La bellezza del somaro

Il film, diretto e interpretato da Sergio Castellitto, è tratto da un racconto lungo di Margaret Mazzantini che lei stessa ha sceneggiato insieme al marito.

La storia si svolge durante il ponte dei morti (o dei santi?), in una tenuta in Toscana, dove il protagonista, architetto di successo, ha raccolto gli amici, cui si sono aggiunti due pazienti bislacchi della moglie psicoterapeuta, per festeggiare i propri cinquant’anni.

Gli adulti, borghesi intellettuali, appartengono alla generazione, come dice uno dei personaggi, in cui avveniva che:  “Quando ero figlio io, i figli non contavano un cazzo. Oggi che sono padre i padri non contano un cazzo”. Non vogliono crescere, hanno paura di invecchiare, si comportano da amici con i figli e questi invece aspirano a una sberla da parte loro se non è possibile un altro tipo di contatto.

Un Indovina chi viene a cena dei nostri tempi di eterna giovinezza, dove il motivo di turbamento non è il colore della pelle, ma l’età avanzata. Rosa, infatti, annichilisce i suoi genitori super-liberal invitando in campagna la persona di cui è invaghita, non un ragazzo di colore del quale si sarebbero compiaciuti i due genitori, ma un settantenne, Armando, interpretato da uno stralunato Jannacci. Armando, certo una citazione della canzone anni Sessanta di Jannacci stesso, dove però il protagonista era un vessatore, è un uomo gentile, pacato, sereno e consapevole che spiazza, turba (però fa buone letture come osserva la Morante dopo aver notato che porta con sé un libro di James Hillman) e poi diventa un punto di riferimento cui rivolgersi per affrontare le incertezze della vita. Non un maestro perché, come afferma lui a un certo punto: “Non esistono più maestri, ma solo esperti del settore”.

Il film è divertente, si sorride e si ride, a volte con amarezza, ma ha delle pecche. È forse un po’ troppo costruito, poco naturale, i dialoghi sono impeccabili, intelligenti, ma non convincono fino in fondo, le inquadrature sono perfette, ma a volte finte (per esempio quella verso la fine dei ragazzi intorno al somaro), la Toscana in ogni dove, i simbolismi sparsi non sempre accessibili. Mi è sembrato anche eccessivamente didascalico.

Ottimi gli attori, tra tutti Castellitto e Laura Morante, perfetta nelle scene di imbarazzo e isteria. Ma anche la figlia, Nina Torresi, è sembrata all’altezza. Jannacci non parla, biascica, come ha del resto sempre fatto, tanto da risultare spesso incomprensibile.

La colonna sonora è robusta, piacevole e ben adatta ai momenti descritti. Comprende musiche originali di Arturo Annecchino insieme a brani noti dei New Trolls, dei 50 cent, dei Cranberries.

Una curiosità. Durante il film vengono mostrati, in modo quasi subliminale, due primi piani della costa dell’ultimo libro di Margaret Mazzantini, Venuto al mondo. Non è pubblicità, ma una sorta di divertissement, un omaggio silenzioso del regista alla moglie.

Ho letto critiche che parlano di situazioni grottesche, inverosimili. Certo, alcune lo sono, ma ho l’impressione che il film ci offra una rappresentazione delle difficoltà e delle dissonanze nei rapporti coi figli e con gli anni che passano che vivono oggi molte persone.

Da vedere: non si esce scontenti, ma perplessi. E anche divertiti.

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rinunciare all'animosità significa diventare liberi

Una Risposta a “La bellezza del somaro”

  1. Recensione perfetta, condivido pienamente. Non sono riuscita a vedere il libro della Mazzantini, ma mi fido!

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