Storia naturale di una famiglia di Ester Armanino

Non compro libri a caso. Li scelgo accuratamente dopo aver letto recensioni affidabili (che non siano cioè semplici riassunti come sempre più si vede in giro), oppure acquisto novità di scrittori che amo e che prendo a scatola chiusa. Sperando di non incappare in opere raffazzonate arrivate sugli scaffali dopo anni di silenzio da chi è stato vittima del blocco dello scrittore (“il blocco dello scrittore è il modo che Dio usa per dirti che non sei uno scrittore” dal film Maybe baby). A questo proposito, ho appena comprato l’ultimo di Eugenides, speriamo bene. Ma sto divagando.

Il libro di cui voglio parlare oggi, Storia naturale di una famiglia, invece, stranamente l’ho preso solo perché mi piaceva il titolo, senza saperne niente, e sono stata premiata.

È il primo romanzo di una giovanissima genovese, solo 28 anni, architetto e mi sento di dire che la ragazza ha talento. È la storia di una famiglia come tante, madre padre figlio e figlia, raccontata da quest’ultima, Bianca, di 15 anni. Senza entrare nei particolari, per non rovinare la lettura, è un libro sulla separazione, la perdita e sull’elaborazione. “Crescere è abbandonare” dice a un certo punto la madre, è come passare attraverso la muta degli insetti: da un taglio netto e profondo della schiena fuoriesce un “corpo identico al primo ma dai colori più accesi”.

L’occhio narrante è da entomologa, non solo per l’attenzione ai dettagli anche emotivi, ma letteralmente per le frequenti e originali similitudini prese dal mondo degli insetti. E così le note che si diffondono inattese da un pianoforte sono “api che sciamano e colorano la casa”, la madre da ape operaia “costretta tra le celle dell’alveare a maneggiare la cera, nutrire le larve, sorvegliare che ogni cosa vada in porto, sfreccerà finalmente nel sole, libera di pungere chi vuole”. E così via.

È un romanzo che ti cattura, ti trascina e non ti molla fino alla fine. Lo consiglio vivamente.

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