Tra il pubblico di Servizio Pubblico

Giovedì scorso sono andata ad assistere tra il pubblico alla trasmissione di Michele Santoro “Servizio Pubblico”.

Perché mai? vi chiederete. Cosa avevo da espiare? Con cosa mi ero drogata?

E’ successo in realtà che alcuni colleghi di ufficio mi avevano chiesto di partecipare alla trasmissione dove si sarebbe parlato anche della questione Vodafone.

E così, ALicE, che non si tira mai indietro, indossata la maglia rossa d’ordinanza (rosso Vodafone, naturalmente!), dopo essere passata a casa della mamma per farsi prestare un golf rosso, che solo con la T-shirt si gelava, alle 18.15 (ricordatevi quest’orario come inizio della tregenda) si incammina verso gli studi di cinecittà per assistere insieme a una ventina di colleghi, anche loro in maglia rossa, alla diretta di una trasmissione che non aveva mai visto e della quale detestava il presentatore, Michele Santoro, e il vignettista ufficiale, Vauro, che non risparmia mai frecciate velenose contro Israele.

Alle 19.00 arriviamo a Cinecittà. Lì avrei già dovuto capire la mala parata e andarmene: la mia amica sindacalista, infatti, mi avvisa che noi non eravamo “in programma”: semplicemente la redazione era stata avvisata della nostra presenza in maglia rossa (UUUUHHHH!!! PAURA, EH?), ma non ci avevano assicurato nulla in merito alla possibilità di intervenire. Non so perché, ma decido di restare. Ci mettiamo in fila per farci accreditare e firmare le liberatorie di legge, ed entriamo nella città del cinema. Che tristezza! In altri paesi (ma anche in altre città italiane, vedi Torino, per esempio) nell’ottica di una riqualificazione industriale, ne avrebbero fatto un gioiellino da mostrare al pubblico, magari (magari) guadagnandoci anche. Qui invece hai la sensazione di un vero mondo scomparso. Ma queste riflessioni meritano un post a parte.

Sono le 19.30 e siamo in coda fuori dal teatro 3, quello da dove andrà in onda la trasmissione. Alziamo gli occhi al cielo, senza nessun intento religioso o divinatorio, ma solo per tenere d’occhio il meteo, e infatti notiamo nuvole grigie e minacciose che non lasciano presagire nulla di buono.

Neanche a dirlo, dopo pochi minuti comincia a piovere. Ma il teatro non apre. Restiamo stipati sotto una tettoia in 300/400 persone, non so quantificare con precisione,  con gente che si ingozzava un tramezzino al volo e la maggior parte che fumava… tanto eravamo all’aperto! Io, naturalmente, né l’uno, né l’altro.

Intanto il teatro 3 non accennava ad aprire.

Alle 20.00, finalmente, con una parte degli astanti già abbondantemente bagnata, entriamo. Ci accoglie un corridoio dalle pareti sporche e scrostate, illuminato malamente da una tristissima luce al neon.

Ci chiedono di lasciare le borse al guardaroba. Così, in fretta, mi ficco in tasca chiavi di casa, carte di credito, telefono e un taccuino (non si sa mai) e ci mettiamo in fila al guardaroba. Poi, altra fila, altro giro, altro regalo, pazientemente aspettiamo il nostro turno per entrare nel teatro vero e proprio e prendere posto. Un energumeno tatuato regola il flusso del pubblico facendo entrare poche persone alla volta e assegnando loro i posti. Noi abbiamo chiesto (almeno quello) di essere seduti vicini. Sapete la risposta? Eh no! Fareste troppo macchia, così tutti rossi! Ma come??? Ci siamo vestiti così apposta! E così qualcuno si è infilato la felpa, qualcun altro la giacca e abbiamo ottenuto di essere divisi in due gruppi. Alla faccia della maglietta rossa, che non c’è colore che mi stia peggio addosso.

La riflessione che mi si è subito fatta strada rispetto al trattamento ricevuto, è che il pubblico veniva trattato come se fosse pagato. Come se fosse lì per lavorare. Anzi peggio: per chi lavora c’è (o dovrebbe esserci) più rispetto! Noi sembravamo oggetti da arredamento da tenere un po’ al freddo e alle intemperie, per poi farli entrare e metterli a sedere a casaccio.

Ma loro, del pubblico in sala hanno bisogno eccome! Pensate il mattatore Santoro che parla davanti a una telecamera e ai pochi politici invitati. Lui ha bisogno della folla come il pane! E a proposito di pane, il mio stomaco (vuoto dall’ora di pranzo) cominciava a borbottare.

Intanto, durante le numerose file, abbiamo cominciato a guardare sugli smartphone il programma della serata: il tema era “Spazzare via tutto” e si sarebbe parlato di antipolitica. Era prevista: un’intervista a Beppe Grillo; il collegamento con Francesco Speroni (europarlamentare della Lega); mentre in studio sarebbero stati ospiti il sindaco di Firenze, Matteo Renzi,  Norma Rangeri, direttore del Manifesto, e Stefano Cappellini, del Messaggero.

Alle 21.05 finalmente entra Santoro sule note di Va pensiero! E rendetevi conto che a quel punto avevo già perso quasi 3 ore del mio tempo!

Un servizio via l’altro; la bufera sulla Lega; ricostruzioni con i disegni sulle intercettazioni telefoniche, alternate a interviste a vari politici, collaboratori e faccendieri leghisti; gli interventi di Rizzo e Stella, (quelli, sì, abbastanza interessanti); anche Cappellini ha detto delle cose sensate; mentre Renzi, che già non mi piaceva prima, ha confermato che la prima opinione è quella giusta: demagogo, populista, un po’ subdolo (quanto ci ha tenuto a dire che lui, del PD, ha messo in nonsoquale posizione che ha a che fare coi parcheggi di Firenze, uno di Forza Italia! Ma va? Veramente? Non lo avremmo mai immaginato! Specie dopo che sei andato a cena ad Arcore! Che vergogna!) Speroni invece dava il meglio di sé nei fuori onda, dove sbadigliava a bocca spalancata (non visto in TV) e si stropicciava gli occhi con la palpebra che gli calava. Ma come dargli torto? Mi si chiudevano letteralmente gli occhi anche a me, dalla noia e dal continuo parlarsi addosso! Da casa non avrei visto nemmeno 10 minuti di trasmissione: neanche pagata! Avevo davanti un orologio digitale con l’ora… sembrava non si muovesse. Il tempo si era fermato. A tratti temevo che la cameraman ambulante mi riprendesse (cioè in tutti i sensi: che mi rimproverasse o che mandasse il mio sonno in diretta TV). Per tenermi sveglia ho finito il mio pacchetto di gomme: una appresso all’altra, perché appena andava via il sapore della menta dovevo subito mangiarne un’altra per non rischiare di assopirmi.

Il castigo divino è finito a mezzanotte e mezza, senza ovviamente che la questione Vodafone sia stata non dico trattata, ma almeno nominata da nessuno. E oltretutto il programma si è concluso con l’immancabile frecciata di Vauro diretta a Israele! Accanto a me c’era un troglodita che si ammazzava dalle risate a sentire le sue invettive antisemite… pardon: antisioniste!

Una volta liberi però la frase più bella l’ha detta una mia collega, una ragazzetta verace verace di 25 anni, che con la faccia atterrita e la voce spenta ha detto: “Questo si chiama sequestro di persona!”

Parole sante!

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5 Risposte a “Tra il pubblico di Servizio Pubblico”

  1. Cara Ale, spiace che, per regalarci questi post meravigliosi, tu debba sorbettarti avventure che manco Indianajones. Però, anche questa era una chicca imperdibile.

    Come effetto secondario, hai anche risposto a una domanda che avevo da tempo: ma Cinecittà adesso com’è?

  2. Qualcuno di voi ha avuto l’occasione di vivere in un allevamento di bestiame…? Be’, lì ci sono delle aree recintate per tipologia… e poi ci sono i cani… e poi ci sono i “pastori”… e poi c’è il padrone.
    Siamo solo un popolo di sudditi!

  3. ALicE, sei comunque un mito! 😀

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