Tumore della mammella e contenitori di plastica

Un paio di settimane fa si è svolto un simposio presso il Mount Sinai School of Medicine di New York durante il quale si è parlato della relazione tra cancro della mammella e alcune sostanze chimiche. Innanzi tutto i dati epidemiologici. Il rischio che una donna bianca di 50 anni ha di sviluppare tale cancro è passato dall’1% del 1975 al 12% di oggi. Anche se una parte delle aumentate diagnosi è il frutto di screening più raffinati, si tratta comunque di una crescita notevole. Un incremento ha interessato anche altre malattie, quali l’asma, che è triplicata negli ultimi 25 anni, la leucemia infantile che cresce di un punto percentuale ogni anno, così come l’obesità. Uno dei fattori che provoca tutto questo, probabilmente, è il cambiamento dello stile di vita, meno esercizio fisico, più stress e più fast food, ma anche alcune sostanze chimiche possono avere un ruolo importante. È degno di nota, per esempio, che le donne che vivono in Asia mostrano dei tassi molto bassi di tumore della mammella, ma le donne di etnia asiatica nate e cresciute negli Stati Uniti non sono nella medesima situazione favorevole. Da che può dipendere? Una teoria chiama in causa la pubertà più precoce delle donne occidentali e quindi un maggior numero di anni con le mestruazioni e di conseguenza una più massiccia esposizione agli estrogeni, fattore di rischio per il cancro. E l’inizio precoce delle mestruazioni, come è stato rilevato soprattutto tra gli animali, è legato a esposizioni a pesticidi, policlorobifenili (PCB) e altre sostanze chimiche. Per esempio, i distruttori endocrini, sostanze simili agli estrogeni, che si trovano in alcuni tipi di plastica e di cosmetici, riguardo ai quali partirà presto negli Stati Uniti un programma di monitoraggio. Così come si fece per la benzina col piombo: dopo che fu messa al bando si rilevò un decremento dell’80% nei livelli di piombo nel sangue e un aumento di sei punti nel quoziente di intelligenza dei bambini.

Un giornalista ha chiesto ai medici che partecipavano al simposio che cosa facessero personalmente per ridurre i rischi. Molti evitano di inserire nel forno a microonde alimenti in contenitori di plastica, o di mettere oggetti di plastica nella lavastoviglie perché il calore può causare il rilascio di sostanze pericolose.

Quel che ho trovato importante è che nel corso del simposio è stata diffusa una lista di plastiche sicure, che sono quelle caratterizzate dai numeri, in genere stampigliati sul coperchio, 1, 2, 4 e 5. Quelle da evitare sono invece la 3, la 6 e la 7, a meno che non vi sia la dicitura “BPA free”. Mi sono ovviamente precipitata a controllare i numeri dei miei contenitori di plastica. Indovinate? Soltanto in uno, fatto in Israele, il numero c’era ed era ben chiaro: il 5. Negli altri, acquistati in Italia, non c’era alcun numero. Quindi vattelappesca con che cosa ci fanno venire a contatto. Inquietante, no?

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8 Risposte a “Tumore della mammella e contenitori di plastica”

  1. lo dicevo che avevo ragione io che ce le avevo in odio quelle presentazioni tupperware…

    • Io sono presentatrice da un anno..ho cambiato la mia cucina ormai…mi spiace che parliate cosi.. Ho sotto mano il primo coperchio che mi é capitato..contenitore da freezer…et voilà…simbolo di reciclo4…numero di serie…5553A-8..che credo sia lo stoccaggio…é vero costano ma dopo aver visto mia mamma uscire vincitrice da un cancro mamellare sto cercando il top per me e i miei familiari…e tupperware per le plastiche conservanti lo é…ora punto a crafond per la cottura e il risparmio di gas…che dire nn solo pubblicità negativa quindi😊

  2. Infatti! Io ho una valanga di COSTOSISSIMI contenitori Tupperware, e NESSUNO DI LORO ha un numero stampigliato. Da nessuna parte!

    Porca cipolla!

    • potreste mandare alla Tapperware questo post, chiedendo ragguagli e segnalando l’avvio di una campagna contro…. chissà che effetto che fa!
      la storia dei PBA la conoscevo, non che si traducesse in codici numerici – sicurezza sì/no!

  3. Solo per informare i lettori del blog:
    in data 26 dicembre scrissi una mail alla signora Patrizia Savino dell’Ufficio Stampa della Tupperware, chiedendole informazioni circa la sicurezza dei contenitori prodotti dalla loro azienda e gli strumenti a disposizione dei consumatori per proteggersi da eventuali rischi.
    Bene: a distanza di oltre 3 mesi nessuno si è degnato di darci una risposta.
    Copio l’indirizzo email della signora Savino (naturalmente a disposizione sul loro sito ufficiale) qualora qualcuno dei lettori fosse interessato a chiederle informazioni:

    patriziasavino@tupperware.com

    ALicE

  4. E’ un pessimo vezzo italiano questo di fregarsene di chi ti contatta, magari con richieste importanti.
    Dalla “rozza” America, scrittori e docenti universitari rispondono sempre, con accuratezza e cortesia. Inglesi e tedeschi, in questi ultimi anni, un po’ meno.

  5. Io sono una grafomane scatenata quando si tratta di rompere le scatole, e per la verità, a parte qualche rara eccezione mi rispondono sempre. Una delle mie lettere di reclamo più famose tra gli amici è stata quella con la quale mi lamentavo con una casa farmaceutica della consistenza e soprattutto del sapore di un orrendo antibiotico per bambini.
    Senza contare quella scritta al Nostro Premier per la presa in giro del bonus bebè del 2005. Ecco, mentre la casa farmaceutica mi ha risposto… il Nostro Premier… Lui, no!

  6. Ho appena guardato uno dei miei tanti tupperware 😍…5553A-8…all Perfect.. 😁

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