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Scarpe d’artista

Ci sono delle scarpe che appena le indossi capisci che sono quelle giuste per te: il tuo piede è avvolto con gentilezza e pure saldezza, ci fai due passi e le senti leggere e morbide. Ti viene da pensare che sono delle vere opere d’arte.

Mai quanto quelle che vi propongo oggi, pensate dalla designer Charlotte Olympia per la catena di distribuzione di lusso  Neiman Marcus. Magari non saranno comode e confortevoli, visti anche i tacchi, ma non si può negare la loro connessione con l’arte. Di certo, indossandole, non passerete inosservate.

Sono veramente sfiziose. Guardiamole insieme.

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Gli Oscar in bianco e nero

Archiviata la notte degli Oscar, premiati i meritevoli e i meno meritevoli, vogliamo anche noi celebrare questo rito cinematografico che si ripete ogni anno.
Lo faremo mostrandovi gli Oscar in bianco e nero. In particolare vedremo le immagini di donne che hanno ricevuto la statuetta come migliori attrici protagoniste negli anni Trenta, Quaranta e Cinquanta. Avremo modo di osservare volti del passato nonché vestiti e pettinature d’altri tempi.
È la storia del cinema bellezza!

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Le avventure di ALicE: commessa dell’anno 2012

06-minnie-bn_640x480Qualche giorno fa mi trovai nella necessità di acquistare un dentifricio e trovandomi a passare davanti a una grossa profumeria facente parte di una catena nazionale pensai che avrei potuto acquistarlo li.
Appena entrata nel negozio mi accorsi subito che quel giorno sarebbe finita una promozione grazie alla quale gli acquisti effettuati sarebbero stati scontati del 15% [bei tempi quelli in cui TUTTE le profumerie facevano il 20% di sconto SEMPRE. Ma questa è un'altra storia]. Insomma, proprio come un’allocca, come una perfetta italiana media, mi lascio convincere dalla commessa alla quale avevo chiesto il dentifricio a farmi truccare perché voleva farmi provare un meraviglioso fondotinta scontato. Io sono sempre alla ricerca di fondotinta meravigliosi, per cui la signorina con me quel giorno aveva trovato terreno fertile. Comincia a mettermi un fondotinta cospargendolo con un apposito pennello. A quel punto le faccio presente che non mi piacciono tanto i fondotinta col pennello (incorporato) perché mi dà l’impressione di sprecare la crema. Ma la signorina mi spiega che sono una deficiente non era vero perché le mani cannibalizzano il prodotto. Ovvero [razza di ignoranti che siete, anche voi!] lo assorbono in gran quantità sprecandolo. Comunque mi asseconda mostrandomi un altro tipo di prodotto. Stavolta evito di dirle che detesto anche i dispenser perché l’ultima parte di crema che rimane in fondo al barattolo di vetro non si può recuperare in nessun modo [salvo intervenendo con una punta di diamante (che non ho) o con un martello (che avrebbe mandato in frantumi il vetro, e quindi reso inutilizzabile la crema rimasta)]. Evito, come dicevo di palesarle la mia antipatia per i dispenser soprattutto per evitare di metterle in bocca dei commenti poco carini su di me e sulla mia presunta tirchieria.
In ogni caso, alla fine della seduta di maquillage, mi convince a comprare un fondotinta del colore che diceva lei. Io lo avrei preso poco poco più scuro per darmi un leggero colorito, ma lei no! Il fondotinta non deve colorare, deve uniformare l’incarnato! E lei è chiara! Se lo prende più scuro le fa macchia!
Si, ma… ma… io in primavera sono un po’ più scuretta, magari mi uniforma lo stesso il tono più scuro! Ma no! Non c’è stato niente da fare! Mi sono lasciata convincere come una scema che il colore che mi aveva suggerito era perfetto. Quindi con la coda tra le gambe lo compro, pago e esco.
Sulla strada di ritorno già comincio a pentirmi di averle dato retta. Rimuginando rimuginando il giorno dopo mi decido e torno alla profumeria spiegando la situazione alla ragazza alla cassa, la quale molto gentilmente mi spiega che avrei certamente potuto cambiare il colore, ma avrei dovuto pagare la differenza di prezzo già che la promozione era terminata proprio il giorno prima. Cerco di spiegarmi meglio ripetendole che non volevo fare un reso, ma solo cambiare il colore. Stessa marca, stesso fondotinta, solo il colore diverso! Ma lei insiste: no, si tratta di un reso, per cui rientra un prodotto pagato X – 15% e esce un prodotto che (oggi) costa X. Quindi per fare il cambio avrei dovuto in pratica rinunciare allo sconto! Ma non se ne parla neanche! Lo sconto è stato il solo motivo che mi ha indotto all’acquisto! Incavolata come una belva ringrazio e torno a casa! Cerco su internet il sito del negozio, ma (sorpresa!) non hanno un indirizzo email (all’avanguardia, no?). Quindi mi attacco al telefono (l’unico contatto che forniscono, escludendo di mandare una lettera di carta). Parlo con una signora, la quale mi spiega che in effetti la sua collega aveva ragione: si trattava contabilmente di un reso, per cui era vero, avrei dovuto pagare la differenza di prezzo. Avoglia a spiegare alla solerte impiegata che non si trattava di un prodotto acquistato con i saldi di fine stagione, e che quindi non era più in vendita. Comunque, com’è, come non, è alla fine, probabilmente presa per sfinimento, la signora mi concede eccezionalmente il cambio colore senza sovrapprezzo.
Ritorno al negozio con l’aria un po’ boriosa, spiegando la situazione, della quale nel frattempo erano stati comunque messi a conoscenza. Mi chiamano la commessa (sempre lei!) che mi guida allo stand dove erano esposti i trucchi della marca che avevo preso. Mi fa vedere il colore più scuro. Insiste per farmelo provare in viso (perché sa, la pelle del viso non è mai del colore del polso), e… stenterete a crederlo (stento a crederlo tuttora perfino io), ma mi ha convinto che il tono più scuro sarebbe stato troppo scuro e quello che avevo preso era davvero perfetto per me!
Conclusione: ore sprecate tra andare, tornare telefonare. Incavolature sprecata (perché tanto ha avuto ragione lei); autostima sprecata (perché mi hanno preso, piegato e messo in tasca!) e soldi sprecati (perché io quel fondotinta così chiaro non l’ho mai messo volentieri).
E lei? Lei ha di sicuro vinto i  premio Commessa dell’anno 2012!

Gli uomini e la crisi di mezza età

10743763-andropausa-menopausa-maschile-o-un-problema-concetto-di-erezione--due-simboli-genere-maschile-in-gesA proposito di crisi di mezza età, mi aggancio al post di ieri di Laura che affrontava il mondo degli scimpanzé, per rilanciare l’argomento stavolta occupandoci di quella che colpisce i nostri signori uomini.

Vi ricordate quei bei vecchi tempi in cui gli uomini arrivati a una certa età si guardavano indietro e, rendendosi conto che i tempi che furono non torneranno, andavano in cerca di emozioni, si compravano la moto, si facevano l’amante… Insomma in due parole subivano la vecchia, cara crisi di mezza età. Beh, non voglio certo fare la nostalgica, ma la crisi di mezza età del XXI secolo assume sfaccettature che non ci saremmo mai immaginati! Basta guardarsi intorno. Con questo non voglio dire che i tradimenti non esistono più: tutt’altro (e purtroppo!) solo che sono dettati da diversi istinti e diverse esigenze. Vi espongo qui alcuni esempi di quelle che io considero riflessi di crisi esistenziali dovute all’età che avanza e al tempo che non torna indietro.

Caso 1: Il Marito (e chi altro sennò?). Da un paio d’anni corre. Corre, corre… come un piccolo Forrest Gump de’ noantri. Ha iniziato qualche anno fa con tragitti di pochi chilometri (5-7), e il peggio era il suo ritorno a casa. Oltre che per lo schifo di condizioni nelle quali tornava (sudato, puzzolente, sconvolto) dovevamo assistere a un vero e proprio briefing familiare con il quale ci informava puntigliosamente del percorso fatto. E dire che a noi non ce ne importava davvero una beneamata cippa, rende solo poco poco l’idea dell’interesse con il quale fingevamo di ascoltarlo lo ascoltavamo.

Tra l’altro col tempo e con l’allenamento questo tragitto è diventato via via più lungo (ho un Marito maratoneta io!!!!) e quindi questi briefing sono diventate delle vere e proprie conferenze stampa, con buona pace dei miei figli e mia.

Il tutto poi accompagnato da una smania di dimagrire che manco fosse una modella anoressica: non solo tutte le mattine sale sulla bilancia, ma anche ogni volta che ha fatto sport, dimentico in quel caso che il calo di peso è dovuto solo alla perdita di liquidi, non certo di grasso.

Ma soprattutto ogni volta che si pesa, lo stronzo stolto deve sempre (sempre) farmi la battutina che “mi sta per raggiungere”!

Ecco questa ossessione per la corsa, praticata sia per la forma fisica che per la salute, secondo me ha del patologico. Non è umano. Non scordiamoci la fine che fece il povero Filippide, inconsapevole ispiratore di questo sport che nel mondo moderno sta dilagando ovunque!

Caso 2: Parlavo di questa fissazione del Marito con il nostro pediatra di famiglia (circa 48enne, timido, piacente e affascinante) e anche lui confermava che questa passione sta contagiando tantissimi nostri coetanei che riempiono le strade delle città dall’alba alla notte. [A questo proposito, e andando un po’ OT: ma mi spiegate perché cavolo voi runners schifate i marciapiedi e correte, anche in due o tre sulla strada occupando le corsie automobilistiche e rischiando di provocare incidenti????]

Comunque, convenendo con me che rispetto ad altre “eventualità” e risvolti che potrebbe assumere la crisi di mezza età, la corsa è certamente preferibile, lui mi ha confessato che, non resistendo a una vendita promozionale… si è comprato dei pattini in linea, così accompagnando la figlia a pattinare a Villa Borghese, invece di aspettarla a mo’ di vecchietto seduto su una panchina, avrebbe potuto farle compagnia, schettinando allegramente insieme a lei!

Evidentemente contando sulla parcella favorevole che gli praticherà il suo collega psicanalista (tra professionisti si usa!) quando la poveretta, una volta cresciuta, sarà costretta ad andare in analisi a causa dei turbamenti provocati dal papà pattinatore che le faceva da chaperon per le ville di Roma!

Caso 3: Il 50enne patetico. In palestra con noi viene un… non posso definirlo “ragazzo”, piuttosto un signore, un po’ bolso ma anche un poco spavaldo, con un’aria boriosa che non mi è mai stata simpatica. Bancario, un po’ tamarro (braccialetti e collanine a go-go) affetto come succede a molti uomini dopo i 50 dalla cosiddetta merlite. [Sapete cos’è la merlite? Avete presente i merli? Si, proprio gli uccelletti! Beh quando specie al mare notiamo quei signori che esibiscono zampette sottili sotto una pancia bella tonda non vi ricordano tanto dei merli?] Insomma, questo 50enne patetico con la merlite si è messo a dieta stretta, e in barba al detto che dopo una certa età o salvi il viso o salvi il culo, lui ha deciso di salvare il culo si è ridotto della metà in modo impressionante. Un merlo magro. Non potete capire però quanta sicurezza in se stesso ha acquisito! Si sente fichissimo! Esegue gli esercizi, specie quelli più coreografici sentendosi un ballerino provetto: passi di mambo, cha cha cha, per lui non hanno segreti! La  maestria con la quale esegue i passi di danza emana da tutti i suoi pori. L’abbigliamento poi: esibisce canotte smanicate per lasciar vedere i bicipiti e scollate abbastanza da far intuire i pettorali. Ma non era meglio un po’ cicciotto e goffo, ma “sincero”?

Caso 4: La mia Amica L. non vuole un cane. Nonostante il parere contrario del marito e dei suoi 3 figli, lei il cane non lo vuole. È sempre stata categorica: lei ha un sacco di cose da fare tra casa, famiglia, lavoro e hobbies, e il tempo per un cane lei non vuole spenderlo. E comunque c’è poco da fare: il cane o lo si ama e lo si desidera, o niente. Non si può imporre. Specie quando il marito viaggia spesso per lavoro e la questione potrebbe diventare problematica per chi ha espressamente affermato di non volersene occupare. Ebbene il marito convinto che il diniego della moglie mascherasse solo un po’ di insicurezza nella scelta, e che acquistando il simpatico quattrozampe non le avrebbe fatto altro che un favore, ha prenotato una cucciola di Golden Retriver in un allevamento fuori Milano. Cucciola che è in arrivo in questi giorni!

Non vi dico la reazione della mia Amica! È fuori di sé sia per il pensiero di avere un cane in casa, sia per la rabbia di aver subito una decisione in modo così prepotente. Mettiamoci anche che la proprietaria dell’allevamento ha detto al marito che se la cucciola non è accettata dalla mamma, non può affidarglielo certamente! E questo sarebbe anche corretto se non avesse tirato fuori la questione dopo essersi intascata la caparra. Ma questa è un’altra storia!

La mia Amica L. attribuisce questa ossessione del marito a una crisi di mezza età. E al mio ribatterle che meglio il cane che l’amica, lei mi ha giustamente risposto:

Col cavolo! Almeno l’amante non devo scendere a pisciarla alle 7 di mattina!

E come darle torto?

Writers: vandali o artisti?

Sempre tosto!

Sempre tosto

PICCOLA TI AMO, SEI SEMPRE MIA (della serie “aiutami a di’ sti cazzi!)

ROMANISTI EBREI (senza pensare che magari per qualcuno può anche essere un complimento. Non romanista, ebreo!)

Queste sono solo un paio di frasi lette sui muri vicino casa mia. Ma potrebbero stare vicino alla casa di chiunque. Si, perché imbrattare i muri è un atto vandalico sempre di gran moda. Spesso poi capita di vedere scarabocchi apparentemente senza significato, dietro ai quali invece, per gli accoliti, si nasconde un cosiddetto TAG, una sigla “segreta” con il quale i graffitari si firmano.

Ma a parte chi deturpa il Bene Comune, sempre detestabile e soprattutto punibile per legge, esiste l’arte dei murales, che invece è altra cosa.

Fin da quando ero piccola e si chiamavano ancora graffiti, ho sempre ammirato questi veri e propri quadri di strada, tutti colorati, in piena città a disposizione di tutti.

Certo, il confine tra arte e vandalismo deve essere chiaro a tutti. A Roma per esempio esistono alcuni muri messi a disposizione dal comune (con tanto di targa che lo dichiara) per chi vuole sfogare la propria creatività con le bombolette spray. Ce ne sono altri per i quali tale possibilità non è sugellata da alcuna targa, ma si tratta comunque di muri liberi.

Altri ancora, che si chiamano hall of fame, sono muri che vengono concessi a  writers famosi per un periodo di 90 giorni.

Per il resto l’unico peccato, ma credo faccia parte del gioco, è che sui muri legali i writers sovrascrivono in continuazione facendo perdere tracce magari di veri e propri capolavori.

Il mio Figlio Grande da quando va al ginnasio è entrato a far parte di questo mondo per noi prima d’ora sconosciuto. Non che lui abbia mai avuto particolare predisposizione per il disegno, ma riesce a fare dei “pezzi” che trovo molto belli.

A ottobre scorso ha dedicato al Nonno Mario una scritta di incoraggiamento in prossimità di un’intervento chirurgico che avrebbe subito a giorni, con una frase che da allora è stata adottata non solo da tutti noi di Famiglia, ma perfino dal Papà delle Ragazze, che se gli chiedono come va? Lui risponde: SEMPRE TOSTO!

N.B. Prima di incorrere in tragico errore materno, ho chiesto preventivamente al Figlio Grande l’autorizzazione alla pubblicazione del post e della fotografia del suo murale. Mi ha risposto: “A ma’, te l’avrei chiesto io! Mi hai messo in ridicolo con la storia del figlio drogato, e una volta che ho fatto una cosa bella non la metti nel blog?”

Pezzi di Barbie attaccati al collo

Orribili in verità.

Immaginate un certo numero di Barbie smembrate e i diversi pezzi assemblati a formare collane, orecchini e bracciali che faranno pessima mostra di sé addosso a donne di cattivi gusti desiderose solo di attirare l’attenzione.

Sono opera della designer Margaux Lange, anche lei evidentemente intenzionata a far parlare di sé. Oppure è una serial killer mancata che ha sublimato l’istinto perverso di fare a pezzi le persone indirizzandolo verso le Barbie? Di sicuro bene
non sta, poveretta

Guardate di cosa è stata capace.

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Moda eco-sostenibile

Anche l’industria della moda, come tutte le altre, ha un impatto rilevante sull’ambiente, sia per le tinture tossiche utilizzate che per i dannosi processi manifatturieri per la produzione di milioni di articoli.

Per mettere in evidenza tutto questo, la creatrice di moda Nicole Dextras ha dato vita a The Little Green Dress Projekt e ha creato 28 “abiti organici”, realizzati cioè esclusivamente con foglie e fiori. Citando le sue parole, questa collezione evidenzia “il desiderio di un’industria della moda che si basi su materiali e pratiche sostenibili”.

Frutto di una notevole creatività, sono secondo me deliziosi ed eleganti: sarebbe eccitante poterli indossare, seppure fugacemente. Io purtroppo, con il mio pollice nero, li farei appassire in un batter d’occhi.

Gli abiti, di cui potete gustare alcuni esemplari, sono esposti nella Earth Art Exibition a Vancouver.

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Il facekini, l’ultimo grido sulle spiagge cinesi

Come già accaduto in passato, ci poniamo come blog di servizio per tenervi informati sulle ultime tendenze della moda. Nella fattispecie, vogliamo portare alla vostra attenzione un nuovo capo di abbigliamento che, se indossato con costanza, è in grado di portare anche dei benefici alla salute.

Avvistato nelle ultime settimane nelle spiagge di Qingdao, dunque è un creazione made in China, si è diffuso rapidamente in altre località, credo finora solo della Cina. Si chiama facekini e il nome è orribile quanto il suo aspetto. Chi lo porta diventa una via di mezzo tra un serial killer, un rapinatore di banche e un wrestler messicano. E però. Chi lo indossa può essere più che sicuro di proteggere la pelle del viso dai dannosi raggi del sole.

Di seguito vi mostriamo alcune immagini di persone che hanno indosso il facekini. Mi chiedo che mostri saranno quando se lo tolgono, con il viso cadaverico in confronto al corpo abbronzato.

Comunque, se qualcuno di voi vuole provarlo in questi scampoli d’estate può tranquillamente acquistarlo in rete. Sono gradite foto che ne testimonino l’utilizzazione. Le pubblicheremo con grande gioia.

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Consumo sostenibile

Tanti anni fa, a New York rimasi stupita per il metodo di vendita dei quotidiani locali. C’era un distributore “aperto” dove ciascuno poteva servirsi e prendere il proprio giornale, e poi inserire la moneta in una specie di bussolotto. Senza che ci fosse nessuna relazione tra pagare e prendere: nessun umano a sorvegliare il tutto. Pensai immediatamente che in Italia un meccanismo del genere non avrebbe mai funzionato: in pochi minuti il distributore di giornali si sarebbe svuotato e il bussolotto non si sarebbe riempito affatto di monete.

Che razza di malfidata che sono, vero?

E infatti ieri sono stata subito smentita leggendo un articolo su internet nel quale si racconta di un negozio aperto a Bolzano, il Passamano, nel quale ognuno porta ciò di cui non ha più bisogno e prende quello che desidera senza pagare nulla, al massimo lasciando qualche oggetto a sua volta, o una donazione in denaro volontaria per sostenere l’iniziativa. Una sorta di baratto libero.

Gli articoli sono per il 70% libri o capi di abbigliamento, ma anche DVD, utensili per la casa e oggetti di elettronica. Qualche bicicletta. A volte anche oggetti nuovi di zecca, dovuti per esempio a regali o acquisti sbagliati.

È un’idea importata dall’Austria che considero molto intelligente, specie in questo momento di crisi diffusa, sia per evitare sprechi, sia per incentivare un consumo sostenibile (quanto mi piace quest’aggettivo!!!!).

Ovviamente mi sono subito chiesta se anche nella civile Bolzano (che sotto molti punti di vista ha poco a che fare con la nostra Italietta) c’è qualche furbo che si approfitta della situazione. L’articolo mi ha dato la risposta: i responsabili hanno notato una decina di persone un po’ ingorde che accaparravano parecchi articoli senza lasciare nulla. A costoro è stato solamente chiesto di… far visita al negozio un po’ meno spesso. Il successo di questa trovata sta inducendo i promotori ad aprire un altro punto vendita baratto anche a Trento. Mi domando cosa succederebbe invece se questa iniziativa sbarcasse a Roma.

Già perché non so se anche in altre città, ma noi romani siamo mooolto avaaaanti!

Da noi si vedono girare per le strade un mare di  zingari armati di un vecchio carrello per la spesa e di un bastone con l’estremità ad uncino. Costoro si immergono letteralmente nei cassonetti dell’immondizia prelevando dal loro interno quanto ritengono si possa riutilizzare. Poveretti, verrebbe da pensare. Un modo per sbarcare il lunario in alternativa al chiedere l’elemosina per la strada.

Peccato però che spesso questo “materiale” finisce nei vari mercatini rom (abusivi!) che proliferano nella capitale e che oltretutto sono considerati da qualcuno molto folkloristici e pittoreschi. Quindi altro che mercatini del baratto! I romani sono perfino disposti a spendere soldi in cambio di oggetti recuperati dai cassonetti! Nel Passamano di Bolzano gli oggetti in vendita sono selezionati e non vengono accettate cose in cattive condizioni. Noi invece paghiamo per avere non solo quello che altri hanno considerato così inutile e in cattive condizioni da essere proprio gettato via, ma con molta probabilità anche contaminato dai topi che infestano i bidoni dell’immondizia della Capitale.

Scarpe e schiavitù

Indossereste delle scarpe come queste? Se state per rispondere sì, perché le trovate fiche e alla moda, devo darvi una delusione: non vi sarà possibile acquistarle. Né ora né mai. Neanche se siete disposti a pagarle ben 350 dollari, che era il prezzo fissato da Adidas. Il fatto è che l’azienda si è vista costretta a cancellarle definitivamente dalla produzione in seguito alle proteste di molti.

La storia è questa. Il 14 giugno nella sua pagina facebook Adidas ha anticipato l’uscita, prevista per agosto, delle scarpe sportive “JS Roundhouse Mids” caratterizzate da quella insolita catena arancione alle caviglie che vedete nell’immagine. Subito è partita una tempesta di commenti negativi, molti dei quali accusavano l’azienda di razzismo a causa del design delle scarpe. Si è scomodato persino il reverendo Jesse Jackson che sull’Huffington Post di martedì 19 le ha definite “offensive, terribili e insensibili”, aggiungendo che richiamavano alla mente gli schiavi e i carcerati. Non pago ed evidentemente scatenato dalla vicenda, parlando poi con la CNN, il reverendo ha spiegato che rappresentano un insulto enorme e che l’Adidas le ha eliminate solo per timore di eventuali boicottaggi.

L’Adidas ha negato che ci fosse qualcosa di offensivo, in quanto il designer che le ha create, Jeremy Scott, per sua stessa ammissione, si è ispirato a un mostro giocattolo degli anni Ottanta, My Pet Monster (in Italia lo abbiamo conosciuto nella serie televisiva di cartoni animati Un mostro tutto da ridere), che non ha niente a che fare con la schiavitù.

C’è da dire che oltre alle critiche, su facebook, solo nel giorno successivo sono arrivati più di 38 mila likes e che molti degli oltre 4.300 commenti erano positivi.

Dal che si evince che molte, troppe persone sono disposte ad acquistare e indossare qualsiasi obbrobrio, dal punto di vista estetico, purché sia griffato e alla moda. Quella catena al piede, dunque, avrebbe potuto ben rappresentare la schiavitù, ma non quella dei neri e della segregazione razziale, bensì quella delle imposizioni della moda e degli stilisti moooolto moooolto originali.