Archivio | Lettere a Primo Levi RSS feed for this section

Lettere a Primo Levi: Fatti vostri (perciò mi interessano)

dipinto di Chagall

Caro Primo,

il luogo comune recita che la piccola, dispersa comunità ebraica deve il proprio successo al dominio, palese e occulto, dellʼeconomia mondiale. Gli effetti estremi di questa mentalità li conosci abbastanza bene (“i Gentili poco gentili”, da una battuta di Raimon Panikkar). Eppure paradossalmente un fondo di verità cʼè, a patto che si prenda in considerazione non lʼeconomia finanziaria bensì la miglior merce.

Cʼè una costante nellʼebraismo, operante in ogni tempo e luogo, ed è lʼimportanza che da secoli viene data allʼeducazione. [...] Lʼistruzione era considerata il valore supremo della vita: “la miglior merce”, come si diceva proverbialmente. Incominciava a quattro anni e si protraeva per tutta la vita, almeno idealmente e compatibilmente con le durezze della vita stessa; veniva impartita a spese della comunità, e quasi nessun bambino ne andava privo. Gli incolti venivano commiserati o disprezzati, i dotti erano ammirati, e rappresentavano di fatto la sola aristocrazia riconosciuta.

Vero: basti pensare ai tentativi disperati, alle lusinghe, alle minacce messe in atto dalla Sinagoga olandese per non perdere un elemento di prestigio come Baruch De Espinoza, detto Spinoza. Beh, ehm, però lo persero lo stesso.

In gran parte dellʼEuropa – aggiungi – il collante culturale della comunità è stato per secoli lo yiddish. Con un risvolto tragicomico, ossia che in Lager gli ebrei italiani erano guardati male da quelli est-europei appunto perché non parlavano il màme-lòshen, la “lingua di mammà”.

Lʼinsegnamento era gravoso e ossessivo, e soprattutto nelle Jeschives [scuole rabbiniche] occupava tutta la giornata, ma non era dogmatico. Il maestro accennava a una certa interpretazione di un passo talmudico, o faceva notare una qualche contraddizione, o proponeva un quesito: ne seguiva una discussione libera, fervida, sofistica, a volte arguta, sempre ostinata; talora il tema centrale veniva dimenticato, e ci si inoltrava in divagazioni fantasiose in cui lʼeleganza formale o lʼaudacia dellʼargomentazione prevaleva sulla pertinenza e sul rigore.

E dillo, dillo che ti sarebbe piaciuto esserci! Anche a me per la verità. Certo le tematiche canoniche escludevano la cultura laica, tra cui lʼarte, fatto che procurerà qualche problema al nostro amico Chagall. In ogni caso, per secoli in Europa si è così mantenuta non solo una etnia sempre minacciata, ma una cultura, una prospettiva, una “finestra sul mondo” sempre fuori dagli schemi e arricchente; e tutto questo tramite la lingua, ma anche…

… la religione, la memoria collettiva, la storia comune, la tradizione, la stessa persecuzione, lʼisolamento imposto dallʼesterno. Ne è una controprova il fatto che, quando tutti questi fattori si attenuano o spariscono, lʼidentità ebraica a sua volta si attenua, e le comunità tendono a dissolversi, come avveniva nella Germania di Weimar e come sta avvenendo in Italia oggi. Può essere che sia questo il prezzo da pagare per unʼautentica parità di diritti ed equiparazione; se così fosse, sarebbe un prezzo alto, e non solo per gli ebrei.

Interessante osservazione. Giro la domanda alle Ragazze e alla loro cybercommunity.

Tuo d

Con questo post termina la serie, a cura di dhr, su Primo Levi. Ma non ci fermiamo. L’appuntamento è per le prossime domeniche con un gustoso, sfizioso e interessante ”Chagall d’Arabia”. Autore sempre dhr, che non ringrazieremo mai abbastanza.

Lettere a Primo Levi: Leopardi contro Leopardi

Caro Primo,

se mi è sempre sembrata un poʼ insolita la tua predilezione per Alessandro Manzoni, altrettanto sorprendente è la poca attenzione che dedichi allʼopera di Giacomo Leopardi. O anzi, la poca attenzione che sembri dedicargli, perché il sospetto è che la sua nominale assenza corrisponda a una onnipervasiva presenza.

Paradosso nel paradosso, lʼunico saggio sul Recanatese contenuto nella tua raccolta Lʼaltrui mestiere serve per dargli contro! Tanto per cominciare, il saggio è ingannevole fin dal titolo: “Le più liete creature del mondo”, preso paro-paro dalle Operette morali; ma poi affili le armi per dimostrare scientificamente che gli uccelli NON sono affatto le più liete creature del mondo.

Sono pagine limpide e ferme, valide in ogni tempo, la cui forza viene dal confronto costante, ma inespresso, con la miseria della condizione umana, con la nostra essenziale mancanza di libertà simboleggiata dal nostro gravare sulla terra. Tuttavia ci si può porre la domanda di come Leopardi le avrebbe scritte se, invece di fondarsi sul Buffon [non Gigi, ndr], e di limitarsi agli uccelli di cui ascoltava il canto nelle lunghe sere del suo borgo, avesse letto ad esempio i libri di Konrad Lorenz ed avesse esteso la sua attenzione ad altre specie di uccelli.

Ad esempio, riguardo al loro canto…

… gli etologi ci spiegano che esso, specialmente se solitario e melodico (e quindi a noi più gradito), ha un significato ben preciso, di difesa territoriale e di ammonimento a possibili rivali o invasori.

[…] Con queste osservazioni riduttive non ho affatto cercato di dimostrare che lʼammirazione per gli uccelli non sia giustificata. Lo è pienamente, anche se si accettano le spiegazioni che gli scienziati (non senza polemiche fra loro) ci vanno fornendo: anzi, soprattutto se le si accettano; ma si sposta su virtù diverse e più sottili.

Torna in mente una delle tue ultime opere, lʼintervista immaginaria a un gabbiano. Uno di quei volatili marini moderni che dalle coste risalgono i fiumi e vengono a insediarsi nelle città, nutrendosi perlopiù di rifiuti. Il gabbiano di Chivasso, per lʼappunto; il quale afferma:

Rifiuti, sì. È poco dignitoso, ma redditizio. Finirà che anchʼio ruberò il mestiere alle cornacchie e mi abituerò a mangiare carogne, ossi male spolpati, o addirittura diventerò vegetariano. A questo mondo chi non si sa adattare soccombe […]

GIORNALISTA – Signore, lei mi pare troppo pessimista. […] Del resto, si consoli: anche fra noi uomini ci sono quelli che saprebbero volare e nuotare, ma che invece, per mala sorte o per poco coraggio, girano per gli immondezzai a raccogliere sudiciume. Bisognerà dare a loro, ed a voi, lʼoccasione di restaurare la loro dignità. La prego, non dimentichi il mare.

“Operette morali” erano quelle di Leopardi. “Operette morali” sono i tuoi racconti e saggi. Fiabe moderne, raccontini di fantascienza, dialoghi contro-socratici, ironici studi scientifici, biografie inventate, rielaborazioni di antiche leggende… il cui valore morale consiste esattamente nello sradicare la morale comune.

Tuo d

Lettere a Primo Levi: Vietato essere salami

da Lewis Carroll

Caro Primo,

siamo in parecchi qui a chiederci quale sia il tuo rapporto con la religione, in particolare quella dei tuoi padri. Il tuo ateismo dichiarato, infatti, pur motivato su basi scientifiche ed esistenziali (il Male del mondo), è ben lontano dal sarcasmo acido di tanti presunti liberi pensatori. La Bibbia ebraica rientra certamente tra le tue principali fonti di riferimento, ma insieme ai cristianissimi Dante e Manzoni. In questi casi però si vola alle supreme altezze ideali. E la religione terra-terra, quella dei precetti quotidiani, dei divieti, delle abitudini inveterate? Sappiamo da te, ad esempio, che tuo padre, da buon piemontese, pur con qualche senso di colpa, consumava volentieri prodotti di salumeria ;-)

Il libro che mi ha stupito di più, e su cui sono caduto per caso…

… bisognerebbe scrivere un saggio sul tema del “caso” nella tua vita e nella tua opera, ma adesso non è il caso.

Il libro che mi ha stupito di più, e su cui sono caduto per caso, è un libro di argomento religioso, o più precisamente rituale, ed io religioso non sono; ma non lo commenterò con intenzioni critiche, perché rispetto chi crede e qualche volta lo invidio.

Notare la finezza del “qualche volta”.

Il libro si chiama Shulkhàn Arùkh (“La tavola imbandita”); è stato scritto in ebraico (ma io lʼho letto in traduzione) nel XVI secolo da un rabbino spagnolo; benché abbia mole considerevole, è il compendio di molte opere precedenti, e contiene in sostanza le regole, le usanze e le credenze dellʼebraismo del suo tempo.

Del tipo?

Per quanto riguarda il divieto di lavorare il Sabato [...] è vietato cacciare; che fare con una pulce? La si può acchiappare e gettare lontana, ma non la si deve uccidere. Cacciare è anche catturare, intrappolare: perciò, prima di chiudere una cassa o un baule, devi accertarti che non contenga mosche o tignole…

Già ce li vedo i buoni cristiani a sghignazzare contro la ridicola religione giudaica dai mille precetti assurdi, “per fortuna a noi è venuto Gesù a insegnare lʼunico comandamento dellʼAmore, che ci consente di sputare bile contro chiunque”. Ma tu, Primo, sei spiritualmente presbite, e siccome vedi Dio da lontano, lo vedi meglio.

Si formulano ipotesi e soluzioni che ricordano gli studi e i problemi degli scacchisti: si immaginano cioè situazioni elegantemente improbabili, astratte, ma utili per ragionamenti sottili. [...] Dietro a queste pagine curiose percepisco un gusto antico per la discussione ardita, una flessibilità intellettuale che non teme le contraddizioni, anzi le accetta come un ingrediente immancabile della vita; e la vita è regola, è ordine che prevale sul Caos, ma la regola ha pieghe, sacche inesplorate di eccezione, licenza, indulgenza e disordine. Guai a cancellarle, forse contengono il germe di tutti i nostri domani.

Così sia.

Tuo d

Lettere a Primo Levi: Le stelle mandano a dire

Cthulhu (rielab. da Selkis)

Caro Primo,

tra una settimana esatta è Natale. Tempo di “tu scendi dalle stelle…” ma siamo sicuri che dal cosmo arrivino solo messaggi rassicuranti? Come modo un poʼ diverso di prepararsi a queste giornate piene di comete e sfondi stellati di cartone, estraggo ampi stralci – oddìo il linguaggio giornalistico di default – delle tue Notizie dalle stelle.

Ora il cielo che pende sopra il nostro capo non è più domestico. Si fa sempre più intricato, imprevisto, violento e strano; il suo mistero cresce invece di ridursi, ogni scoperta, ogni risposta alle vecchie domande, fa nascere miriadi di domande nuove. Copernico e Galileo avevano sbalzato lʼumanità dal centro del creato: non era stato che un trasloco, da cui pure molti si erano sentiti destituiti e umiliati. Oggi ci accorgiamo di ben altro: che la fantasia dellʼartefice dellʼuniverso non ha i nostri confini, anzi non ha confini, e sconfinato diventa anche il nostro stupore. Non solo non siamo il centro del cosmo, ma ne siamo estranei: siamo una singolarità. È strano lʼuniverso per noi, noi siamo strani nellʼuniverso.

Generazioni di amanti e di poeti avevano guardato alle stelle con confidenza, come a visi famigliari: erano simboli amici, rassicuranti, dispensatori di destini, immancabili nella poesia popolare ed in quella sublime; con la parola “stelle” Dante aveva terminato le tre cantiche del suo poema. Le stelle dʼoggi, visibili ed invisibili, hanno mutato natura. Sono fornaci atomiche. Non ci trasmettono messaggi di pace né di poesia, bensì altri messaggi, ponderosi ed inquietanti, decifrabili da pochi iniziati, controversi, alieni.

[...] Non è ancora nato, e forse non nascerà mai, il poeta-scienziato capace di estrarre armonia da questo oscuro groviglio, di renderlo compatibile, confrontabile, assimilabile alla nostra cultura tradizionale ed allʼesperienza dei nostri poveri cinque sensi fatti per guidarci entro gli orizzonti terrestri. Queste notizie dal cielo sono una sfida alla nostra ragione.

È una sfida da accettare. La nostra nobiltà di fuscelli pensanti ce lo impone: forse il cielo non farà più parte del nostro patrimonio poetico, ma sarà, anzi è già, nutrimento vitale per il pensiero. È possibile che il nostro cervello sia un unicum nellʼuniverso: non lo sappiamo, né probabilmente lo sapremo mai, ma sappiamo già fin dʼora che è un oggetto più complesso, più difficile a descriversi, che una stella o un pianeta. Non neghiamogli lʼalimento, non cediamo al panico dell’ignoto.

Il fatto che tu infine abbia ceduto rende ancora più significative le tue parole. È segno che la sfida era reale, non un passatempo per intellettualoidi. E ora che, forse, chissà, sei “tornato” platonicamente alle stelle, mandaci qualche buon influsso, dʼacòrdi? Auguri a tutti… lassù e quaggiù.

Tuo d

Lettere a Primo Levi: De Rerum Natura

Incisione di Grandville

Caro Primo,

se è letterariamente e filosoficamente fondamentale la tua visione duplice della realtà – la farfalla e il ragno, per usare due metafore delle puntate scorse – è simpatico vedere in che modo applichi questo metodo anche a te stesso.

Ho sempre pensato che si deve scrivere con ordine e chiarezza; che scrivere è diffondere un messaggio, e che se il messaggio non è compreso la colpa è del suo autore; che perciò uno scrittore beneducato deve fare in modo che i suoi scritti siano capiti dal massimo numero di lettori e con il minimo di fatica. Dopo aver letto la Piccola Cosmogonia portatile di Raymond Queneau (Einaudi, Torino 1982) mi vedo costretto a rivedere questi principî: penso che continuerò a scrivere come mi sono prescritto, ma penso anche che Queneau abbia fatto benissimo a scrivere nel suo modo, che è esattamente opposto al mio, e che mi piacerebbe scrivere come lui se ne fossi capace.

A posteriori, possiamo affermare che hai mantenuto fede a questo proposito. Il tuo linguaggio è rimasto improntato fino allʼultimo ai principi di ordine e chiarezza… ma il disordine e lʼoscurità erano nascosti “sotto il velame” delle parole non strane.

Poi elenchi una serie di esempi di quei virtuosismi di Queneau, che onestamente nun me fanno ʼmpazzì. Il dato rilevante però è che, in mezzo ai tanti libri scritti in modo alternativo e spiazzante, hai scelto proprio una Cosmogonia. Perché in questo caso le aberrazioni del linguaggio riproducono lʼandamento stesso dellʼuniverso.

In questo poema eterodosso e barocco, ma fondamentalmente serio, affiorano una dottrina ed una poesia singolari, il cui accoppiamento non era più stato tentato dopo Lucrezio [...]. Da questo testo labirintico scaturiscono tratti di poesia smagliante, e ad un tempo temi appassionanti ed attuali. [...] Non la scienza è incompatibile con la poesia, ma la didattica, cioè la cattedra sulla pedana, lʼintento dogmatico-programmatico-edificante. Queneau rifugge dai programmi, è il re dellʼarbitrario: promette di passare in rassegna i cento elementi chimici, e poi, per ragioni pretestuose, si ferma allo Scandio, che ha il numero 21, e chiude la partita. [In tutto questo emerge] la gioia cosmica e biblica del Principio, e insieme la necessità della fine…

Allora sai che ti dico? Lʼestinzione dei dinosauri: “Occhio per occhio, dente perdente”.

Santascienza.

Olodramma.

HumoUr dei Caldei.

Moriundo.

Horrorwell, 1984.

Unni versi.

Ido-ladri.

Marameo errante.

Il frutto proibito: Satananas.

Neandertal dei Tali.

SantʼÉllite, patrono della TV.

Pistillicidio.

E tu, fiore degli scrittori: Primule-vi.

Tuo d

Lettere a Primo Levi: Dante Alighieri e altri voyeur

Beatrice apostrofa Dante (disegno inedito di dhr)

Caro Primo,

a me il ragno ha sempre appassionato nella variante Spider-Man, ma a te intriga quello vero, un poʼ per la perfezione matematica della sua tela, un poʼ (per motivi identici e opposti) per la raffinata crudeltà delle sue abitudini sessuali e sociali, degne della letteratura noir. Oserei addirittura notare un briciolo di compiacimento lautrémontiano nelle tue descrizioni degli agguati, delle trappole, delle nefandezze perpetrate dai ragni, in particolare dalle femmine.

No, no, non stiamo a mettere di mezzo Freud… anche perché lo fai tu. Là infatti dove ti chiedi perché gli aracnidi appaiano così repellenti a molte persone, accampi tutta una serie di ipotesi, che poi ti diverti a smontare. I ragni fanno schifo perché hanno otto zampe e non sei? Ma no, a volte gliene manca qualcuna. O perché sono pelosi? Anche i visoni lo sono, eppure alle signore non fanno ribrezzo per nulla. Tra le varie ipotesi accampate, cʼè appunto quella psicanalitica.

Chi può fermare uno psicologo dell’inconscio nellʼesercizio delle sue funzioni? Hanno sparato sui ragni tutte le loro armi. La loro villosità avrebbe un significato sessuale, e il ribrezzo che proviamo rivelerebbe un nostro ignorato rifiuto del sesso: lo esprimiamo così, e in pari tempo così cerchiamo di liberarcene. La tecnica di cattura del ragno, che riveste di filamenti la preda impigliata nella tela, ne farebbe un simbolo materno…

 … eccetera ecceterone. Non sorprende però che, alla fin fine, affermando che “cʼè forse anche altro”, avanzi la tua ipotesi personale: che la paura dei ragni sia un riflesso della paura della morte. Con quel loro modo di muoversi, con quelle atmosfere da incubo che le loro ragnatele creano nelle case. Non a caso, già, il tuo ultimo scritto in assoluto è stato il raccontino / intervista immaginaria Amori sulla tela.

Amore e morte, Eros e Thanatos. Dove però, come sempre nella tua arte sublime, la fascinazione freudiana si “sposa” allʼesattezza scientifica e allʼimmersione letteraria. E ci regali unʼaltra pagina da antologia.

Quanto alla mia personale e tenue fobia, essa ha un atto di nascita. È lʼincisione di Gustavo Doré che illustra Aracne nel canto XII del Purgatorio, con cui sono venuto a collisione da bambino. La fanciulla che aveva osato sfidare Minerva nellʼarte del tessere è punita con una trasfigurazione immonda: nel disegno è “già mezza ragna”, ed è genialmente rappresentata stravolta, coi seni prosperosi dove ci si aspetterebbe di vedere la schiena, e dalla schiena le sono spuntate sei zampe nodose, pelose, dolorose: sei, che con le braccia umane che si torcono disperate fanno otto. In ginocchio davanti al nuovo mostro, Dante sembra ne stia contemplando gli inguini, mezzo disgustato, mezzo voyeur.

Deve aver pensato qualcosa del genere anche Salvador Dalí, che nella sua rielaborazione della Aracne di Doré ha mostrato Dante mentre “volta le spalle” alla donna-ragna-mantide, e abbraccia teneramente Virgilio. Come la psiche dello stesso Dalí, che a volte fuggiva dalle grinfie della amante-padrona Gala per cullarsi nel dolce ricordo di Federico García Lorca.

Tuo d

Lettere a Primo Levi: Vaʼ pensiero, sullʼali dorate

da Andrea Mantegna

Caro Primo,

come vorrei azionare la macchina del tempo, passare a prenderti negli anni Ottanta, tornare nel 2011 e portarti a vedere il Museo di storia naturale di Milano. Come ho fatto con il nipotino, ma lì è bastato il treno “regionale veloce”. Quanto al corrispettivo Museo torinese, ha varie cose graziose, ma per il momento non regge il confronto.

Sicuramente ti piacerebbe un casino. Come quella volta nellʼ81, alla mostra delle farfalle organizzata nei locali dell’ex ospedale San Giovanni Battista di Torino. Che bellezza! Già, ma in base a che?

Perché sono belle le farfalle? Non certo per il piacere dell’uomo, come pretendevano gli avversari di Darwin: esistevano farfalle almeno cento milioni di anni prima del primo uomo. Io penso che il nostro stesso concetto della bellezza, necessariamente relativo e culturale, si sia modellato nei secoli su di loro, come sulle stelle, sulle montagne e sul mare.

Da vero cultore della scienza e simultaneamente dell’umanesimo qual eri – specie rara! – già ti immagino mentre ficcanasavi tra le vetrinette con lʼaria trasognata di un bambino, e intanto le tue meningi giravano a mille a infilzare citazioni una dietro lʼaltra, da Dante in su.

Ma la suggestione delle farfalle non nasce solo dai colori e dalla simmetria: vi concorrono motivi più profondi.

Qua ti volevamo.

Non le definiremmo altrettanto belle se non volassero, o se volassero diritte e alacri come le api, o se pungessero, o soprattutto se non attraversassero il mistero conturbante della metamorfosi: questʼultima assume ai nostri occhi il valore di un messaggio mal decifrato, di un simbolo e di un segno. Non è strano che un poeta come Gozzano (“lʼamico delle crisalidi”) studiasse e amasse con passione le farfalle: è strano, anzi, che così pochi poeti le abbiano amate, dal momento che il trapasso dal bruco alla crisalide, e da questa alla farfalla, proietta accanto a sé una lunga ombra ammonitoria.

Sì, perfino dietro lo splendore iridescente dei lepidotteri si cela un mistero, Quel Mistero, quellʼunico. Un arcangelo Gabriele con il volto coperto dalla Maschera di ferro.

La visita furtiva di una farfalla, che Hermann Hesse descrive nellʼultima pagina del suo diario, è unʼannunciazione ambivalente, ed ha il sapore di un sereno presagio di morte. Il vecchio scrittore e pensatore, nel suo romitaggio ticinese, vede levarsi in volo “qualcosa di scuro, silenzioso e fantomatico”: è una farfalla rara, unʼAntiopa dalle ali bruno-violette, e gli si posa su una mano. “Lenta, al ritmo di un respiro tranquillo, la bella chiudeva e apriva le ali di velluto, tenendosi aggrappata al dorso della mia mano con sei zampette sottilissime; e dopo un breve istante sparì, senza che io ne avvertissi il distacco, nella gran luce calda”.

E tra le piccole creature del giardino non esistono solo le farfalle. Ci sono anche… beh, la prossima volta.

Tuo d

Lettere a Primo Levi: La bestia e la bella

Caro Primo,

finalmente un altro po’ di fantascienza. Genere letterario che leggi sia nelle versioni più popolari (Farmer) sia in quelle più cosiddette colte (Borges). Ma, da bravo chimico, ti chiedi se determinati “composti” possano “legarsi” tra loro o no. L’occasione è il compito di giuria che ti è stato affidato in merito a una serie di temi scritti da bambini su come “Inventare un animale”. E noti subito:

Inventare dal nulla un animale che possa esistere (intendo dire che possa esistere fisiologicamente, crescere, nutrirsi, resistere all’ambiente e ai predatori, riprodursi) è un compito pressoché impossibile. […] Tutti gli animali inventati dalla mitologia, in tutti i paesi ed in tutte le epoche, sono dei pots pourris, rapsodie di tratti e membra di animali noti. […] Si direbbe insomma che la fantasia umana, anche quando non si trova davanti a problemi di verosimiglianza e di stabilità biologica, esiti ad intraprendere vie nuove e preferisca ricombinare elementi costruttivi già noti.

Come esempio concreto porti quello del centauro, che non potrebbe mai sopravvivere. Eppure tu stesso hai provato a immaginare una storia “realistica”, con tragico finale, su cosa potrebbe succedere a una simile creatura che si trovasse a convivere nella società umana; titolo, non a caso, Quaestio de centauris.

Chissà se ti sarebbero piaciuti i racconti di Howard P. Lovecraft. Non tanto per quanto riguarda l’entità aliena Cthulhu o gli invasori dal pianeta Yuggoth, che sostanzialmente sono dei “pots pourris”, quanto i racconti in cui l’orrore extraterrestre non viene quasi descritto: è presente, attivo, micidiale, ma non raffigurabile in base alla biologia terrestre.

Oppure l’affascinante libro del divulgatore scientifico Douglas Dixon, Animali dopo l’uomo, in cui si immagina che l’umanità scompaia in seguito a una catastrofe, e che le specie sopravvissute si modifichino andando a occupare le nicchie lasciate scoperte dagli animali estinti. Creature che oggi non esistono, ma inventate sulla base delle leggi dell’evoluzione; per cui, tra 50 milioni di anni, potrebbero forse esistere, nutrirsi, crescere, difendersi, riprodursi.

Ma tu, come grande scrittore di fantascienza, hai scelto un’altra strada. Ogni tanto, sì, ti sei divertito a immaginare specie alternative, come i simpatici atoúla e nacunu nel racconto I figli del vento, o l’inquietante Vilmy. Tuttavia i tuoi racconti più belli, più densi, più duri, partono proprio dall’idea che i “mostri” derivino da deformazioni dell’essere umano. L’esperienza del nazismo ti ha suggerito una storia dal sontuoso titolo dantesco ma dai contenuti raccapriccianti: Angelica farfalla, in cui si tenta l’esperimento di tramutare gli uomini in angeli, e si ottengono spaventosi avvoltoi antropomorfi. In Disfilassi, l’improvvisa capacità di ogni DNA di combinarsi con ogni DNA provoca la nascita di personalità grottesche o alternative. Ma poi, in una delle tue ultime opere, La grande mutazione, la gente comincia a mettere le ali. E c’è chi impara a volare, e chi, ottusamente, preferisce rinunciare a quel dono.

Insegnaci a volare.

Tuo d

Lettere a Primo Levi: La Provvidenza c’è… o ce fa?

Caro Primo,

si parva licet componere magnis, ecco finalmente qualcosa in cui siamo alla pari:

Lo confesso senza vanto, anzi, con vergogna: ho appetito sempre più scarso per i libri nuovi, e tendo a rileggere quelli che già conosco. Allo stesso modo si attenua con gli anni il desiderio (o la capacità?) di contrarre nuove amicizie, e si preferisce approfondire le vecchie: magari notando qualche ruga in più, o invece qualche virtù di cui prima non ci si era accorti. […] Avevo appena finito di rileggere, nei Promessi Sposi

Paradossale questa tua passione viscerale per il romanzo cattolico per antonomasia, teso a dimostrare l’azione della Provvidenza, dato che cattolico non eri, e avevi qualche motivo per dubitare della Provvidenza che governa la Storia. Eppure passione sincera, dato che sei l’unico “critico” che riesca a farmi digerire le vicende di Renzo e Lucia. Anzi, da questo punto di vista, sei un critico letterario così bravo da risultare un pessimo critico letterario: gustate le tue recensioni, uno non si sente per niente invogliato a prendere il testo originale, perché ha paura di non ritrovarci le sensazioni, le idee, che emergevano dal tuo commento. A maggior ragione nel caso del devoto polpettone ottocentesco del Sur Lisànder. Neppure paragonabile – con tutto il rispetto – al sublime polpettone ottocentesco di Bram Stoker. Ma tu insisti…

Avevo appena finito di rileggere, nei Promessi Sposi, la scena celebre in cui Renzo, guarito dalla peste, ritorna a Milano a cercare Lucia. Sono pagine splendide, sicure, ricche di una sapienza umana forte e triste…

Qualcuno salvi i tuoi abbinamenti di aggettivi in un Archivio dell’Intelligenza Mondiale!

… che ti arricchisce e che senti valida per tutti i tempi […]. Subito dopo, nel famoso, conciso episodio (poco più di una pagina) della madre che rifiuta di affidare ai monatti la bambina morta “ma tutta ben accomodata… come… adornata per una festa”, e la depone essa stessa sul carro, è adombrato il più grande dei dubbi che affliggono gli animi religiosi, il problema dei problemi, il perché del male. È l’enigma su cui si tormentano Giobbe e Ivan Karamazov, e la macchia più nera sulla Germania di Hitler: perché gli innocenti? perché i bambini? perché la Provvidenza si ferma davanti alla malvagità umana e al dolore del mondo? Questa meditazione suggerita e non espressa…

Di qui, carissimo amico, la tua ammirazione per il Manzoni: tu riuscivi a leggere anche ciò che lui non aveva osato scrivere. Ed è un “peccato” che lui non possa leggere le recensioni che gli hai dedicato.

Tuo d

Lettere a Primo Levi: Romanzi dettati da Alien

Caro Primo,

si diceva la volta scorsa che i tuoi racconti hanno l’esattezza pacata di un saggio storico, e viceversa i tuoi saggi hanno l’atmosfera evocativa di un racconto, meglio ancora se di fantascienza (nel senso inglese di science fiction, narrativa basata sulla scienza). Aggiungo che i titoli dei tuoi saggi, da soli, bastano a stimolare la curiosità e la fantasia, ad esempio Romanzi dettati dai grilli o Domum servavit.

Nel primo caso, il tema è la possibilità di inventare trame romanzesche a partire dal comportamento animale. Comportamento spesso tutt’altro che idilliaco, tant’è che, con una certa dose di sadismo, ci propini le abitudini di ragni, mantidi e compagnia cantante, i grilli. Se poi si associa il fatto che il tuo ultimo racconto, pubblicato su La Stampa pochi giorni “prima di”, era un’intervista immaginaria a un ragno, in cui riprendevi uno per uno questi temi… ma torneremo un’altra volta su queste simpatiche bestiole a otto zampe, che a quanto pare erano tra le tue preferite.

Dove però dai il meglio della tua atleticità mentale sono quei titoli che spiazzano, senza lasciar indovinare l’argomento. Il detto latino domum servavit, riferito alla brava matrona che “custodisce la casa”, diventa infatti lo spunto per un approfondimento sulle origini della gommalacca. E non basta: inizi il discorso con una serie di considerazioni sui canali di comunicazione. E infine vai a parare in una descrizione dell’antica tecnica della lavorazione della gommalacca, un brano da antologia che vale la pena riportare per intero per la sua stupefacente convergenza tra ricostruzione storica, denuncia sociale, citazione colta (da Kipling), perfezione linguistica, horror, bellezza “aliena”. Sullo sfondo, l’episodio dantesco del conte Ugolino e la distorsione della sacralità biblica della Parola.

La resina [della gommalacca] veniva fusa e filtrata attraverso tela per eliminare gli insetti e i frammenti di legno. La si lasciava solidificare in forma di blocchi piatti di cinque o sei chili, che venivano quindi nuovamente riscaldati affinché la resina diventasse pastosa. Entravano allora in scena gli “stenditori”, che per lo più erano giovanissime stenditrici: dall’alba al tramonto esse si accovacciavano a terra, afferravano il blocco in cinque punti, con le mani, i denti e le dita dei piedi, e si raddrizzavano rapide allargando le braccia; il blocco veniva così disteso in un foglio di contorno pentagonale, alto come la stenditrice, trasparente e fragile come il vetro, che veniva poi frantumato in scaglie sottili e quindi facilmente solubili. In questo gesto infinite volte ripetuto, le bambine-macchine sorgevano dalla positura chiusa del germe a quella aperta del fiore. Doveva essere un balletto comico, crudele e gentile: vi si ravvisa un ingegno cinico quanto quello che aveva privato delle gambe le femmine-insetto [che producono  la resina]; un ingegno che non esitava a ridurre l’uomo a strumento, a farlo regredire all’atto animalesco in cui la bocca, officina della parola, ridiventava attrezzo per mordere.

Tu, che ad Auschwitz hai lavorato nei cantieri della Buna, sapevi che cosa si nasconde dietro i bei prodotti scintillanti che offre il mercato. Ieri e oggi.

Tuo d