Tre libri, tre autori, tre storie

I miei ultimi 3 libri, letti uno di seguito all’altro, hanno casualmente tra loro alcune affinità che mi hanno indotto a scriverne un post con lo scopo di confrontarli e analizzarli in parallelo (esperimento mai tentato prima d’ora!).

Intanto tutti e tre sono scritti da autori italiani. In secondo luogo sono dei romanzi gialli. In ultimo i tre scrittori hanno un forte attaccamento al territorio natale che si riflette sull’ambientazione delle tre storie che, quale più, quale meno, sono raccontate in dialetto.

I libri in questione sono Chi ha  ucciso Sarah, di AndreJ Longo (Adelphi, 17 €), già recensito da Laura; La briscola in cinque di Marco Malvaldi (Sellerio, 10 €); e infine Il sorriso di Angelica, l’ultima (per ora) fatica (ma anche no!) di Andrea Camilleri (sempre Sellerio, 14 €).

Malvaldi è un giovane pisano (classe 1974) che in questo suo primo libro racconta dell’indagine su un omicidio svolta casualmente e suo malgrado da Massimo, il protagonista del romanzo, barista di Pineta, immaginaria località di villeggiatura vicino Livorno, che vive contornato (e ossessionato) da 4 pensionati un po’ rompiscatole (tra i quali suo nonno) che seduti al tavolino del suo bar fanno da spettatori “attivi” e commentatori della storia, quasi fossero il coro di una tragedia greca.

Montalbano invece, anche lui nella sua inventata Vigata, ha a che fare con un ladro seriale che colpisce la casa di villeggiatura delle malcapitate vittime, e quindi, chiavi e indirizzi alla mano, si avventa sulla vera “preda” che è invece la casa di città. Proprio come è successo davvero a Roma la scorsa estate.

La storia raccontata da Longo, ischiano di nascita, invece si svolge a ferragosto in una vera Napoli incandescente e semideserta, e i protagonisti sono i poliziotti di un commissariato locale che indagano sull’omicidio di una ragazza di un quartiere “bene” della città, abitato invece da gente che tanto “bene” si scoprirà che non è affatto.

Il dialetto è utilizzato da tutti e tre gli autori. Sicuramente Camilleri, arrivato al XXVI libro con Montalbano come protagonista, lo usa con molta disinvoltura e anche con intelligenza: infatti, laddove il racconto si avvicina alla spiegazione del mistero il dialetto lascia sempre di più il posto all’italiano per non rischiare di far perdere al lettore parti salienti del libro. Malvaldi invece gioca col dialetto, toscano ovviamente, non tanto perchè è essenziale alla storia, quanto a mio avviso per farci sorridere, perché si sa, il toscano può essere spassoso assai! Il dialetto usato da Longo, invece ci aiuta a entrare a Napoli; è parlato in modo diverso dai protagonisti: il delinquente di strada usa il napoletano più stretto, e a tratti più incomprensibile; il commissario invece lo usa in modo più forbito; mentre il poliziotto dà l’impressione di usare un napoletano “quotidiano”.

La differenza che invece secondo me spicca tra i tre romanzi consiste nella diversa capacità degli autori di tratteggiare i personaggi. Perchè è vero che Camilleri, lo dicevamo, ha scritto moltissimi romanzi ambientati nel commissariato di Vigata, e quindi i suoi personaggi sono diventati proprio familiari per i lettori. E’ anche vero però che già dal suo primo libro questi sono stati immediatamente percepiti dal lettore con una fisionomia specifica. Con poche pennellate hanno preso vita Fazio, Augello, il goffo Catarella. Perfino i più distanti sono stati descritti in modo che se ne percepissero gli aspetti peculiari. Al contrario, nel libro di Malvaldi i personaggi sono appena accennati. I 4 vecchietti, che potevano davvero essere dipinti con precisione, sottolineando le peculiarità specifiche di ciascuno di loro, si confondono l’uno con l’altro. Ed è un peccato, perchè, già che la trama non è poi così articolata, dei caratteristi avrebbero potuto fare la differenza arricchendone la lettura e rendendola più piacevole.

Anche nel libro di Longo a mio avviso i personaggi si perdono un po’. A parte i due protagonisti (Acanfora, il giovane poliziotto, e il Commissario) tutti gli altri sono tranquillamente sovrapponibili l’uno all’altro. Forse, e solo per il suo modo di parlare, si riconosce solo il poliziotto che viene dal nord. Tanto i poliziotti, quanto i testimoni che abitano nel palazzo nel quale è stata trovata la vittima non sembrano avere una vita propria. Per recuperare ciascuno di loro sono stata costretta a tornare indietro più volte per capire di chi si stesse parlando.

Detto questo è doveroso dire che sono 3 letture piacevoli e intelligenti. Il libro di Longo, pur essendo un giallo, è un romanzo un po’ più ricco degli altri due dal punto di vista dei contenuti, ma sono comunque tutti e tre libri consigliabili. Per quello che mi riguarda ho appena ordinato gli altri due libri di Malvaldi: vi saprò dire.

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Una Risposta a “Tre libri, tre autori, tre storie”

  1. Ho letto tutti e tre i Malvaldi. Nei due seguenti i personaggi cominciano a caratterizzarsi meglio. Evidentemente l’autore ha bisogno di un po’ di giri di prova per riuscire nel suo intento. Anche gli altri con la stessa ambientazione e forse un po’ più ricchi nella trama. Rimangono a mio avviso piacevoli e consigliabili. Buona lettura ALicE 😉

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