Fotografia della Storia o Storia della Fotografia. Hiroshima

“Avevo finito la colazione e mi stavo accingendo ad andare al giornale. D’improvviso ci fu bagliore come se fosse caduto un fulmine appena fuori della finestra. Non udii alcun suono, ma tutto intorno diventava bianco. Diventai momentaneamente cieco, come se un lampo al magnesio fosse stata acceso davanti ai miei occhi. Dopo di che si verificò l’esplosione. Ero nudo dalla vita in su e l’esplosione fu così intensa che sentii come se centinaia di aghi mi trafiggessero contemporaneamente. Il secondo e il terzo piano della casa erano andati distrutti e io non vedevo quasi niente a causa della polvere. Mi vestii prendendo qualcosa a caso da sotto le macerie, mi vestii, presi la macchina fotografica e uscii. Le prime vittime che incontrai erano studenti di High School: erano stati fatti evacuare e si trovavano in strada al momento dell’esplosione. Erano coperti di vesciche grandi come palle, erano dappertutto, sulla schiena, sul viso, sulle spalle e sulle braccia. Cominciavano ad aprirsi e la loro pelle era staccata”.

Questo è il racconto di Yoshito Matsushige, 32 anni, fotografo del giornale Chugoku.  Quella mattina, 6 agosto 1945, alle 8.16 e 8 secondi, era esplosa la prima bomba atomica su Hiroshima, importante base militare e navale giapponese. Lui aveva avuto la fortuna di trovarsi di poco fuori dal suo terribile raggio d’azione. Uscì con l’intenzione di scattare foto che testimoniassero l’accaduto, ma quello che vide lo trattenne dallo scattarne molte.

“Ancora oggi ricordo che il mirino era appannato a causa delle mie lacrime”.

Nelle dieci ore in cui vagò per la città devastata realizzò appena ventiquattro esposizioni, ma solo sette risultarono buone.

Un’altra bomba venne sganciata pochi giorni dopo su Nagasaki e la guerra in quella parte del mondo ebbe fine. I toni della stampa occidentale, dal New York Times a Life, erano quasi trionfalistici. Non ricevettero foto dalle due città massacrate se non mesi dopo e anche allora le sottoposero a pesanti censure. Anche perché gli aspetti legati alle conseguenze derivanti dalle radiazioni furono accantonate come fossero tentativi dei Giapponesi di minare il morale degli Americani.

In Giappone la censura fu ancora più feroce. Non furono solo gli edifici a essere distrutti, venne cancellata anche un’intera memoria collettiva. Per molti anni le sole immagini dell’accaduto furono costituite da disegni e dipinti realizzati dai sopravvissuti. Il Giappone venne dichiarato off-limits per la stampa straniera. Chi tentava di scattare immagini di nascosto si vedeva sequestrare la macchina e distruggere la pellicola e spesso espellere dal paese.

Le stesse foto di Matsushige, quando tentò di farle pubblicare, vennero confiscate. Secondo una legge non scritta, niente che avrebbe potuto direttamente o indirettamente turbare la tranquillità pubblica sarebbe dovuto essere diffuso. E infatti queste documentazioni visive non furono stampate se non alla fine dell’occupazione del Giappone, nell’aprile 1952. La prima rivista a mostrarle fu Asahi Gurafu nell’agosto di quello stesso anno.

Sopra le foto realizzate da Matsushige (cliccarne una qualunque per ingrandirle).

Per leggere le puntate passate e future (è possibile anche questo nel Blog delle Ragazze 😉 ) cliccate sull’argomento “Storia della Fotografia” alla fine del post.

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