11 settembre 2011

Sono passati 10 anni: ripercorriamoli attraverso le copertine del New Yorker, a partire dalla prima, del fumettista Art Spiegelman, che dopo aver assistito al crollo della seconda torre insieme alla moglie e alla figlia, crea quella che rimarrà nota come “black on black”.

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Gli specchi farebbero bene a riflettere prima di rimandarci la nostra immagine

13 Risposte a “11 settembre 2011”

  1. ripescato da una vecchia cartellina un provocatorio collage “dadaista” che realizzai poco tempo dopo l’11 settembre 2001:

    la foto, tratta da una rivista, era stata scattata a Kabul…

    • Un messaggio forte, mi pare. E a distanza di dieci anni stiamo ancora a Kabul.

      • non era una polemica “pre-programmata”, e forse proprio per questo resta valida: vedendo quella foto in copertina di una rivista (era “Diario”!), l’impulso a creare quel ready-made è stato istintivo. forbici, colla, et voilà.

      • A fare le guerre a metà, con una mano legata dietro la schiena, non si risolve nulla.
        O ci si rende conto che il nemico va sconfitto, o si perde… Il che vuol dire anche lasciar durare le guerre all’infinito…
        Purtroppo, gli USA si sono fregati da soli con la piaga del “politically correct” immediatamente sventolato da Bush con la sua dichiarazione MENZOGNERA che “Islam means peace”, cioè “Islam significa pace”, mentre IN ARABO ISLAM SIGNIFICA SOTTOMISSIONE.

        Siamo di fronte a una minaccia mortale che si chiama Islam. L’Islam è un movimento politico-religioso totalitario e liberticida, fondato sul Jihad, uno dei cui fondamenti è “territori in cambio di pace”, cioè se i non musulmani vogliono vivere in pace devono cedere la sovranità territoriale ai musulmani e potranno continuare a sopravvivere come dhimmi, sebbene alla mercé dei musulmani e sottomessi alla Sharia. Lo scopo dell’Islam è sottomettere i non musulmani [Islam vuol dire sottomissione in Arabo, NON PACE!], imporre la legge islamica e la dhimmitudine in tutto il mondo attraverso la conquista degli stati con mezzi nascosti ed elettorali dove possibile, per mezzo del terrorismo dove necessario, e a volte con una combinazione dei due metodi. Ci sono centinaia di milioni di praticanti e credenti dell’Islam. Cercano di tranquillizzarvi dicendovi che non è che una religione, intesa in senso occidentale, il che è una menzogna, trattandosi di un sistema in cui gli elementi giuridico, politico e di culto sono inseparabili. Lo fanno anche parlando di un’utopica “età d’oro” andalusa di fioritura e crescita, in cui – sostengono loro – l’Islam avrebbe coabitato pacificamente con Cristianesimo ed Ebraismo: peccato che non vi sia assolutamente una base storica ma solo propagandistica e ideologica a tale asserzione [vedi, fra gli altri, il libro: Eurabia, di Bat Yeor, che ha raccolto fonti a iosa].

  2. Il mio 9/11

    -di sergio HaDaR tezza-

    Ancora non so perché quel giorno decisi di non andare al lavoro alle 8 nell’ufficio locale dell’A.C.S., Agency for Children Services of the City of New York a Brooklyn, dove lavoravo di solito, ma di aspettare fino alle 9 per l’apertura degli uffici centrali in Downtown Manhattan e cercare di risolvere – chissà perché proprio quel giorno – delle questioni burocratiche che potevano senz’altro attendere.

    Fatto sta che qualche minuto prima delle 9 arrivai dalla Penn Station con la Subway numero 3 alla stazione Chambers, un paio di centinaia di metri dal grattacielo dell’A.C.S. in Fulton Street, dove non volevo scendere, perché più vicino alla stazione Chambers c’era un posto con succhi di frutta naturali molto buoni.

    Scendendo dal treno, passando vicino alle ricetrasmittenti di due poliziotti, sentii voci concitate, che comunicavano che qualche minuto prima un aereo si era schiantato sulla Torre Nord del World Trade Center, una delle Twin Towers (le Torri Gemelle), che si trovava a un centinaio di metri. Le Torri che vedevo quasi tutti i giorni passandoci sotto, nei cui piani sotterranei avevo comperato di tutto, dai libri ai cappuccini, e adiacenti alle quali c’era uno dei miei posti preferiti per comperare generi di abbigliamento a New York: Century 21, dove i prodotti dei miei designers italiani e francesi preferiti, da Ermenegildo Zegna a Nino Cerruti e Yves Saint Laurent costano una frazione del prezzo che si paga in Italia e Francia.

    Come forse avevano pensato tutti, tranne i poveracci che si trovavano nelle torri, mi dissi: “Il solito deficiente che non sapeva pilotare un Piper”… Ma uscendo su Broadway Ave. dalla Stazione Chambers, ciò che vidi non era esattamente quello che mi aspettavo…

    Fuori dalla stazione Chambers, le strade e i marciapiedi erano pullulanti di pompieri e camion rossi del Dipartimento Vigili del Fuoco di New York (FDNY), auto azzurre del Dipartimento di Polizia di New York (NYPD), e un sacco di ambulanze di tutti i tipi, fra cui tante erano di Hatzalah, i servizi ebraici di emergenza medica, con le ambulanze con la grande stella di Davide, considerati fra i migliori, fra i più professionali e cortesi di NY, e nei quali avevo conoscenti anche al di là del fatto che sono un EMT-D (Emergency Medical Technician- Defibrillator) che stava studiando da Paramedic.

    Comiciai a notare uno strano odore di fuoco chimico.

    Mi avvicinai alle suddette ambulanze cercando di avere più informazioni. Uno dei giovani Katz, di cui non ricordo il nome, mi disse che un grosso jet di linea si era schiantato su una delle due torri circa un quarto d’ora prima e che stavano aspettando istruzioni dal dispaccio per andare a prendere i feriti. A quel punto notai il fumo in alto sulla mia destra.

    Non avevo ancora capito bene la portata dell’accaduto. Non c’era l’aria di tragedia a cui mi ero sfortunatamente abituato tra il 1995 e il 2000 con le esplosioni negli autobus e strade israeliani, alcune delle quali avevo visto da troppo vicino, proprio mentre succedevano, o pochi secondi dopo.

    Tutto doveva però cambiare all’improvviso, quando sentii un rumore infernale, un fischio e un urlo insieme, ma fischio e urlo di una creatura mostruosa; un suono che non avevo mai sentito prima, ma che paragonai immediatamente ad un F16 che vola di poco sotto la velocità del suono giusto sopra la mia testa. Tutto tremò. Ma nulla mi poteva preparare a quello che accadde qualche secondo dopo a circa 150 metri da me. Un’esplosione incredibile fece vibrare tutto e saltare un sacco di vetri, che facevano un rumore cristallino continuo cadendo dalla finestre altissime, come delle vere e proprie ghigliottine. Immediatamente, dalle radio delle ambulanze e dei vigili del fuoco si sentì: “Another plane! The South Tower!”, un’altro aereo aveva colpito questa volta la Torre Sud, l’altra gemella, nascosta alla mia vista dagli alti edifici attorno a me.

    Entro qualche minuto capii che l’inferno era vicino e dovetti resistere alla tentazione di andare a vedere, cosa che decisi di non fare dopo che mi resi conto che non avevo con me un tesserino di EMT ma solo quello di dipendente della Città di New York, e che non volevo avere a che fare con poliziotti nervosi e confusi che cominciavano a bloccare l’accesso ai civili che cercavano di andare in quella direzione.

    Dopo poco, sentii che la Transit Authority stava considerando di chiudere il traffico della metropolitana da Manhattan a Brooklyn. Mi resi conto che una cosa del genere non era MAI stata fatta in oltre cento anni. Io dovevo andare proprio in quella direzione per andare al lavoro, ma, con una decisione molto “israeliana”, corsi verso l’altro lato della strada, e anzichè andare verso sud, verso Brooklyn dove lavoravo, o verso Queens dove abitavo, presi una subway proprio in direzione opposta, verso nord, di ritorno verso Penn Station, per prendere un treno della LIRR (Long Island Rail Road) sempre verso Brooklyn, ma facendo un giro di una decina di miglia in direzione opposta.

    Sul treno, l’aria cominciava a essere pesante, e arrivato a Penn Station presi un treno verso Jamaica Station, in Brooklyn (a metà strada da lì a casa mia in Far Rockaway). Una volta sul treno, di proposito mi misi vicino al conduttore, sapendo che aveva un intercom dal quale si potevano avere notizie. E le notizie erano alquanto pesanti.

    Usciti dai tunnel sotterranei che passano sotto il Fiume Hudson che separa Manhattan da Brooklyn e Queens, immediatamente il conduttore ed io guardammo all’indietro, verso Manhattan, e vidi le due incredibili colonne di fumo nero che coprivano completamente gli oltre 110 piani delle Twin Towers. Poi, il treno fece una curva per dirigersi verso la stazione di Kew Gardens Hills, e le torri sparirono dalla vista per qualche minuto.

    Quando rifacemmo la curva al contrario, ci girammo e non vidi che una colonna di fumo: la prospettiva mi faceva vedere solo una grande colona nera, pensai.

    Fu allora che dal’intercom io e il conduttore sentimmo qualcosa che ancora oggi, non solo allora, non era possibile credere: “The South Tower is down! The South Tower is down!” (la torre sud è caduta). Non riuscii a dire molto, fino a che non sentimmo che anche il Pentagono era stato attaccato e che anche la Casa Bianca era stata attaccata. Allora dissi: “It’s the Arabs”. Fu allora che il conduttore notando per la prima volta la mia chippà [1], i miei peoth [2], la mia lunga barba e i miei tsitsioth [3], mi identificò come israeliano immediatamente – visto il mio look tipico di un ebreo di Hebron, ma non certo di un ebreo newyorkese – e mi disse: “You guys in Israel know these bastards well, don’t you?” [voi in Israele conoscete ‘sti bastardi bene, vero?] Non gli sorrisi neppure, ma gli misi una mano sulla spalla (non era un anglo-sassone, ma uno alquanto scurotto, e quindi avrebbe capito il contatto fisico di simpatia) e dissi solo: “Yep!” – il sì dello slang locale.

    Arrivato alla Jamaica Station, capii che la confusione era grande, ma la situazione tutt’altro che eccellente…

    I treni, di solito in perfetto orario, erano segnati sui tabelloni elettronici con orari alquanto strani. Dopo parecchi minuti di attesa, cominciarono ad arrivare altri treni da Manhattan…e da alcuni di essi scese gente elegante, vestita da ufficio – negli uffici di NY si usano solo tailleurs per le donne e giacca e cravatta per gli uomini – alcuni ricoperti di cenere grigiastra, o di fumo nero. Ne ricordo gli occhi da zombie.

    Cominciai allora ad andare in giro chiedendo loro se avessero telefonato a casa, anche allo scopo di farli uscire dallo stato di shock e impotenza. Tutti mi rispondevano allo stesso modo. “No, non ho potuto: i cellulari non funzionano più e i telefoni regolari neppure”. Il mio telefonino funzionava. Per qualche ragione solo due giorni prima, il 9/9, avevo ceduto alla pressione della mia ex moglie e avevo comprato due telefoni cellulari (provo ancora profonda antipatia per quei marchingegni che hanno invaso le nostre vite e che continuo a non usare quasi mai: mi piace che non mi si possa trovare, e godo dei momenti di tranquillità ininterrotti da squilli…e chi proprio mi vole parlare lascia messaggi in segreteria, che ascolto spesso). Visto che dovevo comprarli, però, nel nome del Shalom Bayith (pace coniugale), tanto valeva comprare telefonini che funzionassero anche in Israele, dove saremmo dovuti tornare presto, e quindi a tre lunghezze d’onda a base satellitare: cosa offerta allora solo da una nuova compagnia, VoiceStream, poi diventata T-Mobile, che cercava di inserirsi nel mercato delle gigantesche AT&T e SPRINT. Tale decisione si mostrò molto utile… La gente che era scesa dai treni, era così felice di poter dire ai propri coniugi, figli, genitori, fratelli, che era salva, che era OK. Mi ringraziarono tutti profusamente, tutti i sessanta e più a cui feci usare il solo telefonino della stazione Jamaica che funzionasse. E – TUTTI – mi dissero poi la stessa cosa: “Thank you. G-od Bless You!” (grazie, che il Signore vi benedica!) e la gran parte aggiunse anche: “You know this stuff in Israel, don’t you? You know also to call the family when terrorists strike…” (voi conoscete queste cose in Israele, vero? E sapete anche che bisogna chiamare le famiglie dopo un attacco terroristico…)

    La gente alla Jamaica Station mi guardava tutta in un modo che era chiaramente segno di vicinanza, e ne ero triplamente fiero: come ebreo, come israeliano e come cittadino americano. Una fierezza commossa fino alle lacrime che appannavano costantemente i miei occhi. Erano emozioni forti, era il pensiero dei miei amici e conoscenti assassinati dai terroristi arabi, era un sentimento di vicinanza e simpatia con chi era lì e forse adesso ci capiva di più, attraverso il dolore e lo shock vissuti di persona.

    Salii su un treno che, come scoprii in seguito, sarebbe stato l’ultimo per Far Rockaway. Verso le 11:30 ero già a casa, incollato alla TV, a registrare sul video registratore le immagini che non sono ancora riuscito a “registrare” nella mia testa: la caduta delle Twin Towers. Molti dei miei vicini arrivarono a casa solo dopo oltre sette ore di cammino… Uno di loro, che di solito conduceva la preghiera di Kippur nella mia sinagoga (Young Israel of Bayswater) e si trovava al settantottesimo piano di una delle due torri quando uno dei due aerei vi si schiantò, fu poi intervistato il giorno dopo da Arutz7, una radio israeliana poi fatta chiudere da Sharon. Le autostrade erano riempite da oltre sette milioni di persone a piedi che uscivano da Manhatan… Dalla baia dietro casa mia, si vedevano in lontananza colonne di fumo nero al posto delle Twin Towers, che fino ad allora erano così belle e imponenti persino da così lontano… E quelle colonne di fumo durarono oltre un mese…

    Tutto il vicinato, quasi esclusivamente ebrei osservanti, cominciò a recarsi scioccato, incredulo, come in pellegrinaggio, verso la baia, più volte al giorno, per un sacco di tempo. Per i primi giorni poi, la vista incredibile dalla baia, così diversa dal “normale”, si accompagnava allo strano silenzio totale proveniente dall’aeroporto JFK di New York a meno di due miglia in linea d’aria, e al volo basso – molto strano per i non israeliani – degli aerei da caccia, i soli che volavano sul cielo di New York.

    Una vicina che era fuggita da Israele dopo lo shock della Guerra del Kippur, entrò in panico per giorni a causa del rumore dei caccia sopra la sua testa: il ricordo traumatico della guerra del Kippur nel 1973 l’aveva raggiunta anche a New York!… Il marito la riportò a casa più di una volta dalla strada dove era uscita in preda al panico, urlando, in camicia da notte.

    Due giorni dopo, mentre era chiaro da tutti i canali TV e radio che l’ingresso nel Sud di Manhattan, Downtown, era chiuso dai soldati della guardia nazionale a chiunque non fosse membro delle forze di soccorso o di sicurezza, come al solito mi dissi che non esiste barriera per il sottoscritto… Se ero riuscito a entrare a piedi in Giordania venticinque anni fa e ritornare in Israele senza che nessuno mi vedesse, e se ero riuscito a entrare con auto civili israeliane in Libano nel 1994 e nel 1996 e a rientrare in Israele fra lo shock totale dei soldati israeliani che guardavano il posto di frontiera – che non ebbero scelta tranne che lasciarmi passare sennò avrebero dovuto spiegare ai loro superiori come ero riuscito a passare sotto il loro naso e entrare in Libano, senza che mi vedessero – non sarebbe stato di certo un soldatino dilettante della guardia nazionale che poteva fermarmi e impedirmi di vedere da vicino quel che rimaneva delle Twin Towers…

    Arrivato da Brooklyn alla prima stazione del Sud di Manhattan, Bowling Green (la Chambers Station dove di solito scendevo e in cui ero stato solo due giorni prima, era stata chiusa per crolli e così sarebbe rimasta per sei mesi!), la prima cosa che sentii fu la puzza allucinante di plastica bruciata. L’aria era irrespirabile, spessa, grigia, e mi chiedevo come facessero le forze di soccorso a lavorarci da 48 ore senza sosta.

    I controlli dei soldati li passai nel solo modo possibile: alla “napoletano-israeliana”… la cosa in fondo più naturale per uno nato a Torino… Mi appesi al collo un badge (lasciapassare con foto) di dipendente della Città di New York – che di per sè non mi dava il diritto di entrare da nessuna parte, se non negli uffici della Citta di New York, e DI CERTO non in una zona militare chiusa – e camminai con fare sicuro, come uno che era lì per dovere, alquanto velocemente, tra due soldati alti almeno m. 1,95 armati di M16 e con giubbotto antiproiettile, salutandoli militarmente. Mi salutarono di ritorno, e forse non notando, o magari confusi dai vari elementi etnici apparenti, mi lasciarono passare. Come soluzione di riserva, avevo con me tesserini di riconoscimento varii da soccorritore…anche se sapevo che, se avessi dovuto tirarli fuori, voleva dire almeno al 90% che non sarei riuscito a passare.

    Arrivato su Broadway, vidi uno spettacolo che era alquanto inaccettabile da parte dei miei occhi: tutto era grigio, coperto di cenere, di una cenere strana… La vista di due commercianti ebrei con la loro chippà [1] nera, che toglievano col le scope e a fatica la cenere dai muri del loro negozio di jeans su Broadway, dalle insegne, dalle serrande, mi fece fermare con un singhiozzo a metà gola… Era una cenere strana, grigia, appiccicosa, a scaglie…

    Non potei non pensare alle parole del Professor Primo Levi e della Professoressa Giuliana Tedeschi, la mia preside, parole che avevo sentito da bambino nelle loro lezioni: la cenere che usciva dai camini di Birkenau e cadeva sulla neve di Auschwitz e della Buna, era una cenere grigia, appiccicosa, a scaglie…

    Dopo un breve giro e dopo aver visto quello che potevo delle macerie in fiamme e fumanti delle torri, dietro una barriera che questa volta non riuscii a passare, guardata da un poliziotto che conosceva troppo bene quali lasciapassare fossero permessi (i loro e quelli dei pompieri), mi incamminai verso il treno per casa.

    Non lavorai quella settimana, perché tutti gli uffici pubblici erano chiusi, specialmente quelli della Città di New York.

    Non sono mai riuscito a digerire veramente che le Twin Towers siano cadute, che adesso ci sia al loro posto un buco grande come otto terreni di football, e che in lontananza, ai bordi della fossa dove c’era il World Trade Center, la galleria della metropolitana sembri il buco di un tubo piccolino: solo tre mesi prima ci avevo portato il figlio maggiore della mia ex moglie a bere una bibita al ristorante Windows on the World al centoseiesimo piano. Lui non era mai stato nel W.T.C. anche se aveva vissuto dodici e mezzo dei suoi tredici anni di allora a New York (eravamo a Manhattan quel giorno per comprargli le scarpe buone per il Bar Mitswà).

    Mi dice ancora oggi: “You really insisted that we go up there, didn’t you? Thanks, really! Did you feel something?” (hai proprio insistito un sacco che andassimo lassù, vero? Grazie di averlo fatto. Presentivi qualcosa forse?)

    No, non solo non presentivo, almeno consciamente, ma da qualche parte ancora rifiuto di “saperlo” fino in fondo…

    Anche il pensiero delle scaglie di cenere non mi abbandonò per giorni, e così la scena surreale di un padre e un figlio con la chippà [1] che cercavano inutilmente di togliere la cenere dal loro negozio e dalla vetrina rotta. Mi chiesi più volte: chissà se erano Cohanim [4]?… Come i due giovani gemelli Katz, volontari di Hatzalah, i figli della cuoca della yeshivah [5] dietro casa mia, che erano lì sotto quando le Torri crollarono (le loro ambulanze furono distrutte), ai quali non successe nulla, e la cui madre continuava a ripetere – quando seppe dell’attacco terroristico e dei morti, non potendo neppure pensare che i suoi bambini sarebbero potuti essere sepolti sotto le macerie – “Hashem yishmor, my children are Kohanim!!!”[4] – Il Signore ce ne guardi: i miei bambini sono dei Cohanim![4]

    Sergio HaDaR Tezza

    Qiryath Arba – Hebron 2005

    ==============================

    Per avere un’idea dei posti in New York di cui parlo, vedere http://www.mta.nyc.ny.us/nyct/maps/submap.htm

    Note:

    [1] Chippà (in America Kippah o secondo la dicitura Yiddish “Yarmulke”) è il copricapo rotondo, zuccotto, usato tradizionalmente dagli ebrei, dove non si usano turbanti, “Fez”, cappelli o altri copricapo

    [2] Peoth (Payos in America, secondo la pronuncia Est e Mitteleuropea) sono i capelli ai lati della testa evidenti presso certi ebrei che li lasciano crescere a boccolo (come faccio io) e non presso altri che li tengono più corti e dietro alle orecchie). La Torà insegna: “Non taglierete in tondo i peoth (angoli) delle vostre teste” (Levitico 19:27). La parola peoth si riferisce alle “basette”, cioè i capelli di fronte alle orecchie, dalle tempie fino all’osso della mandibola all’altezza del naso (Talmud – Makkoth 20a). Il Talmud spiega che questa legge si applica solo per gli uomini, e non per le donne. Maimonide spiega che la proibizione di “tonsura” proibisce la rimozione delle basette con lama di rasoio, pinzette, o ogni altro modo. È permesso tuttavia accorciare i peli delle basette, anche molto vicino alla pelle, usando forbici (e quindi certi tipi di rasoio elettrico che funzionano secondo il principio della forbice, e non del rasoio o pinzetta). Sebbene le basette siano sufficienti a soddisfare il comandamento della Torà di “peoth”, tanti ebrei osservanti si lasciano crescere i “peoth” molto più lunghi, così come fanno gli Ebrei Yemeniti da tempo immemorabile, per enfatizzare l’osservanza del comandamento, o per semplice identificazione ebraica. Chi non ha i capelli ricci di natura, se li arriccia a boccoli, altri li nascondono dietro le orecchie anche piegandoli ripetutamente se sono lunghi. È una questione di gusti o di costumi della comunità. I capelli inoltre sono un simbolo di vanità, una preoccupazione sul proprio aspetto. La proibizione di tagliarsi i peoth ricorda a ognuno di enfatizzare il proprio intelletto e carattere, anzichè il proprio aspetto esteriore (Rabbi Shimshon Rafael Hirsch, Germania XIX Sec. E.V.)

    In una prospettiva mistica, i peoth separano fra la parte frontale del cervello, che è usata per il pensiero astratto che può essere usato per scopi di santità, e la parte posteriore del cervello che governa le funzioni corporee.

    [3] Gli tsitsioth sono frange con filo celeste da apporre agli angoli dei vestiti, secondo l’insegamento della Torà [Numeri XV : 37-41]. Tali versi sono ripetuti almeno due volte quotidianamente da tutti gli ebrei osservanti nella ripetizione dello Shemà, di cui è la parte finale, che è una dichiarazione di fede nell’UNITÀ ASSOLUTA di D-io.

    [4] I Cohanim sono i sacerdoti, a cui le leggi della purezza, osservate scrupolosamente dai Cohanim dal Monte Sinai ai nostri giorni, proibiscono di essere in contatto o in vicinanza di morti se non della famiglia stretta: padre, madre, figlio, figlia, fratello e sorella non sposata [Levitico XXI:1-3]. I Cohanim per questa ragione non possono entrare nei cimiteri – e devono tenersi lontani dalle tombe – se non in occasione della sepoltura di uno dei membri dell’immediata famiglia come sopra.

    [5] Yeshivà (Yeshivah in America) è la scuola rabbinica dove si studia Torà.

    • Sergio somiglia sempre di più alla versione colta di Forrest Gump.

      • 😉
        L’originale di quello che si trovava per caso sempre in mezzo a cose assurde era Zelig di Woody Allen…
        Ma preferisco Forrest Gump di gran lunga…e non solo per la colonna sonora straordinaria…

      • la differenza è che F.G. non si trovava in mezzo a “cose assurde” ma alla Grande Storia… come qualcuno con Primo Levi, 11 Settembre ecc. ecc. 😉

      • Ci sono due differenze enormi tra me e l’immaginario Forrest Gump: lui aveva un sacco di quattrini e io proprio no, anche se il mio I.Q. è + del doppio del suo, ma non mi consola affatto… Poi, oltre al resto, ed è la cosa più importante, lui ha avuto un figlio e perdippiù con la donna che amava, io proprio no…
        Bella consolazione l’intelligenza ed essere stato nel mezzo della grande storia, e aver avuto contatti e conversazioni interessanti con parecchie personalità di fama mondiale…

  3. “911” è il numero telefonico per le emergenze negli USA e in Canada e già a partire dagli anni ’70 veniva pubblicizzato come “nine eleven”.

    Dopo l’attacco alle torri si è anche fantasticato sulla curiosa combinazione tra l’ “11 Settembre” che in inglese viene definito “Nine Eleven” e la chiamata telefonica di emergenza.
    Comunque dopo questo evento “nine eleven” viene solo riferito alla tragedia e non più al numero telefonico che invece va nominato “nine – one – one”.

    • Almeno dall’inizio degli anni ’80, il 911, con cui si chiama ogni emergenza (ambulanza, pompieri, polizia) viene chiamato “nine-one-one” negli USA e anche prima l’ho sentito chiamare cosí da Americani.
      Parecchi film hanno un “Call nine-one-one!” o simili…
      Sin dagli anni ’80, quando divenne IL numero da chiamare in tutti gli USA, sebbene fosse già in uso sin dal 1968 (dopo il debutto a Winnipeg in Canada) in diverse città USA, la risposta standard dall’altra parte del filo è: “Nine-one-one, what’s the emergency?” ed è riferito come nine-one-one, mai come nine-eleven, che ho sentito per la prima volta dopo il 9-11-2001

  4. Sembra che le prime pubblicità di AT&T agli inizi degli anni ’70 volte a promuovere il numero 911 indicassero proprio “nine eleven”. Poi per evitare problemi legati all’assenza del numero “11” sulla tastiera fu proposto dall’Associazione Nazionale dei Numeri di Emergenza la dizione “.nine one one” (fonte: http://en.wikipedia.org/wiki/Nine_one_one )

    Ciò non toglie nulla alla curiosa coincidenza che ieri mi è balenata nella mente.

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