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La carta è finita?

La carta è finita, soppiantata dalle nuove tecnologie sempre più avanzate e semplici da padroneggiare?

Smetteremo di tenere in mano libri che profumano di carta e inchiostro preferendo sfogliare pagine virtuali su ereader?

Il dibattito è ovunque: in rete, sui giornali, in televisione. Noi vi proponiamo una pubblicità che prova a rispondere con leggerezza. Anche per non prenderci troppo sul serio.

Campagna elettorale pacioccona

DestraNon so se mi fa pena o se invece mi provoca irritazione il protagonista di un nuovo manifesto elettorale affisso su alcuni muri della capitale. Raffigura il responsabile provinciale de La Destra, si chiama Filippo Menconi, e non conosce la lingua italiana. Se Giorgio Almirante potesse vederlo si rivolterebbe nella tomba.

Sopra la sua faccia campeggia la scritta

DI DESTRA C’È NE UNA SOLA!

E meno male mi viene da dire, perché figuriamoci cosa succederebbe se a scrivere sfondoni foste di più!

Complimenti Menconi! Due-errori-due in una frase piccola piccola!

Sono indecisa se è meglio la Meloni che per migliorare la propria immagine agli occhi degli italiani tarocca la sua fotografia per sembrare Uma Thurman, o se sei meglio tu che invece ti mostri proprio per quello che sei.

Ah! Dimenticavo: Menconi! Buona campagnia eletorale!

Ringraziamo Jacob per la segnalazione e la fotografia

La pubblicità? L’anima de’….

Abbasso WordPress

Incredibile, la pubblicità! Altro che anima del commercio… piuttosto l’anima de’ li ƜØЯԎ@ϚϚӏ loro (per dirla alla maniera di Alberto Sordi!)

L’altra sera me ne stavo bel bella a navigare verso le 23, e sulla homepage del nostro blog che mi vedo? Due moduli pubblicitari. Uno in alto sopra la testata, e l’altro sopra alla foto della settimana! Penso subito: Questa è Spicy che sta facendo chissà quale prova! Ma è matta? Chissenefrega di guadagnare con la pubblicità! Mai voluta in vita nostra! Che le dice il cervello? Mando una email alle mie sociorelle, e scopro non solo che non ne sapevano niente, ma che oltretutto nessuna delle due vedeva quello che appariva sul mio PC. Per dimostrare (anche a me stessa) che non ero una visionaria ho anche fatto un print screen della pagina. Tra l’altro uno degli inserti pubblicitari, che erano dinamici, quindi cambiavano in continuazione, reclamizzavano una chat erotica! Speravo fosse solo un incidente, un momentaneo disservizio tecnico.

Poi il giorno dopo smanettando in rete ho capito che WordPress nei termini di servizio si riserva di inserire pubblicità:

Advertising

To support the service we may occasionally show ads on your blog, however we do this very rarely. You can remove ads from your blog for a low yearly fee. We also have an option for high traffic blogs to show their own ads.

Pubblicità indesiderata che però puoi far rimuovere a pagamento. Una specie di ricatto insomma. Mi ricorda una cosa che mi raccontava mio papà quando ero piccola a proposito dei jukebox: se non gradivi sentire la musica altrui, potevi inserire la monetina per stare in silenzio… almeno il tempo di una canzone. In fondo qui sembra la stessa cosa: io ti faccio una violenza (violenza legale, sia chiaro, perché è nei termini di servizio) e se tu vuoi sottrarti puoi pagare. Ha davvero dell’incredibile!

Vorrei ricordare a WordPress, tra l’altro, che il  tema del nostro blog l’abbiamo pagato, non abbiamo scelto uno di quelli liberi e disponibili sulla loro piattaforma!  

L’unica consolazione (se di consolazione si può parlare) è che lo fanno solo in orari in cui la partecipazione degli internauti è più massiccia, e principalmente sui blog più gettonati. Sai che soddisfazione!!!

PUBBLICITA' INDESIDERATA

E sapete qual è, beffa delle beffe, la cosa che mi ha irritato di più? Che tra gli inserzionisti che deturpano il nostro sito… Ci sono quei fetenti di VODAFONE!!!!

Che amarezza!

ImmagineCerto che sono proprio scema. E anche davvero “out”. E già l’espressione “essere out” (contrapposta a “essere in”) ve la dice lunga su quanto io sia proprio “out”. Arrivo al dunque e faccio, appunto, un “coming out”.

L’altro giorno osservo su un autobus una pubblicità dell’ATAC (l’azienda dei trasporti romani) che invita a pagare il biglietto. Insomma contro quelle persone che, chissà perché, vengono chiamate portoghesi.

A disturbarmi è il fumetto che campeggia sulla foto di un anziano signore che salendo sull’autobus dice: “E pensare che ci sono ancora della gente che non pagano il biglietto. Che amarezza!” E io li a pensare che razza di ignoranti fossero i pubblicitari che avevano curato quella campagna. Ma ti pare che sbagliano le coniugazioni dei verbi? A dir la verità questa riflessione (che condivido con voi, giusto perché so’ sportiva e autoironica, sennò ci sarebbe da vergognarsene) mi dura solo pochi minuti. Cerco di fotografare la pubblicità, ma l’autobus riparte e non se ne fa niente.

Dopo pochi minuti, dicevo, rifletto (anche io sono ancora in grado di farlo. Almeno qualche volta) e penso che non è possibile che una frase del genere sia frutto di mera ignoranza. Sicuramente la scritta voleva essere spiritosa e l’hanno piazzata su un poveraccio, un vecchietto romano che non sa nemmeno mettere due parole insieme. Almeno questo è il quadro, lo stereotipo che hanno voluto farne.

Peggio ancora!!! Incredibile, che orribile luogo comune hanno messo in scena!!! Sui romani, sulle persone anziane che secondo questi splendidi creativi sarebbero ignoranti e sub istruite… Insomma: forse era meglio se fosse stato un errore grammaticale. Così invece c’è una dietrologia assolutamente non condivisibile!

E quindi, mi sono messa a scrivere un istant post che nella mia testa sarebbe stato un sensazionale scoop: i pubblicitari a cui si è affidata l’ATAC sono peggio che ignoranti,  sono degli imbecilli patentati che offendono le persone anziane! Non essendo a casa ho cominciato a mettere nero su giallo i miei pensieri, come il solito sul mio ipod. Il problema è che in rete non trovavo la fotografia della pubblicità incriminata. C’è da dire che per navigare usavo il mio cellulare e certamente la mia vista, e lo schermo piccolo, non aiutavano la mia ricerca. Che strano: cercavo su google “pubblicità atac c’è ancora gente che non pagano il biglietto che amarezza” e trovavo solo cose che avevano a che fare con i Cesaroni. Pensavo: Che c’entrano i Cesaroni con l’atac? E saltavo a piè pari i risultati relativi. Non trovando nulla di interessante ho quindi deciso di munirmi di macchina fotografica e piazzarmi vicino a una fermata dell’autobus per scattare io stessa la fotografia del cartellone incriminato.

Nel frattempo, ieri mattina, avendo un’oretta di relativa quiete, mi sono messa al PC (quello vero, stavolta) per effettuare una nuova ricerca con le dimensioni di un normale monitor. Ed è stato lì che ho scoperto quanto io sia stata non solo scema, ma proprio out, appunto! Infatti ho realizzato che a interpretare il ruolo dell’anziano ignorante romano era Antonello Fassari, protagonista de “I Cesaroni”, serie TV che personalmente (come vi sarete accorti) non avevo “mai coperto” e non sapevo proprio cosa fosse (a parte il nome che mi suonava familiare, forse perché le mie nipoti capitava che ne parlassero).

Ho capito anche che (probabilmente) il linguaggio usato nel fumetto ricalcava quello del protagonista della serie che evidentemente era proprio un romano anziano e un po’ sgrammaticato.

Ho capito inoltre che l’espressione “Che amarezza” che usava una mia collega e che mi stava molto simpatica (l’espressione, non la collega) non era farina del suo sacco, ma la citazione di quello che tra gli accoliti della serie TV era diventato un vero e proprio tormentone. A me invece dava proprio l’idea antica di un esclamazione tipica dei nonni. Come per esempio Accidempoli, che il mio simpatico nonno Renato usava così spesso! Vedi che vuol dire il non essere al passo coi tempi?

Insomma da un articolo indignato sulla cattiva comunicazione, questo è diventato un post di sputtanamento del deterioramento cerebrale della goffa ALicE!

Non si butta via niente!

La scienza è una cosa per ragazze

Alcuni mesi fa avevamo segnalato uno spot realizzato per la Commissione Europea che ostentava il claim “La scienza è una cosa per ragazze”. Il paradosso era che mentre si voleva sottolineare l’importanza delle donne in campo scientifico, in realtà si passava un messaggio sessista. Come dicevamo in quel post:

“Immagini patinate, musica aggressiva, colori, rossetti, pennelli da trucco, tanto che alla fine ti aspetti il primo piano di una bottiglietta di profumo e una voce fuori campo rauca e languida che ne pronuncia il nome in francese. Ma no, non vedi che ci sono alambicchi fumanti, provette, schemi di atomi, lavagne, microscopi e formule? Dunque la scienza. E le ragazze? Già, le ragazze. Sono giovanissime, glamour, vestite in modo succinto, indossano scarpe alla moda con vertiginosi tacchi a spillo, portano occhiali similgriffati e si strusciano, ridono, ammiccano. C’è solo una persona con il camice in tutto lo spot ed è un uomo. Che giustamente le guarda perplesso, tanto più che è stato distolto dal suo importante lavoro al microscopio”.

Non prendetevi il disturbo di andare a cercare quello spot in rete: è stato rimosso dopo le polemiche che aveva suscitato. Torno sull’argomento perché è uscito un nuovo video in risposta al primo che finalmente mostra con immagini calzanti che la scienza è davvero una cosa per ragazze.

È stato realizzato in Groenlandia dal Dartmouth’s IGERT for Polar Environmental Change, il centro universitario di Dartmouth (USA) che studia i cambiamenti climatici.

C’è sempre tempo per la patata!

IMAG0061Sicuramente mi avranno preso per matta all’uscita della metropolitana, mentre ero intenta a scattare la fotografia di questo manifesto pubblicitario, ma credo ne valesse la pena.

Di pubblicità sessiste ne abbiamo già incontrate (le crociere TTT lines, la brava Giovanna…) ma sessiste e sceme come questa mai. Forse fa il paio con quella in cui Maria Teresa Ruta pubblicizzava una marca di palatine fritte con lo slogan “la patatina attira”. Questa che ho visto ieri ha secondo me anche l’aggravante della stupidità: lo slogan è costruito ad hoc per attirare i maschi. Peccato però che pubblicizza un prodotto indirizzato alle donne. Non vorrei essere presa io per maschilista, ma non credo che le patate sbucciate, a spicchi, a dadini, al fiammifero siano prodotti che acquisterebbe la stragrande maggioranza dei maschi. Sicuramente ci sarà pure qualche uomo che ama cucinare (o è costretto a farlo) pur non avendone il tempo; ma come donna (che ama cucinare) vi assicuro che non mi colpisce proprio uno slogan che mi chiede se ho tempo per la patata.

Diverso sarebbe se un’azienda di ortaggi mi chiedesse se ho tempo per la fava, e mi vendesse fave già sbucciate con tocchi di pecorino, pronti per la scampagnata fuori porta del primo maggio. O se una ditta di sottaceti mi chiedesse se mi manca il cetriolo per fare una bella insalatona di riso. Insomma, cari pubblicitari  adorati creativi copywriter (sicuramente uomini): prima di mandare in giro cagate del genere affidatevi al sapiente consiglio che può darvi vostra moglie, vostra sorella, e perfino vostra suocera. Vedrete che alla fine vi meriterete anche un aumento di stipendio!

IMAG0062

P.S. scusate, non volevo infierire ma non ho resistito: non trovate meraviglioso lo slogan dell’azienda?

Che ci ricorda?

E’ incredibile! E secondo loro noi avremmo anche dovuto pre-votarli! Se non sanno rinnovare i loghi, gli slogan, immaginatevi come quelli del PD potranno rivoluzionare l’indirizzo politico del Paese. Il nostro paese ha bisogno di idee nuove, di stimoli innovativi, di gente diversa. E i “demo-grafici” quale logo sono andati a rispolverare? Nientedimeno che quello di Prenatal, la catena di negozi per l’infanzia e la maternità. Oltretutto un logo che esisteva solo ai tempi di mio Figlio Grande!

Allora: o è un voluto richiamo alla (ri)nascita, alla gioia dovuta all’attesa di una novità che si porta in grembo e che si aspetta da tempo, all’aspettativa del parto (in questo caso metaforico) o è una semplice, insulsa, squallida mancanza di idee che rispecchia quella dei politici che sono a capo di questo partito.

Ovviamente io, nel mio piccolo, propendo per questa seconda ipotesi. Anche con un occhio al banalissimo slogan “Bene Comune” trito e ritrito, sul quale, per pietà, stamattina preferisco sopravvolare (per dirla alla maniera di Rocco Smiterson).

Il miracolo delle primarie PdL

Mentre i commentatori politici analizzano il successo delle primarie del PD, vorrei soffermarmi su quelle del PdL, ormai assurte a favola mitologica.

Senza addentrarmi nel merito, né sul tira e molla di Berlusconi, né tanto meno sulla mesta figura del povero Angelino (mi ricorda l’Angelino della pubblicità Supetrim che si cacciava sempre nei pasticci), voglio molto modestamente fare una riflessione su Giorgia Meloni che ha deciso di partecipare. Più che su di lei, sulla sua campagna.

Un interrogativo mi rode. La Giorgia Meloni che ricordiamo, francamente bruttina, gli occhi a palla, sguaiata e anche un po’ trasandata, è la stessa donna della foto che vediamo campeggiare nei manifesti, quelli con lo slogan “Senza paura”, affissi su tutti i muri delle nostre città? Hanno utilizzato una controfigura o ci hanno dato dentro con Photoshop? Escludo interventi di chirurgia estetica perché, come potete constatare dalla terza foto qui in basso, scattata durante una sua incursione di ieri al seggio PD di via dei Giubbonari, è sempre la nostra vecchia cara Giorgia.

In ogni caso, è davvero un miracolo della comunicazione.

Ogni 5 secondi muore un bambino. La campagna di Save the Children

Se all’improvviso sparissero gli oggetti della nostra vita quotidiana, cosa accadrebbe? Se sparissero le cose a noi più care, ce ne accorgeremmo? Sicuramente sì, ma nessuno si accorge che ogni 5 secondi scompare un bambino.

Ogni anno quasi 7 milioni di bambini muoiono prima di aver compiuto 5 anni per cause facilmente prevenibili e curabili. Circa 1 bambino ogni 5 secondi. Quasi 19.000 al giorno. Muoiono per morbillo, diarrea, malaria, polmonite, complicazioni neo natali. Sono dati inaccettabili. Per questo Save the Children, la più grande organizzazione internazionale indipendente per la difesa e la promozione dei diritti dei bambini, nel 2009 ha lanciato Every One, la sua più grande campagna mondiale promossa in 64 Paesi nel mondo, per contribuire al raggiungimento del 4° Obiettivo di Sviluppo del Millennio: ridurre di due terzi la mortalità infantile e di tre quarti quella materna entro il 2015.

Save the Children vuole raggiungere con i suoi progetti 50 milioni di bambini e donne in età riproduttiva ogni anno entro il 2015: una sfida ambiziosa, ma possibile da raggiungere con semplici soluzioni e con il coinvolgimento di tutti, governi, opinione pubblica, comunità locali, singole persone. Fino ad oggi, grazie alla campagna, Save the Children ha contribuito a formare 178.969 operatori sanitari, raccolto 885 milioni di dollari destinati ai progetti di salute e nutrizione materno-infantile, mobilitato oltre 13 milioni di persone che hanno fatto un’azione per la campagna. Nel solo 2011 oltre 50 milioni di donne in età riproduttiva e bambini hanno beneficiato dei loro progetti di salute materno-infantile.

Anche quest’anno è partita la nuova campagna Every One. Il simbolo è un palloncino rosso con su scritto Save Me, a rappresentare milioni di bambini che ognuno può contribuire a tenere in vita e il claim è Non lasciamoli andare. I contenuti sono stati arricchiti con ulteriori elementi: l’urgenza, il tempo, l’inaccettabilità del fatto che ogni 5 secondi un bambino muoia. E così vedremo le immagini di una partita di calcio con lo stridente accostamento del numero 90, che ne indica la durata, a 1.080, i bambini che muoiono nel frattempo. Una macchina in mezzo al traffico: nel tragitto di un’ora per andare a lavoro muoiono 720 bambini. 20 minuti di attesa alla fermata dell’autobus: 240 bambini intanto perdono la vita nel mondo, per cause banali e prevenibili. E un bambino muore ogni 5 secondi, il tempo necessario a bere un bicchiere d’acqua.

Sul sito www.everyone.it/sesparissero troverete una galleria di cartoline in cui si immagina la scomparsa di oggetti della vita quotidiana. Chiunque potrà condividere queste cartoline o un tweet e diffondere un messaggio di sensibilizzazione.

Tutti noi possiamo contribuire alla fotogallery. Fotografiamo un oggetto che riteniamo importante a cui potremmo rinunciare per una buona azione, e pubblichiamo l’immagine sulla pagina Facebook di Save the Children Italia: http://www.facebook.com/savethechildrenitalia oppure su Twitter utilizzando l’hashtag #SeSparissero .

Rimetterci le penne

Mamma mia! Certo che le vacanze fanno male a molti!

Leggevo proprio ieri su Repubblica di un’ondata di polemiche per l’introduzione sul mercato di una linea di penne Bic. Si tratta di penne pensate “per le donne”. Un po’ leziose, dal design sbrilluccicoso. In fondo un po’ kitsch. I detrattori dell’idea sostengono che non solo gli oggetti, ma anche gli slogan che hanno accompagnato queste penne siano decisamente sessisti: parlano infatti di “corpo sottile, adatto alle mani delle donne” e “design elegante, solo per lei”.

Tralasciamo il fatto (che può non interessare) che a me queste penne non piacciono. E si che io sono sempre a caccia di penne particolari, soprattutto dai colori e dall’inchiostro strano e insolito.

E però. Che bisogno c’è di tirar fuori il sessismo in questo caso, quando siamo circondati da oggetti potenzialmente unisex, ma dalla fisionomia vezzosa, pensati per il pubblico femminile? Dalle chiavette USB, ai cellulari tempestati di cristalli Swarovski. E proprio a proposito di cellulari mi è capitato di vederne uno tremendo: si chiama Vanity, è della NGM: un orrendo telefono che già dalla confezione in simil-coccodrillo ce la dice lunga su quello che si potrà trovare dentro la scatola. Senza tralasciare i brillantini sui pulsanti, i colori caramellosi del desktop, o le icone sdolcinate usate per i normali pulsanti del menu.

E non mi sembra di aver mai letto di polemiche per questo raccapricciante oggetto.

Tornando invece alle penne Bic, i commenti caustici di alcuni consumatrici danno l’idea, a mio parere, di quanto le vacanze più che rilassanti siano invece stressanti; sono andate da frasi del tipo: “chiederò a mio marito qualche soldo in più per poterla comprare” al “perfetta per appuntarmi le ricette in cucina o segnare i giorni del mio ciclo”.

Care donne, viviamo in un mondo maschilista che non ci aiuta. Non ci aiuta ad avere un lavoro. Non ci aiuta a conciliare i figli con il lavoro (qualora la nostra sorte sia stata benigna e ce ne abbia fatto trovare uno). Non ci aiuta a combattere per i nostri diritti. Non ci aiuta a lottare contro stupri e violenze. Non ci aiuta ad avere parità di diritti e in alcuni paesi ci impedisce perfino di essere libere.

Insomma c’è tanto tanto tanto materiale per indignarci: riserviamo le nostre forze per le cause giuste. Ce ne sono davvero molte!!!