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Concertone del primo maggio: una mancata occasione

Non amo il concertone del I maggio. Un po’ perché abitando proprio a San Giovanni sono sempre costretta a barricarmi in casa vista  la confusione che si crea in tutto il quartiere con la transumanza di migliaia di persone; un po’ perché la musica arriva in casa più simile a un frastuono che a una melodia. Senza contare la vera e propria distesa di immondizia che il giorno dopo resta abbandonata sulla piazza. Fatto sta che quando si avvicina il primo maggio cerchiamo sempre di non essere a Roma.
Quest’anno invece un amico, ex collega, mi ha coinvolta per fare un po’ di volantinaggio la mattina, prima dell’inizio del concerto, per pubblicizzare la nostra situazione lavorativa e la “questione Vodafone”. E visto che ALicE non se ne può perdere una, ovviamente ho aderito con entusiasmo (ehm… ehm…) e mi sono recata alle 10.30 del primo maggio all’appuntamento. Tralasciando il fatto che eravamo appena in 4, di cui solo io e un’altra ragazza coinvolte in prima persona (e gli altri? Dov’erano?) ci siamo messi dei cartelli/sandwich addosso con disegnato una specie di pacchetto di sigarette gigante con su scritto “Vodafone manda in fumo 33 posti di lavoro: chi licenzia avvelena anche te: digli di smettere” e, bando alla vergogna, così bardati ci siamo avviati verso la piazza già piena di ragazzi.

Oh! Per chi non lo sapesse il tema del concerto che, vale la pena ricordarlo, come da tradizione è organizzato da CGIL, CISL e UIL, era “la passione, la speranza, il futuro”. Il lavoro e il precariato erano un sottotitolo: l’allestimento del palco era li a ricordarcelo: la scenografia era composta da pannelli appositamente montati male e a penzoloni, come se fossero dovuti cadere giù da un momento all’altro. Precari anche loro.

Diciamo quindi che con la nostra iniziativa pensavamo di “giocare in casa”, in una situazione accogliente, in una piazza comprensiva e solidale, attenta ai temi importanti e socialmente rilevanti. Beh, nessuna analisi fu più sbagliata!

Credo che nessuna delle persone presenti fosse lì per il tema del concerto; pochi addirittura lo conoscevano. Era semplicemente un concerto gratuito, che ha attirato un mucchio di ragazzi di tutte le età che a tutto erano interessati meno che al loro futuro (del quale parte essenziale dovrebbe essere il lavoro: mezzo principale di sussistenza e di autodeterminazione).

Già fumati e bevuti alle 11 di mattina, i ragazzi più educati ci rispondevano che non gliene importava che Vodafone licenziasse, tanto loro erano proprio disoccupati… Per il resto sembrava che ci fosse il vuoto pneumatico nei loro cervelli formato lenticchia. Facevano finta di ascoltarci e non vedevano l’ora che finissimo di parlare. Una vera desolazione, e tutto sommato una (ulteriore) sconfitta dei sindacati, che avrebbero potuto portare un po’ di cultura sociale ed economica anche in situazioni come queste.

Ho seguito un po’ le polemiche tra Alemanno e i sindacati, e stavolta non penso che il nostro Gianni Caro avesse del tutto torto. Non credo sia corretto organizzare un concerto gratuito, a spese del Comune (cioè comunque a spese nostre) per “ubriacare” il pubblico con musica e spettacolo, senza riuscire a dargli alcun contenuto. E pensare che invece poteva essere un’occasione per parlare anche di temi importanti, che tutto sommato toccano soprattutto i giovani, e condividerli con loro usando il loro stesso linguaggio, la musica. Alla fine un solo grande dubbio epocale: ci ha deluso di più il menefreghismo dei  ragazzi che abbiamo incontrato o l’eterna mancata occasione di CGIL, CISL e UIL?

Tra il pubblico di Servizio Pubblico

Giovedì scorso sono andata ad assistere tra il pubblico alla trasmissione di Michele Santoro “Servizio Pubblico”.

Perché mai? vi chiederete. Cosa avevo da espiare? Con cosa mi ero drogata?

E’ successo in realtà che alcuni colleghi di ufficio mi avevano chiesto di partecipare alla trasmissione dove si sarebbe parlato anche della questione Vodafone.

E così, ALicE, che non si tira mai indietro, indossata la maglia rossa d’ordinanza (rosso Vodafone, naturalmente!), dopo essere passata a casa della mamma per farsi prestare un golf rosso, che solo con la T-shirt si gelava, alle 18.15 (ricordatevi quest’orario come inizio della tregenda) si incammina verso gli studi di cinecittà per assistere insieme a una ventina di colleghi, anche loro in maglia rossa, alla diretta di una trasmissione che non aveva mai visto e della quale detestava il presentatore, Michele Santoro, e il vignettista ufficiale, Vauro, che non risparmia mai frecciate velenose contro Israele.

Alle 19.00 arriviamo a Cinecittà. Lì avrei già dovuto capire la mala parata e andarmene: la mia amica sindacalista, infatti, mi avvisa che noi non eravamo “in programma”: semplicemente la redazione era stata avvisata della nostra presenza in maglia rossa (UUUUHHHH!!! PAURA, EH?), ma non ci avevano assicurato nulla in merito alla possibilità di intervenire. Non so perché, ma decido di restare. Ci mettiamo in fila per farci accreditare e firmare le liberatorie di legge, ed entriamo nella città del cinema. Che tristezza! In altri paesi (ma anche in altre città italiane, vedi Torino, per esempio) nell’ottica di una riqualificazione industriale, ne avrebbero fatto un gioiellino da mostrare al pubblico, magari (magari) guadagnandoci anche. Qui invece hai la sensazione di un vero mondo scomparso. Ma queste riflessioni meritano un post a parte.

Sono le 19.30 e siamo in coda fuori dal teatro 3, quello da dove andrà in onda la trasmissione. Alziamo gli occhi al cielo, senza nessun intento religioso o divinatorio, ma solo per tenere d’occhio il meteo, e infatti notiamo nuvole grigie e minacciose che non lasciano presagire nulla di buono.

Neanche a dirlo, dopo pochi minuti comincia a piovere. Ma il teatro non apre. Restiamo stipati sotto una tettoia in 300/400 persone, non so quantificare con precisione,  con gente che si ingozzava un tramezzino al volo e la maggior parte che fumava… tanto eravamo all’aperto! Io, naturalmente, né l’uno, né l’altro.

Intanto il teatro 3 non accennava ad aprire.

Alle 20.00, finalmente, con una parte degli astanti già abbondantemente bagnata, entriamo. Ci accoglie un corridoio dalle pareti sporche e scrostate, illuminato malamente da una tristissima luce al neon.

Ci chiedono di lasciare le borse al guardaroba. Così, in fretta, mi ficco in tasca chiavi di casa, carte di credito, telefono e un taccuino (non si sa mai) e ci mettiamo in fila al guardaroba. Poi, altra fila, altro giro, altro regalo, pazientemente aspettiamo il nostro turno per entrare nel teatro vero e proprio e prendere posto. Un energumeno tatuato regola il flusso del pubblico facendo entrare poche persone alla volta e assegnando loro i posti. Noi abbiamo chiesto (almeno quello) di essere seduti vicini. Sapete la risposta? Eh no! Fareste troppo macchia, così tutti rossi! Ma come??? Ci siamo vestiti così apposta! E così qualcuno si è infilato la felpa, qualcun altro la giacca e abbiamo ottenuto di essere divisi in due gruppi. Alla faccia della maglietta rossa, che non c’è colore che mi stia peggio addosso.

La riflessione che mi si è subito fatta strada rispetto al trattamento ricevuto, è che il pubblico veniva trattato come se fosse pagato. Come se fosse lì per lavorare. Anzi peggio: per chi lavora c’è (o dovrebbe esserci) più rispetto! Noi sembravamo oggetti da arredamento da tenere un po’ al freddo e alle intemperie, per poi farli entrare e metterli a sedere a casaccio.

Ma loro, del pubblico in sala hanno bisogno eccome! Pensate il mattatore Santoro che parla davanti a una telecamera e ai pochi politici invitati. Lui ha bisogno della folla come il pane! E a proposito di pane, il mio stomaco (vuoto dall’ora di pranzo) cominciava a borbottare.

Intanto, durante le numerose file, abbiamo cominciato a guardare sugli smartphone il programma della serata: il tema era “Spazzare via tutto” e si sarebbe parlato di antipolitica. Era prevista: un’intervista a Beppe Grillo; il collegamento con Francesco Speroni (europarlamentare della Lega); mentre in studio sarebbero stati ospiti il sindaco di Firenze, Matteo Renzi,  Norma Rangeri, direttore del Manifesto, e Stefano Cappellini, del Messaggero.

Alle 21.05 finalmente entra Santoro sule note di Va pensiero! E rendetevi conto che a quel punto avevo già perso quasi 3 ore del mio tempo!

Un servizio via l’altro; la bufera sulla Lega; ricostruzioni con i disegni sulle intercettazioni telefoniche, alternate a interviste a vari politici, collaboratori e faccendieri leghisti; gli interventi di Rizzo e Stella, (quelli, sì, abbastanza interessanti); anche Cappellini ha detto delle cose sensate; mentre Renzi, che già non mi piaceva prima, ha confermato che la prima opinione è quella giusta: demagogo, populista, un po’ subdolo (quanto ci ha tenuto a dire che lui, del PD, ha messo in nonsoquale posizione che ha a che fare coi parcheggi di Firenze, uno di Forza Italia! Ma va? Veramente? Non lo avremmo mai immaginato! Specie dopo che sei andato a cena ad Arcore! Che vergogna!) Speroni invece dava il meglio di sé nei fuori onda, dove sbadigliava a bocca spalancata (non visto in TV) e si stropicciava gli occhi con la palpebra che gli calava. Ma come dargli torto? Mi si chiudevano letteralmente gli occhi anche a me, dalla noia e dal continuo parlarsi addosso! Da casa non avrei visto nemmeno 10 minuti di trasmissione: neanche pagata! Avevo davanti un orologio digitale con l’ora… sembrava non si muovesse. Il tempo si era fermato. A tratti temevo che la cameraman ambulante mi riprendesse (cioè in tutti i sensi: che mi rimproverasse o che mandasse il mio sonno in diretta TV). Per tenermi sveglia ho finito il mio pacchetto di gomme: una appresso all’altra, perché appena andava via il sapore della menta dovevo subito mangiarne un’altra per non rischiare di assopirmi.

Il castigo divino è finito a mezzanotte e mezza, senza ovviamente che la questione Vodafone sia stata non dico trattata, ma almeno nominata da nessuno. E oltretutto il programma si è concluso con l’immancabile frecciata di Vauro diretta a Israele! Accanto a me c’era un troglodita che si ammazzava dalle risate a sentire le sue invettive antisemite… pardon: antisioniste!

Una volta liberi però la frase più bella l’ha detta una mia collega, una ragazzetta verace verace di 25 anni, che con la faccia atterrita e la voce spenta ha detto: “Questo si chiama sequestro di persona!”

Parole sante!

Finanziamenti & rimborsi

Ho letto le ultime, o penultime, dichiarazioni di Bossi riportate da tutti o quasi i giornali e i siti in rete.

Smettendo per un attimo, forse, gli abiti del malato gabbato dalle persone di cui si fidava, familiari compresi, ha ripreso di nuovo quelli del leghista celodurista e dice, o urla, o biascica:

“Soldi nostri, non è reato”.

“Un partito può benissimo buttare i soldi dalla finestra”.

Leggo anche Michele Serra ne L’amaca su Repubblica di ieri, che in un impeto garantista o semplicemente per distinguersi dal coro, scrive:

“Che un partito politico (la Lega) paghi al suo capogruppo (Calderoli) l’affitto di un appartamento a Roma, non è uno scandalo. Specie se raffrontato ai tanti scandali veri, e disgustosi, venuti alla luce a proposito dell’uso dei fondi pubblici destinati ai partiti”.

Quindi se ci sono scandali più eclatanti quelli minori non devono destare riprovazione. Ma lasciamo perdere e torniamo alle affermazioni di Bossi.

Sarebbe ora di finirla con questi giochini delle tre carte, con questa manipolazione della realtà, con queste frittate rivoltate.

Andiamo a leggere la famigerata legge 10 dicembre 1993, n. 515, Disciplina delle campagne elettorali per l’elezione alla Camera dei deputati e al Senato della Repubblica, quella promulgata a pochi mesi, era l’aprile precedente, dal referendum che aveva abrogato il finanziamento pubblico dei partiti. Quello che ci interessa qui è l’articolo 11 sulla tipologia delle spese elettorali. Perché se noi dobbiamo “contribuire” alle spese elettorali è giusto che venga indicato cosa deve essere compreso tra queste.

E l’articolo recita:

1.  Per spese relative alla campagna elettorale si intendono quelle relative:

a) alla produzione, all’acquisto o all’affitto di  materiali  e  di mezzi per la propaganda;

b) alla distribuzione e diffusione dei materiali e dei mezzi di cui alla  lettera  a),  compresa  l’acquisizione di spazi sugli organi di informazione, sulle radio e televisioni private,  nei  cinema  e  nei teatri;

c)  all’organizzazione  di  manifestazioni di propaganda, in luoghi pubblici o aperti al pubblico, anche di carattere sociale,  culturale e sportivo;

d)    alla   stampa,   distribuzione   e   raccolta   dei   moduli, all’autenticazione delle  firme  e  all’espletamento  di  ogni  altra operazione  richiesta  dalla  legge  per la presentazione delle liste

elettorali;

e) al  personale  utilizzato  e  ad  ogni  prestazione  o  servizio inerente alla campagna elettorale.

2.  Le  spese  relative ai locali per le sedi elettorali, quelle di viaggio  e  soggiorno,  telefoniche  e  postali,  nonché  gli  oneri passivi,  sono  calcolati in misura forfettaria, in percentuale fissa

del 30 per cento dell’ammontare complessivo delle spese ammissibili e documentate.

La casa al Gianicolo di Calderoli rientra nelle spese che possono essere rimborsate? NO. Come non vi rientrano lingotti e diamanti e profumi e balocchi. O Audi e multe pagate.

Non credo si debba aggiungere altro.

E modestamente riteniamo di non rientrare tra quelle voci che Serra definisce poco più avanti “isteriche e violente, già disposte, in cuor loro, a sputare sull’incatenato e ad applaudire il boia”.

Antipolitica e parlamentari scelti a caso

Stiamo assistendo all’emergere di un numero crescente di sconcezze, non sessuali questa volta, da parte di alcuni politici. Molti mostrano atteggiamenti arroganti e protervi, altri noncuranza nei riguardi delle reazioni e della volontà dei cittadini. È dei giorni scorsi la ferma presa di posizione dei tre leader, chiamiamoli così, Alfano, Bersani e Casini, uniti come mai prima nell’opporsi a quello che loro ritengono “l’errore drammatico”, cioè l’eliminazione del finanziamento pubblico ai partiti. Peraltro già abrogato dagli elettori con il referendum del 1993. Del quale hanno goduto in questi anni in misura tripla rispetto alle reali spese elettorali avute, poiché l’escamotage, come sappiamo, è stato trasformarlo in rimborsi elettorali.

Tutto questo sta sollevando il vento di quella che è stata definita antipolitica, o sconforto, o sfiducia che dir si voglia verso coloro che dovrebbero far funzionare il paese. Al di là dei termini, lo scorso lunedì Mentana ha presentato nel suo TG di La7 i risultati del consueto sondaggio settimanale realizzato da Emg, da cui emergeva che il 35,9% dei cittadini è intenzionato ad astenersi. A costoro bisogna poi aggiungere il 3,2% costituito da chi vuole votare scheda bianca.

A me tutto questo, invece, ha fatto tornare alla mente un articolo di alcuni fisici ed economisti dell’università di Catania uscito nel luglio scorso sulla rivista Physica A: Statistical Mechanics and its Applications.

La tesi degli autori, dimostrata con un modello matematico che i più curiosi possono andarsi a vedere, è che le democrazie funzionerebbero meglio se una parte dei parlamentari fosse scelta a caso. Il sistema elettorale non sarebbe abolito del tutto, ma solo integrato con una percentuale, esattamente determinata dal modello, di prescelti in modo casuale.

Alcuni hanno chiamato questo sistema, non così fantascientifico visto che nel corso della storia è stato adottato per certi periodi in alcuni stati e città, demarchia o democrazia statistica. I vantaggi secondo gli Scienziati sarebbero molteplici. Per esempio, vi sarebbe una distribuzione equilibrata delle cariche parlamentari per stato socio-economico, etnia, religione, genere sessuale e così via. Inoltre, le persone scelte a caso non dovrebbero sdebitarsi con nessuno per l’elezione ottenuta e sarebbero quindi leali solo verso la propria coscienza e non verso gruppi di potere di qualunque tipo. Infine, le loro azioni non sarebbero condizionate dalla necessità della rielezione.

Non è un’idea sfiziosa? Chissà che i Parlamentari eletti a caso non risultino davvero migliori e più efficienti di quelli eletti dai cittadini, o meglio scelti dalle segreterie di partito secondo un sistema elettorale profondamente iniquo. A cui nessuno, guarda caso, ancora ha messo mano. E questa è un’altra storia ancora.

Vodafone, io non ho paura!

La nostra non è certo una situazione facile, ma andiamo avanti a testa alta senza paura.

Non abbiamo paura del colosso ultra-miliardario Vodafone che per pochi spiccioli intende mettere in ginocchio 33 famiglie (e altre 120 sono in pole position) con una procedura di licenziamento collettivo. E’ una ritorsione perché ci siamo permessi di sfidare l’azienda davanti al giudice. E il giudice si è addirittura  permesso di darci ragione. E allora che fa il colosso Vodafone? Licenzia 33 persone. C’è da essere contenti che non applichi la proporzione nazista di 10 licenziati per ogni reintegrato! Ma loro sono inglesi, non nazisti!
Vodafone, con profitti a 9 zeri (4.048.000.000 € di utile lordo annuo) si accontenta di risparmiare pochi spiccioli licenziando “solo” 33 dipendenti! Vodafone risparmia, e gli italiani pagheranno! Già perché i dipendenti licenziati saranno inseriti nelle liste di mobilità e avranno diritto per circa due anni (a seconda della loro età) a percepire dall’INPS una quota del loro stipendio. Quindi, che sia chiaro per tutti: a pagare la mobilità per i colleghi licenziati, non sarà l’ultra-miliardaria Vodafone, ma ancora una volta, le tasche degli italiani! 

Noi, dal canto nostro continueremo le nostre proteste per far sapere al mondo qual è la prospettiva per i nostri figli, qual è lo scenario che si prospetterà loro davanti se consentiremo perfino alle aziende ultra-miliardarie di fare il bello e il cattivo tempo con i propri dipendenti.

Le immagini del filmato sono state scattate durante alcuni presidi che abbiamo organizzato a Roma. Ed è solo l’inizio!

 

Sono Pazzi Questi Galli!

Nuovo pericolo per l’Italia sul fronte politico. Vi ricordate Dominique Strauss-Kahn, l’ex direttore del Fondo Monetario Internazionale? Era quello che per un pelo (mai metafora fu più calzante) sfuggì all’accusa di stupro ai danni di una cameriera. Si sfuggì all’accusa, ma 4 giorni dopo si dimise dalla sua carica. E già qui noi italiani osserviamo la cosa un po’ stupiti… Mi viene da dire S.P.Q.G. [Sono Pazzi Questi Galli!!!!]

Ora è di nuovo sulle pagine dei giornali per un nuovo scandalo. Scandalo… A me in realtà fa un po’ ridere. Noi abbiamo convissuto con situazioni analoghe per decenni, e più che scandalo ci sembra quasi normalità. Insomma, venendo al dunque: la scorsa settimana DSK, in corsa per l’Eliseo, è stato di nuovo in prigione in custodia cautelare con le accuse di complicità in sfruttamento della prostituzione e appropriazione indebita. E che volete che sia? Aveva partecipato a delle orge, dei festini, con prostitute pagate da due suoi amici imprenditori, desiderosi di entrare nelle grazie del probabile futuro presidente di Francia.

Ora, per evitare il carcere deve solo dimostrare che non era a conoscenza del fatto che quelle donne fossero prostitute e che oltretutto fossero pagate con soldi provenienti da fondi neri delle società dei due amici imprenditori. Embè? Che problema c’è? Potrebbe dire che una delle donne pensava fosse la nipote di Putin, e che l’altra era la sua podologa. Poi magari potrebbe prendere altri spunti dalla strana realtà che ci circonda e inventarsene altre mille! Qualcuna potrebbe addirittura prenderla nel suo staff e farla diventare consigliera regionale o ministra!

L’unico pericolo è che, se viene a sapere che qui in Italia gli uomini che hanno problemi col sesso e con la giustizia li facciamo diventare presidenti del consiglio e facciamo guidare loro il nostro paese per quasi 20 anni… questo ce lo ritroviamo qui in un battibaleno!

Sentenza Vodafone: giustizia o vendetta?

Il giudice ordina a Vodafone di reintegrare 33 persone? Vodafone obbedisce (almeno sulla carta) e poi le licenzia senza colpo ferire, avviando la procedura di mobilità (ovviamente a spese dei contribuenti). E per di più lo fa con odiosa arroganza riferendosi al giudice con espressioni denigratorie e irrispettose. Sono strana io che vedo un intento persecutorio, intimidatorio e discriminatorio nei confronti dei dipendenti che hanno vinto la causa? Traviso forse la realtà sostenendo che siamo di fronte all’inosservanza dolosa degli ordini del giudice?

La lettera che pubblichiamo qui sotto, scritta da alcuni degli avvocati che seguono le nostre cause, sembra avallare le mie conclusioni.

In un’epoca in cui ognuno tira l’altro per la giacchetta  per fargli dire o fare quello cui ha interesse personale, come operatori della giustizia registriamo un ennesimo tentativo di  operare nel senso del proprio “particulare”, appunto.

E’ il caso di una sentenza che un Magistrato della Repubblica a Roma  ha emesso in data 21 dicembre 2011 reintegrando 33 lavoratori che erano stati esternalizzati da Vodafone a Comdata Care, per un totale in tutta Italia di 914 persone tra le sedi di Napoli, Roma, Ivrea , Milano, Padova, dichiarando inefficace la cessione.

Per altre vertenze analoghe 13 Magistrati di altri Tribunali avevano invece, in precedenza, respinto i ricorsi proposti da altri lavoratori nell’ambito della stessa cessione di ramo di  azienda.

All’esito di tale sentenza, che era uscita dal coro delle pronunzie precedenti, seppur preceduta, sempre a Roma, da altra pronunzia favorevole ad una unica ricorrente, la società Vodafone ha, riassorbito i 33 lavoratori esclusivamente sul piano amministrativo contabile (anche se gli stessi non hanno ancora ricevuto alcuna retribuzione essendo, nel frattempo, venuto meno il rapporto con la società cui erano stati ceduti).

In data 20 febbraio 2012 Vodafone ha aperto una procedura di licenziamento per riduzione di personale (licenziamento collettivo) proprio per 33 lavoratori!

L’espressa motivazione di tale drastica misura è stata dichiarata essere la forzosa reintegra tale – a suo dire – da mettere in pericolo il “proprio equilibrio organizzativo”, con necessità, quindi, di intervento da parte del nostro ordinamento, ovvero a carico della collettività, nei confronti di una pronunzia “profondamente errata” che “inopinatamente” è intervenuta con un fatto “improvviso e grave”.

Questa vicenda, che in apparenza sembrerebbe potere essere limitata ad una aspra conflittualità degna di essere risolta nel prossimo decennio da parte dei vari gradi di giudizio (finché Cassazione non sopravvenga) in realtà non riesce a mascherare il reale  obiettivo che gli alti strepiti vogliono  conseguire.

Sono, infatti, in dirittura di arrivo altre pronunzie, avanti sia ad altri Magistrati che allo stesso responsabile di tale “inopinata” pronunzia, la quale ultima ha, sostanzialmente,  “bacchettato” le organizzazioni sindacali che avevano firmato e glorificato l’accordo da cui aveva preso le mosse l’esternalizzazione dei vari lavoratori.

Ma altre, ben più gravi considerazioni, si impongono: un ordine giudiziale non vale nulla e può essere liberamente disatteso se, sopratutto, si può riproporre quel tavolo di concertazione che aveva prodotto quel nefasto accordo iniziale.

In secondo luogo, il far vedere che un ordine giudiziale può essere certamente vanificato dal momento che, come nello specifico, i lavoratori possono passare da ceduti a reintegrati a licenziati in un crescendo di massima precarietà, ha un effetto assolutamente dirompente nella mente di chi, tra loro, è in attesa di una pronunzia da qui al 1° marzo ovvero al 5 giugno (date delle altre attese sentenze romane) che ha già prodotto continue  telefonate indotte da questa orrenda politica del terrore.

Altra nefasta conseguenza è quella di lanciare messaggi inequivoci a chi tra i magistrati dovrà ancora occuparsi della presente vertenza in modo di condizionarne certamente la serenità cui hanno diritto.

Una tale aggressione nei confronti dei Giudice deve essere stigmatizzata anche alla luce del tentativo, già posto in essere, di estendere la responsabilità civile del magistrato anche per le sentenze “inopinate”.

Ci sembra francamente che quello che si vuole realizzare è una sorta di Magistrato senza qualità di cui ha scritto, efficacemente, un loro collega, Cianferra.

I lavoratori da noi assistiti dovranno però sapere che non ci arrenderemo.

Avvocati Enrico Luberto, Antonella Marrama, Marco Tavernese, Stefania Zonfrilli

Articolo 18: due piccioni con una fava

Si fa un gran parlare in questi giorni dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori: la Marcegaglia che si eccita alla sola idea della sua abolizione, la Camusso che si incontra segretamente con il presidente del Consiglio…  Insomma si è capito che l’intenzione del governo è ribaltare il sistema del lavoro e probabilmente ci riusciranno anche. E’ vero che forse fino a ora abbiamo fornito ai lavoratori una tutela eccessiva che ha portato molte aziende all’immobilismo. Ed è altrettanto vero che il mondo del lavoro è pieno di inetti fancazzisti, a volte ben pagati, che potrebbero essere giustamente rimpiazzati da lavoratori bravi e volenterosi . Ma non credo (dal basso della mia inesperienza) che per fare una riforma del lavoro sia necessario metter mano all’articolo 18.

Veniamo al merito. Intanto chiariamo che l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (legge n. 300/1970) non parla, come comunemente si afferma, di “licenziabilità del dipendente per giusta causa o giustificato motivo”. Questo lo fa un’altra legge, la 604/1966 che all’art. 1 recita:

“Nel rapporto di lavoro a tempo indeterminato, intercedente con datori di lavoro privati o con enti pubblici, ove la stabilità non sia assicurata da norme di legge, di regolamento e di contratto collettivo o individuale, il licenziamento del prestatore di lavoro non può avvenire che per giusta causa ai sensi dell’art. 2119 del Codice civile o per giustificato motivo.”

Una disposizione sacrosanta: se un datore di lavoro vuole licenziare dei dipendenti, deve avere un motivo giusto. Che siano problemi economici dell’azienda o inettitudine del lavoratore, comunque un motivo (e giusto!) deve esserci. Altrimenti il licenziamento sarebbe arbitrario e in alcuni casi anche discriminatorio.

E infatti la legge in discussione non è questa. Parlano di abrogare soltanto l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori; quindi il principio del licenziamento solo per giusta causa o giustificato motivo non sembra messo in discussione. Almeno apparentemente. Ma se a volte l’apparenza inganna, questa è una di quelle volte.

Già, inganna, perché l’articolo 18 in effetti disciplina solo la reintegrazione nel posto di lavoro.

Tale articolo dispone infatti che qualora il giudice accerti l’illegittimità del licenziamento (in quanto avvenuto senza giusta causa o giustificato motivo ai sensi della sopracitata legge) può ordinare che il lavoratore sia reintegrato nel posto di lavoro. Il testo completo potete leggerlo qui.

E’ chiaro però che queste due disposizioni sono ben legate tra loro e che abrogandone una, si esautora anche l’altra: perderebbe senso vietare il licenziamento ingiusto se a fronte dell’accertamento da parte del giudice non ci fosse la possibilità di riparare con il ripristino dello status quo ante, vale a dire con la reintegrazione nel posto di lavoro. Abolire l’articolo 18 quindi significa svuotare di efficacia anche l’art. 1 della legge 604/66 e quindi di fatto significa consentire il licenziamento selvaggio.

Mi spiego meglio:  abolendo l’articolo 18 rimarrebbe comunque in essere il divieto di licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo. Peccato però che sarebbe inutile per i lavoratori licenziati illegittimamente far causa al proprio datore di lavoro; perché il giudice, una volta dichiarata l’illegittimità di tale licenziamento avrebbe le mani legate e non avrebbe più gli strumenti per condannare il datore di lavoro alla reintegrazione. Al massimo solo a un indennizzo economico.

Quindi il governo (e la confindustria!) prenderebbero così  due piccioni con una fava. Abolendo l’articolo 18 abolirebbero di fatto anche l’art. 1 della L 604/1966.

E se è vero, come sbandierano i favorevoli, che l’articolo 18 non deve essere considerato un tabù, è vero anche che non può essere  nemmeno ambito come fosse un trofeo.

Che barba, che noia, che noia che barba!

Appena saputa  la notizia non ne abbiamo volutamente parlato perché ci hanno inzuppato il pane un po’ tutti. Certo che l’esternazione del Presidente Monti in merito alla monotonia del posto fisso ha prestato davvero il fianco a risposte di tutti i tipi. Diciamo che è stato un po’ ingenuo. E però diciamo anche che è meglio così: qualche cazzata sarà concessa anche a lui. Non sarà mica finto!

A parte la facile risposta che viene da dare al Presidente del Consiglio, come quella della Signora Camusso  secondo la quale ci sono molti ragazzi che vorrebbero annoiarsi, altre riflessioni mi sorgono spontanee.

Per natura sono sempre stata contraria alla fissa del posto fisso. Sarà che i miei genitori sono stati commercianti, e non mi hanno trasmesso questa filosofia come “valore”. Al contrario di altre famiglie, quella del Marito in primis, che invece lo ha sempre propugnato come fosse l’undicesimo comandamento.

Chi legge il blog lo sa, sono una futura precaria, vicina di scrivania di decine di ragazzi che precari lo sono fin d’ora e che, mese dopo mese,  si sono succeduti l’un l’altro a fare un lavoro di call center che definire dequalificante è poco.

Cerco di astrarmi dai facili e spontanei ragionamenti sulle difficoltà che si incontrano giornalmente in situazioni di questo tipo. Non mi soffermo sulla mancanza di garanzie per il futuro, e la difficoltà di farsi una famiglia, di avere un mutuo, una casa, e magari dei figli. Vorrei cercare di concentrarmi solo sull’aspetto professionale del precariato.

Cambiare lavoro, Presidente Monti, sarebbe bello. E sarebbe bello farlo crescendo di volta in volta come avrà certamente fatto lei  a suo tempo, e come hanno fatto molti amici e familiari che con il loro sudore si sono guadagnati una carriera di tutto rispetto. Certo coraggiosi! Ma con garanzie che oggi ci sogneremmo.

Oggi infatti questo non sembra più possibile. I miei colleghi, quelli di cui vi dicevo, precari da molto, anche loro cambiano lavoro. Ogni mese. Lavorano perlopiù presso aziende che attraverso contratti d’appalto (o di sub-appalto), campano su commesse in outsourcing, vale a dire su servizi prestati per conto di altre aziende che non ritengono conveniente svolgere “in casa” mansioni di quel tipo. Questi ragazzi cambiano spesso datore di lavoro e quindi tipo di lavoro. Ma credetemi, non si divertono affatto:  un ricambio di personale così frequente significa che il lavoro da svolgere non è di alto livello, perché deve essere necessariamente un lavoro banale, facile da imparare e anche molto noioso. Chi invece investe nella formazione di persone destinate a ricoprire ruoli di responsabilità non le lascerebbe certo scappar via,  anzi, se le terrebbe strette! Appare chiaro quindi come il problema della precarietà nel mercato del lavoro coinvolga soprattutto mansioni di basso profilo ricoperte da risorse altamente fungibili. E non essendo possibile  uscire da questo tunnel, nemmeno per le persone laureate, vi garantisco che il cambiamento che saremo costretti a subire è assolutamente foriero di noia, non certo di divertimento.

Intanto chiariamo subito che la possibilità di cambiamento non riguarda me! No, io non sarò mai una precaria! Io sono una “privilegiata” perché alla conclusione naturale del mio periodo di tutela (vale a dire al massimo tra 3 anni) io sarò a spasso, per strada, e nessun’azienda spenderà un soldo per assumere l’anziana ALicE quando potrà avere allo stesso (basso) prezzo qualunque altro lavoratore più giovane, più “fresco” e più flessibile di me!

I miei colleghi, invece potranno cambiare spesso azienda e mansione, e, anzi, lo dovranno fare per forza, ma non sarà un cambiamento migliorativo, perché il lavoro dei precari è un lavoro dequalificante. Chi inizia a lavorare in un call center, o in un posto analogo non riuscirà mai  ad uscirne se non per entrare in un altro simile. La crescita professionale non riguarderà loro: all’interno di questi uffici non esiste, o comunque è molto limitata. La mole di lavoro di queste aziende di servizi dipende infatti dagli appalti che riescono a ottenere. E’ ovvio quindi che la loro politica di gestione delle risorse deve essere estremamente flessibile per adeguarsi velocemente al mutamento delle esigenze; non hanno perciò nessun interesse a far crescere i loro impiegati. Le promozioni di colleghi a cui ci capita di assistere sono spesso in task temporaneo. Vale a dire per un limitato periodo di tempo. E si tratta solo di una promozione di mansione, non economica e non di grado. Perché anche i datori di lavoro campano un po’ alla giornata. Peccato però che loro lo facciano sulla pelle dei dipendenti.

I giocattoli al tempo di Ahmadinejad

Secondo il quotidiano indipendente iraniano Shargh, le autorità del paese hanno bandito i pupazzi dalle fattezze dei Simpson che vanno dunque ad aggiungersi alla lunga lista nera dei giocattoli, tra i quali c’è ovviamente anche Barbie. Nel 1996 infatti la Barbie venne indicata come un cavallo di troia e dozzine di negozi vennero chiusi perché colpevoli di vendere queste bambole. Lo scopo di tutto questo è evitare di promuovere la cultura occidentale.

Mohammad Hossein Farjoo, segretario alle politiche presso l’Istituto per lo Sviluppo Intellettuale di Bambini e Giovani Adulti, non ha spiegato nei dettagli i motivi della decisione, ma ha notato che debbano essere bandite le bambole e i pupazzi in cui si distinguano i genitali, così come i set per cucina per le bambine che comprendano bicchieri per bere alcolici.

Nonostante tutti i divieti, molti giovani seguono avidamente la cultura occidentale e spesso riescono a ottenere prodotti illegali ricorrendo al mercato nero. In un paese come l’Iran in cui i bambini sotto i 15 anni sono un quarto dell’intera popolazione, esiste infatti un contrabbando dei giocattoli per una somma che supera i 20 milioni di dollari.

Da tenere presente che in Iran sono invece consentiti Superman e Spiderman poiché aiutano gli oppressi. Purtroppo per loro, non c’è né un Clark Kent né un Peter Parker tra gli iraniani.