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Impressioni del Marocco: i paesaggi

Quel che mi ha molto colpito durante il breve ma intenso giro che ho fatto sono stati i paesaggi, sempre diversi per natura e colore: le rocce, le dune, il terreno secco, le oasi rigogliose, i monti verdeggianti, i campi coltivati, le cime innevate.

Ma guardate voi stessi questa piccola selezione di foto.

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Gli autovelox: che rottura di Coyote!

Quando ieri andando al lavoro ho sentito questa pubblicità alla radio pensavo che si trattasse di 610. Avete presente il programma radiofonico dei fantastici Lillo e Greg? Con quelle finte pubblicità paradossali che si concludono con l’immancabile “corri in edicola”!

Beh, invece l’incredibile pubblicità che ho ascoltato è vera e soprattutto è incredibilmente vero l’apparecchio pubblicizzato.

Si tratta di Coyote, un localizzatore di autovelox, Distribuito dalla Magneti Marelli. Sapete a che serve? Ad avvisare gli automobilisti della presenza dei rilevatori di velocità, sia fissi che mobili; perfino (come dice lo spot) i più nascosti! Non solo! Coyote funzionerebbe come una grande community di trasgressori, che possono passarsi le informazioni sui posti in cui sono stati disposti nuovi autovelox.

Ma sbaglio o se sono nascosti c’è un motivo?

Gli autovelox, a maggior ragione se sono occultati alla vista, dovrebbero servire da deterrente contro il superamento dei limiti di velocità. Sempre che il buon senso di ciascuno di noi non sia sufficiente.

Ma vi rendete conto? E’ un invito alla contravvenzione delle regole! Certamente la pubblicità ne sottolinea l’aspetto positivo, ovvero che Coyote aiuterebbe a rispettare i limiti di velocità, ma non ci crede neanche Batman! Né che l’abbiano inventato per questo motivo, né, a maggior ragione che gli italiani lo comprino per questo motivo!

È ovvio che Coyote serve ad aiutare gli Emerson Fittipaldi de’ noantri a superare i limiti di velocità tra un autovelox e l’altro, e anzi non riesco a comprendere come questo possa essere considerato legale. Sarebbe come se un apparecchio avvisasse i rapinatori che il sistema di allarme della banca è fuori uso. Poi arriveremo all’avviso legalizzato della presenza di un posto di blocco: così potremo metterci gli auricolari, allacciarci le cinture di sicurezza e già che ci siamo anche rallentare un poco. Oppure potrebbero inventare un rilevatore di controllori dell’autobus, per aiutare i “portoghesi” a non pagare i biglietti. Anzi mi correggo: a pagarli solo alla vista di un controllore!

I Borghese e l’antico

Questo post potrebbe quasi chiamarsi “Pappappero” visto che parlo di una splendida mostra che si concluderà il 9 aprile, ma che ormai è esaurita. Si tratta dell’esposizione “I Borghese e l’antico”, presso la Galleria Borghese di Roma. E potrebbe chiamarsi  “Pappappero” anche perché abbiamo avuto il piacere di vederla insieme al prof. Enrico Bruschini, che ce l’ha spiegata alla sua maniera, con il cuore oltre che con la sua immensa cultura in campo storico-artistico.

La mostra offre la possibilità di ammirare una sessantina di opere prestate dal Louvre, tra le circa 600 che Napoleone “acquistò” dai Borghese portandosele in Francia.

Il bello di girare con una guida è la sua spiegazione, senza la quale si perde il contesto delle opere esposte e spesso quindi anche la loro essenza, la loro storia.

Il bello di andare con il Prof. Bruschini è la lezione di storia, di arte e di archeologia che accompagna ogni sua visita. Molte sono le chicche che ci ha raccontato. Non avendo il solito taccuino in borsa, alcune me le sono perse. E le altre, quelle che i miei neuroni sono stati in grado di trattenere, ho il piacere di condividerle con i nostri lettori.

Intanto ovviamente nello splendido contenitore che è la galleria Borghese, non potevano certo passare inosservate le opere esposte in permanenza: ad esempio passando davanti al David del Bernini, non si si è potuto certo tirar dritto: quella bocca così concentrata (che, come ha commentato mia Figlia, sembra quella del mio omonimo Figlio quando è impegnato a suonare la chitarra); la sua posa, così simile a quella del discobolo. Ma soprattutto, cosa assolutamente sconosciuta per noi, abbiamo scoperto che il volto del David è un autoritratto del Bernini. Incredibile no? Ma il prof. Bruschini è così con tutte le opere. Ha sempre una perla riservata per ognuna di loro. Per esempio ha immediatamente disconosciuto una statua catalogata come una ninfa: infatti il diadema sulla sua testa non lasciava dubbio alcuno: non poteva che essere Era. Altro che ninfa!

Nell’osservare un vaso ornato con delle maschere scolpite in una specie di bassorilievo, abbiamo appreso un’altra cosa davvero interessante, a proposito del loro utilizzo sia nel teatro greco che romano: la loro utilità derivava essenzialmente dal fatto che gli attori bravi al tempo erano pochi, e la maschera serviva per dar loro modo di interpretare più personaggi. Inoltre fungevano anche da mezzo di amplificazione della voce. La cosa più interessante,  però, ma anche più terribile, era che, soprattutto a Roma, il pubblico amava vedere scene cruente. Quindi capitava che la parte di una persona che secondo il copione sarebbe stata uccisa in scena, la facessero interpretare a un prigioniero con la maschera sul volto (e un bavaglio sulla bocca) che sul palcoscenico veniva ucciso veramente. Incredibile. E soprattutto, voi l’avevate mai sentito prima? Io no!

Alcune delle statue in mostra alla galleria sono copie romane di statue greche. Il prof. Bruschini ci ha insegnato a capire quando una copia romana è del II secolo e.v. Le statue greche erano fatte in bronzo, assai più leggere quindi delle loro gemelle romane, riprodotte invece in marmo: ovviamente se una statua raffigurava un personaggio in piedi, alla copia di marmo si doveva necessariamente costruire anche un supporto. Adriano (II sec. e.v.) stabilì che questo doveva essere un semplice appoggio, uno scarno tronco. Quindi quando vediamo una statua di marmo con una specie di tronco come supporto, siamo in grado (perfino noi!!!) di stabilirne la datazione.

Molte delle copie romane antiche presentano dei pezzi inseriti successivamente, a causa di evidenti fratture. Il prof. Bruschini in molti di questi pezzi “posticci” ha riconosciuto l’evidente mano del Bernini. Un’opera d’arte nell’opera d’arte!

E a proposito di interventi del Bernini, da Parigi è arrivato anche il famoso “Ermafrodito dormiente”. Lo scultore in questo caso lo ha impreziosito con uno splendido, morbidissimo, materasso di marmo. Mi ha fatto sorridere… anzi, per la verità mi ha infastidito, l’ubicazione di questa bellissima statua. Posizionata in modo che non vi si potesse girare intorno (e già questo di per sé rivela un grosso errore di allestimento), ma soprattutto in modo che non fosse visibile al pubblico il suo pene. Una pudicizia che oltretutto stonava con l’altra statua presente nella stessa sala, dell’Ermafrodito, cosiddetto stante: una donna che alzando la sua veste rivela uno spudorato, turgido pene!

Naturalmente, lo dicevo all’inizio, non si poteva seguire la mostra prescindendo dalle opere di proprietà del Museo romano: così non si poteva non osservare la precisione del Bernini nel descrivere Enea, Anchise e Ascanio, dove scolpisce con una precisione incredibile, rendendo diverse tra loro perfino la pelle dell’anziano padre di Enea, così vecchia e grinzosa, da quella muscolosa del figlio e da quella paffuta del nipote. Altrettanto attento ai particolari nello scolpire un neo sulla schiena di Ade, e una lacrima che riga le guance di Proserpina nell’opera raffigurante l’omonimo ratto.

Finisco con un’ultima curiosità: il marmo scolpito da Bernini non era di buona qualità. A rivelarlo sono le numerose macchie scure presenti sulle opere, spesso anche dovute a infiltrazioni ferrose. A procurargli questo materiale adulterato, e quindi particolarmente economico, era papa Urbano VIII, che, ne deduciamo, era un papa evidentemente parsimonioso… per non dire tirchio!

Per concludere il nostro itinerario virtuale ringraziamo ancora una volta di cuore il professor Bruschini.

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Educare le masse

Durante il mio recente viaggio in Cina, visitando la città di Hangzhou ho notato dei grandi cartelloni affissi sui muri. Scritti in inglese e in cinese, non erano un invito a comprare, ma a essere. Sono infatti consigli di vita, che promuovono comportamenti e modi di interagire. Questi i diversi testi.

  • Be dedicate and love your work! [sii dedito al tuo lavoro e amalo]
  • Be friendly and harmonious! [sii amichevole e affiatato]
  • Be frugal and strive for self-improvement! [sii frugale e impegnati per la tua crescita]
  • Be polite and honest! [sii gentile e onesto]
  • Be patriotic and obey the law! [sii patriottico e obbedisci alla legge]
  • No public property damaging! [non danneggiare i beni pubblici].

Il testo, scritto in caratteri molto grandi, è accompagnato dal disegno di quella che sembra una ragazzina, ma che forse è un personaggio di cartoni o chissà, che dà al messaggio, secondo me o secondo i nostri canoni, una connotazione molto infantile.

Non ho potuto fotografarli, l’immagine che vedete viene da questo blog che ringrazio molto.

Sono rimasta molto colpita, ho chiesto delucidazioni e mi è stato spiegato che i cartelloni fanno parte di una campagna promossa del governo. E quindi ancor di più mi sono meravigliata pensando a quanto sia paternalista l’approccio di questo stato, ancora preso a “educare le masse”.

Poi mi sono state fornite ulteriori chiarificazioni. In realtà, questi messaggi sono rivolti ai numerosi abitanti dei villaggi contadini che migrano verso le città. Costoro hanno livelli bassissimi di scolarizzazione e praticano comportamenti non ritenuti adeguati per i grandi centri. Questo mi ha fatto ripensare, secondo quanto mi hanno raccontato in Cina e quel che ho visto coi miei occhi, all’abitudine, ancora molto diffusa, di girare per le città in pigiama. Poco prima dell’Expo di Shangai dello scorso anno, partì una martellante campagna governativa che puntava a dissuadere i cinesi dal mettere in atto tale comportamento, perché nei giorni dell’esposizioni avrebbero avuto addosso gli occhi del mondo. Non deve aver avuto molto successo perché di cinesi che indossavano dei bei pigiamoni felpati e colorati ce n’erano a profusione nelle strade.

Cina: volti e colori

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Emozioni cinesi

È stato un viaggio entusiasmante oltre ogni mia aspettativa.

Ho visto città antiche e metropoli ultramoderne, casupole fatiscenti e grattacieli svettanti, automobili nuove di grande cilindrata incastrate in ingorghi in confronto ai quali quelli di Roma sono bazzecole e villaggi contadini dove la dimensione è umana e la vita è semplice e faticosa.

Ho visto un mare di Cinesi intirizziti fare una fila infinita per entrare nel mausoleo di Mao Zedong e moltitudini di loro visitare i più importanti siti storici e archeologici.

Ho visto paesaggi naturali e una vegetazione sempre diversa, dai colori autunnali che spiccavano accanto al verde delle palme e al giallo vivo dei ginkgo biloba.

Ho visto tante di quelle cose che le parole non basterebbero, perciò vi propongo una selezione piccola piccola delle 2400 foto che ho fatto.

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(Dis)servizi pubblici

 
ALicEpedia: “Servizi Pubblici”

Pagina di disambiguazione:

la parola “servizi” è normalmente usata, anche in altre lingue, e significa “gabinetti, toilette”. In una parola “cessi!”.

Per “servizi pubblici” si intende il sistema di trasporti pubblici comunali (autobus, tram, metropolitana, taxi).

Ci sono casi in cui le due definizioni possono coincidere. Quello che vi racconto oggi è uno di questi.

L’altro ieri (domenica) era una giornata per la quale è stato stabilito dal Sindaco Alemanno, il blocco della circolazione delle automobili nella fascia verde (cioè praticamente nell’intera città). E se per la prima volta è stata presa dall’attuale sindaco una decisione del genere, qualcosa mi dice che la situazione delle polveri sottili a Roma era davvero insostenibile.

Il nostro Giannone aveva promesso per l’occasione l’intensificazione dei mezzi pubblici, ma, si sa, sono le solite promesse da marinaio (perché mai  poi non usare il più calzante promesse da sindaco?)

Con mia figlia dovevamo recarci in via Giulia, a Palazzo Sacchetti, per partecipare a una visita guidata. Ovviamente il nostro autobus, l’87, non arrivava. Con l’aiuto di mio Figlio Grande che al telefono con noi, controllava i tempi di attesa dei bus su internet, decidiamo di percorrere un po’ di strada a piedi per avere più mezzi a disposizione. Ci rechiamo a piedi  (de corsa!) a tre fermate di distanza rispetto alla nostra, dove sarebbe dovuto arrivare dopo poco l’81. Abbiamo atteso più di qualche minuto. Abbiamo anche valutato di prendere un taxi, ma al parcheggio non ce n’erano. Aspettiamo i nostri buoni 10 minuti e ci vediamo invece comparire, bel bello il nostro 87. Quello che avremmo potuto aspettare comode comode, sia pure in mortale ritardo, davanti a casa. Ma tant’è. Lo prendiamo. E’ inutile specificare che era pieno zeppo, vero?

Evidentemente poi del blocco della circolazione gli automobilisti romani se ne sono stracicciati, visto il traffico che c’era per le strade. Arriviamo faticosamente a largo Argentina già in ritardo di 15 minuti;  avevamo ancora un sacco di strada da percorrere a piedi per arrivare a Via Giulia. Che facciamo? Prendiamo un taxi! Per forza! Anche perché mia Figlia a piedi non ce l’avrebbe fatta.

Li per la verità lo troviamo subito all’apposito parcheggio. Ci dirigiamo verso il primo della fila e saliamo. Gli indico la nostra meta, e ci risponde incazzato nero obiettando l’eccessiva vicinanza della destinazione . Gli rispondo che se per lui era un problema, noi potevamo anche scendere. Con l’aria di chi ci sta facendo un favore invece parte in quarta, sempre incazzato, borbottando tra sé e sé.

Fatto sta che dopo 2 km (che non sono proprio pochissimi, specie se avessimo dovuto percorrerli di corsa) siamo giunti a destinazione con la modica spesa di 5.30 €. Naturalmente senza ricevuta (credo che mi avrebbe sparato se gliel’avessi chiesta!).

E mi domando come pretendono i tassisti di essere più competitivi degli autobus se si schifano di fare un percorso di 2 km! Direi che in una normale giornata di lavoro può essere messa in conto una corsa meno produttiva delle altre (mi sembra oltretutto che lo scatto iniziale del tassametro sia stato istituito proprio per cautelarsi contro i percorsi brevi!).

E questa è l’andata.

Al ritorno, sempre con mio Figlio Grande che ci teleguidava da casa, scopriamo che del nostro 87 non c’era l’ombra; l’81 nemmeno a parlarne; vediamo però arrivare un autobus che sapevo che ci avrebbe portato non lontano da casa. Saliamo e chiedo all’autista se sarebbe passato per San Giovanni.

Mi risponde un po’ esitante che, ” boh??? Passo da Porta Metronia”. “Ma fa Via Gallia?” incalzo io. “Boh??? Me pare che faccio la parallela… si! Quella che vie’ giù! Intuisco che avrebbe fatto un determinato percorso (un po’ lontanuccio, ma vabbè) e ci sediamo.

Arrivati nei pressi di quella che pensavo dovesse essere la nostra fermata, mi avvicino alla porta anteriore, e schiaccio il pulsante di prenotazione dicendo all’autista: “Mi scusi, ho suonato, ma non sono certa che sia la mia fermata…”. Avrei voluto aggiungere “può per favore indicarmi che strada fa da qui?” ma non ho potuto, perché quel decerebrato mi interrompe dicendomi in malo modo: “A Signo’ [a chi?] se lei spigne er pursante io me devo ferma’, e me fa’ perde tempo! [accipicchia che precisione e che stakanovismo questi autisti: non si direbbe vedendoli al bar vicino ai capolinea che chiacchierano tra loro mentre la gente li aspetta dentro i loro mezzi già pieni zeppi!]. Al che mi scuso dicendo che non pensavo fosse così grave suonare per sbaglio, tanto più che gli stavo chiedendo un informazione [su un percorso peraltro che avrebbe dovuto conoscere, visto che di mestiere fa l’autista dell’autobus e non il fioraio! Ma questo non gliel’ho detto]. Mi risponde ancora più alterato: “Ah! Nun è grave? Je pare che nun è grave?” . Nel frattempo poi era salito sull’autobus un signore grassissimissimo che puzzava come non avete neppure idea. Quindi a quel punto, che fosse la nostra fermata o no, temendo anche di prendere le botte dall’autista decerebrato, scendiamo dall’autobus e ci incamminiamo di nuovo verso casa.

Stavolta rigorosamente a piedi.

Galleria Borghese: una visita fuori dal comune

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Quante cose si imparano nei musei! Ce ne siamo accorte qualche settimana fa alla Galleria Borghese. Il Papà delle Ragazze aveva organizzato una visita guidata con un suo caro amico, il prof. Enrico Bruschini, storico dell’arte e  Fine Art Curator presso l’ambasciata Usa in Italia.

Noi andiamo spesso in giro per Roma (e non solo) accompagnati dalla nostra Guida Preferita, e con lei abbiamo scoperto quanto valore aggiunto dia una spiegazione professionale di quello che si sta guardando, una panoramica storica che contestualizzi le opere che abbiamo di fronte.
Inutile dire che nel corso degli anni la Galleria Borghese è stata più volte meta delle nostre visite. Conoscevamo bene la Paolina Borghese del Bernini, o il ratto di Proserpina; o l’Apollo e Dafne. Così come i quadri di Caravaggio: il San Giovanni Battista, Il Bacchino malato, Davide e Golia. E anche le altre opere sono state viste più volte da noi Ragazze durante le varie visite.

Stavolta però vorremmo raccontarvi i particolari, le curiosità che non solo non abbiamo mai notato in passato, ma che senza l’aiuto di Enrico Bruschini non l’avremmo notate affatto.
Per esempio, una semplice semplice: sapete da cosa derivano i termini panico e pastorale? Lo abbiamo scoperto davanti a una statua del dio Pan posta nell’atrio della Galleria: il dio Pan era talmente brutto con le sue zampe da capra, le corna e il barbone che le ragazze quando lo incontavano nel bosco scappavano in preda al… panico!
E il pastorale? E’ un termine che il cristianesimo ha mutuato dalla mitologia attribuendolo al bastone del Papa, ma era proprio il bastone che aveva il dio Pan, pastore di pecore.

Proseguendo la visita virtuale, nella prima sala troviamo un mosaico raffigurante dei gladiatori. Alcuni corredati perfino dal loro nome, proprio con lo scopo di rendere loro onore. Ci accorgiamo, accanto ad alcuni di questi ritratti, di un simbolo disegnato con le tesserine di marmo: un piccolo cerchio barrato con un tratto orizzontale: questo stava a significare che l’eroe era caduto durante il combattimento.
Sempre e proposito di gladiatori, nonostante in molte ricostruzioni (specie cinematografiche) si attribuisca loro l’uso della lancia, il professor Bruschini invece ci spiega che l’arma utilizzata nei combattimenti era il tridente, presente infatti nel disegno musivo. Questo per evitare incidenti al pubblico accorso, normalmente protetto da una rete: mentre una lancia avrebbe potuto trapassarla e ferire qualcuno il tridente non faceva correre questo rischio.

Ma la cosa più singolare però è stata imparare da dove deriva l’uso del pollice verso. E’ un’espressione latina che rimanda al gesto che l’imperatore rivolgeva al gladiatore vittorioso per indicargli se salvare o meno la vita dello sconfitto.
Sempre le ricostruzioni cinematografiche (Il Gladiatore, con Russell Crow, in primis) ci suggeriscono che il pollice in alto dell’imperatore risparmiava la vita al gladiatore sconfitto, mentre il pollice verso l’avrebbe sacrificata.
E qui abbiamo capito 2 cose: innanzitutto che nella realtà la spiegazione è opposta al sapere comune: il pollice in alto infatti stava a significare “taglia la giugulare” e di conseguenza condannava a morte il gladiatore, mentre al contrario il pollice verso, che simboleggiava il gesto di inguainare la spada gli risparmiava la vita. Ma soprattutto il gesto del pollice verso non è affatto quello cui siamo abituati, della mano con pollice all’ingiù, ma era il pollice stretto nel pugno, proprio a simboleggiare una spada inguainata.
Procedendo oltre, anche le opere di Bernini sono state il mezzo per scoprire particolari interessanti e imparare curiosità particolari. E a parte gli incredibili, ma noti, dettagli scolpiti dal Maestro, come ad esempio la leggerezza dei capelli di Dafne, o le mani di Plutone che affondano nella morbida carne di marmo di Proserpina, Il prof. Bruschini ci ha fatto notare un incredibile particolare del famoso ratto che conferma (sempre che sia necessario!) l’estrema precisione dello scultore: il manto di Proserpina sul didietro presenta una piega dovuta alla stiratura del tessuto (che all’epoca si faceva con una sorta di pressa). Bene sul davanti, dove il manto prosegue girato, prosegue anche la piega, solo che va verso l’interno invece che verso l’esterno; concavo e convesso per capire meglio. Davvero stupefacente!
Un’altra piccola chicca: sapete perchè la base della statua di Paolina Borghese è in legno? Perchè nasconde al suo interno un meccanismo meccanico che permette di farla girare e ammirarla (come si dovrebbe fare per tutte le sculture, peraltro!) a 360 gradi.
E infine, avete idea da cosa derivi il termine sincero?
Sempre raccontandoci le opere di Bernini, il prof. Bruschini ci ha spiegato che quando una statua si rompeva durante l’esecuzione lo scultore provava a occultarne la frattura per poter comunque vendere l’opera al committente. Se era piccola poteva ripararla inserendo un perno di metallo all’interno, e con una mistura di cera e polvere di marmo teneva incollate le estremità.
Da qui il termine sincera (senza cera) che equivaleva a “perfetta”.
Bello no? A quando la prossima visita, professore?

Salina

E’ arrivato l’autunno, portando freddo, nuvole e pioggia. Ma oggi, nel nostro blog, è ancora estate.

Salina. Un’isola verde dove la vegetazione cresce rigogliosa, ulivi, viti e fichi che arrivano fin giù al mare.

E poi scogli neri e falesie contro i quali schiuma il mare con forza e l’acqua si mostra leggera e trasparente.

Un luogo magico.

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Le avventure di ALicE: un giorno da pecora

Certo che ce ne sarebbero di avventure di ALicE da raccontare… Il problema è che i miei neuroni me le fanno scordare. È proprio strano il nostro cervello: avvenimenti apparentemente dimenticati ci tornano alla mente nelle circostanze più strane. Tempo fa per esempio ero alla mostra di Lorenzo Lotto, e davanti a un suo dipinto, che potete vedere pubblicato qui a fianco, mi è tornato in mente un episodio capitato qualche anno fa…
Dovete sapere che il Marito, pur non essendo un “amante degli animali” nel senso vero e proprio del termine, ama interagire con loro, per la verità in modo abbastanza improprio, forse più per dimostrare, a se stesso o agli altri, di non averne paura.
Che esempio posso farvi? Se prende un gatto in braccio, se lo tiene “seduto” (tipo essere umano) sulle sue gambe e gli muove le zampine anteriori come fossero braccia, facendogli suonare un immaginaria chitarra.
Oppure se c’è la possibilità di prendere in braccio un pitone per farsi la foto (a pagamento), o farsi mettere dei pappagalli in testa per un dollaro, è sempre in prima fila per farlo. Come un vero abbonato RAI.
Una volta, durante una passeggiata in montagna incappammo in un gregge che pascolava. Il Marito si è avvicinato a un agnellino e carezzandolo come fosse un cane, gli ha preso dolcemente il muso tra le mani e ha detto tutto ispirato: “Uuummmhhh!!!! Che profumo di abbacchio!!!!” Inutile dirvi che la tenerezza che mi aveva inizialmente suscitato l’apparente animo gentile del Marito crollò improvvisamente di fronte al suo esagerato cinismo.
E proprio sullo stesso tema (gli agnellini) è l’avventura di ALicE che vi racconto oggi.
Eravamo in un agriturismo insieme ai bambini, e alcuni cuccioli di pecora vagavano liberamente intorno a noi. Innanzitutto dovete sapere che è sempre stata consuetudine del Marito (almeno fino a quella volta) mettere gli animali in braccio ai bambini.. così… per insegnare loro ad avere un rapporto sereno col mondo animale (mica come la loro mamma che invece odia la natura!)
La fortuna ha voluto che quel giorno non l’avesse fatto. Ma, credo, solo perchè non ne aveva avuto il tempo.
Avvistati i cuccioli il Marito si è avventato su uno di loro, lo ha preso in braccio e se l’è portato in giro per il cortiletto tutto baldanzoso… senza far caso alla Signora Pecora, madre dell’agnellino, che, chiusa nel suo recinto, si stava seriamente innervosendo.
E mentre lo sciocco Marito si coccolava l’ignaro agnello come fosse un inerme (e soprattutto ORFANO) peluche , la sua mamma col muso è riuscita ad aprire il cancelletto e a uscire dal recinto. A dimostrazione del fatto che l’istinto materno non è solo di noi bipedi, la pecora, imbufalita (è proprio il caso di dire!) si avventa a sua volta sullo stolto Marito prendendolo a testate sul didietro. Il Marito, resosi conto della situazione decide finalmente di posare l’agnello in terra e cominciare a correre per sfuggire all’ira materna! E io, impotente, assisto insieme ai bambini a una scena surreale: in un angusto cortiletto di un agriturismo, il Marito che corre in circolo, con il volto (giustamente) terrorizzato, inseguito da una pecora inferocita, che continua a prenderlo a testate sul sedere. Fuori dal concetto di ossimoro comincio a ridere terrorizzata gridando aiuto… ma nessuno mi fila. Stremato, fra le (sue) urla e le (nostre) risa il Marito cade a terra rovinandosi gambe e ginocchia sul brecciolino. La pecora, oltretutto non demordeva e nonostante la capitolazione del Nemico continuava a soggiogarlo montandogli sopra.
Ce ne siamo andati via senza che nessun responsabile fosse accorso. In fondo meglio così, dato il comportamento ingenuamente colposo del marito, che ancora dopo anni si tiene a debita distanza dagli ovini (a meno che non siano cotti a puntino).