Ditta Dante & Figli: Buffalo Bill in Colchide

l’impresa del “cavalier” Giasone

La scarsa considerazione che un dantista moderno può avere per le Chiose di Jacopo Alighieri, qualche appiglio ce l’ha. Jacopo infatti scrive in un italiano estremamente ricercato, fino all’innaturalezza, anzi con modernissime anti-strutture alla James Joyce… ma poi scivola sulle banalità più clamorose.

Un esempio per tutti: quando parla della spedizione degli Argonauti alla conquista del Vello d’oro in
Colchide (coste della attuale Georgia sul Mar Nero), scrive che avvenne a cavallo! Ora, a parte il fatto che la nave “Argo” è strafamosa, se Jacopo avesse letto con più attenzione la Divina Commedia avrebbe visto che la nave viene espressamente menzionata anche da suo padre. E avrebbe evitato di confondere Giasone con Buffalo Bill. Par di vedere lo scappellotto che gli avrebbe mollato il Sommo, se non fosse defunto prima.

Da rilevare, a proposito, che quando Jacopo scrisse quest’opera doveva avere meno di 25 anni. Nel Medioevo era una discreta età (a 24 anni, nel 1289, Dante aveva già combattuto due volte al fronte; e a 25 anni avrebbe subìto lo shock decisivo della morte di Beatrice), ma era pur sempre una fase giovanile: mancavano altri 10 anni per giungere al “mezzo del cammin di nostra vita”.

Eppure i difetti delle Chiose, da  un altro punto di vista, diventano dei pregi. Quello che Jacopo Alighieri ci restituisce infatti non è il Medioevo ricostruito dagli studiosi dei secoli seguenti, ma quello in presa diretta. Sappiamo bene che NEPPURE Dante possedeva una cultura classica che fosse minimamente paragonabile a quella degli intellettuali del Rinascimento, o a quella dei dantisti dell’Otto-Novecento, i vari De Sanctis, Carducci, Pascoli, ecc.

Ad esempio nel canto 22 del Purgatorio, versi 70-72, traducendo dal latino alcuni versi dell’adorato Virgilio, Dante fa uno svarione così asinino che ancora oggi, dopo sette secoli, i critici si arrampicano sugli specchi per giustificarlo. Scappellotti: uno pari.

La cultura medievale degli Alighieri, padre & figlio, personalmente la trovo affascinante, ed assolutamente “corretta” proprio nella sua “scorrettezza”. Non era ancora subentrata la filologia, che suddivide le epoche, i generi letterari, i contenuti, in compartimenti stagni mai esistiti. La cultura medievale raffigura la Realtà: questo coacervo di pezzi di tutti i tipi, di schegge impazzite di qualunque origine, che si amalgamano nelle maniere più bizzarre. Per voi che state a Roma, basta uscire dalla metro Colosseo, e vi trovate di fronte, tutti insieme, teatri romani, chiese barocche, lampioni elettrici… Questo vale per l’architettura e, a maggior ragione, per la psicologia.

Ma il meglio di Jacopo Alighieri deve ancora venire.

dhr

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9 Risposte a “Ditta Dante & Figli: Buffalo Bill in Colchide”

  1. Sempre molto interessante! Ora, però, sono curioso di sapere l’errore di Dante nei versi 70-72 – io conoscevo, sempre nello stesso canto, quello ai versi 40-42 (“sacra” tradotto “sacra” invece di “esecrabile”).

  2. Grazie, Paolo, e… questa è clamorosa! Hai ragione, mi riferivo ai vv. 40-42, ma chissà perché è uscito “70-72″… dove C’E’ un’altra citazione da Virgilio! A farlo apposta non ci si riusciva.

    Tornando ai vv. 40-42, di errori Dante ne infila ben tre di seguito. Nella frase “Quid non mortalia pectora cogis, auri sacra fames” (A che cosa non spingi i cuori dei mortali, o esecrabile fame dell’oro!) l’Alighieri interpreta “quid” con “perché”, “sacra” con “sacra”, e questi due comprensibili errori lo portano a fraintendere addirittura “cogis”, che rende con “reggere” (governare, guidare). Insomma, come succede al liceo con le versioni dal latino: sbagli a capire una parola, e distorci l’intera frase per far “tornare il risultato” 🙂

    A me capitò di tradurre “dixit se habere consilium salutare rei publicae” (aveva un’idea che sarebbe tornata utile allo Stato) più o meno con “aveva intenzione di passare a salutare le autorità pubbliche” 😆
    O quell’altro studente secondo cui all’accampamento qualcuno “palam invenit”, trovò una pala.
    Siamo tutti dantisti.

  3. non tutti: io ho un amico dentista. appartischerzi, grazie per queste spigolature coltissime. io sono ignorantissimo su dante (e non solo) e perciò apprezzo moltissimo.

    • grazie a te, UP.
      apprezzo sempre i tuoi intereventi “fulminanti”. quella del dentista l’avevo usata anch’io a una conferenza: “Ora interverrà il dantista Dario Rivarossa…”
      “Eh??? c’è un equivoco, io faccio il dentista!”

      😀

  4. Caro dhr, complimenti sinceri per il suo bel post.

    Mi ha stimolato delle riflessioni che riassumo nelle seguenti spigolature, in buona parte tratte dalla rete.

    “In principio tre erano i sessi del genere umano, e non due come ora, maschile e femminile, ma ve ne era anche un terzo comune ad entrambi, di cui è rimasto il nome, mentre esso è scomparso; questo era allora il genere androgino, e il suo aspetto e il suo nome partecipavano di entrambi, del maschile e del femminile, mentre ora non è rimasto che il nome che suona per dileggio… la forma di ogni uomo era tutta rotonda, …e due facce sopra il collo rotondo, in tutto simili; e su entrambe le facce, orientate in senso opposto, un’unica testa, e quattro orecchi, e due sessi…il maschio traeva origine dal sole, la femmina dalla terra, e quello che partecipava di entrambi i generi dalla luna, dal momento che la luna partecipa del sole e della terra”. Platone (Convivio)

    La tendenza all’unione degli opposti fu sottolineata da Freud, agli albori del secolo scorso, nel corso dei suoi studi sul linguaggio, in Significato opposto delle parole primordiali (1909), con l’osservazione della tendenza propria delle lingue antiche ad esprimere concetti opposti, o più precisamente, il rapporto tra i due significati, con un’unica parola.

    Nell’Interpretazione dei sogni Freud osserva che ” è molto particolare l’atteggiamento dei sogni nei confronti della categoria dei contrari e delle contraddizioni”. Non si trova nel sogno una rappresentazione del “no”. Nei sogni si opererebbe una fusione tra contrari che finiscono per l’essere rappresentati da un’unica cosa.

    Una situazione analoga si ravvisa analizzando l’ evoluzione del linguaggio.
    Alcuni glottologi (Freud cita Karl Abel) sostengono che nelle lingue più antiche significati opposti (“forte-debole”, “chiaro- scuro”, “grande-piccolo”) venissero espressi con la medesima radice linguistica. Per esempio, nell’antico egizio, KEN significava originariamente “forte” e “debole”. Nella lingua scritta, non potendo disporre della gestualità o dell’intonazione della voce per sottolineare l’uno o l’altro significato, si aggiungeva un disegno che non era destinato a essere pronunciato.

    Non solo le lingue più antiche ma anche lingue più recenti e vive conserverebbero residui di questo antico significato opposto delle parole.

    Esempi, tratti da Karl Abel.
    Latino
    sacer 1. sacro; 2.maledetto, esecrabile, infame (auri sacra fames, Virgilio).
    altus 1. alto. Elevato 2. profondo 3. profondamente internato (portu se condidit alto, riparò nel fondo del porto, Virgilio)
    clam di nascosto, all’insaputa di
    clamo, grido.

    • grazie mille dell’approfondimento linguistico. ne avrebbe avuto bisogno il Sommo Poeta, poveretto 😎

      questo doppio-uso è ancora in vigore a livello popolare, e mi colpì proprio a Roma, anni fa. tra i miei compagni di classe alla scuola di fumetto, ce n’era uno che usava la parola “ignorante” sia come ovvio insulto, sia come complimento ( = straordinario, di grande impatto, ecc.), p.es. “questo sfondo è ignorantissimo”.
      all’inizio ero dantescamente fuorviato nella retta comprensione dell’espressione linguistica 😆

  5. Faccio caso adesso a un paio di altri simpatici “anacronismi” (ma preferisco il termine “monocronìa”, tutto il Tempo è uno) nella miniatura di Giasone.
    Il drago che protegge il Vello d’oro ha una testa staccata, ma ricresciuta, contaminando quindi l’episodio con quello di Ercole e l’Idra di Lerna.
    Inoltre sul pettorale dell’armatura è scolpito un angelo che “soffia via” le fiamme del drago. Evidente allusione all’angelo custode, cfr. vari combattimenti descritti – ma più avanti, a fine ‘500 – da Tasso nella Gerusalemme Liberata.

    Semplici curiosità, giusto per approfondire un po’ il – giusto – concetto di Tempo adottato da Dante & Figli, e non solo loro.

  6. Ragazzi, mi assento una settimana e trovo questo profluvio di riflessioni erudite. Che bello! Allora riparto 😉

  7. Per curiosità, Dante ha commesso un errore anche di ebraico. In Paradiso 7, v. 3, dovendo trovare una rima per “sabaoth” (Dio degli eserciti e/o dell’universo, schiere di stelle) scrive “malacoth” (regni), ma il termine corretto sarebbe “mamlacoth”.

    Errore abbastanza scusabile, perché le nozioni che Dante aveva di lingua ebraica erano di terza mano. E però. In Italia, nel Trecento, di intellettuali ebrei ne giravano un po’ ovunque, anche qui a Perugia; quindi, con un po’ di buona volontà, avrebbe potuto informarsi meglio. Voto: un 6 stiracchiato.

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