Archivio | scienza pacioccona RSS feed for this section

Autostima e sesso: cosa è più importante?


Negli ultimi anni si è fatto un gran parlare di autostima, in televisione conduttori sapienti se ne sono empite le bocche, e giornali e rotocalchi ci hanno spesso propinato questionari per aiutarci a valutare il nostro livello di autostima. Ti stimi? Ma quanto ti stimi?

E così le persone hanno acquisito la consapevolezza di quanto sia importante l’autostima, quanto fondamentale sia essere consci delle proprie positività e capacità per il benessere psicologico.

Ma quanto valore attribuiamo all’autostima? E, volendo fare una sorta di classifica, di cosa è più importante per noi?

A rispondere a questo interrogativo epocale hanno pensato degli Scienziati della Ohio State University con uno studio uscito su Journal of Personality. Hanno intervistato degli studenti di college e hanno scoperto che per loro, udite udite, l’autostima ha più valore che:

  • mangiare il loro cibo preferito
  • fare sesso
  • bere alcolici
  • ricevere lo stipendio
  • incontrare il loro migliore amico.

Santo Cielo! Più importante addirittura del sesso? Ma di che pasta sono fatti? E che sono, dei robot? Il pensiero che tutto questo un giorno sarà loro, in verità, mi turba un poco.

E per voi, di che cosa è più importante l’autostima? Stupitemi.

La nostalgia scalda l’anima ma anche il corpo

Ah la nostalgia! Quel sentimento che ti riporta ai tempi andati, a esperienze passate, a persone non dimenticate! Ma non fatevi ingannare da questo incipit simil-lirico, perché ci troviamo, ancora una volta, dalle parti di quella che io chiamo scienza pacioccona.

Dunque, la nostalgia fa bene all’anima, come sembrerebbe dimostrare una gran mole di letteratura psicologica: aiuterebbe a combattere la solitudine e a fronteggiare lo sconforto e i pensieri sulla morte. Niente di meno. Non contenti, degli Scienziati guidati da Xinyue Zhou hanno voluto verificare se la nostalgia possa scaldare oltre al cuore anche il corpo. Hanno così realizzato alcuni studi che andiamo qui a illustrare.

Studio #1: chiesero a 19 persone di tenere per 30 giorni consecutivi un diario dei loro pensieri nostalgici. Peccato non avere la possibilità di leggerli, chissà che palle come sono interessanti. Emerse che indulgevano in tali pensieri soprattutto nei giorni più freddi. E già questo ci fa saltare sulla sedia. Ma gli Scienziati non riposano sugli allori.

Studio #2: arruolarono 90 studenti in Cina, che per ovvi motivi non poterono sottrarsi, e li suddivisero in tre stanze a temperature differenti: fredda 20°, confortevole 24°, molto calda 28°. A tutti venne chiesto di raccontare quanto si fossero sentiti nostalgici o per della musica o per degli amici. Ci crederete? Gli studenti nella stanza più fredda si mostrarono più nostalgici di quelli delle altre stanze. Forse avevano nostalgia di un bel tepore. Ma andiamo avanti.

Studio #3: questa volta i partecipanti erano olandesi e furono contattati nel web. Furono fatte ascoltare loro delle canzoni “note per provocare sentimenti nostalgici”. (quali? vanno bene per tutti? indipendentemente dall’età, le esperienze, ecc?) Ebbene, gli studenti che risposero di aver provato nostalgia ascoltando la musica proposta tendevano a riferire di essersi sentiti anche più caldi. Capito quali scenari potrebbero aprirsi dopo uno studio come questo in tempi di crisi economica ed energetica? Ma quale riscaldamento! Metti su il Valzer delle candele o Finché la barca va e i termosifoni possono restare spenti. C’è ancora dell’altro.

Studio #4: chiesero ad altri 64 studenti cinesi di pensare sia a un evento ordinario che a uno nostalgico del passato e poi li costrinsero a tenere una mano dentro un secchiello pieno di ghiaccio finché non ne potevano più. Accadde che i nostalgici mantennero la mano on the rocks più a lungo degli altri.

Infaticabili e incontentabili, questi Scienziati si propongono di verificare con altri studi di cui, state certi, vi daremo conto, se la nostalgia possa combattere altri tipi di disagio fisico. Aspettiamo con ansia.

Conservatorismo senza impegno

scelte rapide (ill. di dhr)

Quanto meno tempo abbiamo e quanto minore è l’impegno che mettiamo nel pensare su un argomento, tanto più conservatrice sarà la posizione politica che esprimeremo.

È quel che emerge da uno studio realizzato da ricercatori del Dipartimento di Psicologia dell’università dell’Arkansas e appena pubblicato su Personality and Social Psychology Bulletin.

Nell’articolo vengono descritti quattro studi in cui venivano esaminati gli effetti sugli atteggiamenti politici di quattro situazioni differenti che di fatto rendevano difficoltoso l’impegno mentale: l’intossicazione da alcool, l’impegno contemporaneo in un altro compito, la rapidità di risposta e l’indicazione esplicita di rispondere senza pensare.

I partecipanti, mentre si trovavano in quelle quattro situazioni dovevano esprimere il loro livello di accordo su una serie di affermazioni.

In tutti e quattro gli studi le persone, mentre erano o ubriache, o distratte da un’altra incombenza, o pressate dal tempo o costrette a rispondere senza pensare, mostrarono posizioni politiche significativamente più conservatrici.

I ricercatori ci tengono a puntualizzare che non è che i conservatori pensino poco, ma che una modalità di pensiero che non presuppone impegno e concentrazione promuove il conservatorismo politico.

Il test del gabinetto

Certo che dopo tanto disquisire di vesciche piene ed urgenze, presentarmi oggi con questo post potrebbe significare che io sia monomaniacale. Non è così. Ho semplicemente fatto una interessante scoperta e come al solito voglio condividerla con voi. È materiale prezioso per intrattenere gli amici e far bella figura sfoggiando la propria conoscenza delle cose del mondo. Il tema è il modo in cui viene testato il buon funzionamento dei gabinetti, in particolare il flusso di acqua necessario per lo scarico affinché niente rimanga “in sospeso”.

Dovete sapere che questi test sono scientifici, tengono conto delle leggi della fisica, della matematica, della coprologia, sì, anche della coprologia. Non si improvvisa. Me ne sono resa conto approfondendo, sempre più affascinata da quello che andavo scoprendo.

Per esempio, ho appreso che esiste la Bristol Stool Scale, una scala che descrive le diverse tipologie, ben sette, di quel che nei gabinetti va a finire. È stata sviluppata sulla base delle ricerche condotte alla Bristol School (o Stool? ;) ) of Medicine nel 1976. Eccola.

Dunque, questi Scienziati come fanno a stabilire quale debba essere la giusta quantità di acqua e quale la potenza del getto per poter fare un lavoretto pulito pulito? Si servono di particolari strumenti in grado di simulare da ogni punto di vista quel che passa da quelle parti. In alcuni casi si utilizzano delle palline di polipropilene, come potete vedere qui sotto.

In altri casi si mandano dentro i cosiddetti water wiggler, dei giochini pieni d’acqua, di seguito raffigurati.

Ma l’apoteosi viene raggiunta da una specie di salsicciotti di pasta di soia pressata che somigliano a qualcosa che ora non mi viene in mente. Guardate un po’ voi.

Vescica piena e deterioramento cognitivo

Un interessante studio pubblicato lo scorso anno sulla rivista Neurourology and Urodynamics ci fornisce delle indicazioni che possono avere importanti ricadute sulla nostra vita di tutti i giorni.

Gli Scienziati hanno preso otto poveri studenti che non potevano rifiutarsi volontari in buona salute e hanno fatto loro bere 250 ml di acqua ogni 15 minuti fino a che non ne potevano più.

Non solo gli sfortunati dovevano fare i salti mortali (no, forse i salti meglio di no) per non farsela sotto, ma contemporaneamente dovevano rispondere a una serie di test che vagliavano la loro funzionalità cognitiva. Queste rilevazioni venivano fatte prima di bere e poi quando riferivano il bisogno di andare al bagno, quando tale bisogno era forte, quando diventava “estremo” e infine dopo la liberazione.

Voi stenterete a crederlo, ma è emerso che avere un estremo bisogno di liberare la vescica strapiena ha un effetto negativo sulla memoria a breve termine e sull’attenzione. Strano fenomeno, no? Tutto tornò in ordine dopo che i volontari ebbero finalmente la possibilità di mingere. Il deterioramento cognitivo, concludono gli Autori, era così rilevante da paragonarsi a quello che può provocare incidenti.

La ricaduta per la vita di tutti i giorni? Quando guidate la macchina, condizione che richiede il perfetto funzionamento del sistema cognitivo, portatevi un boccione in cui depositare il contenuto della vostra vescica. Oppure fatevi applicare il solito catetere da viaggio.

La percezione influenza il giudizio?

In molte lingue esistono espressioni idiomatiche che associano il concetto di sospetto a quello di puzza. In Italiano, per esempio, diciamo che una persona puzza quando non ci fidiamo in pieno di lei o che una situazione puzza di bruciato quando è sospetta. In Inglese in questi casi si parla di fishy smell, cioè puzza di pesce.

Ma le esperienze percettive posso influenzare il pensiero astratto? E il pensiero astratto può condizionare la percezione? Degli psicologi dell’università del Michigan hanno deciso di dare una risposta a questo interrogativo epocale che fino a oggi ci ha tenuto tutti sulle spine. E così hanno organizzato una serie di giochi di ruolo centrati sulla fiducia negli altri, durante i quali veniva diffuso odore di pesce nei gruppi sperimentali e altri odori o nessuno in quelli di controllo.

I risultati dello studio suggeriscono che l’esposizione all’odore di pesce provocava atteggiamenti di sospetto e minava il lavoro di gruppo. Al contrario, l’induzione del sospetto tra i partecipanti aumentava la loro capacità di identificare l’odore di pesce, anche quando era molto fievole, ma non odori di altro tipo.

Qui, a partire dalla pagina 6, potete trovare l’intero articolo.

Il punto G: la caccia continua

Eccoci qui, di nuovo, a parlare del punto G. Perché non c’è niente da fare, l’esistenza e l’eventuale collocazione di questa area mitica che se stimolata produce un intenso orgasmo nella donna, toglie il sonno a tanti Scienziati. In genere uomini. E sono secoli e secoli che questo accade.

Esiste infatti un antico testo indiano risalente all’XI secolo nel quale viene descritta una zona sensibile nella vagina che induce il piacere sessuale. Dopo quasi mille anni, nel 2008, uno Scienziato dell’università de L’Aquila ha riscontrato delle differenze anatomiche nella sottigliezza del tessuto nella regione tra la vagina e l’uretra nelle donne che riferivano di avere l’orgasmo vaginale rispetto a quelle che non lo provavano.

Recentemente è uscita sulla rivista The Journal of Sexual Medicine una rassegna di tutti gli studi che hanno trattato la questione tra il 1950 e il 2011. Le conclusioni degli Autori sono che “dati obiettivi non hanno fornito una evidenza forte e coerente dell’esistenza di un’area anatomica relativa al punto G”.

La finiamo qui? Ci mettiamo l’anima in pace? Nemmeno per sogno. si va avanti in modi sempre più avvincenti.

Adam Ostrzenski, direttore dell’Istituto di Ginecologia di St Petersburg, Florida, ha appena dichiarato di essere riuscito a trovare una precisa struttura anatomica, non ancora descritta in letteratura, che egli identifica come il fantomatico e famigerato punto G. Costui si occupa di interventi ginecologici cosmetici – ricostruzione di imeni? migliorie estetiche degli organi femminili? chissà – e dice di aver osservato la struttura diverse volte e le sue pazienti hanno confermato che la posizione coincide con l’area tanto ricercata. Non contento, però, ha voluto fare maggiore chiarezza e quindi si è imbarcato – per la Scienza questo e altro, no? – nella dissezione della parete vaginale anteriore nel cadavere di una donna di 83 anni. Avrà donato il suo corpo alla Scienza la signora: la prospettiva di contribuire alla localizzazione del punto G non l’avrà fatta stare nella pelle. La scelta di una donna di quella età non è stata ovviamente casuale: lo Scienziato voleva verificare se l’area persiste anche in età avanzata o se è solo prerogativa dei giovani. Ancora? È stato così assorbito dal fare a fettine vagine decrepite che si è perso tutta la letteratura sulla sessualità nella terza età.

Insomma, alla fine il Maniaco, tagliando tagliando, avrebbe trovato un alveolo tra la vagina e l’uretra vicino alla membrana perineale. Dentro avrebbe rinvenuto una struttura a forma di “vermetto” (si veda l’immagine in alto, cliccare per ingrandire) costituita di tessuto erettile che normalmente si trova nella clitoride.

Con grande soddisfazione ha affermato che non era facile trovarlo, vista la collocazione. Bravo!

A questo punto come hanno reagito gli altri esploratori vaginali?

Quelli della rassegna hanno affermato che “senza un esame dettagliato del tessuto per determinarne la funzione il significato dell’organo non è chiaro”. Ostrzenski ha ribattuto che continuerà a smanettare su quella vagina antica nelle prossime settimane.

Lo Scienziato de L’Aquila ha invece ipotizzato che piuttosto la struttura potrebbe essere un segno di malattia, data l’età del cadavere. E ha aggiunto che la zona è sottoposta a un forte controllo ormonale che ha un impatto sulla funzione del tessuto, concludendo malignamente: “L’anatomia è meravigliosa ma non è tutto”.

Ovviamente sono intervenuti anche gli Scienziati che nel 1981 coniarono il termine punto G, osservando che esso è moooolto più complesso di un semplice tessuto e che loro non avevano mai parlato di una struttura distinta.

Dunque, la ricerca continua. In attesa che quelli di Google Map ci mettano a disposizione una Vaginal View, noi continuiamo a trarre piacere dal nostro corpo nella nostra magnifica e serena inconsapevolezza.

Non andate a dormire se siete di cattivo umore

Adoro gli Scienziati, un certo tipo di Scienziati, perché ci danno tanto materiale su cui riflettere. Prendi per esempio questi Neuroscienziati dell’Università del Massachusetts: sono partiti da un vecchio adagio che esorta a non andare a letto di cattivo umore, altrimenti le emozioni negative si consolidano e il risentimento cresce. Siccome non lo conoscevano in molti, sono andati anche a scomodare la lettera di Paolo agli Efesini nella quale si afferma: “Non tramonti il sole sopra la vostra rabbia” (4:26). E si sono detti: facciamoci una bella ricerca ché poi la pubblichiamo su The Journal of Neurosciences, vediamo che succede se si va a dormire con animo turbato o con emozioni negative.

Hanno dunque reclutato 106 tra uomini e donne e li hanno esposti a immagini che provocavano emozioni diverse: in alcuni casi negative, per esempio con scene sconvolgenti di incidenti, in altri positive o neutre. Il giorno seguente furono mostrate le stesse foto più altre nuove: a una parte di loro al mattino dopo una notte di sonno, agli altri alla fine di una giornata trascorsa da svegli.

Da tutto questo emerse che lo stare svegli aveva smussato la risposta emotiva di fronte alle stesse immagini disturbanti, ma al vederle dopo aver dormito la notte le reazioni erano state forti come alla prima visione, suggerendo agli Scienziati che il sonno aveva “protetto” le emozioni, le aveva mantenute vive.

Ulteriore riflessione dei nostri ineffabili Scienziati alla luce di questi risultati. Se dopo che abbiamo avuto un’esperienza forte non riusciamo a dormire (e continuiamo a riviverla dolorosamente, aggiungo io)  dobbiamo essere lieti perché quello non è altro che un modo architettato dal nostro brillante cervello per impedire ai ricordi spiacevoli di impiantarsi nella memoria. Non ci avevate pensato, dite la verità.

Dimmi come ti vesti…

È noto ormai da tempo che il nostro modo di vestire influenza la percezione che gli altri hanno di noi. Studi hanno mostrato che le donne che andavano a un colloquio di lavoro con abiti di taglio maschile avevano più probabilità di essere assunte. E insegnanti vestiti in modo formale venivano ritenuti più intelligenti di quelli che indossavano abiti casual.

Una ricerca recente, però, realizzata alla Northwestern University di Evanston e pubblicata su The Journal of Experimental Social Cognition, ha messo in evidenza un sorprendente ulteriore effetto dei nostri vestiti: essi condizionerebbero anche le nostre abilità cognitive.

E così, se indossiamo un camice bianco che riteniamo essere da medico la nostra capacità di concentrazione aumentano notevolmente e le nostre performance migliorano, ma se indossiamo lo stesso camice che ci è stato detto essere da pittore non otteniamo alcun miglioramento.

I nostri abiti, concludono gli autori dello studio, invadono il nostro corpo, ma anche la nostra mente, influenzando il nostro stato psicologico e le nostre sensazioni. Noi pensiamo non solo con il cervello, ma anche con le nostre esperienze fisiche, inclusi, sembrerebbe, gli abiti che indossiamo.

Potrei provare ad andare al lavoro vestita da Wonder Woman.

Antipolitica e parlamentari scelti a caso

Stiamo assistendo all’emergere di un numero crescente di sconcezze, non sessuali questa volta, da parte di alcuni politici. Molti mostrano atteggiamenti arroganti e protervi, altri noncuranza nei riguardi delle reazioni e della volontà dei cittadini. È dei giorni scorsi la ferma presa di posizione dei tre leader, chiamiamoli così, Alfano, Bersani e Casini, uniti come mai prima nell’opporsi a quello che loro ritengono “l’errore drammatico”, cioè l’eliminazione del finanziamento pubblico ai partiti. Peraltro già abrogato dagli elettori con il referendum del 1993. Del quale hanno goduto in questi anni in misura tripla rispetto alle reali spese elettorali avute, poiché l’escamotage, come sappiamo, è stato trasformarlo in rimborsi elettorali.

Tutto questo sta sollevando il vento di quella che è stata definita antipolitica, o sconforto, o sfiducia che dir si voglia verso coloro che dovrebbero far funzionare il paese. Al di là dei termini, lo scorso lunedì Mentana ha presentato nel suo TG di La7 i risultati del consueto sondaggio settimanale realizzato da Emg, da cui emergeva che il 35,9% dei cittadini è intenzionato ad astenersi. A costoro bisogna poi aggiungere il 3,2% costituito da chi vuole votare scheda bianca.

A me tutto questo, invece, ha fatto tornare alla mente un articolo di alcuni fisici ed economisti dell’università di Catania uscito nel luglio scorso sulla rivista Physica A: Statistical Mechanics and its Applications.

La tesi degli autori, dimostrata con un modello matematico che i più curiosi possono andarsi a vedere, è che le democrazie funzionerebbero meglio se una parte dei parlamentari fosse scelta a caso. Il sistema elettorale non sarebbe abolito del tutto, ma solo integrato con una percentuale, esattamente determinata dal modello, di prescelti in modo casuale.

Alcuni hanno chiamato questo sistema, non così fantascientifico visto che nel corso della storia è stato adottato per certi periodi in alcuni stati e città, demarchia o democrazia statistica. I vantaggi secondo gli Scienziati sarebbero molteplici. Per esempio, vi sarebbe una distribuzione equilibrata delle cariche parlamentari per stato socio-economico, etnia, religione, genere sessuale e così via. Inoltre, le persone scelte a caso non dovrebbero sdebitarsi con nessuno per l’elezione ottenuta e sarebbero quindi leali solo verso la propria coscienza e non verso gruppi di potere di qualunque tipo. Infine, le loro azioni non sarebbero condizionate dalla necessità della rielezione.

Non è un’idea sfiziosa? Chissà che i Parlamentari eletti a caso non risultino davvero migliori e più efficienti di quelli eletti dai cittadini, o meglio scelti dalle segreterie di partito secondo un sistema elettorale profondamente iniquo. A cui nessuno, guarda caso, ancora ha messo mano. E questa è un’altra storia ancora.