Lettere a Primo Levi: Il fratello muto

disegno di M.C. Escher

Caro Primo,

dopo averci sorpresi con i tuoi gusti letterari, da Aldous Huxley a Rabelais, ecco una stroncatura con i controfiocchi.

Mi sento sazio delle lodi tributate a testi che (cito a caso) “suonano al limite dell’ineffabile, del non-esistente, del mugolio animale”. Sono stanco di “densi impasti magmatici”, di “rifiuti semantici” e di innovazioni stantie. Le pagine bianche sono bianche, ed è meglio chiamarle bianche; se il re è nudo, è onesto dire che è nudo.

Personalmente, sono stanco anche delle lodi elargite in vita e in morte a Ezra Pound, che forse è pure stato un grande poeta, ma che per essere sicuro di non essere compreso scriveva a volte perfino in cinese […]. Forse il tribunale americano che giudicò Pound mentalmente infermo aveva ragione […]. Chi non sa ragionare deve essere curato, e nei limiti del possibile rispettato, anche se, come Ezra Pound, si induce a fare propaganda nazista contro il proprio paese in guerra contro la Germania di Hitler: ma non deve essere lodato né indicato ad esempio, perché è meglio essere sani che insani.

E concludi con una delle tue frasi lapidarie, innovativa ma chiarissima: “L’effabile è preferibile all’ineffabile”. Tuttavia tieni a precisare:

È evidente che una scrittura perfettamente lucida presuppone uno scrivente totalmente consapevole, il che non corrisponde alla realtà. Siamo fatti di Io e di Es, di spirito e di carne, ed inoltre di acidi nucleici, di tradizioni, di ormoni, di esperienze e traumi remoti e prossimi; perciò siamo condannati a trascinarci dietro, dalla culla alla tomba, un Doppelgänger, un fratello muto e senza volto, che pure è corresponsabile delle nostre azioni, quindi anche delle nostre pagine.

Il tuo fratello muto è più muto che mai, dato che la tua scrittura si avvicina parecchio alla definizione di “perfettamente lucida”. Eppure qui ci parli di “lui”, per via indiretta e in un modo che – a rileggerti oggi – lascia con il fiato sospeso. “Lui” che ebbe l’ultima parola, quella volta nel 1987.

Non è un caso che i due poeti tedeschi meno decifrabili, Trakl e Celan, siano entrambi morti suicidi, a distanza di due generazioni. Il loro comune destino fa pensare all’oscurità della loro poetica come ad un pre-uccidersi, a un non-voler-essere, ad una fuga dal mondo, a cui la morte voluta è stata coronamento.

Un abbraccio con tutta l’amicizia e l’affetto.

Tuo d

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4 Risposte a “Lettere a Primo Levi: Il fratello muto”

  1. Il “lui” che ebbe l’ultima parola navigava nella stessa oscurità di quello di Bruno Bettlheim e di Jean Amery. E di moltissimi altri meno noti.

  2. qui l’idea è che il “fratello muto” di PL avesse tendenze autodistruttive anche a prescindere da Auschwitz. una conclusione che azzardo dopo aver a lungo meditato sulle sue opere.

  3. mah, non sarei in grado di “quantificare” la cosa. è un’impressione ricavata leggendo l’opera omnia di Levi. era capitato di accennarne già in precedenza, quando avevo detto che la filosofia di vita di PL era vicina a quella di Leopardi, il quale – notoriamente – sostiene che a porre fine alla propria vita non sono i disperati (infatti quasi nessuno si suicidava IN Lager) ma le persone fin troppo colte e lucide. del resto, basti pensare ad altri casi di piemontesi illustri (mai internati in Lager): Pavese, Lucentini…

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