

DSCN8775C’è chi andando all’estero si sente a casa, come il Marito per esempio, che è appena tornato dalla Danimarca, dove è nato e dove ha passato molte estati con i nonni.

E c’è chi invece riesce a sentirsi all’estero anche a casa propria. Come ALicE.

L’altra mattina, approfittando appunto dell’assenza di parte della famiglia, decido di fare la turista nella mia città e in un paio di ore libere della mattina mi avvio verso il nuovo Mercato Esquilino.

Piazza Vittorio Emanuele è una delle più belle piazze di Roma. Tra San Giovanni e Santa Maria Maggiore, a due passi dalla Stazione Termini, è una grossa piazza quadrata, tutta circondata da portici, dove fino a qualche decennio fa c’erano alcuni dei negozi storici della città. Al centro della piazza c’è sempre stato un mercato rionale, con banchi di ogni tipo: frutta e verdura, fiori, alimentari, macellerie, pescherie e pizzicagnoli (così si chiamano qui da noi le salsamenterie). La piazza nel frattempo, anche grazie alle ondate immigratorie, è stata abbandonata al degrado. Moltissimi dei negozi sono stati acquisiti da cinesi che ne hanno fatto dei tristi bazar di straccetti e chincaglierie, e il quartiere è diventato una piccola Chinatown. Come a Via Paolo Sarpi a Milano. Con la differenza che piazza Vittorio era, e potrebbe ancora essere, un vero gioiello. Il comitato degli abitanti sono anni che sta cercando di sollevarne le sorti, e dopo varie vicissitudini politiche e burocratiche il mercato è stato finalmente spostato  al coperto in una grande area limitrofa tra via Turati, via Mamiani e Via Principe Amedeo. All’interno della piazza, al posto del mercato, ora c’è un giardinetto con delle giostrine e un piccolo parco giochi. Frequentato perlopiù da extracomunitari.

Fatta questa precisazione storico-topografica,l’obiettivo del mio giro era il nuovo mercato Esquilino. Mi ci sono avventurata coi mezzi, senza nemmeno sapere dove fosse l’ingresso, anche perché su internet c’era un indirizzo sbagliato.

Devo dire che è stata un’esperienza! Appena entrata ho capito subito che non ero a Roma. Io adoro i mercati, proprio come stile di vita: lì ho la sensazione di trovare prodotti freschi, mi piace il vociare dei fruttivendoli, amo i colori dei prodotti esposti. Quando viaggio non c’è posto del quale non n’è visiti uno. Non dimenticherò mai quello di Tolosa, che nel piano superiore aveva una serie di minuscoli ristoranti, uno diverso dall’altro, che si fregiavano di usare i prodotti freschi del mercato sottostante. Così come sono stata a Machanè Yehuda a Gerusalemme, che mi incanta ogni volta e ovviamente allo shuk del Cairo. Fu li che vidi una delle cose più schifose della mia vita: in un banco-tintoria un vecchietto sdentato era addetto alla stiratura dei vestiti. Vedo con orrore che si porta alla bocca un contenitore pieno di acqua sporca… pensavo lo bevesse. Anzi, a posteriori, avrei dovuto sperare che lo facesse! Invece, dopo essersi riempito la bocca con quel “liquido” torbido comincia a spruzzarlo attraverso le labbra sul vestito da stirare per inumidirlo!!!

in ogni caso, ovunque siano, credo che i mercati rappresentino un po’ l’anima della città, o almeno quella del suo quotidiano.

Al mercato Esquilino, dicevo, sembrava di stare all’estero. Non tanto per la nazionalità dei gestori dei banchi: a quella ormai siamo abituati. Gente di ogni dove che vociava e chiamava i passanti per attirarli verso il proprio negozio: indiani, arabi, sudamericani, romeni, cinesi… un trionfo di colori. Ma soprattutto un trionfo di colori, odori e sapori erano le merci esposte: dalla frutta e la verdura, alcune mai viste, rigorosamente importate dall’estero. Addirittura le pescherie esibivano orgogliose dei cartelli con su scritto “pesci asiatici” (e noi, scemi, che andiamo ancora a cercare quelli di Anzio!). Le macellerie, tutte rigorosamente halal (cioè con carne macellata secondo la religione islamica). Spezie, e scatolame di tutto il mondo.

Certamente ogni negoziante deve fare i conti con la domanda della clientela. Però mi fa sorridere… io che cerco sempre frutta e verdura a km 0! La clientela è variegata: certamente era pieno di stranieri contenti di sentirsi a casa, almeno dal punto di vista alimentare; italiani dall’aspetto radical chic, che si sentono politicamente corretti a far la spesa insieme agli stranieri; e vecchiette, antiche abitanti del quartiere, che del tutto a loro agio continuano ad aggirarsi tra i banchi alla ricerca di zucchine romanesche o di cicoria di campo. E di sicuro le troveranno senza fatica! Di fronte al mercato vero e proprio c’è un’altra sezione, quella di abbigliamento, scarpe e tessuti. Nulla di che, poco diverso dalle bancarelle di Porta Portese: straccetti e scarpe di plastica cinesi, e sgargianti tessuti poco confacenti al gusto italiano. Al contrario del reparto ortofrutta, decisamente poco frequentata.

Una fortuna non avere senso di orientamento, perché nel cercare l’ingresso dal quale ero entrata (il mercato è talmente grande che ce ne sono molti) ho sbagliato più volte la strada. Tentando e ritentando però sono stata premiata. Mi sono trovata davanti una bella e inaspettata sorpresa: nel cortile del mercato l’atmosfera era immediatamente cambiata: tantissimi ragazzi (italiani) chi a chiacchierare, chi a fumare, chi a studiare: si trattava del cortile comune tra il nuovo mercato e l’università La Sapienza. Per la precisione la facoltà di lingue orientali (forse non a caso!). Comunque una ciliegina sulla torta: la sintesi dell’integrazione e della convivenza pacifica tra culture diverse!

Non essendo però partita da casa attrezzata per fare le fotografie, ci sono tornata apposta per rubare qualche scatto e condividerlo con voi. Rubare però non è la parola giusta: infatti per non offendere la suscettibilità dei negozianti prima ho fatto la spesa nei loro banchi. Poi ho chiesto il permesso di scattare qualche foto. Il tutto mi è costato ben 24 €! L’unico banco che non mi ha permesso di fare fotografie aveva un simpaticissimo nome “Antonio il pomodoraro” ma un antipaticissimo carattere: perchè dopo aver indagato sul motivo per il quale avrei voluto fotografare il loro banco, mi ha negato il permesso di farlo. E questo nonostante sul finale mi sia addirittura giocata la carta del: “Peccato, sarebbe stata tutta pubblicità per voi”!

Metti gli insetti nella tua dieta

insectsSecondo l’OMS il numero delle persone obese è quasi raddoppiato dal 1980 raggiungendo oggi la cifra spaventosa di circa 500 milioni di unità.

Combattere l’obesità è difficile e costoso, ma sorprendenti nuove strategie sono all’orizzonte. Un rapporto recente della FAO suggerisce di introdurre nelle diete gli insetti: ce ne sono oltre 1900 specie in tutto il mondo, sono tantissimi e soprattutto contengono quantità di proteine e di minerali analoghe a quelle della carne, ma grassi più salutari.

Tale svolta alimentare, inoltre, darebbe impulso all’economia dei paesi in via di sviluppo e creerebbe lavoro in particolare per le donne che sono quelle che normalmente si occupano di raccogliere insetti nelle comunità rurali.

Questi croccanti animaletti rappresentano una vera ghiottoneria in Asia e in Africa, noi occidentali storciamo il naso al solo pensiero, ma già diversi ristoranti europei cominciano a proporre pietanze a base di insetti presentandole come prelibatezze esotiche. Qualche esempio di quello che si può trovare nei loro menù? Locuste allo spiedo, coleotteri in umido, formiche tostate, uova di formica, cimici nature, tarantole fritte e cavallette fermentate.

D’altro canto, le nostre barriere sono esclusivamente psicologiche. In una sperimentazione in doppio cieco 9 persone su 10 hanno affermato di preferire polpette fatte per metà di carne e per metà di larve a quelle preparate con la sola carne.

E se ci provassimo? Magari sono sfiziose quanto le patatine fritte: potremmo farne una abbuffata senza sensi di colpa.

La colazione è il primo passo per una sana abitudine alimentare

colazione-a-casa1D’altra parte lo raccomandano tutti i nutrizionisti: la giornata deve cominciare con una ricca colazione! E un baldanzoso cittadino romano ha preso questo consiglio in gran considerazione. Qualche giorno fa ero sull’autobus (e come sempre andavo piuttosto di corsa) quando imboccando una strada si è fermato perché la solita macchina in doppia fila ne impediva il transito. Certo che parlo proprio come un libro stampato! Anzi, oserei dire come un verbale di polizia! Ma non è un caso, perché l’automobile in doppia fila era proprio… una macchina della polizia. Chissà dov’era il suo autista (non dico proprietario, perché i proprietari siamo noi!). La parrucchiera vedendo l’autobus bloccato è uscita allarmata dal suo negozio facendo cenno che l’automobilista scorretto sarebbe arrivato subito. E tutti abbiamo iniziato a domandarci se per caso questo non fosse una “lei”, una poliziotta intenta a farsi la messa in piega. Invece no, (peccato sarebbe stato uno scoop più ghiotto!) perché subito dopo la parrucchiera è uscita di nuovo in strada col telefonino guardando preoccupata qualche negozio più in là e facendo segno di aspettare, che il contravventore sarebbe arrivato subito. Dopo 5 minuti (che non sono pochi) vediamo arrivare di corsa il poliziotto, probabilmente con le bricioline del cornetto ancora sulla divisa, e la schiuma del cappuccino sul naso, che con un cenno di scuse sale rapidamente in macchina e se ne va. Da notare che l’autista dell’autobus, che normalmente avrebbe suonato il clacson come un matto, in questo caso non ha nemmeno accennato a farlo, neppure poco poco, per richiamare l’attenzione del malcapitato tutore se non della legge, almeno dell’ordine! E certo! Gli ci mancava pure una multa per inquinamento acustico!
Ultima notazione: appena mi sono resa conto che la macchina in doppia fila era della polizia ho sguainato il mio smartphone e ho fotografato la scena… al grido di “scusate, ho un blog!”

Ma la cosa più bella è stata la risposta di un ragazzo vicino a me, che mi ha risposto: “A signo’! Ce l’avemo tutti un blog!”

(Click per ingrandire)

Le avventure di ALicE: una cena tra amici… per i fatti miei

vic0dinning0color1aL’altra sera il Marito e io siamo stati invitati a mangiare da Spicy. Anzi, per la precisione, dal Marito di Spicy, che aveva organizzato una cena con alcuni genitori del gruppo scoutistico che frequentano i nostri figli, oltre che con il dirigente israeliano che da un paio di anni è a Roma con il compito di organizzare e coordinare le attività dei circa 200 ragazzi che frequentano questo movimento. Insomma mi aspettavo una serata durante la quale avremmo mangiato bene (con Spicy è una certezza: come a casa mia, ma senza faticare!) e avremmo condiviso tra tutti noi i problemi del movimento e le aree di miglioramento. Dei numerosi pregi parlarne sarebbe stato ridondante. Ai limiti della piaggeria.
Insomma, il Marito e io abbiamo vinto la nostra stanchezza cronica,  che ci attanaglia specie durante la settimana, e ci siamo avviati verso casa di Spicy con somma gioia. Anche perché devo dire che ultimamente non facciamo troppa vita sociale, quindi mi attirava anche l’idea di vestirmi, truccarmi, indossare il mio paletot, sfoggiare la mia borsa rossa nuova e frequentare e parlare con delle persone che avessero almeno la patente…
Dunque arriviamo, saluto gli amici di Spicy che intanto erano arrivati, bacio le mie Nipoti, e realizzo improvvisamente che oltre al dirigente israeliano e la moglie, che come dicevo sono a Roma già da un po’ e quindi parlano l’italiano, aspettavamo anche un “grande capo” dell’agenzia ebraica, israeliano anch’esso. Un cosiddetto “pezzo grosso”. Vabbè, penso tra me e me, come succede sempre in queste occasioni multilinguistiche, si parlerà un po’ tutti, in tutte le lingue, e ci sarà qualcuno che di volta in volta aiuterà chi non capisce. Ecco, a proposito di chi non capisce io sono proprio di coccio. Non capisco l’ebraico nonostante ben 13 anni di scuola ebraica; l’inglese è anche peggio: provo a concentrarmi e a seguire. Ma dopo due minuti il cervello parte per i cavoli suoi, mi distraggo ed è finita. Intendiamoci, non mi fa affatto piacere essere così, anzi mi sento limitatissima. In viaggio dipendo continuamente dal Marito che invece, per la famosa legge degli opposti, parla correntemente 7 lingue, e ha l’elasticità mentale per capire anche quelle che non sa. Insomma io sono un disastro. Fortuna che gli israeliani erano in minoranza. Certo, avremmo fatto le persone educate e avremmo chiacchierato con tutti: direttamente i più svegli, indirettamente quelli di coccio (come me!). Comunque, per non correre rischi di forzata socializzazione mi siedo dalla parte opposta del tavolo rispetto alla loro, rigorosamente vicino a Spicy e a una sua simpatica amica, quasi come me. Ma non appena accenno a una parola e a una risata con loro, vengo subito redarguita aspramente dal padrone di casa, nonché mattatore della serata, perché, affinché capissero tutti, la conversazione avrebbe dovuto svolgersi… in ebraico????? O al più… in inglese???? E io?

E io niente… con la coda tra le gambe, mi sono scusata (in verità pensando: “ma che è matto????”),  e mi sono seduta  rassegnata a trascorrere una seratina si, tra amici, ma per i cazzi fatti miei. E così è stato. Dal mio angolino dovevo stare bene attenta a non far emergere espressioni del viso che avrebbero potuto tradire i miei pensieri veri (primo tra tutti: “sarà una serata amena, ma almeno ci faccio un post!”). E infatti la vera fatica della serata è stata proprio questa: fare attenzione affinché attraverso la mimica non trasparissero le mie elucubrazioni. Già perché in realtà io pensavo a tutt’altro rispetto ai temi delle conversazioni (ammesso che li capissi) e a me capita spesso di assumere delle espressioni adeguate ai miei pensieri, ma del tutto incongrue rispetto alle circostanze.

E dovevo essere concentrata anche nella postura da assumere: stare troppo “sbracata” sulla sedia poteva essere scambiato (come era effettivamente) per mancanza di interesse. Allora mi sforzavo di stare con i gomiti appoggiati al tavolo e il busto ben proteso in avanti, proprio come se stessi in ascolto… Ma intanto nella mia mente i pensieri vagavano. Ogni tanto per fortuna qualcuno si complimentava con la cuoca e allora finalmente anche io avevo la possibilità di far sentire la mia vocina che si univa agli elogi degli altri commensali. Ma per il resto il vuoto pneumatico. Io che solitamente sono chiacchierona, brillante (anche se non dovrei essere io a dirlo) ho fatto per tutta la sera la parte della mummia. Alzarmi per dare una mano in cucina era un sollievo. Ogni tanto, quando era il Marito a intervenire, riuscivo a intuire quello che stava dicendo… Un po’ perché lo conosco, un po’ perché conosco il suo repertorio. E anche questo mi rimetteva in pace col mondo e mi sottraeva, anche se per poco, all’alienazione in cui ero costretta. Uscirne era impossibile, così ho aspettato pazientemente l’ora della narcolessia da cui è afflitto il Marito, augurandomi che gli si presentasse prima del solito. Invece ovviamente, mentre nelle occasioni durante le quali mi diverto comincia a calargli la palpebra verso le 22.00, l’altra sera si è deciso a propormi di andar via solo dopo le 23.30, insieme agli altri invitati. E così sfinita dal silenzio imposto e dalla mancanza di stimoli mi sono presa il mio paletot, la mia bellissima borsa rossa, e insieme al Marito mi sono avviata verso casa. E per compensare la lontananza coatta dalla mia lingua, durante tutto il tragitto abbiamo intonato in coro il nostro repertorio di stornelli romaneschi…

Ninetto regazzino der Tufelloooooooo…. le caccole dar naso se levavaaaaaaa… 

Dopo lo Shabbes Goy* arriva il Pesach Goy!

Riceviamo da Sergio e volentieri pubblichiamo.
VENDESIFinalmente Pesach, la Pasqua ebraica, è terminata. Abbiamo superato anche il giorno aggiuntivo di festività che “tocca” agli ebrei della diaspora. E le nostre pance possono tornare a riposare dopo otto giorni di gonfiore e flatulenze legate al consumo obbligato di pane azzimo.
Ma prima che questa festività torni definitivamente nel cassetto delle ricorrenze ebraiche e in attesa che ci si ripresenti puntuale l’anno prossimo, ritengo utile e necessario soddisfare una curiosità che sicuramente ha attanagliato le vostre menti in questa settimana: che fine fa tutto il chametz (cibi lievitati tassativamente proibiti durante Pesach) dello Stato di Israele nella settimana di festa? Come in tutte le famiglie ebraiche, poco prima che entri la festa, deve essere venduto (a un non-ebreo).
Poiché è assolutamente vietato anche solo possedere cibi lievitati nel periodo di Pesach anche lo Stato di Israele, come entità, deve necessariamente sottostare a questa regola. Solo che se nel caso di una famiglia la vendita del chametz riguarda qualche avanzo di farina o altro alimento proibito (perché nelle settimane precedenti guai ad acquistare altro potenziale chametz e comunque tutti giù a finire o a consumare il più possibile di quello che è rimasto in casa). Lo Stato di Israele deve gestire tutte le riserve di farina e cibarie varie di tutti i ministeri, dell’esercito, delle mense ecc. ecc. In poche parole quintalate e quintalate di chametz.
Da quindici anni il direttore acquisti di un grande albergo di Gerusalemme, un arabo-israeliano, si prende l’onere di acquistare tutto il chametz che lo Stato di Israele, tramite il rabbinato centrale, deve vendere.
Questo Pesach-Goi fa un vero affare! Per una settimana l’anno è di fatto l’uomo più ricco di Israele.
Viene stipulato difatti un vero e proprio contratto con cui lo Stato vende all’arabo-israeliano per 5.000 dollari il chametz, il cui valore è stimato in circa 150 milioni di dollari. Questa persona diviene proprietaria effettiva di tutto questo Ben di Dio. Lo deve custodire, può effettuare controlli e ispezioni. Al termine della festa, ovviamente, si impegna a rivendere allo Stato tutto quello che aveva acquistato.
E così si va avanti ogni anno, prima e subito dopo Pesach.
* Per Shabbes Goy si intende la persona non ebrea (goy, appunto) che di sua spontanea volontà, senza che gli venga espressamente richiesto, compie azioni proibite agli ebrei durante il riposo dello shabbat.

Pesach dolce Pesach!

dbddc_passover_questions_youngest_child_yeladim_joyous-haggadah3_031Ieri sera nelle nostre case si è svolto il primo seder di Pesach, la cena tradizionale della pasqua ebraica. Ognuno di noi, seduto intorno alla tavola insieme alla propria famiglia, ha ripercorso attraverso i canti dell’Haggadà, il cammino che ha portato gli ebrei  a riconquistare la libertà dopo oltre 200 anni di schiavitù in Egitto. Ognuno lo ha fatto a suo modo: i più osservanti cantando ogni brano in ebraico e spiegandone il significato in italiano. Noi, che di natura siamo  un po’ più… casinari… come ogni anno abbiamo zompettato da un brano all’altro cercando di non soffermarci troppo sui particolari, in modo da arrivare non troppo tardi al momento della cena.

In ogni caso, comunque sia andato seder, ci attendono 8 giorni di astensione da ogni cibo lievitato. Oltre a pane e pasta, non sono ammessi dolcetti e biscotti, se non “kasher le Pesach” (cioè adatti a essere consumati a pesach) acquistati in negozi specializzati. Chi (come me) mal sopporta i dolci industriali, in questo periodo fa i salti mortali per avere qualcosa di fatto in casa da sgranocchiare durante il giorno. Soprattutto ora che hanno tolto dal mercato la farina kasher le Pesach con la quale fino a qualche anno fa usavamo preparare le nostre tradizionali Ciambellette, non sappiamo più a quale ricetta appellarci.

Ecco qui allora che ci pensa ALicE. Vi riporto alcune ricette di dolcetti che, proprio per l’assenza della farina di frumento, possono essere preparati e mangiati (anche) durante gli 8 giorni della Pasqua ebraica.

SFOGLIATINE DI MANDORLE

Ingredienti:
175 g di zucchero a velo
2 chiare d’uovo
3 tazze di mandorle a scaglie

Procedimento:
mescolare le chiare con lo zucchero a velo e la vanillina. Aggiungere le mandorle a scaglie. depositare l’impasto a cucchiaiate sulla teglia da forno, debitamente coperta con la carta forno.
Cuocere in forno preriscaldato a 160 g per 15/20 minuti

MERINGHE

Ingredienti:
125 g di albume
125 g di zucchero semolato
125 g di zucchero semolato
(In pratica pesare gli albumi e utilizzare il doppio del peso dello zucchero)

Procedimento:
Mettere in una ciotola gli albumi con la metà dello zucchero e montare con le fruste elettriche fino a che il composto non diventerà duro. Quindi incorporare delicatamente a mano, mescolando dal basso verso l’alto l’altra metà dello zucchero.
Con l’aiuto di una sac a poche formare tante meringhette direttamente sulla placca del forno.
Infornare a 90° per 2-3 ore lasciando uno spiraglio del forno aperto (io inserisco uno stecco di legno da spiedino)

BACETTI AL CIOCCOLATO

Ingredienti:
3 chiare d’uovo
140 g di zucchero a velo
140 g di nocciole tostate pelate e finemente tritate
120 g di cioccolato fondente tritato
120 g di nocciole intere.

Procedimento:
Montare a neve le chiare d’uovo, aggiungere poi prima lo zucchero a velo, poi la farina di nocciole ed infine il cioccolato.
Formare con il composto delle piccole palline e adagiarle su di una placca leggermente imburrata. Guarnire ogni pallina con una nocciola intera e passare in forno mediamente caldo.

DOLCETTI AL COCCO

Ingredienti:
250 g di farina di cocco;
200 g di zucchero semolato;
2 uova.

Procedimento:
Mischiare le uova con lo zucchero; aggiungere la farina di cocco. Farne delle palline grosse come ciliegie, disporle un po’ distanziate sulla placca da forno e infornare a calore moderato (150/180°) per circa 20’. Devono essere solo leggermente colorite.

DOLCETTI ALLE MANDORLE

Ingredienti:
300 g di mandorle non pelate
1 bicchiere di zucchero
2 uova intere
zucchero a velo per cospargere.

Procedimento:
Tritare finemente le mandorle con lo zucchero. A parte sbattere le uova intere e unirle alla farina precedentemente ottenuta. Farne con le mani delle palline grosse come ciliegie, cospargerle interamente con lo zucchero a velo, quindi disporle sulla placca del forno, e cuocere per 10 minuti a 180° nel forno già caldo.

Segreti condominiali

Condominio-Pazzo1I miei vicini di casa hanno una pazza nel condominio e molti di loro ancora non lo sanno. La pazza in questione sono io, ALicE, e ora vi racconto perché.
Tutti voi conoscete la mia scarsa propensione verso la natura e l’odio piuttosto incondizionato che nutro nei confronti degli insetti. Bene, è normale quindi, almeno per me, che trovando una lumachina negli spinaci o dei vermoni (ai limiti del lombrico) nascosti nei broccoletti, in assenza di eroi in casa, non trovo di meglio da fare se non telefonare al mio amico G. che abita al sesto piano, pregando affinché sia in casa e, vergognandomi un poco, chiedergli di venirmi a salvare. E lui pover’anima, che ormai mi conosce, acconsente e scende a liberarmi dal ferocissimo ospite di turno.
L’alto giorno però mi sono accorta da sola di aver esagerato. Anzi, me lo ha fatto notare la mia Figlia Media, che mi stava aiutando a preparare la cena. Sul bancone di cucina avevo posato due buste appena prese dal frigorifero. Avete presenti quelle buste di carta marrone che danno al mercato, no? In una c’era un cetriolo, nell’altra dei pomodorini. Mentre ci accingevamo a cucinare abbiamo sentito un rumore sospetto provenire da una delle due buste. Un rumore a metà tra il frinire dei grilli e il gracidare delle rane (a basso volume, in verità). Mia Figlia e io (una più coraggiosa dell’altra) urlando facciamo un salto indietro spaventate. Ci guardiamo negli occhi e facciamo mente locale sugli “eroi” disponibili in casa. Il Marito era fuori gioco, messo ko da una brutta influenza: aveva la febbre altissima e non si reggeva in piedi: non mi pareva il caso di chiedergli di correre in cucina per capire da cosa provenisse il rumore. Il Figlio Grande, ammesso che si fosse prestato, comunque non era in casa. Il Figlio Piccolo ha già superato quella deliziosa età dell’incoscienza che rende i bambini sprezzanti del pericolo e amanti degli insetti. Così, senza nemmeno pensarci un momento, sotto gli occhi increduli di mia Figlia, alzo il telefono e compongo il numero di G. Ho escluso immediatamente l’eventualità di chiamare il portiere, perché, come ogni portiere che si rispetti, avrebbe svolto il suo atavico compito di divulgatore di fatti altrui tra i condomini. 36 famiglie nel nostro caso. Almeno su G avrei avuto la possibile sicurezza di avere un po’ di discrezione. Forse.
Appena G. mette piede in casa nostra con la sua solita faccia da presa per i fondelli (conosce ormai bene i suoi polli!) si avventura in cucina pronto per sfidare la bestiaccia di turno. Apre la busta del cetriolo e… niente: solo il cetriolo. Apre quella dei pomodorini… nemmeno quella! Piena, ma solo di pomodori!
E così, dopo aver chiesto se mi fosse servito altro, gira i tacchi e se ne va!
E ALicE, vergognandosi un po’, ma nemmeno poi tanto, lo accompagna alla porta, ringrazia e torna a cucinare moooolto più sollevata!
E il rumore che abbiamo sentito? Cosa sarà mai stato?
Noi non abbiamo voluto indagare. Probabilmente era semplicemente la busta che si è mossa a causa del peso del suo contenuto. Fatto sta che proprio oggi il mio (ex) amico G. ha incontrato la Figlia Media e le ha detto: “Salutami Papà… e non salutarmi Mamma”. Ci sarà un nesso con quanto vi ho raccontato????

Rabbini paciocconi

ShowImageLa scorsa settimana il Marito mi ha mandato il link a un articolo del Jerusalem Post che ho trovato molto divertente: Praticamente si potrebbe sintetizzare così: la forma delle borechas e la questione ebraica.

Ma veniamo al sodo. Le borechas sono dei fagottini, fritti o al forno, generalmente fatti di pasta fillo, riempiti con vari ripieni, sia dolci che salati. Provengono dalla cucina mediorientale e sono ovviamente molto diffusi in Israele.

Andando alla notiziona, il J. Post ci fa sapere che i grandi rabbini di Israele si sono riuniti con i responsabili dell’industria delle borechas per discutere nientepopòdimenoché della forma che questo finger food tradizionale deve avere. E si! So’ cose! Perché tra l’altro hanno stabilito che la forma della borechas deve dare a chi le mangia indicazioni precise in merito al suo contenuto. E dal momento che per gli ebrei è proibito mangiare insieme carne e latticini [dall’antica regola morale contenuta nella Torah che dice “non cucinerai il capretto nel latte di sua madre” (Esodo 23,19; 34,26; Deuteronomio 14,21)] i rabbini hanno stabilito che alcune forme devono indicare il contenuto a base di carne, altre invece un ripieno a base di latticini.  

Non c’è niente da fare, gli ebrei amano discutere, capire i problemi, sviscerarli, magari anche senza risolverli. Non è un caso che uno dei detti più citati sul nostro popolo è “Due ebrei, tre opinioni”. E quindi ben vengano i simposi rabbinici anche su questi temi solo apparentemente prosaici.

Ovviamente non me ne andrò senza prima avervi dato una ricetta (la mia!) di un tipo di borechas a base di carne:

Sigariot

sigari-ricettaIngredienti:
750 g di carne macinata di manzo o agnello magra
1 cipolla tritata finemente
Olio
2 cucchiaini di cannella
1/2 cucchiaino di peperoncino macinato
1/4 di cucchiaino di zenzero
1 mazzetto di prezzemolo tritato
5 uova
180 g di margarina fusa
Sale, pepe, pepe di cayenna
Pasta fillo

Fare appassire la cipolla nell’olio, unire la carne, le spezie, sale e pepe e cuocere x circa 10 minuti; quindi unire il prezzemolo e le uova sbattute e cuocere per pochi minuti, sempre mescolando, fino a far rapprendere le uova.
A questo punto tagliare la pasta fillo a formare dei quadrati o rettangoli di circa 10 cm. di lato, ungerne uno per volta con la margarina fusa, mettere un cucchiaio di ripieno all’estremità della striscia, ripiegare i lati sul ripieno e arrotolare fino in fondo, in questo modo, il ripieno non uscirà. Una volta così formati tutti i sigari, metterli in una teglia allineati uno accanto all’altro, spennellarli con altra margarina, e quindi infornare in forno già caldo a 180°/200°per circa 30 minuti, o comunque fino a doratura. Servire caldi.