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Comunicazione sul web

mi-piaceSarà una mia impressione ma in questo periodo non faccio che leggere notizie di cronaca su suicidi per difficoltà economiche, violenze sulle donne, genitori fuori di testa che uccidono i figli, magari per poi farla finita con un colpo alla tempia.
Pochi giorni fa mi sono soffermata su quel papà che a Palermo ha sparato al figlio di nove anni e poi si è ucciso; vi riporto le poche righe che ho letto su Repubblica.it:
” Il bambino aveva riportato lesioni devastanti al cervello, causate dal colpo calibro nove esploso a distanza ravvicinata dal padre, Ivan Irrera, l’assistente di polizia che dopo avere sparato al figlio si è suicidato sparandosi alla tempia. Il poliziotto ha lasciato alcune lettere che conterrebbero la spiegazione del folle gesto” e poi: “entra su Facebook di repubblicaPalermo e clicca mi piace!”
Ora, dico io, dopo aver letto queste poche righe, come ci può venire in mente di cliccare “mi piace!”, anche col punto esclamativo?
Credo che sia arrivato il momento di fare una riflessione sulla comunicazione sul web, forse varrebbe la pena che il giornalista che sta pubblicando un articolo magari conti fino a dieci prima di fare invio, anche se questo dovesse andare a scapito dell’immediatezza della presenza sul web.
E poi questo mi piace! che ormai imperversa ovunque, non solo nei social network, lo trovo deleterio.
Che senso ha? É un po’ manicheo, si perdono le sfumature, porta alla superficialità, alla mancanza di approfondimento. Il tutto poi è finalizzato a verificare il gradimento, contare i click, a misurare in qualche modo la propria prestazione, ma con dei parametri assolutamente insignificanti e privi di contenuto.
Per non parlare poi di quello che avviene su facebook dove su qualsiasi stronzata frase o immagine pubblicata sul proprio profilo, fioccano decine e decine di mi piace o non mi piace sulle quali si generano forti aspettative da parte del popolo del web, nella speranza di vedere gratificato il proprio narcisismo. Il fenomeno è particolarmente evidente negli adolescenti che poi sono portati, in maniera compulsiva, a controllare continuamente l’andamento del loro gradimento in rete.

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“Israel now” al MACRO di Testaccio

Il 31 gennaio è stata inaugurata a Roma la mostra “Israel now” al MACRO di Testaccio.

“Il progetto, strutturato attorno ad una selezione di ventiquattro artisti israeliani provenienti da esperienze e generazioni diverse, vuole aprire molteplici sguardi sul futuro, per offrire una possibile concezione alternativa della produzione e della fruizione artistica”.

Si tratta di un percorso espositivo in cui ogni artista presenta la propria visione del futuro. Come già ho avuto modo di raccontare, per me l’arte contemporanea è un po’ un mistero; in questo caso la mia perplessità è ancora aumentata: ho trovato filmati in cui una anziana signora, intervistata dal figlio, spiegava come cucina il gefiltefisch, secondo le tradizioni familiari della sua famiglia, con primi piani sulla testa mozzata del pesce che, a stomaco vuoto, non è stata una cosa piacevole da guardare; oppure il famoso filmato del cavallo che galoppa, che ha contribuito a capire il movimento delle zampe del cavallo, messo in relazione con l’immagine di un treno fermo sui binari (?). E poi foto di momenti di riposo dei soldati israeliani, foto di ebrei ortodossi reinterpretati come personaggi mitologici, eroi greci o soggetti di quadri famosi.

Ho trovato invece molto bella l’introduzione alla mostra, un pannello con una frase del Maharal di Praga, rabbino e studioso del Talmud del 1500:

“… L’uomo … è un albero capovolto, perché l’albero ha la radice in basso infissa per terra, mentre l’uomo ha la radice in alto perché la sua radice è l’anima che è di origine celeste; le mani sono i rami dell’albero, le gambe sono rami sovrapposti ai rami, il corpo è il tronco dell’albero. […] L’albero ha le sue radici in basso perché deriva la sua vitalità dalla terra, mentre la vitalità dell’anima umana deriva dal cielo”.

Insomma, giudicate voi da questa piccola galleria (*).

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Ringraziamo la nipote grande per la consulenza

(*) le mie sociorelle troveranno da ridire, ma con lo smartphone e cercando di non dare nell’occhio, di più non sono riuscita a fare! 🙂

Facebook ergo sum

Capita che all’entrata o all’uscita del cinema si incontrino amici o conoscenti, specialmente quando si va in un cinema di quartiere.
Ci ferma a fare due chiacchiere, ci si scambiano impressioni se si è visto lo stesso film, ci si consiglia un film piuttosto che un altro, poi ognuno se ne va per la propria strada. Qualche giorno fa però uno di questi incontri mi ha lasciata un po’ interdetta e voglio condividere con voi alcune riflessioni.
Dopo aver visto “Ciliegine”, che consiglio vivamente, in un cinema di trastevere, ci imbattiamo in una coppia di conoscenti, con i quali ci intratteniamo qualche minuto per una serie di convenevoli; sopraggiunge un’altra persona, che saluta calorosamente mio marito e, rivolgendosi agli altri presenti, li apostrofa con entusiasmo, baci e abbracci, avendoli riconosciuti come appartenenti ad un stesso gruppo di Facebook. Non li aveva mai visti, non li conosceva.
Io: trasparente per alcuni lunghi minuti, finché mio marito non si rende conto della situazione e mi presenta alla bizzarra figura, ancora presa dall’inaspettato incontro. Tendo la mano e non posso fare a meno di presentarmi, sottolineando: “sono Cynthia e non sono su Facebook”.
Probabilmente non avrà capito; certo la cosa mi ha un po’ intristito: quasi che ormai si è più concentrati sui rapporti virtuali che su quelli reali; o forse dare concretezza a questo tipo di rapporti rafforza la fiducia che ormai viene riposta in questi canali di comunicazione che ormai occupano buona parte delle giornate di molte persone.
Non voglio essere fraintesa: chi parla non è certo una bacchettona che demonizza i social network e si sente minacciata dalle nuove tecnologie. Tutt’altro. Quello che mi spaventa sono le possibili conseguenze di un uso eccessivo di tali modalità di comunicazione.

Prima sera di Pesach

Questa sera inizia Pesach, la pasqua ebraica, e come ogni anno durante il seder verrà cantata o letta l’Haggadah, che altro non è che la storia dell’uscita degli Ebrei dall’Egitto, con la conquista della libertà dopo secoli di schiavitù.

La lettura dell’Haggadah è forse la pratica rituale più antica del mondo; la storia è sempre la stessa, ma ormai il numero di edizioni differenti è infinito: si può trovare l’haggadah per i bambini, la versione per i vegetariani, per le donne, per gli ebrei russi, per gli ebrei etiopi; durante il seder ci si interrompe spesso per citare i commenti più disparati, insomma, un seder non è mai uguale a un altro.

Quest’anno vi voglio segnalare in particolare l’uscita di una nuova Haggadah, curata da Jonathan Foer, sì proprio l’autore di “Ogni cosa è illuminata”, con la traduzione dall’ebraico di NathanEnglander, romanziere americano non a caso laureato alla Hebrew Academy di Nassau County. Emglander stesso definisce la sua traduzione “iperletterale”; chi l’ha letta afferma che lo scrittore ha aggiunto al testo grazia e un sottile senso poetico.

Foer nell’introduzione spiega che questo progetto ha avuto una gestazione molto lunga, ben nove anni, durante i quali ogni particolare è stato preso in considerazione, dalla forma del libro,  alla sua dimensione, pensata per avere una certa importanza, senza ingombrare troppo la tavola e gli altri commensali; si è cercato di limitare le illustrazioni, per non distrarre dalla lettura del testo. Anche il titolo sembra sia stato molto meditato, anche se alla fine il risultato sembra abbastanza scontato: “New American Haggadah”. I commenti al testo, inusuali e sorprendenti, sono stati scritti, tra gli altri, da personaggi di spicco della cultura USA contemporanea: filosofi, scrittori, giornalisti, accademici.

Insomma, sarebbe carino far trovare ai vostri ospiti una copia di questa nuova haggadah sul tavolo del seder, anche se ognuno di noi difficilmente rinuncerebbe alla vecchia e consunta copia, che probabilmente risale ai tempi della scuola, dove negli anni abbiamo appuntato a matita la divisione dei “pezzi” che ciascuno si troverà a cantare durante la cena.

Francesca Woodman al Guggenheim

Non l’avevo mai sentita nominare, ma sono incappata in una serie di sue fotografie e le ho trovate molto particolari. Si tratta di Francesca Woodman, morta suicida nel 1981 a soli 22 anni. Le donne sono il soggetto rappresentato più spesso, ma in maniera molto singolare: le sue foto in bianco e nero, infatti, raffigurano il corpo femminile come una macchia sfocata che sta per essere cancellata. Per ottenere questo effetto, che dà alla figura un senso di leggerezza inquietante, quasi fossero fatte di zucchero filato, ha usato tempi di esposizione molto lunghi. Lei stessa definiva i suoi soggetti “immagini fantasma”, come fossero caratterizzate dal desiderio di nascondersi o scomparire. Quasi ad affermare le difficoltà di affermazione della donna in quella che si può definire la seconda ondata del movimento femminista.

La mostra completa del lavoro dell’artista sarà al Guggenheim Museum dal 16 marzo al 13 giugno.

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Steve McCurry al Macro

E’ in corso in questi giorni al Macro di Testaccio  (fino al 29 aprile) un’interessante mostra fotografica; si tratta di una rassegna dedicata a Steve McCurry, noto ai più per la foto della ragazza afghana pubblicata nel 1985 sulla copertina del National Geographic e diventata icona del conflitto afghano nel mondo. Steve McCurry si è sempre spinto in prima linea pur di testimoniare gli effetti e le conseguenze dei conflitti in tutto il mondo. La mostra è davvero notevole, l’allestimento ha un suo senso, come spiega Fabio Novembre, curatore della mostra: “mentre la nostra idea di casa assomiglia sempre più ad arroganti dichiarazioni di potere ben salde sulla terra che occupano, […], le case nelle sue opere sono precarie, come le vite di chi le abita, simili a strutture cellulari mobili. Ed è esattamente questa suggestione che ho cercato di riportare all’interno dei grandi spazi del Macro, un allestimento come un villaggio nomade […]”. In effetti l’esposizione è originale, però poco funzionale: io ho  trovato una certa difficoltà ad associare la foto alla didascalia. Ma, tornando alle fotografie, sono una più bella dell’altra, e per questo non vi voglio anticipare nulla, vanno viste sul posto. C’è però una cosa che mi ha infastidito: la maggior parte delle foto sono scattate in oriente, India, Cina, Birmania, Tailandia, con scene di vita, personaggi, paesaggi; molte altre riportano scene di guerra, violenza, povertà dal Pakistan, Afghanistan, Kuwait. Poi di tanto in tanto ce ne sono alcune scattate in Italia: i soggetti ritratti sono tutti a sfondo religioso: processioni, flagellazioni, croci bruciate, come se in Italia non ci fosse niente di più rappresentativo. Ho raccolto alcune di queste immagini nella seguente galleria fotografica.

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E voi che pesce siete?

Il fotografo newyorkese Ted Sabarese ha realizzato una serie di foto, a mio avviso molto divertenti, che mettono in evidenza le somiglianze tra persone e pesci.  Finora si erano visti i cani che assomigliano ai padroni, ma qui si potrebbe estendere a un “sei quel che mangi”. Guardate voi stessi.

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La pausa pranzo

A chi non è mai venuta la fantasia di una pennichella durante la pausa pranzo in ufficio? Quante volte durante le riunioni post-prandiali assistiamo all’evidente abbiocco di qualche partecipante che crolla miseramente con la palpebra abbassata durante un intervento, certamente non brillante, di qualche collega? Ricordo ancora che anni fa, in uno dei miei primi lavori, avevo un capo che si addormentava sempre durante le riunioni pomeridiane; si trattava però di un sonno vigile, perché ogni volta, interpellato, riusciva a dare risposte sensate. Non ho mai capito come facesse.
Comunque ora questo problema sembrerebbe risolto, visto che una azienda britannica, la Podtime, ha messo a punto gli Sleep Pods, delle mini stanzette a forma di tubo dotate di un piccolo impianto hi-fi per rilassassi con un po’ di musica, di morbide luci soffuse per non affaticare la vista e, naturalmente, di un comodo materasso sul quale distendersi e ricaricarsi durante la pausa pranzo. Ricordano un po’ il design di 2001 Odissea nella spazio, sono disponibili in vari colori e con diversi accessori e in fondo costano solo 1100 euro.
Di seguito la galleria di foto da sottoporre al vostro capo.

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Elezioni in Egitto

Ieri l’Egitto è andato al voto, dopo undici mesi dalla caduta del regime di Mubarak. Erano presenti 40 partiti, divisi in 4 coalizioni; per farsi riconoscere dal corpo elettorale, che presenta ampie fasce di analfabetismo, i partiti hanno scelto centinaia di simboli che hanno reso i cartelloni elettorali davvero bizzarri: ombrelli, frullatori, semafori, spazzolini da denti, palloni. Insomma oggetti di uso comune che rendessero facile l’associazione con il candidato.
Eccone qui un campionario.

Talk to me al MoMA

E’ stata inaugurata il 24 luglio e rimarrà aperta fino al 7 novembre la mostra “Talk to me” al MoMA di New York. Si tratta di un’iniziativa che a me sembra davvero fuori da ogni schema; si parte dal presupposto che le cose, gli oggetti, parlino con noi, in maniera più o meno esplicita. Possono essere oggetti tangibili o immateriali, dal cucchiaio alla città, dal governo al Web, dagli edifici ai social network: tutti hanno qualcosa da comunicare, non certo con la voce, ma con testo, diagrammi, interfacce visuali, ma anche con profumi o con la propria temperatura; altri invece ci fanno compagnia semplicemente in silenzio. Il design, già alla fine del 20° secolo, ha iniziato ad abbandonare obiettivi legati all’utilità dell’oggetto; la cultura del 21° secolo è incentrata sul “Comunico dunque sono”. Quindi ci si allontana sempre più dalle preoccupazioni per la forma, o per la funzione di un oggetto, per focalizzarci sullo scambio di informazioni e sulle emozioni.
Design della comunicazione, dunque, che comprende la progettazione grafica di messaggi, di materiali stampati, di oggetti tridimensionali e di interfacce web.
La mostra prova ad esplorare questi nuovi terreni, esponendo una varietà di disegni che tentano di migliorare le possibilità comunicative e incarnano un nuovo equilibrio tra la tecnologia e l’uomo.
Ad essere sincera tutto questo è fuori dalla mia portata; bisogna però riconoscere che tentativi di questo tipo ci consentono se non altro di “pensare” e comunque di prendere atto dei cambiamenti che sono avvenuti e continuano ad avvenire nella nostra vita di tutti i giorni senza che noi ne riusciamo ad avere piena coscienza. Del resto l’arte non è altro che lo specchio dei tempi.