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Il ruggito di ALicE: uno sfondone pazzesco!

Quando la scorsa settimana ho sentito il tema del giorno al Ruggito del Coniglio, non mi sono saputa trattenere (d’altra parte quando mai mi capita di trattenermi?)

Lo spunto l’avevano preso da un’affermazione della ministra Cancellieri, secondo la quale la lontra è un volatile! Vabbè non capirci niente, ma tra un uccello e una topona la differenza dovrebbero conoscerla tutti, ancorché ministri. Ma tant’è, come si sa, qualunque sciocchezza in bocca a un personaggio pubblico viene amplificata. Allora Presta e Dose hanno chiesto al Popolo di Radiodue quando avevano detto o sentito dire uno sfondone!

E si sa! ALicE, che vive nel paese delle meraviglie, di sfondoni ne dice parecchi. Ma non perché lei sia stupida, o scema. No! perché parla di getto, senza riflettere nemmeno un secondo. Vi ricordate questo post?

E così di aneddoti che mi riguardavano potevo raccontarne a iosa. Per esempio quella volta in cui dissi a una mia collega: “Quella persona mi è antipatica a livello dermatologico”! Ma non sono in grado di citare solo i miei svarioni. Una volta un cliente di banca del Marito gli disse: “Clienti solubili come me difficilmente ne trovi!” o un altro, parlando della moglie disse: “Beh, lei ha un sacco di problemi e sodomizza tutto!”

Insomma, non avevo che l’imbarazzo della scelta, allora ho raccontato l’episodio che sentirete nel filmato. Sappiate però che nell’attesa di andare in diretta radiofonica, su un foglio di carta mi sono appuntata le parole “storpiate”, per evitare che il mio neurone me le facesse scordare!

Che amarezza!

ALicE vs burocrazia 1 a 0

image0-001 (2)La premessa è che il Papà delle Ragazze era in attesa di ricevere una chiamata dalla ASL per una visita domiciliare che aspettavamo tutti con impazienza, anche perché i termini entro i quali avrebbero dovuto farla erano già trascorsi da tempo, ma, si sa! siamo in Italia. Ne aveva già fatta una un paio di mesi prima, e ora era in attesa di fare la seconda.

Un giorno, sentendo la segreteria telefonica il Papà trova un messaggio, proprio della ASL, con il quale una signora chiedeva di essere richiamata per fissare finalmente l’appuntamento per la visita in questione. Il Papà, preso dai suoi impegni non richiama subito, ma gli torna in mente il giorno dopo mentre era in macchina con Spicy. Quindi dal cellulare chiama casa sua per farsi dettare il numero di telefono che si era appuntato, e a quel punto chiama subito. Gli risponde una tizia acidissima che gli dice che non aveva idea di chi avesse potuto chiamarlo, che era un palazzo di 5 piani, e che non poteva aiutarlo. Spicy non si arrende e richiama lei: stessa storia, stessa signora, stessa acidità.

Alla fine vado io a casa dei Genitori, ma non riesco a trovare il messaggio in questione. Provo a richiamare ugualmente il numero di telefono, cerco di spiegare con calma alla Signora Acida che cosa stavamo aspettando dalla ASL, nella speranza che le si illuminasse la lampadina e capisse chi avrebbe potuto cercare il Papà. Nulla: mi risponde in malo modo, dicendomi che non aveva nessuna idea e che dovevamo smettere di chiamare.

Il giorno dopo, con il Papà in casa, mi accingo a tornare nuovamente da lui per ascoltare personalmente il messaggio, visto che io ho poca dimestichezza con la sua segreteria telefonica. Non solo lo ascolto, ma lo registro con il mio telefonino. Mi appunto nome e cognome della signora (che aveva la stessa voce della Signora Acida) e, prove alla mano, richiamo la ASL. Chiedo della signora in questione, mi risponde la Signora Acida confermando di essere lei, e a quel punto le dico con tono fermo e deciso, che avevo ascoltato il messaggio, che dunque né mio Papà né io eravamo dei pazzi visionari. Lo faccio ascoltare anche a lei che basita mi dice che è sicura di non aver fatto proprio quella chiamata, che aveva fatto una telefonata del genere, ma ad un’altra paziente, non al Papà. Beh, le rispondo, ha ascoltato il messaggio dalla sua viva voce, si arrenderà almeno di fronte a questo? La Tapina, mette la coda tra le gambe e mi dice che avrebbe cercato la cartella e ci avrebbe richiamato. A quel punto le lascio il mio numero: non volevo correre il rischio di dover andare a registrare altri messaggi dalla segreteria del Papà.

In effetti il pomeriggio stesso mi richiama. Mi ripete che non si spiega il messaggio, che lei era sicura di non aver lasciato, ma tant’è, mi fissa un appuntamento per la famosa visita domiciliare. Vittoria! Anzi, doppia vittoria: perché, ho ricollegato, il messaggio che era registrato sulla segreteria del Papà, era vecchio! Già! Era quello relativo alla prima visita effettuata due mesi prima! Quindi in fondo la Signora Acida aveva anche ragione, ma di fronte all’evidenza di una registrazione si è dovuta arrendere!

La morale di questa avventura è che contro la burocrazia a volte si riesce anche a vincere, ma solo barando (sia pure in modo inconsapevole)!

Sale d’aspetto

IMAG0099Purtroppo in questo ultimo periodo ho avuto molto a che fare con le sale d’aspetto di medici e ospedali. Certo sono luoghi in cui capita di incontrare della fauna umana davvero variegata. Mi trovavo all’ospedale San Giovanni di Roma, e con la mia Figlia Media stavamo aspettando nel reparto di radiologia per farle fare una radiografia e un’ecografia. Era un’ampia sala con le sedie disposte lungo tutte le pareti dove i pazienti potevano accomodarsi nell’attesa di effettuare gli esami. Ogni tanto capitava che arrivasse qualche paziente ricoverato in altri reparti dell’ospedale, su una barella o sulle sedie a rotelle. È in quel caso venivano “buttati” al centro della sala in modo disordinato. A un certo punto è arrivata un infermiera con un’evidente sindrome della casalinga perfetta e ha cominciato a mettere in ordine i pazienti i mezzo alla sala. Ha spostato una lettiga addossandola alla parete, e ha disposto le sedie a rotelle affiancandole l’una all’altra al centro della stanza, con la fronte verso il vetro divisorio della sala infermieri. Così, come fossero di fronte a uno schermo… È infatti l’infermiera si è congedata dai pazienti dicendo loro: “buona visione”!

Sotto gli occhi basiti di mia Figlia, cercando di non farmi beccare, ho anche fotografato la scena per i lettori del nostro blog!

Ma la cosa più divertente è stato l’arrivo di una paziente sulla sedia a rotelle: una vecchina striminzita, tutta incartapecorita. Sembrava uscita da una favola. Come ciliegina sulla torta era anche sorda come una campana. Si avvicina un’infermiera e le chiede da che reparto venisse. Dal momento che la vecchietta non sentiva le ripete la domanda a voce sempre più alta, ma niente! A un certo punto un collega della tapina accorre in suo aiuto per dirle che la signora era ricoverata (reggetevi forte!) a MEDICINA DELLO SPORT!!!!

Ma ve l’immaginate? Inutile dirvi che mia Figlia e io siamo scoppiate in una risata sonora! Almeno, pur essendo state catapultate in un girone dantesco, due risate ce le siamo fatte. E di questi tempi non è poco!

Le avventure di ALicE: una cena tra amici… per i fatti miei

vic0dinning0color1aL’altra sera il Marito e io siamo stati invitati a mangiare da Spicy. Anzi, per la precisione, dal Marito di Spicy, che aveva organizzato una cena con alcuni genitori del gruppo scoutistico che frequentano i nostri figli, oltre che con il dirigente israeliano che da un paio di anni è a Roma con il compito di organizzare e coordinare le attività dei circa 200 ragazzi che frequentano questo movimento. Insomma mi aspettavo una serata durante la quale avremmo mangiato bene (con Spicy è una certezza: come a casa mia, ma senza faticare!) e avremmo condiviso tra tutti noi i problemi del movimento e le aree di miglioramento. Dei numerosi pregi parlarne sarebbe stato ridondante. Ai limiti della piaggeria.
Insomma, il Marito e io abbiamo vinto la nostra stanchezza cronica,  che ci attanaglia specie durante la settimana, e ci siamo avviati verso casa di Spicy con somma gioia. Anche perché devo dire che ultimamente non facciamo troppa vita sociale, quindi mi attirava anche l’idea di vestirmi, truccarmi, indossare il mio paletot, sfoggiare la mia borsa rossa nuova e frequentare e parlare con delle persone che avessero almeno la patente…
Dunque arriviamo, saluto gli amici di Spicy che intanto erano arrivati, bacio le mie Nipoti, e realizzo improvvisamente che oltre al dirigente israeliano e la moglie, che come dicevo sono a Roma già da un po’ e quindi parlano l’italiano, aspettavamo anche un “grande capo” dell’agenzia ebraica, israeliano anch’esso. Un cosiddetto “pezzo grosso”. Vabbè, penso tra me e me, come succede sempre in queste occasioni multilinguistiche, si parlerà un po’ tutti, in tutte le lingue, e ci sarà qualcuno che di volta in volta aiuterà chi non capisce. Ecco, a proposito di chi non capisce io sono proprio di coccio. Non capisco l’ebraico nonostante ben 13 anni di scuola ebraica; l’inglese è anche peggio: provo a concentrarmi e a seguire. Ma dopo due minuti il cervello parte per i cavoli suoi, mi distraggo ed è finita. Intendiamoci, non mi fa affatto piacere essere così, anzi mi sento limitatissima. In viaggio dipendo continuamente dal Marito che invece, per la famosa legge degli opposti, parla correntemente 7 lingue, e ha l’elasticità mentale per capire anche quelle che non sa. Insomma io sono un disastro. Fortuna che gli israeliani erano in minoranza. Certo, avremmo fatto le persone educate e avremmo chiacchierato con tutti: direttamente i più svegli, indirettamente quelli di coccio (come me!). Comunque, per non correre rischi di forzata socializzazione mi siedo dalla parte opposta del tavolo rispetto alla loro, rigorosamente vicino a Spicy e a una sua simpatica amica, quasi come me. Ma non appena accenno a una parola e a una risata con loro, vengo subito redarguita aspramente dal padrone di casa, nonché mattatore della serata, perché, affinché capissero tutti, la conversazione avrebbe dovuto svolgersi… in ebraico????? O al più… in inglese???? E io?

E io niente… con la coda tra le gambe, mi sono scusata (in verità pensando: “ma che è matto????”),  e mi sono seduta  rassegnata a trascorrere una seratina si, tra amici, ma per i cazzi fatti miei. E così è stato. Dal mio angolino dovevo stare bene attenta a non far emergere espressioni del viso che avrebbero potuto tradire i miei pensieri veri (primo tra tutti: “sarà una serata amena, ma almeno ci faccio un post!”). E infatti la vera fatica della serata è stata proprio questa: fare attenzione affinché attraverso la mimica non trasparissero le mie elucubrazioni. Già perché in realtà io pensavo a tutt’altro rispetto ai temi delle conversazioni (ammesso che li capissi) e a me capita spesso di assumere delle espressioni adeguate ai miei pensieri, ma del tutto incongrue rispetto alle circostanze.

E dovevo essere concentrata anche nella postura da assumere: stare troppo “sbracata” sulla sedia poteva essere scambiato (come era effettivamente) per mancanza di interesse. Allora mi sforzavo di stare con i gomiti appoggiati al tavolo e il busto ben proteso in avanti, proprio come se stessi in ascolto… Ma intanto nella mia mente i pensieri vagavano. Ogni tanto per fortuna qualcuno si complimentava con la cuoca e allora finalmente anche io avevo la possibilità di far sentire la mia vocina che si univa agli elogi degli altri commensali. Ma per il resto il vuoto pneumatico. Io che solitamente sono chiacchierona, brillante (anche se non dovrei essere io a dirlo) ho fatto per tutta la sera la parte della mummia. Alzarmi per dare una mano in cucina era un sollievo. Ogni tanto, quando era il Marito a intervenire, riuscivo a intuire quello che stava dicendo… Un po’ perché lo conosco, un po’ perché conosco il suo repertorio. E anche questo mi rimetteva in pace col mondo e mi sottraeva, anche se per poco, all’alienazione in cui ero costretta. Uscirne era impossibile, così ho aspettato pazientemente l’ora della narcolessia da cui è afflitto il Marito, augurandomi che gli si presentasse prima del solito. Invece ovviamente, mentre nelle occasioni durante le quali mi diverto comincia a calargli la palpebra verso le 22.00, l’altra sera si è deciso a propormi di andar via solo dopo le 23.30, insieme agli altri invitati. E così sfinita dal silenzio imposto e dalla mancanza di stimoli mi sono presa il mio paletot, la mia bellissima borsa rossa, e insieme al Marito mi sono avviata verso casa. E per compensare la lontananza coatta dalla mia lingua, durante tutto il tragitto abbiamo intonato in coro il nostro repertorio di stornelli romaneschi…

Ninetto regazzino der Tufelloooooooo…. le caccole dar naso se levavaaaaaaa… 

Segreti condominiali

Condominio-Pazzo1I miei vicini di casa hanno una pazza nel condominio e molti di loro ancora non lo sanno. La pazza in questione sono io, ALicE, e ora vi racconto perché.
Tutti voi conoscete la mia scarsa propensione verso la natura e l’odio piuttosto incondizionato che nutro nei confronti degli insetti. Bene, è normale quindi, almeno per me, che trovando una lumachina negli spinaci o dei vermoni (ai limiti del lombrico) nascosti nei broccoletti, in assenza di eroi in casa, non trovo di meglio da fare se non telefonare al mio amico G. che abita al sesto piano, pregando affinché sia in casa e, vergognandomi un poco, chiedergli di venirmi a salvare. E lui pover’anima, che ormai mi conosce, acconsente e scende a liberarmi dal ferocissimo ospite di turno.
L’alto giorno però mi sono accorta da sola di aver esagerato. Anzi, me lo ha fatto notare la mia Figlia Media, che mi stava aiutando a preparare la cena. Sul bancone di cucina avevo posato due buste appena prese dal frigorifero. Avete presenti quelle buste di carta marrone che danno al mercato, no? In una c’era un cetriolo, nell’altra dei pomodorini. Mentre ci accingevamo a cucinare abbiamo sentito un rumore sospetto provenire da una delle due buste. Un rumore a metà tra il frinire dei grilli e il gracidare delle rane (a basso volume, in verità). Mia Figlia e io (una più coraggiosa dell’altra) urlando facciamo un salto indietro spaventate. Ci guardiamo negli occhi e facciamo mente locale sugli “eroi” disponibili in casa. Il Marito era fuori gioco, messo ko da una brutta influenza: aveva la febbre altissima e non si reggeva in piedi: non mi pareva il caso di chiedergli di correre in cucina per capire da cosa provenisse il rumore. Il Figlio Grande, ammesso che si fosse prestato, comunque non era in casa. Il Figlio Piccolo ha già superato quella deliziosa età dell’incoscienza che rende i bambini sprezzanti del pericolo e amanti degli insetti. Così, senza nemmeno pensarci un momento, sotto gli occhi increduli di mia Figlia, alzo il telefono e compongo il numero di G. Ho escluso immediatamente l’eventualità di chiamare il portiere, perché, come ogni portiere che si rispetti, avrebbe svolto il suo atavico compito di divulgatore di fatti altrui tra i condomini. 36 famiglie nel nostro caso. Almeno su G avrei avuto la possibile sicurezza di avere un po’ di discrezione. Forse.
Appena G. mette piede in casa nostra con la sua solita faccia da presa per i fondelli (conosce ormai bene i suoi polli!) si avventura in cucina pronto per sfidare la bestiaccia di turno. Apre la busta del cetriolo e… niente: solo il cetriolo. Apre quella dei pomodorini… nemmeno quella! Piena, ma solo di pomodori!
E così, dopo aver chiesto se mi fosse servito altro, gira i tacchi e se ne va!
E ALicE, vergognandosi un po’, ma nemmeno poi tanto, lo accompagna alla porta, ringrazia e torna a cucinare moooolto più sollevata!
E il rumore che abbiamo sentito? Cosa sarà mai stato?
Noi non abbiamo voluto indagare. Probabilmente era semplicemente la busta che si è mossa a causa del peso del suo contenuto. Fatto sta che proprio oggi il mio (ex) amico G. ha incontrato la Figlia Media e le ha detto: “Salutami Papà… e non salutarmi Mamma”. Ci sarà un nesso con quanto vi ho raccontato????

Effetti collaterali

CUCINAA me cucinare piace un bel po’. Non sempre mi rilassa, ma certamente mi dà grosse soddisfazioni. Ovviamente (ma non è scontato) il piacere per la cucina a me deriva dal piacere di mangiare. Cucino, sperimento, provo, studio e ricerco ricette che mi stuzzicano in primo luogo gola e palato.

L’effetto collaterale più evidente è chiaramente… la ciccia che “abbonda sul corpo dei golosi”, e che cerco di contrastare non con la dieta, ma in altro modo (ginnastica, camminate a piedi, e pranzi leggeri – per potermi sfogare a cena). Ma questo non è l’unico effetto prodotto dalla mia cucina.

Quello più fastidioso ve lo racconto io. In 3 esempi.

#1 La scorsa settimana avevamo a cena (per la prima volta) il ragazzo della mia Nipote Numero 2. Insieme a Spicy (scontato specificare “senza l’aiuto di Laura”) abbiamo pensato che dovevamo preparare un po’ più cibo di quello che abbiamo sul desco nei nostri normali venerdì sera dove ci accontentiamo di un primo e un secondo (se dovessimo cucinare dei banchetti perderemmo il piacere di stare insieme tutte le settimane). Così io, che in questo momento ho più tempo libero (pare vero!) mi sono presa la parte più sostanziosa del menù che avevamo previsto. Fatto sta che ho passato la mattinata a cucinare: porri, zucca, pane, gelato… A metà del cucinamento, mi accorgo che non avevo il sesamo per il pane (mai più senza!), e quindi esco per andare all’erboristeria sotto casa. Sarà stata colpa soprattutto dei porri con i quali dovevo fare una delle torte rustiche previste, fatto sta che mi sentivo nel naso una puzza un odore nauseante. Mi auguravo di avercelo solo nel naso… ma purtroppo sono stata immediatamente smentita dalla deficiente dell’erborista che appena sono entrata nel negozio mi ha salutato e ha detto: “Umh… c’è odore di… cucinato! Non lo sentite anche voi?” Chiede rivolgendosi a noi clienti. A quel punto (escusatio non petita, accusatio manifesta) mi giustifico spiegando che probabilmente ero io, che stavo cucinando e che ehm… speravo non si sentisse… ehm… speravo di sentirlo solo io… nel mio naso… invece evidentemente no. Ragazzi che imbarazzo! Perfino la proprietaria del negozio ha fulminato con gli occhi la sua collega idiota . Si, ma ormai la grezza l’aveva fatta. E anche io, nel mio piccolo, avevo fatto la mia porca figura!

#2 Questo episodio appena raccontato me ne ha ricordato un altro, che risale a dire il vero a qualche anno fa, precisamente al giorno del mio quarantesimo compleanno (praticamente ieri) e (chevvelodicoaffà?) stavo cucinando come una matta per la festa che avrei fatto la sera. Anche lì, giù di porri, cipolle, e via dicendo. Mi prendo una pausa e così com’ero, in tuta, struccata, col mollettone in testa, scendo in farmacia per acquistare il fondotinta che avrei dovuto mettere la sera (sarà che i fondotinta mi attirano la sfiga?). Entro e chiedo il prodotto alla commessa che si occupava del settore cosmetici. Mi porge il fondotinta che avevo chiesto facendomi la solita, classica, domanda di prammatica: “Ha bisogno di altro?” No, grazie! “Creme per il viso? Contorno occhi” . No, grazie… ehm…  sono incostante, non le uso molto. E lei piccata: “Fa male! La sua pelle è asfittica, disidratata e poco luminosa!” Ah che bel complimento da ricevere per il proprio quarantesimo compleanno! Avrei voluto risponderle con un vaffa… di quelli giganteschi, ma mi sono trattenuta! Avrei voluto vedere lei in quelle condizioni come avrebbe avuto la pelle! E c’è da ringraziare se non mi ha proposto un bel bagno di schiuma, o in alternativa un profumo per coprire l’odore di cipolle che sicuramente emanavo da ogni poro! Epperò! Che meraviglioso augurio involontario di compleanno che abbia mai ricevuto!

#3 Ultima puntata. Forse la migliore. Mi ero fissata con la marmellata di cipolle di Tropea. Avevo trovato in internet una ricetta che mi sembrava buona. Sbuccio la mia chilata di cipolle riducendo i miei occhi (e quelli di tutti i condomini) come due carcioncini, e le metto a cuocere con aceto, zucchero, sale e alloro. Restano sul fuoco un bel po’ nell’attesa che la marmellata arrivasse ad avere la giusta consistenza. Nel frattempo non solo la mia cucina, ma tutto il palazzo si era impregnato del tipico odore di cipolla che spesso si confonde con quello di sudore. Avete presente? Ecco, moltiplicatelo per 100.

Si fa l’ora di uscire. Dovevo accompagnare i miei genitori non ricordo dove in tassì. Li raggiungo sotto casa loro proprio mentre arrivava la macchina. Salgo sul sedile di dietro, e mia mamma mi raggiunge un attimo dopo mentre mio padre si stava accomodando sul sedile anteriore. Mia mamma, dovete sapere, è un po’ dura di orecchi, ma ha il naso che le funziona benissimo. Non appena mette piede nell’abitacolo dice (a voce altissima): ”Mamma mia ‘sto tassista quanto puzza di sudore!” A quel punto io, la vera puzzolente, cerco di sussurrarle, viola in viso, che in realtà a puzzare non era il povero tassista, ma io, e non di sudore: di marmellata di cipolle! Povero tassista: due volte oltraggiato: dalla puzza di ALicE (che non doveva essere un piacere averla in macchina) e dalla malevolenza della mamma!

L’immagine del post di oggi è opera di Claudia!

ALicE vittima del telemarketing

confronto-coverMaccheroni, tu me provochi, e io me te magno! Mi avete chiesto come è andata con il servizio clienti Fastweb? Bene, eccovi serviti.
Dunque chi ci segue (e chi mi conosce) sa che sono stata dipendente di Omnitel/Vodafone. Era quindi normale che avessi un cellulare Vodafone. Chi mi conosce però, conosce anche la mia storia lavorativa e sa quanto odio covo nei confronti della mia ex azienda. Teniamo presente però, che per una serie di vicissitudini (come cliente, non certo come ex dipendente) avevo alcune promozioni che mi rendevano praticamente gratuito l’uso del telefono cellulare. Questo è il motivo per il quale dal novembre 2007, data in cui Vodafone mi ha messo per strada, non mi sono mai decisa a cambiare gestore. Se l’avessi fatto sarei stata come quel marito che per far dispetto alla moglie si taglia le palle.
Veniamo ai fatti. Verso marzo scorso, terminate le promozioni Vodafone di cui godevo, sono stata contattata “a fagiolo” da una dipendente di Fastweb che mi proponeva il passaggio alla loro società con una promozione molto appetitosa che però sarebbe durata solo fino a gennaio 2013. Dopodiché il prezzo (10€ al mese) avrebbe smesso di essere così vantaggioso. La signora Greta mi assicurava che il nostro nominativo faceva parte di un gruppo selezionato di clienti, e che quindi sarei stata ricontattata alla scadenza per prolungare la promozione, o per propormene un’altra ancora più conveniente.
Diciamo che non mi sono fidata della sua parola e che ho preferito soprassedere (anche perchè in cuor mio sognavo un iPhone). Arriva il mese di luglio e durante una breve vacanza in montagna mi contatta un altro dipendente di Fastweb, con la stessa identica proposta rifiutata qualche mese prima. Gli spiego che non mi sembrava conveniente la tariffa “a regime” e che a quel punto a parità di prezzo avrei preferito prendermi il tanto agognato ‘iPhone con una delle tante tariffe “tutto incluso” che il mercato proponeva. Ma Fabio, così si chiamava il bravissimo consulente commerciale Fastweb, mi ha assicurato che il nostro nominativo faceva parte di un gruppo selezionato di clienti, e che quindi sarei stata ricontattata alla scadenza per prolungare la promozione, o per propormene un’altra ancora più conveniente. Insomma esattamente la stessa cosa che mi aveva detto Greta. A quel punto ho pensato che forse non era una bufala. D’altra parte anche noi in Vodafone avevamo queste politiche di selezione della clientela in base al cosiddetto “segmento di spesa” e avevamo quindi delle proposte ad hoc in base a delle liste elaborate dal marketing. E quindi alla sfiducia è subentrata l’euforia. Già perché disfarmi del pesante fardello di Vodafone mi procurava una vera e propria felicità. Poi avrei avuto uno smartphone con collegamento internet illimitato, chiamate e messaggi a volontà inclusi nel costo dell’abbonamento… Cosa volere di più dalla vita? Tanto più che io l’amaro Lucano non lo bevo! Così accetto. Per me decido per la soluzione più alta, con uno smartphone incluso, mentre per il Marito, che usa il telefono molto meno di me volevo optare per una soluzione meno costosa, acquistando il telefono a parte. L’ottimo Fabio, però a quel punto mi suggerisce di scegliere anche per il Marito il mio contratto: considerando che non avrebbe dovuto pagare il telefono, era sicuramente più conveniente anche per lui. Così facciamo. Mi ricordo di aver concluso la telefonata proprio complimentandomi con lui per la sua bravura nel lavoro, e gli dissi che se avessi avuto un’attività commerciale lo avrei voluto a lavorare con me. Conclusa la telefonata, tanta era l’allegria che questo contratto mi provocava, ho cominciato a ballare con i miei figli improvvisando delle canzoncine contro Vodafone, felicissima di essermi del tutto disfatta di loro! Ci attivano i nostri bei contratti, ci spediscono i nostri bellissimi sgargianti smartphone e cominciamo a divertirci come due ragazzini con il nostro nuovo gadget.

E dopo? Cosa è successo? La promozione (ovviamente) è scaduta.  (Ovviamente) nessuno ci ha contattato, e  (ovviamente) ci abbiamo preso la fregatura. Telefonando al servizio clienti, oltretutto, mi hanno detto che non solo il prezzo sarebbe salito da 10€ a 30€, ma se per caso avessimo  voluto disdire, o perfino passare il contratto del Marito alla fascia di prezzo più bassa, avremmo dovuto pagare la penale, legata al cellulare che abbiamo avuto gratuitamente. Non solo cornuti, quindi, anche mazziati.

Non potete nemmeno immaginare l’arrabbiatura del Marito! Mi ha rinfacciato di essere caduta in una trappola che avrei dovuto conoscere bene, avendo lavorato nello stesso settore per anni (si, occhei, ma Omnitel era una società seria!). Ha detto che piuttosto avrebbe pagato la penale per il telefono (ultra cara ovviamente!) ma avrebbe disdetto il contratto… Insomma era davvero fuori di sé.

(Ovviamente) io però non mi sono arresa e ho continuato a bombardare il servizio clienti fastweb, finché finalmente sono stata ricontattata dall’ufficio commerciale e mi hanno detto che:

- in effetti avrei dovuto essere ricontattata (proprio come dicevano Fabio e Greta) [quindi lo vedi Marito che non sono stata proprio infinocchiata?]
- potevano sì venirmi incontro, ma solo per attivarmi la promozione attualmente in vigore (al doppio del prezzo pagato fino a quel momento e solo per un anno [occhei, un po' infinocchiata lo sono stata]
- in compenso hanno potuto fare il downgrade del contratto del Marito, senza pagamento di penale.
[il marito ha provato a buttare li la possibilità di fare anche io lo stesso downgrade... Ma che è matto? Io Donna di grande comunicazione sono!]

Insomma alla fine nonostante tutto abbiamo (almeno per un altro anno) dei contratti abbastanza vantaggiosi. Eppoi l’anno prossimo ci penseremo!

Le avventure di ALicE: commessa dell’anno 2012

06-minnie-bn_640x480Qualche giorno fa mi trovai nella necessità di acquistare un dentifricio e trovandomi a passare davanti a una grossa profumeria facente parte di una catena nazionale pensai che avrei potuto acquistarlo li.
Appena entrata nel negozio mi accorsi subito che quel giorno sarebbe finita una promozione grazie alla quale gli acquisti effettuati sarebbero stati scontati del 15% [bei tempi quelli in cui TUTTE le profumerie facevano il 20% di sconto SEMPRE. Ma questa è un'altra storia]. Insomma, proprio come un’allocca, come una perfetta italiana media, mi lascio convincere dalla commessa alla quale avevo chiesto il dentifricio a farmi truccare perché voleva farmi provare un meraviglioso fondotinta scontato. Io sono sempre alla ricerca di fondotinta meravigliosi, per cui la signorina con me quel giorno aveva trovato terreno fertile. Comincia a mettermi un fondotinta cospargendolo con un apposito pennello. A quel punto le faccio presente che non mi piacciono tanto i fondotinta col pennello (incorporato) perché mi dà l’impressione di sprecare la crema. Ma la signorina mi spiega che sono una deficiente non era vero perché le mani cannibalizzano il prodotto. Ovvero [razza di ignoranti che siete, anche voi!] lo assorbono in gran quantità sprecandolo. Comunque mi asseconda mostrandomi un altro tipo di prodotto. Stavolta evito di dirle che detesto anche i dispenser perché l’ultima parte di crema che rimane in fondo al barattolo di vetro non si può recuperare in nessun modo [salvo intervenendo con una punta di diamante (che non ho) o con un martello (che avrebbe mandato in frantumi il vetro, e quindi reso inutilizzabile la crema rimasta)]. Evito, come dicevo di palesarle la mia antipatia per i dispenser soprattutto per evitare di metterle in bocca dei commenti poco carini su di me e sulla mia presunta tirchieria.
In ogni caso, alla fine della seduta di maquillage, mi convince a comprare un fondotinta del colore che diceva lei. Io lo avrei preso poco poco più scuro per darmi un leggero colorito, ma lei no! Il fondotinta non deve colorare, deve uniformare l’incarnato! E lei è chiara! Se lo prende più scuro le fa macchia!
Si, ma… ma… io in primavera sono un po’ più scuretta, magari mi uniforma lo stesso il tono più scuro! Ma no! Non c’è stato niente da fare! Mi sono lasciata convincere come una scema che il colore che mi aveva suggerito era perfetto. Quindi con la coda tra le gambe lo compro, pago e esco.
Sulla strada di ritorno già comincio a pentirmi di averle dato retta. Rimuginando rimuginando il giorno dopo mi decido e torno alla profumeria spiegando la situazione alla ragazza alla cassa, la quale molto gentilmente mi spiega che avrei certamente potuto cambiare il colore, ma avrei dovuto pagare la differenza di prezzo già che la promozione era terminata proprio il giorno prima. Cerco di spiegarmi meglio ripetendole che non volevo fare un reso, ma solo cambiare il colore. Stessa marca, stesso fondotinta, solo il colore diverso! Ma lei insiste: no, si tratta di un reso, per cui rientra un prodotto pagato X – 15% e esce un prodotto che (oggi) costa X. Quindi per fare il cambio avrei dovuto in pratica rinunciare allo sconto! Ma non se ne parla neanche! Lo sconto è stato il solo motivo che mi ha indotto all’acquisto! Incavolata come una belva ringrazio e torno a casa! Cerco su internet il sito del negozio, ma (sorpresa!) non hanno un indirizzo email (all’avanguardia, no?). Quindi mi attacco al telefono (l’unico contatto che forniscono, escludendo di mandare una lettera di carta). Parlo con una signora, la quale mi spiega che in effetti la sua collega aveva ragione: si trattava contabilmente di un reso, per cui era vero, avrei dovuto pagare la differenza di prezzo. Avoglia a spiegare alla solerte impiegata che non si trattava di un prodotto acquistato con i saldi di fine stagione, e che quindi non era più in vendita. Comunque, com’è, come non, è alla fine, probabilmente presa per sfinimento, la signora mi concede eccezionalmente il cambio colore senza sovrapprezzo.
Ritorno al negozio con l’aria un po’ boriosa, spiegando la situazione, della quale nel frattempo erano stati comunque messi a conoscenza. Mi chiamano la commessa (sempre lei!) che mi guida allo stand dove erano esposti i trucchi della marca che avevo preso. Mi fa vedere il colore più scuro. Insiste per farmelo provare in viso (perché sa, la pelle del viso non è mai del colore del polso), e… stenterete a crederlo (stento a crederlo tuttora perfino io), ma mi ha convinto che il tono più scuro sarebbe stato troppo scuro e quello che avevo preso era davvero perfetto per me!
Conclusione: ore sprecate tra andare, tornare telefonare. Incavolature sprecata (perché tanto ha avuto ragione lei); autostima sprecata (perché mi hanno preso, piegato e messo in tasca!) e soldi sprecati (perché io quel fondotinta così chiaro non l’ho mai messo volentieri).
E lei? Lei ha di sicuro vinto i  premio Commessa dell’anno 2012!

TOGLIETEMI RUZZLE!!!!!

SC20130122-185423Non sono mai stata una gran videogiocatrice, però mi fisso. Da ragazzina, sui primi PC giocavo a BLOCK, una specie di Tetris a 3D. Giocavo talmente tanto che la notte appena chiudevo gli occhi continuavo a vedere questi solidi colorati che arrivavano e cercavo di incastrarli nel buio della mia fantasia.

Così mi succedeva, un po’ più grande, con Spider, il solitario al computer che si gioca con le carte francesi. Mi prendeva tantissimo. Una volta mi successe un episodio in ufficio che mi fa ancora vergognare al solo pensiero: lavoravo in un open space, ma stavo in una scrivania lontanissima dalla porta. Vedo entrare il mio capo che viene verso di me. Avevo tutto il tempo di chiudere la partita a spider che (confesso) stavo giocando in orario di lavoro sulla mia postazione PC. Clicco sulla X in alto a destra e tranquilla mi volto verso il mio capo che nel frattempo si era seduto vicino a me. Parliamo 10 minuti, programmando il lavoro che avevamo da fare, e quindi, una volta finito lui si alza e se ne va. Mi volto verso il mio computer e strabuzzando gli occhi per l’orrore e la sorpresa vedo la mia partita a spider ancora bel bella sullo schermo e un piccolo pop up in sovrimpressione che mi chiede “sei proprio sicuro di voler uscire dal gioco?”

Inutile specificare che da quel momento non ho mai, e dico mai, osato più giocare al computer durante l’orario di lavoro.

Poi sono venuti gli smartphone, gli iPad e gli iPod con le varie applicazioni da giocare. E alcune continuano a farmi intrippare. E’ stato (e tutto sommato lo è ancora) il turno di Sudoku (nella versione ottima di Sudoku 2 by finger art – purtroppo solo per Apple) un gioco tutto sommato intelligente per il quale giocare non mi fa sentire nemmeno tanto in colpa.

Poi, il mese scorso sono andata a cena dalla mia amica M. che ha avuto la malaugurata idea di farmi scaricare un gioco sul telefonino: Ruzzle. Leggevo su repubblica qualche giorno fa, che è una delle applicazioni più scaricate degli ultimi tempi. Si tratta di una specie di Paroliere virtuale. La plancia è composta da 16 lettere disposte in una griglia 4×4 con le quali si devono comporre parole di senso compiuto. Si giocano 3 round di 2 minuti ciascuno. Ogni lettera ha un determinato valore e vince chi alla fine dei 3 round ottiene il punteggio più alto. Gli avversari si scelgono on line: o si sfida un amico o è il sistema che ti attribuisce uno sfidante casuale.

Aldilà delle regole è un gioco molto appassionante. Come dicono i miei Figli “mi ci chiudo” anzi tutti e 3 “ci chiudiamo”! Spesso vero mezzanotte e mezza (e sto giocando a Ruzzle) mi arriva un pop up che mi dice “Figlio Grande vuole fare una partita con te. Accetti?” E la cosa pazzesca è che… io accetto! L’altro giorno la mia amica L (senza guardare l’orologio) stava giocando con mia Figlia media. Quando si è resa conto che era mezzanotte l’ha mandata a letto via chat (già perchè con Ruzzle si chatta anche!!!). Comunque com’è come non è, non si riesce a staccarsi. A coinvolgerti c’è la competizione con l’avversario, la possibilità di giocare a distanza e in differita, (una volta disputato un turno si aspetta che l’avversario faccia altrettanto per poter passare a quello successivo) e in caso di vittoria, anche la presunta superiorità “intellettuale” del vincitore. Spesso (ho scoperto) questa superiorità è tutta apparenza: esistono infatti dei programmi che danno le soluzioni alle varie griglie, ma anche modi di barare fai da te. Se per esempio si fa uno screen shot e si scatta la fotografia della griglia di gioco, poi con tutta calma e comodamente si può giocare con carta e penna appuntandosi le parole combinate. Una volta tornati on line, senza dover più pensare e provare le varie combinazioni con tentativi non riusciti, si potranno inserire velocemente le soluzioni trovate. Trovate certamente con il proprio cervello, ma con la calma e la pazienza che l’avversario (corretto) non avrà certo avuto. Come me ne accorgo? Per amore della ricerca e dei nostri lettori ho fatto una simulazione di “baramento” con tale jockerino (che spero mi scuserà). Ebbene nei due minuti a disposizione non sono riuscita a inserire più di 34 parole, pur avendolo fatto a raffica, dal momento che avevo precedentemente studiato la griglia.

Il che mi dà da pensare quando i miei avversari sfoderano una quantità di parole che non si ha nemmeno il tempo materiale di scrivere, figuriamoci di pensarle “onestamente”. In ogni caso, è ovvio che “fatta la legge, fatto l’inganno”, ma il gioco è davvero ben fatto e ben strutturato. Troppo.

L’altro giorno il mio Figlio Piccolo mi ha chiamato mentre stavo giocando, e alla mia risposta “Un attimo amore!” l’ho sentito borbottare tra sé: “Un attimo! Un attimo! Si è proprio fissata co ‘sto Ruzzle! Poi dice che sono io che non le voglio bene!”

Ma quanto sono bravi i figli a instillare il senso di colpa in noi poveri genitori? E poi dicono di noi Jewish Mothers!

Ah! Per amore di cronaca ho deciso di acquistare la versione premium (2.50 € ben spesi), sia per liberarmi della pubblicità, in effetti un po’ invadente, che per avere delle funzioni che nella versione free non sono disponibili (le statistiche, la possibilità di scoprire tutte le parole disponibili per ogni giocata, e soprattutto quella di giocare in simulazione per fare pratica). Aho! Se vi dico che mi sono fissata!

Che amarezza!

ImmagineCerto che sono proprio scema. E anche davvero “out”. E già l’espressione “essere out” (contrapposta a “essere in”) ve la dice lunga su quanto io sia proprio “out”. Arrivo al dunque e faccio, appunto, un “coming out”.

L’altro giorno osservo su un autobus una pubblicità dell’ATAC (l’azienda dei trasporti romani) che invita a pagare il biglietto. Insomma contro quelle persone che, chissà perché, vengono chiamate portoghesi.

A disturbarmi è il fumetto che campeggia sulla foto di un anziano signore che salendo sull’autobus dice: “E pensare che ci sono ancora della gente che non pagano il biglietto. Che amarezza!” E io li a pensare che razza di ignoranti fossero i pubblicitari che avevano curato quella campagna. Ma ti pare che sbagliano le coniugazioni dei verbi? A dir la verità questa riflessione (che condivido con voi, giusto perché so’ sportiva e autoironica, sennò ci sarebbe da vergognarsene) mi dura solo pochi minuti. Cerco di fotografare la pubblicità, ma l’autobus riparte e non se ne fa niente.

Dopo pochi minuti, dicevo, rifletto (anche io sono ancora in grado di farlo. Almeno qualche volta) e penso che non è possibile che una frase del genere sia frutto di mera ignoranza. Sicuramente la scritta voleva essere spiritosa e l’hanno piazzata su un poveraccio, un vecchietto romano che non sa nemmeno mettere due parole insieme. Almeno questo è il quadro, lo stereotipo che hanno voluto farne.

Peggio ancora!!! Incredibile, che orribile luogo comune hanno messo in scena!!! Sui romani, sulle persone anziane che secondo questi splendidi creativi sarebbero ignoranti e sub istruite… Insomma: forse era meglio se fosse stato un errore grammaticale. Così invece c’è una dietrologia assolutamente non condivisibile!

E quindi, mi sono messa a scrivere un istant post che nella mia testa sarebbe stato un sensazionale scoop: i pubblicitari a cui si è affidata l’ATAC sono peggio che ignoranti,  sono degli imbecilli patentati che offendono le persone anziane! Non essendo a casa ho cominciato a mettere nero su giallo i miei pensieri, come il solito sul mio ipod. Il problema è che in rete non trovavo la fotografia della pubblicità incriminata. C’è da dire che per navigare usavo il mio cellulare e certamente la mia vista, e lo schermo piccolo, non aiutavano la mia ricerca. Che strano: cercavo su google “pubblicità atac c’è ancora gente che non pagano il biglietto che amarezza” e trovavo solo cose che avevano a che fare con i Cesaroni. Pensavo: Che c’entrano i Cesaroni con l’atac? E saltavo a piè pari i risultati relativi. Non trovando nulla di interessante ho quindi deciso di munirmi di macchina fotografica e piazzarmi vicino a una fermata dell’autobus per scattare io stessa la fotografia del cartellone incriminato.

Nel frattempo, ieri mattina, avendo un’oretta di relativa quiete, mi sono messa al PC (quello vero, stavolta) per effettuare una nuova ricerca con le dimensioni di un normale monitor. Ed è stato lì che ho scoperto quanto io sia stata non solo scema, ma proprio out, appunto! Infatti ho realizzato che a interpretare il ruolo dell’anziano ignorante romano era Antonello Fassari, protagonista de “I Cesaroni”, serie TV che personalmente (come vi sarete accorti) non avevo “mai coperto” e non sapevo proprio cosa fosse (a parte il nome che mi suonava familiare, forse perché le mie nipoti capitava che ne parlassero).

Ho capito anche che (probabilmente) il linguaggio usato nel fumetto ricalcava quello del protagonista della serie che evidentemente era proprio un romano anziano e un po’ sgrammaticato.

Ho capito inoltre che l’espressione “Che amarezza” che usava una mia collega e che mi stava molto simpatica (l’espressione, non la collega) non era farina del suo sacco, ma la citazione di quello che tra gli accoliti della serie TV era diventato un vero e proprio tormentone. A me invece dava proprio l’idea antica di un esclamazione tipica dei nonni. Come per esempio Accidempoli, che il mio simpatico nonno Renato usava così spesso! Vedi che vuol dire il non essere al passo coi tempi?

Insomma da un articolo indignato sulla cattiva comunicazione, questo è diventato un post di sputtanamento del deterioramento cerebrale della goffa ALicE!

Non si butta via niente!