awesome-new-year-2014

Arrivederci all’anno nuovo!

Stanche di sentir parlare di crisi, e continuare a vedere miliardi di persone riversate nelle strade, piene di pacchi, pacchetti e pacchettini. Stanche di sentirsi fare gli auguri di buone feste da persone che normalmente fingono di non vederti per non salutarti. Stanche del traffico prenatalizio che fa percorrere quattro-chilometri-quattro in un’ora e quarantacinque minuti […]

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Le buone cose di pessimo gusto / 8

Un outsider, suvvia! Personalmente lo trovo bellissimo: riuscire a rendere con il legno la sinuosità snodabile di un cobra. Però a dargli il tocco finale – qui non visibile – è il fatto che di solito se ne sta attorcigliato buono buono attorno a un grosso vaso vintage, in cui sono piantati degli enormi girasoli […]

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Fotografia della Storia o Storia della Fotografia. Mastectomizzata

Il cancro al seno: uno degli peggiori incubi di ogni donna. Ancor più lo era negli anni Novanta quando la prevenzione era meno diffusa, le diagnosi arrivavano tardive, le terapie erano meno efficaci di oggi e gli interventi chirurgici si rivelavano devastanti. Nel 1991 all’artista e modella Matuschka venne diagnosticato un tumore alla mammella per […]

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Quante volte figliola?

Riceviamo da Sergio (indovinate su quale argomento?) e volentieri pubblichiamo:

corbis-42-18508630-2803027_0x410C’era un contratto sessuale in vigore negli uffici della Regione Abruzzo. Un documento vero e proprio. Lo aveva redatto e sottoscritto un assessore regionale che pretendeva sesso dalla sua segretaria.

Fino a qui nulla di strano: l’amore con la segretaria è oramai quasi una cosa ovvia, che non fa più scandalo. Quello che invece meraviglia è la “contrattualizzazione” dell’obbligo di prestazione. La donna doveva “stare insieme” all’assessore almeno quattro volte in un mese. Peraltro era anche un servizi(ett)o ben pagato: per queste 4 prestazioni extra la signora riceveva un bonus di trentaseimila euro annui (750 € a botta!). Certo io, come del resto tanti altri colleghi e colleghe, ci facciamo il culo a lavoro per molto meno!

A essere sinceri l’obbligo alla prestazione sessuale “contrattualizzata” o “prescritto dalla Legge” non è una novità. A casa nostra, per esempio, come in ogni famiglia ebraica, l’obbligo viene dettagliatamente disciplinato dalla Torah, con l’unica sostanziale differenza rispetto a quanto avvenuto in Regione Abruzzo, che il dovere è previsto solo ed esclusivamente per il marito.

Nella Torah è chiaramente sancito il numero di prestazioni a cui il marito può essere obbligato dalla moglie per adempiere ai propri doveri coniugali: per un uomo che non lavora, tutti i giorni; per i manovali due volte la settimana; per i conduttori di somari una volta la settimana; per i conduttori di cammelli una volta al mese; per i marinai una volta ogni sei mesi. Si tratta ovviamente di standard minimo al di sotto del quale si potrebbe invocare l’inadempienza da parte del marito.

Peccato che nella Torah non sia esplicitamente previsto (ma l’interpretazione rabbinica può senz’altro aiutarci) il numero di prestazioni previsto per un ex assessore-carcerato della Regione Abruzzo!

Determinismo appellativo nella salute

Ben Cuevas: cuore a maglia

Ben Cuevas: cuore a maglia

Nomen omen dicevano i saggi. I nostri Scienziati Paciocconi, partendo da qui, si sono chiesti se il nome possa essere un destino anche nel campo della salute. Arditi eh?

Lo apprendiamo da un articolo appena uscito sul British Medical Journal, scritto da un nutrito gruppo di cardiologi irlandesi.

Hanno preso un elenco telefonico di Dublino e hanno determinato il numero di uomini che si chiamava Brady: 579 su 161.967, pari allo 0,36%. Dopo di che li hanno contattati per appurare a quanti di loro era stato impiantato un pacemaker per bradicardia [cominciate a capire? Che intuizione! geniali eh?]. Be’, non sono andati a scoprire che il chiamarsi Brady aumenta il rischio di avere la tachicardia? Per la precisione, il rischio risultava più che doppio rispetto a quello degli uomini con altri nome.

Questa scoperta, osano i Nostri, evidenzia un potenziale determinismo legato al nome nella salute.

Non vi sentite correre i brividi lungo la schiena?

Un caso di buona sanità

Finalmente parliamo di buona sanità, dell’intervento tempestivo e risolutivo di un medico che ha risolto il problema e le preoccupazioni del paziente. Ce lo racconta lui stesso, reumatologo specializzando al quarto anno presso il Royal Hallamshire Hospital di Rotherham, Gran Bretagna, in una nota pubblicata sul tradizionale numero natalizio, come sempre un po’ bizzarro, del British Medical Journal.

Un martedì di aprile si rivolge a lui un paziente ricoverato in reparto: si dice soddisfatto del trattamento ricevuto, ma lamenta un aspetto che a suo dire è controproducente rispetto agli sforzi multidisciplinari dello staff volti a ottenere il suo benessere.

“L’orologio mi dice che devo morire”, spiega, e questo lo faceva star male, lo turbava.
Il medico si voltò immediatamente verso la parete e guardò l’orologio cui si riferiva il paziente. Lo potete vedere anche voi qui sotto.

orologio

In effetti, conteneva la scritta “DIE” che in inglese vuol dire morire. Ma il medico, rapido in comprendonio e in azione, si rese conto che l’orologio era settato in tedesco, che quella parolina foriera di ansia per il paziente altro non era che l’abbreviazione di Dienstag, cioè martedì, e rapidamente “spingendo alcuni bottoni”, ripristinò la lingua inglese facendo venir fuori un “TUE”, sicuramente meno minaccioso per le persone di lingua inglese.

Visto quanto poco ci vuole per venire incontro ai bisogni dei pazienti e mettere in atto interventi di buona sanità?

Che vita grama, che grama vita!

250px-Quentin_Massys_007Ieri ho sentito alla radio una notizia di quelle che fanno rabbrividire e ci fanno capire fin dove può portarci questa crisi economica con cui ormai ci si riempie la bocca ogni momento e alla quale diamo la responsabilità quando qualcosa non va per il verso giusto; spesso però senza renderci conto dei danni seri che sta provocando al nostro Paese.

Insomma, ieri al GR2 hanno dato una notizia riportata da un rapporto elaborato dal Sole 24 ore, che mi ha fatto rizzare i peli sulla schiena e mi sono resa conto che davvero c’è chi sta peggio di me. Lavorativamente parlando, si intende, perché il Sole 24 ore mica può entrare nel merito di questioni personali!

Insomma, lo saprete, io sono stata licenziata ad agosto dell’anno scorso da Vodafone, e da gennaio 2013 sono in mobilità. Questo vuol dire che percepisco una parte del mio stipendio dall’INPS (cioè da voi contribuenti) per un periodo limitato di tempo, che per me sono 24 mesi, perché ho la “fortuna” di aver superato i 40 anni, ma che per molti miei colleghi più giovani di me, sta per terminare. E loro si troveranno prestissimo in mezzo alla strada, figli a carico compresi.

Ma la nostra situazione in confronto a molte altre di vera e propria indigenza si può definire “rose e fiori”, perché ci sono casi davvero disperati dei quali molti di noi sono peraltro all’oscuro!

Questo è il dramma che stanno vivendo, secondo il rapporto che vi dicevo, i liberi professionisti: avvocati, geometri, architetti, ma soprattutto i NOTAI, che negli ultimi 5 anni, pensate, hanno visto sparire il 45% del loro reddito!

A pensarci mi vengono i brividi, poverini! Soprattutto perché lo stesso quotidiano un anno fa affermava che nel 2011 i notai dichiaravano un reddito medio annuo di 318.000 €! Immaginateli, poveretti, adesso possono contare appena su poco più della metà… Mi viene quasi da piangere… Una specie di piccole fiammiferaie dei giorni nostri… Che pena… Che tristezza! Che amarezza!

E sono stata bravissima! In questo post non ho nemmeno fatto riferimento alla recondita, remotissima, quasi inesistente eventualità che i liberi professionisti, almeno finora, hanno avuto la possibilità di guadagnare una parte delle loro entrate senza dichiararle!

Ma badate: io non l’ho detto! E mi dissocio anche solo perché qualcuno potrebbe averlo pensato!

Calendari mostruosi

Dicembre, tempo di calendari. Sono un’idea per i regali che incombono, ma anche oggetti che compriamo per noi è con i quali condividiamo ogni giorno dell’anno che ci aspetta.

Se ne vedono in giro di ogni tipo. Ce ne sono di artistici, il più popolare dei quali è il calendario Pirelli, oppure quelli con foto di donne nude o di uomini nudi, da qualche anno anche coi preti, vestiti però. C’è chi se li fa in casa, grazie ad alcuni siti internet, inserendo foto di famiglia e così può accadere, per un intero mese, di sentirsi scrutati dalla propria suocera con la quale magari non corre nemmeno buon sangue.

Tutto questo, però, sa un po’ di vecchio e superato. Oggi vogliamo segnalarvi un delizioso mostruoso calendario. Ogni mese è accompagnato da un’immagine di un mostro ritratto in una posa sexy, maliziosa e licenziosa. L’autrice, Erika Deoudes, propone anche dei giochi di parole coi nomi dei mesi a seconda del mostro rappresentato.

Questo è il suo sito e qui, se volete, potete ordinarne una copia.

Io lo trovo incantevole. Sono certa che lo apprezzerete e che qualcuno di voi lo troverà anche moooolto eccitante.😉 (cliccate su una delle immagini per aprire la galleria)

Le buone cose di pessimo gusto / 7

DSC02435Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
Contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
Di riandare i sempiterni calli?

(Però fosforescente, mica pippe)

dhr

Fotografia della Storia o Storia della Fotografia. L’avvoltoio

kevin-carter-vultureLa fama di questa fotografia non si deve soltanto alla maestria con cui è stata scattata e alla rappresentazione che dà della disperazione e del dramma, ma anche se non soprattutto al dibattito cui ha dato vita riguardo l’etica della fotografia.

Nel marzo 1993 Kevin Carter, giornalista e fotografo sudafricano, viaggiava nel Sudan meridionale insieme agli operatori dell’ONU che distribuivano viveri agli abitanti, vittime di una feroce carestia. L’11 di quel mese scese dall’aereo vicino al villaggio di Ayod con l’intento di scattare alcune fotografie. Immediatamente si accorse di un bambina malnutrita e indebolita dalla fame che cercava a stento di raggiungere il luogo dove stavano distribuendo il cibo. In quel momento un avvoltoio arrivò sul terreno e si appostò alle spalle di lei.

Come poi ebbe a raccontare, si mosse con cautela per non spaventare l’uccello, attese che si avvicinasse il più possibile alla piccola e che aprisse le ali (cosa che non fece) e cercò la posizione per l’inquadratura migliore: in tutto impiegò una ventina di minuti. Scattò una serie di immagini e solo alla fine scacciò l’avvoltoio. Inoltre, evitò successivamente di aiutare la bambina ad arrivare al cibo.

La fotografia fu acquistata dal New York Times che la pubblicò il 26 marzo. Subito il giornale fu subissato da telefonate dei lettori che volevano sapere che fine avesse fatto la bimba, tanto che venne pubblicata una inusuale nota in cui si raccontava che era riuscita a sfuggire all’avvoltoio, ma che si ignorava quale fosse stato il suo destino.

Carter fu molto criticato per questa fotografia. Gli si addebitò la decisione di scattare invece di aiutare la bambina. Il St. Petersburg Times in Florida scrisse: “L’uomo che ha pensato solo a scegliere la giusta inquadratura della sua sofferenza non è altro che un secondo avvoltoio nella scena”.

La fotografia vinse il Pulitzer. Carter si suicidò due anni dopo perché ossessionato, come scrisse in un biglietto, dal ricordo di assassini, di cadaveri, di sofferenze, di bambini affamati o feriti. Quindi non soltanto per le critiche legate alla fotografia dell’avvoltoio, come invece insinuò certa stampa sensazionalista.

Per leggere le puntate passate e future (è possibile anche questo nel Blog delle Ragazze😉 ) cliccate sull’argomento “Storia della Fotografia” alla fine del post.

Cartoline da Istanbul

Cliccare su una foto qualsiasi per aprire la galleria.

Cosa c’è di meglio?

Cosa c’è di meglio, dopo una lunga giornata, che fare due chiacchiere con gli amici

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e perdersi in un tramonto romano?

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Col cellulare spento arriva anche lo sconto

54-8077img04Ecco una bella iniziativa che andrebbe riprodotta e diffusa anche da noi. È stata un’idea del proprietario di un ristorante di un villaggio arabo che si trova a dieci chilometri da Gerusalemme, Abu Ghosh, noto simbolo della coesistenza in Israele. E anche il ristorante, omonimo, dove vengono serviti soprattutto hummus e carne alla griglia, è molto apprezzato sia dagli arabi che dagli ebrei.

Già famoso per aver vinto ben 23 milioni di dollari alla lotteria dell’Illinois, Jawdat Ibrahim osservando, i suoi clienti, si è convinto che gli smartphone hanno ormai distrutto il piacere di gustare le varie pietanze al ristorante. Secondo lui, e anche secondo noi, mangiare è un’esperienza che ha a che fare con lo stare in compagnia, il fare conversazione oltre, naturalmente, il godere del cibo. E invece, mentre si sta a tavola, stiamo tutti (o quasi) lì con il telefono in mano e le dita che volano in continuazione sul display: si sta al ristorante e contemporaneamente si naviga, si chatta, si controlla la posta, si gioca, si fotografano le pietanze per postarle su Facebook o mandarle agli amici.

Quindi, per salvare la cultura culinaria ha deciso di offrire il 50% di sconto a chi spegnerà il cellulare durante il pasto e la permanenza nel ristorante.

Ottima pubblicità per il locale dove finalmente si può stare senza sentire trilli e parole urlate e senza vedere fantasmi con la mente persa dentro i cellulari.

Quando si farà una cosa del genere qui da noi?