Archivio | uncategorized RSS feed for this section

Sulla ciclabile al tramonto di un giorno qualsiasi

Quelli che sono allo stremo, rossi come una candela accesa, che tu ti volti per vedere che non siano crollati dopo pochi passi.

Quelli che ti passano accanto con la bici alla velocità della luce sfiorandoti che tu pensi se mi fossi spostata di un millimetro mi avrebbero travolta.

Quelli che corrono e lasciano una scia di puzza di sudore che resta lì come una stalagmite.

Quelli che ti vengono incontro correndo affiancati invadendo la tua corsia e non fanno alcun cenno a lasciarti il passo. Neanche a una signora come me.

Quelli che si fermano a fotografare il tramonto sul fiume.

Quelli che si fermano a osservare i canoisti che si cimentano sulle “rapidine” del Tevere sotto ponte Milvio.

Quelli che passano con la macchina: sono così sportivi da frequentare il centro remiero, ma non abbastanza da lasciare la macchina in strada e fare due passi a piedi fin lì.

Quelli che non demordono.

Quelli che trotterellano.

Quelli che hanno un’andatura perfetta.

Quelle che corrono e hanno anche il fiato per chiacchierare fitto fitto.

Quelli che passando ti inondano di gocce di sudore come cani usciti dal mare.

Quelli che corrono così veloci che passando ti gelano il sudore addosso.

Quelli che ti salutano passando in bici a tutta velocità e per di più col casco in testa, che tu ancora ti stai chiedendo chi possano essere.

La coppia di anziani che passeggia tenendosi per mano.

La giovane coppia col bimbo in passeggino.

La signora che tiene il cane con un guinzaglio lunghissimo incurante del fatto che tu stia per inciamparci.

Quelli che si scambiano baci interminabili quando avrebbero potuto raggiungere i tanti altri che fanno la stessa cosa, pochi metri più avanti, a ponte Milvio tra i famigerati lucchetti.

Quelle che fanno rabbia per quanto sono belle toniche abbronzate.

Quelli che sono così fichi che…

Quelle come me che si godono tutto questo e le endorfine alle stelle.

L’Università e i bisogni primari

L’Università si rivolge ai bisogni alti delle persone, ma di quelli primari se ne occupa?

Sabato mattina, convegno all’università La Sapienza, aula magna dell’Istituto di Clinica Otorinolaringoiatrica.

È in corso la fase di registrazione dei partecipanti e qualcuno chiede dove sia il bagno. Le giovani al banco si mostrano imbarazzate, evidentemente già a molti hanno dovuto dare la stessa risposta: “Non c’è, o meglio c’è, ma è chiuso. Non sappiamo se perché è inagibile”. Poi si sperticano in consigli e indicazioni su dove trovarne uno.

Con altre due ragazze inizio la caccia al tesoro. Entro nell’Istituto dall’ingresso principale e mi trovo in un atrio enorme da cui si dipana un dedalo di corridoi su cui si affacciano stanze rigorosamente chiuse a chiave. Intorno a noi il deserto, nessuno a cui chiedere. Lo stesso al piano superiore dove mi avventuro ormai sola, poiché le due hanno desistito (catetere da viaggio d’emergenza? dovrei procurarmene uno).

Esco ed entro in un altro edificio, sede di un altro Istituto. Stessa storia: corridoi, stanze chiuse e nemmeno un’anima viva. Gironzolo e mi accorgo della presenza di una signora che sta facendo le pulizie nella biblioteca. Esulto e le spiego il problema. Prima risposta: “Devono aprire il bagno dell’aula magna”. Questo lo so anch’io. Seconda risposta: “Anche qui è tutto chiuso”. Vedendomi delusa e preoccupata, mi invita ad andare qui, provare lì, salire lassù e così via. Niente di fatto. Allora metto su la faccia da panico corredata da smorfia di disperazione e supplica. Si muove a pietà e mi dice: “Venga, l’accompagno, non è un bagno [???], è un posto che usiamo noi delle pulizie”. Con uno sguardo interrogativo mi informo circa la presenza di una tazza, sennò… Risposta: “È un buco, ma può andare”. Ormai al limite della resistenza, ma anche piena di curiosità, la seguo fino a uno  sgabuzzino stipato di cartoni chiusi pieni di rifiuti speciali, ma addentrandomi arrivo finalmente in paradiso: effettivamente non è una tazza tradizionale, è molto più grande e sopra, invece del coperchio, ha una grata che si può sollevare. Comunque serve allo scopo.

Torno al convegno dove si stanno ancora cercando le chiavi che vengono trovate solo dopo alcune ore. Finalmente ben due gabinetti, senza distinzione per sesso, sono messi a disposizioni dei poveretti che fino ad allora probabilmente erano riusciti a concentrarsi ben poco sui temi sviscerati dagli illustri relatori, .

Al coffee break decido di andare in ricognizione. Ovviamente, nessuna traccia di carta igienica. Ma quel che appare surreale è il sistema di chiusura, o meglio di NON chiusura, di entrambi gli ambienti. Le porte, infatti, devono essersi gonfiate negli anni e sono molto più grandi dello spazio in cui devono entrare per chiudersi. Una volta dentro penso di spingere con tutte le mie forze, ma poi mi accorgo che nel mio bagno, come nell’altro, la maniglia interna è spezzata e ridotta a un mozzicone e già mi immagino prigioniera per l’assenza di un appiglio indispensabile per tirare e far uscire la porta da dove è stata costretta a entrare.

E poi non c’è la chiave né il chiavistello in nessuno dei due gabinetti. Vabbe’, succede spesso. Che ci vuole. Noi ragazze siamo abituate: contrazione di ogni muscolo per restare sollevate ed evitare il contatto con la tazza e contemporaneamente braccio proteso in avanti per arrivare con la mano  aperta a contrastare qualunque tentativo di aprire la porta, che per giunta, per quel che si diceva, è anche socchiusa. Ma qui non è proprio possibile, a meno di non essere Tiramolla, perché tra il water e la porta ci saranno due metri.

Dunque, o si rinuncia, o si espleta con ansia sperando di fare in fretta. La prossima volta catetere da viaggio.

La crocifissione negli esperimenti del primo Novecento

 

La crocifissione di Gesù ha dato luogo a una lunga serie di esperimenti tra il macabro e il bizzarro ed è stata motivo di un lungo e aspro dibattito tra medici e uomini di chiesa. Gli interrogativi sui quali si scontrarono sono stati diversi. Gesù fu inchiodato o solo legato alla croce? I chiodi furono infilzati alle mani o ai polsi? Che angolo formavano le braccia tese? E soprattutto: come morì Gesù? Poiché i Vangeli non forniscono molti dettagli in proposito, rimaneva una sola strada per capire: fare degli esperimenti.

I ricercatori che fin dagli inizi del Novecento affrontarono queste tematiche potevano contare su un flusso continuo di cadaveri freschi e di braccia e gambe amputate, probabilmente perché lavoravano in ospedali. Per esempio, intorno al 1900, Marie Louis Adolphe Donnadieu, professore alla facoltà cattolica di Scienze di Lione, inchiodò un cadavere di un uomo a un asse di legno al solo scopo di capire se le mani avrebbero potuto sostenere Gesù senza che i chiodi ne lacerassero la carne. La prova finale per lui fu quell’orrenda immagine del cadavere appeso per un braccio: Gesù, secondo lui, venne crocifisso con i chiodi infilzati nelle mani.

Circa trent’anni dopo il chirurgo cattolico Pierre Barbet affermò che Donnadieu si sbagliava, soprattutto perché si era servito di “un patetico corpo scarno ed emaciato”. Egli invece crocifisse un cadavere “del tutto fresco e in buono stato” e attaccò dei pesi a delle braccia appena amputate. Tutto questo lo portò ad attestare che i chiodi erano stati conficcati nei polsi e non nelle mani. Ma la rivelazione ancora più importante fu che le braccia formavano un angolo di 130 gradi, informazione che rese possibile una rappresentazione anatomicamente corretta di Gesù sulla croce da parte del chirurgo e scultore Charles Villandre.

Barbet, inoltre, dichiarò che la causa di morte fu l’asfissia, ma venne successivamente contraddetto dalla principale e più recente autorità nel campo della crocifissione, il patologo americano Frederick Zugibe. Egli evitò di servirsi di cadaveri e lavorò con volontari che legava a una croce fai-da-te nel suo garage misurando le funzioni vitali più importanti, quali le pulsazioni, la pressione sanguigna e la respirazione. Alla fine stabilì che Gesù non morì per asfissia, ma per shock traumatico e ipovolemico, cioè dovuto alla diminuzione della massa sanguigna circolante.

Quel che stupisce è che trovare dei volontari per i suoi esperimenti fu per lui estremamente facile: i membri di una chiesa prossima al suo studio si mettevano in fila per avere la possibilità di sentirsi, almeno per una volta, come Gesù.

Cosa non si fa per la fede! E anche per la scienza!

Domenica 13 febbraio: se non ora, quando?

Quella di domani non sarà una manifestazione vetero-femminista. Domani non si bruceranno i nostri reggiseni in piazza né ci saranno slogan del tipo “il corpo è mio e lo gestisco io“.
No. Domani nelle piazze italiane e non solo (l’elenco completo è qui) scenderanno uomini e donne di buon senso. Con dei valori etici che sono ancora vivi negli italiani, ma che purtroppo le recenti cronache politiche hanno tentato di farci scordare.
Domani si scende in piazza perché in Italia le donne sono messe assai male, perché pur avendo migliori risultati negli studi rispetto agli uomini, sono titolari del 73% dei contratti di lavoro precari. Il nostro Paese è al 27º posto in Europa per occupazione femminile (ultima, prima di Malta) e al 121º posto per parità salariale nel mondo. É il 96º posto al mondo per la possibilità di ricoprire incarichi di vertice per le donne.
In Italia la donna non lavora ma se lo fa è pagata meno degli uomini e di fatto accede raramente a posizioni di responsabilità.

E ovviamente gli scandali politici-rosa di cui le cronache ci inondano ogni giorno, ci mettono il loro bel carico da 11. Perché le donne in questione, che siano minorenni o meno (non è affar nostro: se ne occupino i magistrati) sono usate, abusate e vituperate da persone che ricoprono funzioni  importanti per le quali invece sarebbero richiesti dalla Costituzione disciplina e onore.
E, come dicevo, non è per la questione giudiziaria che scenderemo in piazza. Questa non è di nostra competenza. E francamente anche i problemi mentali e sessuali di mr. B possono benissimo rimanere miseria privata. Quello che ci preoccupa e che ci spaventa è la cultura che ha prodotto questa situazione, dovuta anche alla falsa immagine che della donna si sta dando negli ultimi 20 anni sui media, in pubblicità, in TV: bellezza muta da mostrare, preferibilmente svestita. E questo su tutti i giornali e su tutte le reti, non solo in quelle di Mr B. In questo si, siamo trasversali.

Sui motivi della manifestazione, però ne sappiamo abbastanza. Quello su cui invece vorrei porre l’attenzione è il nome scelto: SE NON ORA QUANDO?
A molti (almeno lo spero) ricorda certamente l’omonimo libro di Primo Levi. Anzi penso che si tratti di una citazione vera e propria da parte degli organizzatori.
Pochi (credo) sapranno invece che Levi stesso cita a sua volta con il suo titolo una frase del Pirkè Avoth, le massime dei padri, un trattato della Mishnà (la legge orale ebraica).
Sono andata a rileggerla, e ho trovato davvero interessante il nesso (inconsapevole) con l’attuale situazione politica. Ve la cito integralmente:

Egli [Hillel] soleva dire: Chi è ambizioso di perdere la propria fama perde il proprio nome; chi non accresce il proprio sapere lo diminuisce; chi non studia è meritevole di morte; chi si serve della corona a suo vantaggio perisce.
Egli soleva dire: Se io non sono per me, chi è per me? Ma se io sono soltanto per me che cosa sono io? E se non ora, quando?

Credo che dall’insegnamento dei nostri Maestri dovrebbero trarre ispirazione anche i politici italiani che si professano così attaccati alle radici giudaico-cristiane dell’Europa! E se la leggiamo alla luce delle recenti sexi-cronache, tutta la frase acquista vita propria: persone che temono di perdere la propria fama e che usano la corona a proprio vantaggio. Definizioni, queste che purtroppo ben rappresentano i politici che ci circondano, che, incollati alle loro poltrone usano il loro potere a fini personali.

La seconda parte mi sembra invece che ben si adatti (o almeno dovrebbe farlo) alla posizione di noi  italiani, che ci dovremmo rendere conto della situazione in cui ci troviamo e alla quale evidentemente ci siamo assuefatti. Se non siamo noi cittadini a occuparci del bene del nostro Paese e del nostro futuro, chi lo farà per noi? Ma se noi guardiamo solo al nostro ombelico, cosa siamo noi? E se non agiamo quando abbiamo ancora la possibilità di farlo, allora dopo sarà troppo tardi.

Appuntamento quindi, domani in tutte le piazze d’Italia (e non solo!)

Questo È un paese per donne!

Regali di Natale e Chanuccà: i nostri consigli

Si avvicinano le feste e con esse il piacere o il dovere di scegliere i regali per le persone a cui tenete. Lo sentite come un peso? Siete a corto di idee? Tutti hanno già tutto? Volete regalare qualcosa di originale? Niente paura, ci pensiamo noi Ragazze a darvi dei suggerimenti preziosi.

Il vostro amico ama i pesci rossi, ma li tiene nella solita boccia rotonda? Volete stupire lui e i suoi pesciolini? Ecco questa buffa soluzione.

Ora è la volta di un accessorio mai visto, per donne amanti della natura e che non vogliono omologarsi e affidarsi alle solite griffe. Per loro, gustose borse di diverso sapore che sicuramente non passereanno inosservate. Ce n’è per tutti, qui potete vedere l’intero campionario.

 

Conoscete qualcuno che ama sorseggiare il te? E che si danna ogni volta perché il filtro regolarmente cade tutto dentro, filo ed etichetta compresi? Il regalo giusto è questa tazza disegnata in modo da impedire che questo avvenga. Basta attorcigliare un poco il filo intorno al dentino creato allo scopo. Mai più senza.

Per i creativi, che amano disegnare e colorare, ecco l’album The Polar Bears. L’originalità sta nei pastelli “colorati” venduti con esso. Sono cinque varianti di bianco, per chi è bravo a notare la differenza: bianco palla di neve, bianco polare, bianco ghiaccio, bianco igloo e il “ben noto” bianco Artico. Una vera sfida.

Avete un amico o un’amica ossessionati dai ladri? Che sono sempre alla ricerca di nuovi sistemi di sicurezza? Per loro un nuovo tipo di catenella per chiudere la porta. Per riuscire ad aprirla è necessario far scorrere la catena all’interno di un labirinto senza ovviamente sbagliare il percorso. Certo, il padrone di casa dovrà fare un po’ di prove per imparare come si fa e ogni volta che esce da casa la trafila da seguire sarà lunga e fastidiosa, ma la sicurezza non ha prezzo!

Per finire, una stupenda felpa per bambini, con un dinosauro famelico, per terrorizzare i bulli della classe.

I consigli ve li abbiamo dati, ora mettetevi all’opera.

Una mattina, in treno

Ore 6.45, FrecciaArgento verso Venezia. Carrozza piena, i viaggiatori non sono ancora del tutto svegli: leggono il giornale, accendono il computer, ma poi crollano addormentati con la testa che ciondola assecondando il movimento del treno. C’è un bel silenzio, quindi prendo il libro contando di sprofondare rapidamente anch’io tra le sue pagine. Non faccio in tempo ad aprirlo che arrivano due tizi che cominciano subito a parlare parlare parlare, a voce alta e senza pause. E dove stanno di posto queste due persone moleste? Non è difficile: stanno proprio davanti a me, separati tra loro dal corridoio. Hanno l’aria rampante, fanno volare parole come milioni (di euro, ovviamente), squadra, clienti, successo. Capisco subito che non mi sarà possibile né leggere né dormire. Metto via il libro, accendo l’Ipod e intanto li guardo meglio.

Entrambi indossano un vestito scuro, la cravatta in tinta unita, scura anch’essa, un po’ di pancetta che preme dietro la cinta dei pantaloni. Orologio di grido al polso e una Montblanc in mano a entrambi che utilizzano per scrivere su fogli pieni di tabelle e di numeri. Sempre senza smettere di parlare. Così pieni di adrenalina già a quest’ora del mattino, poveracci. Uno dei due ha una gomma in bocca, chiacchiera e ciancica, e quando si stufa la butta nel contenitore dei rifiuti senza neppure avvolgerla con un pezzo di carta e asciuga le due dita bagnate sul sedile. C’è una bella dose di esibizionismo in quello che dicono e nel tono e nel volume che usano: nessuno dei viaggiatori della carrozza può fare a meno di sentirli.

Mi viene da pensare a quanto si sentano fichi e a quanto, invece, non si rendano conto di sembrare, vestiti così, dei tranvieri o dei controllori, con tutto il rispetto per costoro. Ho appena finito di formulare questo pensiero che subito parte la seguente scenetta. Uno dei due si alza per andare al bagno. Al ritorno trova un ragazzo seduto al suo posto: gli fa cenno di alzarsi per farlo sedere. Questi invece di muoversi inizia a frugarsi nelle tasche finché, trionfante, gli mostra il proprio biglietto. Scambiato per il controllore! E io che avevo detto?

Non potete immaginare la sua faccia! Ma forse la mia sì.

Pensionamento mentale

Uno studio pubblicato su The Journal of Economic Perspectives suggerisce che le persone che vanno in pensione prima presentano un declino più rapido delle funzionalità cognitive in generale e della memoria in particolare.

Acqua calda direte voi. Lo penso anche io. Ma gli autori ritengono che questo studio dia un sostegno scientifico a una convinzione diffusa, ma difficile da dimostrare.

E se invece fosse vero il contrario? Cioè che le persone che mostrano un deficit della memoria e delle abilità cognitive si ritirano dal lavoro prima di coloro che continuano a rimanere efficienti da questo punto di vista?

In ogni caso, lo studio ha arruolato decine di migliaia di persone sia statunitensi che europee e l’analisi dei dati tiene conto della loro età, indipendentemente dall’età di pensionamento stabilita per legge in ciascun paese. Per esempio, tra gli intervistati poco più che sessantenni, continuano a lavorare il 65-70% degli Statunitensi e dei Danesi, il 38% degli Spagnoli e il 10-20% dei Francesi e degli Italiani.

Ma anche fosse vero, qual è la causa di tutto ciò? Il coinvolgimento e le interazioni sociali? Oppure le stimolazioni cognitive che si ricevano lavorando? O addirittura la componente aerobica dell’attività lavorativa? O semplicemente il fatto che, dovendo lavorare, le persone non si piazzano 24 ore al giorno, tutti i giorni, davanti al televisore che progressivamente divora ogni neurone e distrugge ogni capacità di giudizio?

I grandi interrogativi degli Italiani

 

Mi intriga soprattutto quello di sessuo-geometria, ovviamente. Chi dovesse conoscere la risposta ce la faccia sapere. Grazie

In vacanza con ALicE

Ho pensato di andarmi a riposare al mare e invece mi sono ritrovata in un vortice senza fine.

Sì, perché ho avuto l’idea di trascorrere alcuni giorni con ALicE e ho sperimentato che il suo concetto di riposo è diverso da quello di tutti gli altri abitanti del pianeta. È continuamente affaccendata: non trova pace tra fornelli, impasti di ogni tipo, bucati da fare e bucati da stendere, bambini da lavare, da vestire, da spogliare, da nutrire, da incantare con le storie della mitologia greca.

Tornata a casa dopo una lunga giornata di mare mette il turbo e parte con la cucina ossessiva compulsiva. Manicaretti su manicaretti, per la cena, ma anche per la colazione e il pranzo del giorno dopo. E mica piatti svelti e poco impegnativi, no, ALicE non può limitarsi a questo.

E il pane? Non si deve assolutamente comprare, la sua religione non glielo consente, quindi le panificazioni si susseguono, panini morbidi per il pranzo in spiaggia, baguette per la cena, filone francese nonsocome, e così via: in cucina ci sono sempre forno acceso e temperature equatoriali. Vogliamo finire il pasto senza qualcosa di dolce? Non sia mai detto. E allora via con ciambelle fritte con lo zucchero intorno, biscottini dei tipi più strani e gustosi, crostate con marmellate fatte con le sue mani, di more appena colte, di marroni, di kumquat.

All’ora di cena, con la glicemia ormai sotto i piedi, prostrata e senza forze, aspetto fiduciosa di cominciare a mangiare. Ma lei no, va avanti e indietro, continua ad aggiungere pentole sui fornelli e teglie nel forno, si scambia le ricette con la vicina, telefona, invia sms. Quando tutto sembra perduto e cade ogni speranza di poter mettere qualcosa sotto i denti, a un’ora impossibile anche per gli spagnoli, lei annuncia “Sono pronta!”. Andiamo tutti festosi a tavola, ma lei è nuovamente sparita: è andata a portare una delle baguette appena sfornate alla vicina. Poi torna, si siede, cominciamo a distribuire le porzioni e solo allora si rende conto di essersi dimenticata di preparare la cena per il figlio piccolo. È completamente andata: in testa, ahimé, ha ormai soltanto farina. Manitoba, non una farina qualunque, però.

Di fronte a tutta questa iperattività mi stancavo  al solo guardarla. E poi ci sono due conseguenze gravissime.

La prima. Io che, fossi stata sola, mi sarei nutrita solo di bacche e radici, per di più nei piatti di carta, pur di limitare al massimo qualunque attività, vedendola come rappresentazione vivente del moto perpetuo non mi sono sentita di rimanere con le mani in mano, anche se mi sarebbe piaciuto molto. Allora mi sono data da fare, sempre rigorosamente dalle parti della bassa, se non bassissima, manovalanza. E questo è contro la MIA religione.

La seconda. E che non te lo mangi tutto questo ben di Dio? Te lo mangi, te lo mangi, e pure a quattro palmenti, perché di fronte alla squisitezza è impossibile fermarsi. Potete immaginare le conseguenze sul mio peso: si è ingrassato anche il mio avatar!