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Concertone del primo maggio: una mancata occasione

Non amo il concertone del I maggio. Un po’ perché abitando proprio a San Giovanni sono sempre costretta a barricarmi in casa vista  la confusione che si crea in tutto il quartiere con la transumanza di migliaia di persone; un po’ perché la musica arriva in casa più simile a un frastuono che a una melodia. Senza contare la vera e propria distesa di immondizia che il giorno dopo resta abbandonata sulla piazza. Fatto sta che quando si avvicina il primo maggio cerchiamo sempre di non essere a Roma.
Quest’anno invece un amico, ex collega, mi ha coinvolta per fare un po’ di volantinaggio la mattina, prima dell’inizio del concerto, per pubblicizzare la nostra situazione lavorativa e la “questione Vodafone”. E visto che ALicE non se ne può perdere una, ovviamente ho aderito con entusiasmo (ehm… ehm…) e mi sono recata alle 10.30 del primo maggio all’appuntamento. Tralasciando il fatto che eravamo appena in 4, di cui solo io e un’altra ragazza coinvolte in prima persona (e gli altri? Dov’erano?) ci siamo messi dei cartelli/sandwich addosso con disegnato una specie di pacchetto di sigarette gigante con su scritto “Vodafone manda in fumo 33 posti di lavoro: chi licenzia avvelena anche te: digli di smettere” e, bando alla vergogna, così bardati ci siamo avviati verso la piazza già piena di ragazzi.

Oh! Per chi non lo sapesse il tema del concerto che, vale la pena ricordarlo, come da tradizione è organizzato da CGIL, CISL e UIL, era “la passione, la speranza, il futuro”. Il lavoro e il precariato erano un sottotitolo: l’allestimento del palco era li a ricordarcelo: la scenografia era composta da pannelli appositamente montati male e a penzoloni, come se fossero dovuti cadere giù da un momento all’altro. Precari anche loro.

Diciamo quindi che con la nostra iniziativa pensavamo di “giocare in casa”, in una situazione accogliente, in una piazza comprensiva e solidale, attenta ai temi importanti e socialmente rilevanti. Beh, nessuna analisi fu più sbagliata!

Credo che nessuna delle persone presenti fosse lì per il tema del concerto; pochi addirittura lo conoscevano. Era semplicemente un concerto gratuito, che ha attirato un mucchio di ragazzi di tutte le età che a tutto erano interessati meno che al loro futuro (del quale parte essenziale dovrebbe essere il lavoro: mezzo principale di sussistenza e di autodeterminazione).

Già fumati e bevuti alle 11 di mattina, i ragazzi più educati ci rispondevano che non gliene importava che Vodafone licenziasse, tanto loro erano proprio disoccupati… Per il resto sembrava che ci fosse il vuoto pneumatico nei loro cervelli formato lenticchia. Facevano finta di ascoltarci e non vedevano l’ora che finissimo di parlare. Una vera desolazione, e tutto sommato una (ulteriore) sconfitta dei sindacati, che avrebbero potuto portare un po’ di cultura sociale ed economica anche in situazioni come queste.

Ho seguito un po’ le polemiche tra Alemanno e i sindacati, e stavolta non penso che il nostro Gianni Caro avesse del tutto torto. Non credo sia corretto organizzare un concerto gratuito, a spese del Comune (cioè comunque a spese nostre) per “ubriacare” il pubblico con musica e spettacolo, senza riuscire a dargli alcun contenuto. E pensare che invece poteva essere un’occasione per parlare anche di temi importanti, che tutto sommato toccano soprattutto i giovani, e condividerli con loro usando il loro stesso linguaggio, la musica. Alla fine un solo grande dubbio epocale: ci ha deluso di più il menefreghismo dei  ragazzi che abbiamo incontrato o l’eterna mancata occasione di CGIL, CISL e UIL?

Tra il pubblico di Servizio Pubblico

Giovedì scorso sono andata ad assistere tra il pubblico alla trasmissione di Michele Santoro “Servizio Pubblico”.

Perché mai? vi chiederete. Cosa avevo da espiare? Con cosa mi ero drogata?

E’ successo in realtà che alcuni colleghi di ufficio mi avevano chiesto di partecipare alla trasmissione dove si sarebbe parlato anche della questione Vodafone.

E così, ALicE, che non si tira mai indietro, indossata la maglia rossa d’ordinanza (rosso Vodafone, naturalmente!), dopo essere passata a casa della mamma per farsi prestare un golf rosso, che solo con la T-shirt si gelava, alle 18.15 (ricordatevi quest’orario come inizio della tregenda) si incammina verso gli studi di cinecittà per assistere insieme a una ventina di colleghi, anche loro in maglia rossa, alla diretta di una trasmissione che non aveva mai visto e della quale detestava il presentatore, Michele Santoro, e il vignettista ufficiale, Vauro, che non risparmia mai frecciate velenose contro Israele.

Alle 19.00 arriviamo a Cinecittà. Lì avrei già dovuto capire la mala parata e andarmene: la mia amica sindacalista, infatti, mi avvisa che noi non eravamo “in programma”: semplicemente la redazione era stata avvisata della nostra presenza in maglia rossa (UUUUHHHH!!! PAURA, EH?), ma non ci avevano assicurato nulla in merito alla possibilità di intervenire. Non so perché, ma decido di restare. Ci mettiamo in fila per farci accreditare e firmare le liberatorie di legge, ed entriamo nella città del cinema. Che tristezza! In altri paesi (ma anche in altre città italiane, vedi Torino, per esempio) nell’ottica di una riqualificazione industriale, ne avrebbero fatto un gioiellino da mostrare al pubblico, magari (magari) guadagnandoci anche. Qui invece hai la sensazione di un vero mondo scomparso. Ma queste riflessioni meritano un post a parte.

Sono le 19.30 e siamo in coda fuori dal teatro 3, quello da dove andrà in onda la trasmissione. Alziamo gli occhi al cielo, senza nessun intento religioso o divinatorio, ma solo per tenere d’occhio il meteo, e infatti notiamo nuvole grigie e minacciose che non lasciano presagire nulla di buono.

Neanche a dirlo, dopo pochi minuti comincia a piovere. Ma il teatro non apre. Restiamo stipati sotto una tettoia in 300/400 persone, non so quantificare con precisione,  con gente che si ingozzava un tramezzino al volo e la maggior parte che fumava… tanto eravamo all’aperto! Io, naturalmente, né l’uno, né l’altro.

Intanto il teatro 3 non accennava ad aprire.

Alle 20.00, finalmente, con una parte degli astanti già abbondantemente bagnata, entriamo. Ci accoglie un corridoio dalle pareti sporche e scrostate, illuminato malamente da una tristissima luce al neon.

Ci chiedono di lasciare le borse al guardaroba. Così, in fretta, mi ficco in tasca chiavi di casa, carte di credito, telefono e un taccuino (non si sa mai) e ci mettiamo in fila al guardaroba. Poi, altra fila, altro giro, altro regalo, pazientemente aspettiamo il nostro turno per entrare nel teatro vero e proprio e prendere posto. Un energumeno tatuato regola il flusso del pubblico facendo entrare poche persone alla volta e assegnando loro i posti. Noi abbiamo chiesto (almeno quello) di essere seduti vicini. Sapete la risposta? Eh no! Fareste troppo macchia, così tutti rossi! Ma come??? Ci siamo vestiti così apposta! E così qualcuno si è infilato la felpa, qualcun altro la giacca e abbiamo ottenuto di essere divisi in due gruppi. Alla faccia della maglietta rossa, che non c’è colore che mi stia peggio addosso.

La riflessione che mi si è subito fatta strada rispetto al trattamento ricevuto, è che il pubblico veniva trattato come se fosse pagato. Come se fosse lì per lavorare. Anzi peggio: per chi lavora c’è (o dovrebbe esserci) più rispetto! Noi sembravamo oggetti da arredamento da tenere un po’ al freddo e alle intemperie, per poi farli entrare e metterli a sedere a casaccio.

Ma loro, del pubblico in sala hanno bisogno eccome! Pensate il mattatore Santoro che parla davanti a una telecamera e ai pochi politici invitati. Lui ha bisogno della folla come il pane! E a proposito di pane, il mio stomaco (vuoto dall’ora di pranzo) cominciava a borbottare.

Intanto, durante le numerose file, abbiamo cominciato a guardare sugli smartphone il programma della serata: il tema era “Spazzare via tutto” e si sarebbe parlato di antipolitica. Era prevista: un’intervista a Beppe Grillo; il collegamento con Francesco Speroni (europarlamentare della Lega); mentre in studio sarebbero stati ospiti il sindaco di Firenze, Matteo Renzi,  Norma Rangeri, direttore del Manifesto, e Stefano Cappellini, del Messaggero.

Alle 21.05 finalmente entra Santoro sule note di Va pensiero! E rendetevi conto che a quel punto avevo già perso quasi 3 ore del mio tempo!

Un servizio via l’altro; la bufera sulla Lega; ricostruzioni con i disegni sulle intercettazioni telefoniche, alternate a interviste a vari politici, collaboratori e faccendieri leghisti; gli interventi di Rizzo e Stella, (quelli, sì, abbastanza interessanti); anche Cappellini ha detto delle cose sensate; mentre Renzi, che già non mi piaceva prima, ha confermato che la prima opinione è quella giusta: demagogo, populista, un po’ subdolo (quanto ci ha tenuto a dire che lui, del PD, ha messo in nonsoquale posizione che ha a che fare coi parcheggi di Firenze, uno di Forza Italia! Ma va? Veramente? Non lo avremmo mai immaginato! Specie dopo che sei andato a cena ad Arcore! Che vergogna!) Speroni invece dava il meglio di sé nei fuori onda, dove sbadigliava a bocca spalancata (non visto in TV) e si stropicciava gli occhi con la palpebra che gli calava. Ma come dargli torto? Mi si chiudevano letteralmente gli occhi anche a me, dalla noia e dal continuo parlarsi addosso! Da casa non avrei visto nemmeno 10 minuti di trasmissione: neanche pagata! Avevo davanti un orologio digitale con l’ora… sembrava non si muovesse. Il tempo si era fermato. A tratti temevo che la cameraman ambulante mi riprendesse (cioè in tutti i sensi: che mi rimproverasse o che mandasse il mio sonno in diretta TV). Per tenermi sveglia ho finito il mio pacchetto di gomme: una appresso all’altra, perché appena andava via il sapore della menta dovevo subito mangiarne un’altra per non rischiare di assopirmi.

Il castigo divino è finito a mezzanotte e mezza, senza ovviamente che la questione Vodafone sia stata non dico trattata, ma almeno nominata da nessuno. E oltretutto il programma si è concluso con l’immancabile frecciata di Vauro diretta a Israele! Accanto a me c’era un troglodita che si ammazzava dalle risate a sentire le sue invettive antisemite… pardon: antisioniste!

Una volta liberi però la frase più bella l’ha detta una mia collega, una ragazzetta verace verace di 25 anni, che con la faccia atterrita e la voce spenta ha detto: “Questo si chiama sequestro di persona!”

Parole sante!

Vodafone, io non ho paura!

La nostra non è certo una situazione facile, ma andiamo avanti a testa alta senza paura.

Non abbiamo paura del colosso ultra-miliardario Vodafone che per pochi spiccioli intende mettere in ginocchio 33 famiglie (e altre 120 sono in pole position) con una procedura di licenziamento collettivo. E’ una ritorsione perché ci siamo permessi di sfidare l’azienda davanti al giudice. E il giudice si è addirittura  permesso di darci ragione. E allora che fa il colosso Vodafone? Licenzia 33 persone. C’è da essere contenti che non applichi la proporzione nazista di 10 licenziati per ogni reintegrato! Ma loro sono inglesi, non nazisti!
Vodafone, con profitti a 9 zeri (4.048.000.000 € di utile lordo annuo) si accontenta di risparmiare pochi spiccioli licenziando “solo” 33 dipendenti! Vodafone risparmia, e gli italiani pagheranno! Già perché i dipendenti licenziati saranno inseriti nelle liste di mobilità e avranno diritto per circa due anni (a seconda della loro età) a percepire dall’INPS una quota del loro stipendio. Quindi, che sia chiaro per tutti: a pagare la mobilità per i colleghi licenziati, non sarà l’ultra-miliardaria Vodafone, ma ancora una volta, le tasche degli italiani! 

Noi, dal canto nostro continueremo le nostre proteste per far sapere al mondo qual è la prospettiva per i nostri figli, qual è lo scenario che si prospetterà loro davanti se consentiremo perfino alle aziende ultra-miliardarie di fare il bello e il cattivo tempo con i propri dipendenti.

Le immagini del filmato sono state scattate durante alcuni presidi che abbiamo organizzato a Roma. Ed è solo l’inizio!

 

Sentenza Vodafone: giustizia o vendetta?

Il giudice ordina a Vodafone di reintegrare 33 persone? Vodafone obbedisce (almeno sulla carta) e poi le licenzia senza colpo ferire, avviando la procedura di mobilità (ovviamente a spese dei contribuenti). E per di più lo fa con odiosa arroganza riferendosi al giudice con espressioni denigratorie e irrispettose. Sono strana io che vedo un intento persecutorio, intimidatorio e discriminatorio nei confronti dei dipendenti che hanno vinto la causa? Traviso forse la realtà sostenendo che siamo di fronte all’inosservanza dolosa degli ordini del giudice?

La lettera che pubblichiamo qui sotto, scritta da alcuni degli avvocati che seguono le nostre cause, sembra avallare le mie conclusioni.

In un’epoca in cui ognuno tira l’altro per la giacchetta  per fargli dire o fare quello cui ha interesse personale, come operatori della giustizia registriamo un ennesimo tentativo di  operare nel senso del proprio “particulare”, appunto.

E’ il caso di una sentenza che un Magistrato della Repubblica a Roma  ha emesso in data 21 dicembre 2011 reintegrando 33 lavoratori che erano stati esternalizzati da Vodafone a Comdata Care, per un totale in tutta Italia di 914 persone tra le sedi di Napoli, Roma, Ivrea , Milano, Padova, dichiarando inefficace la cessione.

Per altre vertenze analoghe 13 Magistrati di altri Tribunali avevano invece, in precedenza, respinto i ricorsi proposti da altri lavoratori nell’ambito della stessa cessione di ramo di  azienda.

All’esito di tale sentenza, che era uscita dal coro delle pronunzie precedenti, seppur preceduta, sempre a Roma, da altra pronunzia favorevole ad una unica ricorrente, la società Vodafone ha, riassorbito i 33 lavoratori esclusivamente sul piano amministrativo contabile (anche se gli stessi non hanno ancora ricevuto alcuna retribuzione essendo, nel frattempo, venuto meno il rapporto con la società cui erano stati ceduti).

In data 20 febbraio 2012 Vodafone ha aperto una procedura di licenziamento per riduzione di personale (licenziamento collettivo) proprio per 33 lavoratori!

L’espressa motivazione di tale drastica misura è stata dichiarata essere la forzosa reintegra tale – a suo dire – da mettere in pericolo il “proprio equilibrio organizzativo”, con necessità, quindi, di intervento da parte del nostro ordinamento, ovvero a carico della collettività, nei confronti di una pronunzia “profondamente errata” che “inopinatamente” è intervenuta con un fatto “improvviso e grave”.

Questa vicenda, che in apparenza sembrerebbe potere essere limitata ad una aspra conflittualità degna di essere risolta nel prossimo decennio da parte dei vari gradi di giudizio (finché Cassazione non sopravvenga) in realtà non riesce a mascherare il reale  obiettivo che gli alti strepiti vogliono  conseguire.

Sono, infatti, in dirittura di arrivo altre pronunzie, avanti sia ad altri Magistrati che allo stesso responsabile di tale “inopinata” pronunzia, la quale ultima ha, sostanzialmente,  “bacchettato” le organizzazioni sindacali che avevano firmato e glorificato l’accordo da cui aveva preso le mosse l’esternalizzazione dei vari lavoratori.

Ma altre, ben più gravi considerazioni, si impongono: un ordine giudiziale non vale nulla e può essere liberamente disatteso se, sopratutto, si può riproporre quel tavolo di concertazione che aveva prodotto quel nefasto accordo iniziale.

In secondo luogo, il far vedere che un ordine giudiziale può essere certamente vanificato dal momento che, come nello specifico, i lavoratori possono passare da ceduti a reintegrati a licenziati in un crescendo di massima precarietà, ha un effetto assolutamente dirompente nella mente di chi, tra loro, è in attesa di una pronunzia da qui al 1° marzo ovvero al 5 giugno (date delle altre attese sentenze romane) che ha già prodotto continue  telefonate indotte da questa orrenda politica del terrore.

Altra nefasta conseguenza è quella di lanciare messaggi inequivoci a chi tra i magistrati dovrà ancora occuparsi della presente vertenza in modo di condizionarne certamente la serenità cui hanno diritto.

Una tale aggressione nei confronti dei Giudice deve essere stigmatizzata anche alla luce del tentativo, già posto in essere, di estendere la responsabilità civile del magistrato anche per le sentenze “inopinate”.

Ci sembra francamente che quello che si vuole realizzare è una sorta di Magistrato senza qualità di cui ha scritto, efficacemente, un loro collega, Cianferra.

I lavoratori da noi assistiti dovranno però sapere che non ci arrenderemo.

Avvocati Enrico Luberto, Antonella Marrama, Marco Tavernese, Stefania Zonfrilli

Che barba, che noia, che noia che barba!

Appena saputa  la notizia non ne abbiamo volutamente parlato perché ci hanno inzuppato il pane un po’ tutti. Certo che l’esternazione del Presidente Monti in merito alla monotonia del posto fisso ha prestato davvero il fianco a risposte di tutti i tipi. Diciamo che è stato un po’ ingenuo. E però diciamo anche che è meglio così: qualche cazzata sarà concessa anche a lui. Non sarà mica finto!

A parte la facile risposta che viene da dare al Presidente del Consiglio, come quella della Signora Camusso  secondo la quale ci sono molti ragazzi che vorrebbero annoiarsi, altre riflessioni mi sorgono spontanee.

Per natura sono sempre stata contraria alla fissa del posto fisso. Sarà che i miei genitori sono stati commercianti, e non mi hanno trasmesso questa filosofia come “valore”. Al contrario di altre famiglie, quella del Marito in primis, che invece lo ha sempre propugnato come fosse l’undicesimo comandamento.

Chi legge il blog lo sa, sono una futura precaria, vicina di scrivania di decine di ragazzi che precari lo sono fin d’ora e che, mese dopo mese,  si sono succeduti l’un l’altro a fare un lavoro di call center che definire dequalificante è poco.

Cerco di astrarmi dai facili e spontanei ragionamenti sulle difficoltà che si incontrano giornalmente in situazioni di questo tipo. Non mi soffermo sulla mancanza di garanzie per il futuro, e la difficoltà di farsi una famiglia, di avere un mutuo, una casa, e magari dei figli. Vorrei cercare di concentrarmi solo sull’aspetto professionale del precariato.

Cambiare lavoro, Presidente Monti, sarebbe bello. E sarebbe bello farlo crescendo di volta in volta come avrà certamente fatto lei  a suo tempo, e come hanno fatto molti amici e familiari che con il loro sudore si sono guadagnati una carriera di tutto rispetto. Certo coraggiosi! Ma con garanzie che oggi ci sogneremmo.

Oggi infatti questo non sembra più possibile. I miei colleghi, quelli di cui vi dicevo, precari da molto, anche loro cambiano lavoro. Ogni mese. Lavorano perlopiù presso aziende che attraverso contratti d’appalto (o di sub-appalto), campano su commesse in outsourcing, vale a dire su servizi prestati per conto di altre aziende che non ritengono conveniente svolgere “in casa” mansioni di quel tipo. Questi ragazzi cambiano spesso datore di lavoro e quindi tipo di lavoro. Ma credetemi, non si divertono affatto:  un ricambio di personale così frequente significa che il lavoro da svolgere non è di alto livello, perché deve essere necessariamente un lavoro banale, facile da imparare e anche molto noioso. Chi invece investe nella formazione di persone destinate a ricoprire ruoli di responsabilità non le lascerebbe certo scappar via,  anzi, se le terrebbe strette! Appare chiaro quindi come il problema della precarietà nel mercato del lavoro coinvolga soprattutto mansioni di basso profilo ricoperte da risorse altamente fungibili. E non essendo possibile  uscire da questo tunnel, nemmeno per le persone laureate, vi garantisco che il cambiamento che saremo costretti a subire è assolutamente foriero di noia, non certo di divertimento.

Intanto chiariamo subito che la possibilità di cambiamento non riguarda me! No, io non sarò mai una precaria! Io sono una “privilegiata” perché alla conclusione naturale del mio periodo di tutela (vale a dire al massimo tra 3 anni) io sarò a spasso, per strada, e nessun’azienda spenderà un soldo per assumere l’anziana ALicE quando potrà avere allo stesso (basso) prezzo qualunque altro lavoratore più giovane, più “fresco” e più flessibile di me!

I miei colleghi, invece potranno cambiare spesso azienda e mansione, e, anzi, lo dovranno fare per forza, ma non sarà un cambiamento migliorativo, perché il lavoro dei precari è un lavoro dequalificante. Chi inizia a lavorare in un call center, o in un posto analogo non riuscirà mai  ad uscirne se non per entrare in un altro simile. La crescita professionale non riguarderà loro: all’interno di questi uffici non esiste, o comunque è molto limitata. La mole di lavoro di queste aziende di servizi dipende infatti dagli appalti che riescono a ottenere. E’ ovvio quindi che la loro politica di gestione delle risorse deve essere estremamente flessibile per adeguarsi velocemente al mutamento delle esigenze; non hanno perciò nessun interesse a far crescere i loro impiegati. Le promozioni di colleghi a cui ci capita di assistere sono spesso in task temporaneo. Vale a dire per un limitato periodo di tempo. E si tratta solo di una promozione di mansione, non economica e non di grado. Perché anche i datori di lavoro campano un po’ alla giornata. Peccato però che loro lo facciano sulla pelle dei dipendenti.

Vodafone e il cetriolo boomerang

Ci sono novità sulla questione Vodafone, e, come promesso, sono qui per tenervi aggiornati; in un periodo come questo, in cui si parla tanto di articolo 18, non dovrebbero passare inosservate infatti quelle notizie su dipendenti che, proprio in barba allo statuto dei lavoratori (e, ripetiamolo, con la connivenza dei sindacati confederali), sono stati praticamente licenziati da un’azienda come Vodafone che , non mi stanco mai di ripetere, ha profitti a 9 zeri.

Vi raccontavo nel post precedente di una collega romana che aveva vinto la causa, ma che apparentemente era rimasta buggerata dalla sentenza in quanto Vodafone le aveva fatto scegliere tra il reintegro presso la sede di Catania e quella di Ivrea. Intanto per dovere di cronaca la collega in questione alla fine, non senza un po’ di tormento, ha ripreso servizio presso la sede di Roma dalla quale proveniva, e fino al momento dell’effettivo reintegro, ha percepito da Vodafone la sua regolare retribuzione pur standosene a casa.

Pochi giorni prima di Natale poi c’è stata un’altra sentenza che lascia ben sperare sugli esiti di queste cessioni selvagge: altri 34 colleghi ceduti a Comdata Care sono stati anche loro reintegrati in Vodafone in quanto la cessione, secondo le parole del giudice, è da considerarsi inefficace.

A distanza di un mese dalla pronuncia, giusto il tempo per Comdata di formare un gruppo di precari mal pagati pronti a sostituire i reintegrandi, i nostri colleghi sono stati mandati a casa, con una raccomandata con la quale l’azienda prendeva atto della decisione del Tribunale del Lavoro e definiva quindi concluso il loro rapporto. Non è facile accomiatarsi da ragazzi con i quali hai diviso per anni il lavoro, gli sfoghi e le battaglie. Le risate durante le pause caffè, i litigi con i clienti, con i superiori; persone delle quali conosci bene le famiglie, pur non avendole mai viste. E non vi nascondo che è stato un momento difficile.

Ma intanto, cosa starà succedendo negli ovattati uffici dei manager Vodafone? Si staranno preparando palate di vasellina nell’attesa che torni al mittente il cetriolo boomerang? Noi lo speriamo. Così come speriamo che salterà qualche testa; gli ideatori di una manovra tanto vigliacca non dovrebbero rimanere impuniti. Certo, abbiamo la consapevolezza che chiunque salterà, atterrerà sul morbido; al contrario di quello che succede nel mondo normale alla gente comune. Ma sarebbe pur sempre una grandissima, enorme, soddisfazione.

Ma nel frattempo osserviamo da vicino dei fenomeni interessanti. Intanto la reazione dei Sindacati confederali: di solito abituati a riempirci la casella di posta di comunicati da parte delle loro segreterie sia su tematiche che ci riguardano da vicino, sia su cose che ci toccano poco o niente. E in questo caso? Avranno speso secondo voi qualche parola di plauso verso la sentenza? Neanche per idea! Un silenzio assordante. Questo a conferma, se ce ne fosse l’esigenza, del loro accordo con l’Azienda ai tempi della cessione.

E Comdata? Si sta preparando ad affrontare la partenza di questi primi (ci auguriamo) colleghi: con l’ufficio del personale pieno di gente in attesa di fare un colloquio, hanno iniziato una specie di  campagna acquisti nella speranza che questi altri 34 dipendenti troppo costosi per i loro budget, si tolgano finalmente dagli zebedei. D’altra parte è periodo di saldi: possono avere lo stesso lavoro, anzi fatto meglio, da persone meno incazzate, a un costo nettamente più basso: con livelli di inquadramento e stipendi inferiori rispetto agli ex lavoratori Vodafone, e senza quei benefit rimasti attaccati quasi per sbaglio ai loro contratti ceduti.

E sul fronte Vodafone? Come fossi un entomologa, posso osservare due fenomeni molto particolari e correlati l’uno all’altro. Da una parte i nostri ex colleghi, quelli con i quali abbiamo scioperato e accanto ai quali siamo scesi in piazza; quelli che per protesta giravano con i cartelli  VENDESI appesi al collo nei giorni che precedevano la nostra cessione; bene, loro, o almeno alcuni di loro, appena avuta la notizia della sentenza hanno laconicamente commentato: “beh, per 34 che rientrano altri 34 ne usciranno”.

Sicuramente non verremmo accolti a braccia aperte. Nemmeno da loro. Ma non potevamo aspettarci nulla di più visto che in Vodafone si sta attuando la politica del terrore: stanno organizzando delle piccole riunioni di reparto attraverso le quali cominciano a spaventare i dipendenti spiegando loro che questo è un periodo di crisi, che occorreranno dei sacrifici da parte di tutti se non si vorrà rischiare il posto di lavoro; che è possibile che con il reingresso dei colleghi esternalizzati ci sia una diminuzione di lavoro e quindi il pericolo per tutti di essere messi in mobilità.  Beh, certo con queste premesse, e una naturale predisposizione d’animo a comportamenti da gregge, era difficile aspettarsi dagli ex colleghi un atteggiamento favorevole.

Sarebbe bello invece che iniziassimo ad alzare lo sguardo. Che smettessimo di concentrarci sul nostro ombelico. Sarebbe ora di capire che l’unico modo per salvarci TUTTI è combattere insieme per cambiare le regole, la società e soprattutto il futuro dei nostri figli (per noi ormai, quello che è fatto è fatto!)

Il ritorno di 34 ex colleghi deve essere una festa; deve essere l’inizio di un’era nella quale le cessioni selvagge, passate e future, non saranno più consentite. E anzi questo dovrebbe aprire la strada a politiche del lavoro più etiche, specie da parte di aziende che proprio noi abbiamo contribuito a rendere floride e in salute.

Giorni fa mi è stato inoltrato un comunicato sindacale con il quale si informavano i lavoratori che in effetti Vodafone sta pensando di fare ricorso agli ammortizzatori sociali. Sia pur stigmatizzando, quasi per dovere, tale eventualità i sindacati non si sono nemmeno espressi sul paradosso  che Vodafone avendo dichiarato, solo per il mercato Italia, ricavi totali per 8.758.000 milioni di euro (si! Ottomilasettecentocinquantotto milioni di euro!) non ha i requisiti per accedere a strumenti come la cassa integrazione, e comunque mi domando come possano considerarsi un esubero 34 persone quando l’Azienda conta su un organico di 47.883 dipendenti e di 46.206 personale non dipendente.

Questo mi fa venire in mente un’ultima cosa: un film che mi sono fatta pensando agli accadimenti di 4 anni fa: una scena dove ci sono azienda e sindacati attorno a un tavolo e di fronte alla minaccia di riduzioni di personale, di mobilità, di cassa integrazione, coloro che avrebbero dovuto difendere i nostri interessi hanno preferito immolare mille persone per inventare tutti insieme un bel ramo d’azienda pronto per essere ceduto.

Ma noi stiamo continuando a lottare. Sperando di vincere le battaglie e la guerra che ci aspettano. Sapendo che non sarà facile, che dovremo rimanere lucidi, uniti e attenti. E, qualunque sia il nostro lavoro attuale, noi dobbiamo sempre considerarci e soprattutto dichiararci ex lavoratori Vodafone, ceduti con una fraudolenta operazione industriale. Per far questo grazie al Cielo non siamo soli. Oltre ai nostri avvocati che ci sostengono con consigli e condivisione di strategie, abbiamo finalmente trovato un’organizzazione sindacale che fa per noi, che si “plasma” secondo il volere dei lavoratori: i Co.Bas. (Comitati di Base) un sindacato che non deve rispondere a nessuna segreteria territoriale o nazionale, che prende decisioni solo tenendo conto della volontà dei lavoratori e che quindi ha la flessibilità per poter adottare velocemente tattiche diverse al mutare delle situazioni. E possiamo anche contare sull’aiuto, legale e operativo, di una struttura sindacale organizzata, che offre agli iscritti consulenze specialistiche (tutte prestate da volontari) e che non percepiscono né sottobanco, né alla luce del sole, alcuna remunerazione dallo stato.

E di questi tempi non è poco!

Dove arriverà il cetriolo di Vodafone?

Attenzione! Sul caso Vodafone ci sono nuovi e importanti aggiornamenti sul post pubblicato il 3 febbraio 2012

Nessuno ne ha più parlato. Qualcosa all’epoca dei fatti (autunno 2007) poi più nulla. Qualche apparizione in TV, da Santoro, a La vita in diretta, qualche articolo sui giornali, ma poi la questione ha smesso di interessare il pubblico e di conseguenza anche i media. Non ha smesso però di interessare le circa 1000 persone coinvolte dalla cessione da parte della multinazionale Vodafone. E allora ne parliamo noi. Io in particolare, che sento una sorta di dovere morale dare almeno la voce a chi è rimasto in brache di tela non a causa di un’ azienda in difficoltà, ma di un’azienda più che florida.

Ne ho già parlato sul blog (qui, e qui) ma alla luce dei nuovi sviluppi mi sembra interessante condividere con chi ci vuol leggere, le evoluzioni giudiziarie di questa triste vicenda lavorativa.

Intanto un brevissimo riassunto: nel 2007 Vodafone aveva la necessità di liberarsi di circa 1000 dipendenti che lavoravano in reparti diversi. Ha creato quindi un ramo d’azienda fittizio, anzi inesistente, vi ha forzatamente spostato le 1000 persone scelte e le ha cedute a un’azienda di Torino (da adesso Pizza & Fichi S.p.A. così, per non confonderla con un’azienda “seria“) società neo costituita all’epoca dei fatti, di proprietà di una casa madre che già svolgeva attività in outsourcing per conto di Vodafone.

Che impicci, eh?

Questa cessione ha implicato intanto che alla fine del periodo di tutela (che la legge fissa in 3 anni ma che il contratto di cessione ha aumentato graziosamente a 7) nessuna garanzia di mantenimento del posto di lavoro poteva essere data ai 1000 lavoratori (e alle loro famiglie). Senza contare i benefit che ci sono stati tolti, e soprattutto la perdita economica vera e propria in termini di mancata erogazioni di mensilità aggiuntive, premi di produzione, assegnazione di azioni stock option (ecc. ecc. ecc.)

Inutile dirvi che molti di questi 1000 dipendenti non si sono rassegnati e hanno intentato una causa contro Vodafone. A Roma, dove l’esternalizzazione ha coinvolto circa 300 persone, ci siamo rivolti soprattutto a 2 studi legali che stanno quindi seguendo un centinaio di persone ciascuno. Siamo stati divisi in gruppi di circa 10 persone (strategia adottata per poter correggere il tiro in corso d’opera, a seconda via via delle pronunce del giudice) e gli avvocati hanno quindi intentato più cause. Molte di queste però sono state riunite sotto una causa unica e attribuite allo stesso giudice. Tranne per 2 colleghe, che uno dei due avvocati ha preferito mandare da sole in avanscoperta, costituendo a questo scopo due cause singole. Bene. Una delle due è andata a sentenza a giugno. E l’ha vinta.

Bene! Verrebbe da dire! Benissimo!

Il giorno dopo la collega ha ricevuto due raccomandate: quella di Vodafone con la quale le comunicavano che sarebbe stata reintegrata, e quella della Pizza & Fichi S.p.A. che, alla luce della sentenza di reintegro, le comunicava invece il licenziamento.

La ragazza (part time a 5 ore, 30 anni, convivente, ma grazie al Cielo – mi trovo costretta a dire – senza figli) si è presentata all’ufficio del personale Vodafone dove le hanno comunicato, attenzione!, che avrebbe dovuto scegliere se essere reintegrata presso la sede di Ivrea, o quella di Catania. Fino a quel momento naturalmente non avrebbe percepito alcuno stipendio né dalla Vodafone, né tantomeno dalla Pizza & Fichi S.p.A. dalla quale, come ho detto è stata licenziata.

Secondo l’avvocato non ha altre possibilità se non quella di accettare il trasferimento, pur con uno stipendio da part time insufficiente per mantenersi autonomamente, salvo esperire un ricorso urgente di fronte al Giudice.

Se non lo facesse, sarebbe licenziata anche da Vodafone e resterebbe  senza lavoro.

Nonostante la maggioranza di noi non ci tenga affatto, l’obiettivo di una causa come la nostra non poteva essere altro che il reintegro in Vodafone. Certo è che i nostri avvocati ci hanno sempre rassicurato che in caso di vittoria, l’esito sarebbe stato tradotto verosimilmente in un patteggiamento economico, ma nessuno di loro aveva mai paventato, anche alla lontana, che tra i possibili scenari ci poteva anche essere la perdita secca del posto di lavoro. Siamo in definitiva tra l’incudine e il martello.

La storia ovviamente non è finita e io vi terrò al corrente circa gli aggiornamenti (volenti i nolenti!)

Trovo importante comunque diffondere queste notizie intanto perché, come dicevo è l’unico modo che abbiamo per far conoscere situazioni lavorative altrimenti ignorate; ma soprattutto trovo che sia un dovere morale in questo periodo di crisi, sputtanare la Vodafone, un’azienda solida e florida, sempre attenta alla sua immagine, così fasulla nei messaggi pubblicitari, specie alla luce dei suoi comportamenti reali.

Oggi sciopero!

Anche questo venerdì saltiamo la nostra lezione di pane. E anche stavolta abbiamo un buon motivo. Anzi ottimo. Oggi scioperiamo. Scioperiamo a fianco dei lavoratori e delle lavoratrici di Vodafone che si oppongono a una nuova cessione di ramo d’azienda, la terza, operata dalla multinazionale inglese. E proprio a causa di questa cessione, che coinvolge 335 persone, forse domani  di pane per loro ce ne sarà di meno.

Abbiamo già avuto modo di parlarne: la cessione di ramo d’azienda in Italia è uno strumento abusato dalle imprese che vogliono liberarsi dei loro lavoratori fingendo che appartengano a un ramo autonomo e funzionale. Grazie alle larghissime maglie della Legge 30, oggi cedente e cessionario possono inventarsi un ramo d’azienda anche al momento stesso della cessione. Ci mettono dentro un certo numero di lavoratori che da un momento all’altro si ritrovano a lavorare per un altro datore di lavoro. Magari meno serio, magari meno “sano” dal punto di vista economico e finanziario; magari che non dà possibilità di crescita professionale ai suoi lavoratori. Magari che li paga di meno e male. Magari negando loro diritti che avevano acquisito. Magari poi, li adibisce anche a lavori meno qualificati. Per poi, alla fine dei 3 anni di tutela che la legge stabilisce, magari, licenziarli.

Poi, magari, e dico solo magari, un bel giorno la Multinazionale, anche se non potrebbe farlo, si riprende in casa le attività cedute (badate, non i lavoratori, che ora saranno a marcire da qualche parte: solo le attività) e ricomincia a gestirle in proprio. Lo ha fatto già. In barba alla legge.

Ecco. Spiegatemi perché dovrebbe essere tanto difficile per i giudici titolari delle molte cause di lavoro che riguardano queste storie, ravvisare in tali operazioni delle mere cessioni di lavoratori, di per sé vietate, e punire una volta per tutte, in modo esemplare, chi approfitta di una legge (sia pure di una brutta legge) per licenziare persone senza una giusta causa.

E oggi, se avrete dei disservizi dal vostro gestore telefonico, saprete con chi prendervela!

La Palombelli: ovvero il giornalismo che teme i conflitti

La Palombelli non finirà mai di stupirmi.

La scorsa settimana aveva ospite in studio Silvia Lombardo, una lavoratrice precaria che ha di recente girato un film “La ballata dei precari” e dal momento che il tema mi interessa da vicino (visto che il mio destino è quello di andare a rinfoltire a breve il già troppo nutrito gruppo di precari, se non addirittura di disoccupati) ho alzato il volume.

Si parlava di come le politiche economiche degli ultimi anni hanno di fatto distrutto il futuro di una intera generazione di giovani lavoratori. Responsabile in primis la legge 30 o Legge Maroni (erroneamente conosciuta come “Legge Biagi”).
Questa legge è stata “copincollata” nel vero senso della parola da una legge del Lussemburgo, Paese dove però, al contrario dell’Italia, ci sono degli ammortizzatori sociali che funzionano e un mercato del lavoro davvero flessibile.
Qui da noi la legge 30 ha creato i cosiddetti “contratti di lavoro atipici” (brevi, provvisori, senza tutele e senza garanzie) che però guarda caso in Italia sono diventati ormai tipicissimi. Inoltre ha permesso con una piccola modifica all’art 2112 del codice civile di rendere di fatto possibile, cosa vietata fino ad allora, la cessione di lavoratori da un’azienda all’altra senza il loro consenso. Come? Facendo figurare tale cessione non come cessione di forza lavoro (come dicevo impossibile fino a quel momento) ma come cessione di ramo d’azienda. Anche se il ramo di azienda non era preesistente alla cessione, ma improvvisato al momento dl passaggio. E’ successo anche a me. Un’azienda con 4 mld di euro di utile annui prende 1000 persone, decide (cosa assolutamente non vera) che queste persone costituiscono un ramo di azienda autonomo e funzionale e le cede a una piccola società neocostituita la quale dopo gli anni di tutela stabiliti dalla legge potrà cassintegrarli, mobilitarli, solidarizzarli e alla fine licenziarli… senza giusta causa. Tutto questo in un mercato del lavoro dove ricollocarsi è impossibile per un giovane, immaginatevi per chi giovane non è e magari ha anche una famiglia sulle spalle.
Tornando alla trasmissione della Palombelli, nessuna sorpresa dunque se lei ha manifestato solidarietà e comprensione per la situazione in cui versano molti lavoratori italiani, giovani e meno giovani; e ha perfino “ululato dalla gioia” (sic!) alla notizia della prossima uscita del film “La ballata dei precari” (perché per tanti anni mi avete sentito dire che i ggiovani devono essere uniti e protestare inzieme per uscire dalle situazioni probblematiche, no?!)
Era assolutamente indignata per lo scempio che è stato fatto al mondo del lavoro; preoccupata come madre per il futuro dei suoi figli e come italiana per il futuro del paese. Schifata per la mancanza di tutele dei lavoratori precari; sdegnata dagli stage non retribuiti imposti dalle aziende ai lavoratori. Insomma, una vera paladina della causa.

E allora ho pensato: ma questa ci è o ci fa? Prende per i fondelli ospiti e ascoltatori, oppure soffre di una rarissima sindrome detta “del camaleonte radiofonico sulla cresta della frequenza ondulata”? Già perché circa 3 anni fa, precisamente il 18 febbraio del 2008 ospitò dagli stessi microfoni di Radio 2 l’artefice di tale legge-porcata, l’allora Ministro del Lavoro Roberto Maroni. E in quell’occasione io, fresca fresca di cessione da parte di Vodafone, lì si che saltai sul sedile della macchina quando le mie orecchie ascoltarono ciò che oggi non posso condividere con voi in quanto non più scaricabile dal sito Rai.

In pratica la novella Zelig della radiofonia osannò Maroni proprio per quella legge che secondo la conduttrice ci invidiavano in molti e aveva avuto il merito di combattere la disoccupazione.

Combattere la disoccupazione????

Ma se la pratica delle cessioni consentite dalla Legge Maroni viene utilizzata quotidianamente dalle aziende per licenziare personale! Succede continuamente. Quasi fosse uno scambio di favori, ci sono fiumane di lavoratori che vengono ceduti da un’azienda all’altra per poi finire per strada dopo il periodo di tutela. Solo per fare qualche esempio: Cessione di Ericsson ad Alpitel e Site (150 lavoratori nel 2005); cessione di Vodafone a Comdata (1000 lavoratori nel 2007); cessione di Vodafone a Ericsson (340 lavoratori nel 2011). Con l’unico risultato di andare a rimpolpare in pochissimo tempo il foltissimo gruppo di precari e disoccupati.

Non è possibile che la Palombelli sia sempre d’accordo con l’interlocutore di turno! Da destra a sinistra, con il suo italiano un po’ fricchettone, con quel suo NO? sempre alla ricerca di conferme, dà ragione a tutti!

Se teme il confronto, e soprattutto se teme il conflitto, ebbene, il giornalismo non è un mestiere adatto a lei. Cosa succederebbe se invitasse Hannibal the Cannibal? Gli chiederebbe la ricetta per cucinare le cosce di Ciccio (Rutelli) alla brace? E se invece le capitasse di intervistare Lorena Bobbit? Povero Francesco, a quel punto gli converrebbe davvero darsela a gambe!

Sciopero generale

Che rottura! Un altro sciopero generale! Che casino! Tutto fermo, bloccato! Già l’altro ieri c’è stato quello dei trasporti… Non si campa più.

E’ vero. Che scocciatori questi sindacati!
Anche io la penso così in realtà. Non è una categoria che mi fa simpatia. Non mi sono mai sentita tutelata dai sindacati come lavoratrice, al massimo usata. La mia recente storia della cessione fittizia di ramo di azienda da parte del colosso multinazionale Vodafone ancora brucia.
E però.
Ogni tanto conviene informarsi. Per noi. Per sentirsi parte della società, per non subire passivamente le scelte altrui. Poi magari continueremo a smoccolare per il prossimo sciopero  pensando solo al caos che creerà. Ma almeno nessuno potrà accusarci di aver ignorato la questione.
Oggi si sciopera contro i tagli del governo; in generale contro la sua politica che ha tagliato migliaia di posti di lavoro, e contro le riforme della scuola e dell’università. Contro il blocco dei contratti del pubblico impiego e contro la legge Brunetta. Insomma, niente di nuovo sotto il sole. Ma oggi si sciopera anche per l’intero sistema del lavoro che il governo, le imprese e le industrie stanno cercando di destabilizzare. Si pensi per esempio alla legge Maroni (la L. 30, cosiddetta erroneamente legge Biagi) che ha gettato i nostri giovani negli abissi del precariato e ha tolto loro qualsiasi possibilità di crescita personale e professionale. Il tutto, tra l’altro, scopiazzando da leggi europee, in questo caso del Belgio e del Lussemburgo, dove però esistono ammortizzatori sociali e un mondo del lavoro DAVVERO flessibile, tali da riuscire ad attutire periodi di difficoltà (temporanei) e a creare un mercato in grado di far crescere le proprie risorse invece di affossarle.
Al centro delle polemiche di questi giorni c’è naturalmente anche l’accordo estorto da Marchionne ai lavoratori della Fiat di Pomigliano e Mirafiori, che prevede, pena la chiusura con relativo spostamento della produzione all’estero, alcune clausole che definire vessatorie si avvicina poco poco alla realtà.

Si va dal non pagamento della malattia una volta superata una ridicola percentuale rispetto al monte ore lavoro (3.5 %). Si sposta la mezz’ora di pausa pranzo alla settima ora e mezza (vale a dire alla fine del turno). Ci ricordiamo a questo proposito che in catena di montaggio si sta in piedi?
Si introducono delle ore di straordinario (15 giornate da 8 ore) obbligatorie che possono portare la settimana lavorativa a 50 ore. Certo, pagate. Ma a caro prezzo per tutti: infatti, anche grazie agli interventi del governo, oggi è sempre più conveniente pagare lo straordinario ai lavoratori in forza piuttosto che assumere altre risorse! Ma non è finita: potranno essere previsti dei provvedimenti disciplinari (incluso il licenziamento) in caso di sciopero; saranno smantellate le RSU (cioè i rappresentanti sindacali scelti dai lavoratori) e ci saranno solo le RSA (cioè i rappresentanti sindacali scelti dall’azienda). Ovviamente i sindacati che non hanno firmato l’accordo sono automaticamente fuori dall’azienda.

Insomma se la nostra Costituzione ha ragione, stanno facendo polpette dell’articolo n. 1 secondo il quale l’Italia dovrebbe essere una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

Ecco, ho finito. E ora che tutti conosciamo i motivi che sono alla base dello sciopero di oggi… possiamo tranquillamente tornarcene ognuno al proprio lavoro!

Buona giornata!