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A New York distribuiscono profilattici e poi li sequestrano

Ogni volta che faccio un intervento sull’infezione da HIV non manco mai di confrontare le nostre politiche sanitarie di prevenzione con quelle di altri paesi e immancabilmente porto come esempio l’amministrazione di New York che ormai da anni offre gratis ai propri cittadini i preservativi col marchio NYC. E mi chiedo quando mai un Alemanno o chi per lui possa mostrare una tale apertura mentale da fare altrettanto. Lo scorso anno gli operatori sanitari di New York City hanno distribuito 37,2 milioni di preservativi, che sarebbe a dire una media di 70 al minuto. Veramente un’azione benemerita, poiché in questo modo si riduce la diffusione dell’infezione tra chi è sessualmente attivo.

Da qualche tempo, tuttavia, si sta verificando un fenomeno paradossale: l’amministrazione con una mano distribuisce preservativi e con l’altra li sequestra in quanto secondo le autorità di polizia rappresenterebbero  la prova che chi li possiede si prostituisce. E la prostituzione è illegale. Capito che logica stringente? A volte vengono addirittura immediatamente bruciati davanti alle persone alle quali sono stati sequestrati.

Difficilmente questa pratica riuscirà a debellare la prostituzione, ma sicuramente rappresenta una seria barriera al sesso commerciale protetto. Diverse persone che si prostituiscono hanno dichiarato di non portare mai con sé i preservativi, e implicitamente di non farne uso, per evitare di essere identificate.

Per fortuna ci sono anche dei giudici che agiscono controcorrente, come Richard M. Weinberg del Manhattan Criminal Court che ha affermato: “In tempi di AIDS e di HIV, se le persone attive sessualmente se ne vanno in giro senza profilattici sono pazze”.

Contraccetivi alle tredicenni senza informare i genitori

Le gravidanze in adolescenza rappresentano un problema serio che riguarda molti paesi europei e gli Stati Uniti.

La Gran Bretagna ha il tasso più elevato dell’Europa occidentale, che è il quintuplo di quello olandese e doppio di quelli francesi e tedeschi. Nel 2009 in Inghilterra tra le ragazze tra i 15 e i 17 anni era 38.2 per 1000. Inoltre, il 49 % dei concepimenti al di sotto dei 18 anni e il 60.2% di quelli al di sotto dei 16 è terminato con un aborto. Negli USA, nello stesso anno, il tasso di gravidanze in teenager è stato 39.1.

Secondo le autorità sanitarie britanniche, le madri adolescenti hanno più probabilità di interrompere gli studi e di far crescere i figli da sole e in condizioni economiche disagiate. Il tasso di mortalità dei figli di madri adolescenti è del 60% più elevato rispetto a quello dei bambini nati da donne più adulte. Da considerare anche i rilevanti costi sanitari che tutto questo comporta.

Notevoli sono quindi gli sforzi delle autorità britanniche per prevenire le gravidanze tra adolescenti. Tra gli interventi messi in atto, uno in particolare ha scatenato proprio in questi giorni le proteste dei genitori delle ragazze coinvolte e dell’opinione pubblica.

In nove scuole del Southampton, ma  la pratica è molto più diffusa, è stato offerto a ragazzine di 13 anni un impianto contraccettivo che si inserisce sotto la pelle del braccio e che rilascia progesterone nel corpo impedendo l’ovulazione. Con questo metodo si è coperti dal rischio di gravidanze indesiderate per 3 anni. Le proteste sono sorte perché tutto ciò, in alcuni casi, è stato fatto senza che i genitori ne fossero informati, secondo le testimonianze pubblicate sul Telegraph.

Il National Health Service ha risposto alle accuse difendendo il proprio operato. Durante lo scorso anno, informano, 1700 ragazze tra i 13 e i 14 anni hanno ricevuto l’impianto, mentre ad altre 800 sono state somministrate delle iniezioni che hanno un effetto analogo. Nell’anno ancora precedente sono stati 3200 gli impianti e 1700 le iniezioni alle quindicenni. Questo, insieme agli interventi sulla salute sessuale nelle scuole, avrebbe provocato la diminuzione del 22% di gravidanze in questa fascia d’età.

Prima di procedere sarebbe stata valutata la capacità di consenso delle ragazzine e stilata una loro storia clinica da parte di personale opportunamente formato.

Ed effettivamente, ha confermato un portavoce del NHS, non sono stati informati i genitori sia delle ragazze sopra i 16 anni, come da normative, ma nemmeno quelli delle più giovani per dovere di riservatezza, dopo aver valutato la loro capacità di dare il consenso. Tuttavia, avrebbero incoraggiato le giovani a parlarne coi genitori, cosa che non tutte, evidentemente hanno deciso di fare.

Io non credo che questo conduca i giovani a fare sesso e incoraggi la promiscuità, come è stato paventato da molte organizzazioni britanniche. Il vero rischio, a mio parere, è che queste giovanissime coppie, sentendosi al sicuro da gravidanze indesiderate corrano un rischio molto elevato di contrarre malattie a trasmissione sessuale dalle quali solo il profilattico può proteggere. Queste in Gran Bretagna sono più comuni tra i giovani tra i 16 e i 24 che in altre fasce d’età. Le persone sotto i 24, pur rappresentando il 12% dell’intera popolazione britannica costituiscono più della metà dei soggetti che ricevono nuove diagnosi di MST (Chlamydia, gonorrea, herpes genitale, ulcere genitali, sifilide).

Per completezza le statistiche italiane, che non sono raggelanti come le altre. I dati forniti dall’ISTAT, che raffrontano gli anni 1995 e 2008, mostrano come il fenomeno delle mamme teen sia abbastanza circoscritto rispetto al numero totale delle nascite. Nel 1995, il numero di nati vivi partoriti da madri minorenni era pari a 2.962 unità, cioè lo 0,57% del totale delle nascite. Negli anni successivi l’incidenza è diminuita, seppur lievemente, arrivando a toccare lo 0,44% nel 2008.

Buone notizie: non c’è HIV nella Pepsi

Nei giorni passati è circolato in Malaisya, così come in India nel luglio scorso, un SMS che segnalava la contaminazione con HIV della Pepsi e di altre bevande analoghe (come 7up e Coca Cola)  e invitava ad astenersi dal berle per alcuni giorni.

A questo ha risposto Hemalatha Ragavan, il vicepresidente del marketing della Permanis Sandilands Sdn Bhd, l’azienda che produce la Pepsi, rassicurando i consumatori che le loro bevande vengono prodotte secondo standard di massima sicurezza.

Il testo dell’SMS è questo:

“for d next few days, do not drink any product from pepsi company like pepsi, tropicana juice, slice, 7up , coca cola, etc,,as a worker from the company has added his blood contaminated with HIV. watch NDtv …please 4ward this 2 every 1 u care about…..ok. Please note seriously.”

Beh, non si può dire che abbia il tono e il linguaggio di un comunicato ufficiale, ammesso che le autorità sanitarie possano mai scegliere questa via per raggiungere grandi numeri di destinatari.

Dovesse cominciare a girare anche da noi, siete avvertiti: è una bufala. Tanto più che HIV non si trasmette attraverso cibi e bevande, ma con i rapporti sessuali non protetti. Quindi, se ci tenete alla salute bevete pure quella roba, se vi piace, ma usate sempre il preservativo!

Rapporti orali

Anche ieri ho dovuto dire a un ragazzetto poco più che ventenne che è sieropositivo. Uno dei tanti che hanno ricevuto da me questa notizia negli ultimi tempi.

È troppo penoso vederli scoppiare a piangere, buttarsi in terra, ripetere più e più volte “sono sieropositivo, sono sieropositivo”, esclamare “sono morto”, o “io non ce la posso fare”, o “io mi ammazzo”, oppure “come glielo dico ai miei?”.

E ogni volta,dopo le prime reazioni disperate, quando sono pronti ad ascoltare, o me lo chiedono, spiegare le opportunità terapeutiche di oggi, l’aspettativa di vita e capire di non essere creduta.

E constatare quanto spesso i rapporti orali sono stati i responsabili del contagio mentre loro si raccontavano che no, non sono rischiosi, o che sì, ma pochissimo, o che se HIV si prende così allora saremmo tutti sieropositivi.

Quando esco dalla mia stanza dopo una seduta del genere mi verrebbe da uscire e gridare: “HIV si prende anche coi rapporti orali. Non raccontatevi storie!”  E sogno una scena in cui una domenica chiedo ospitalità per pochi minuti sul suo balcone a un tedesco vestito di bianco, prendo in prestito il suo microfono e spiego a tutti i rischi che corrono con questo tipo di rapporti.

In attesa di realizzare questo sogno, comincio a gridare da qui. E voi che mi leggete amplificate la mia voce, moltiplicate le mie parole. Per favore.

Gli amici di Elisa: la web sit-com per promuovere i test per le malattie a trasmissione sessuale

È stato appena lanciato il primo dei 14 episodi della web sit-com Gli amici di Elisa che ha lo scopo di sensibilizzare il pubblico giovanile sulle malattie sessualmente trasmissibili, sulle modalità di protezione e sull’importanza di effettuare lo screening.  È la storia, ambientata in un locale milanese, di ciò che avviene durante la “festa di Elisa”, giocando sull’ambiguità tra il nome di una ragazza e quello della metodica usata per il test HIV.

In essa vengono trattati temi importanti e vicini al mondo dei giovani, quali le relazioni affettive e sessuali e le malattie da essi derivanti, in maniera leggera, ma allo stesso tempo affrontando i falsi miti e le credenze errate dei ragazzi.

È un modo innovativo di fare prevenzione che va oltre la semplice informazione, che sappiamo non essere efficace allo scopo, così come è inefficace fare leva sulla paura o scegliere un approccio moralistico. Viene invece veicolato un messaggio di educazione all’affettività che promuova un’etica di comportamento all’interno delle relazioni: conoscersi, avere cura di se stessi, proteggersi, promuovere forme di rispetto per sé e per il partner.

I protagonisti sono Giulia, una frizzante studentessa universitaria da poco single, con un atteggiamento responsabile nelle relazioni e nei rapporti, Marco, un ragazzo omosessuale impegnato in una relazione stabile e Carlo, un ragazzo inesperto nella relazione con l’altro sesso.

Il format riprende lo stile del programma Camera Cafè: la macchina da presa, a seconda delle circostanze, è lo sguardo di una barista, di una macchinetta dei preservativi o di un altro invitato alla festa.

Le successive 13 puntate, della durata di circa due minuti ciascuna, verranno proposte con cadenza settimanale fino al 1 dicembre 2011, Giornata  mondiale per la lotta all’AIDS, saranno caricate su un canale Youtube, inserite sul sito creato ad hoc e nella fan-page Facebook (Gli amici di Elisa – Sit-Com).

La sit-com è stata realizzata da Entertainment Education e prodotta da Ala Milano Onlus per l’ASL Milano.

Direi di pubblicizzarla in ogni modo: è un’iniziativa importante che può avere benefiche ricadute sulla salute dei nostri ragazzi e di tutta la popolazione generale.

Quello che segue è il trailer.

HIV e altre malattie a trasmissione sessuale: la campagna di Gay Help Line

Sono sempre molto felice di fronte a campagne di prevenzione sull’infezione da HIV, ormai sempre più rare. Ho visto e continuo a vedere così tante persone infettarsi e assisto alle difficoltà che incontrano nell’imparare a convivere col virus che non mi capacito del silenzio piombato su questa malattia, ovviamente se si escludono le chiacchiere per il giorno mondiale dell’AIDS o per qualche anniversario, come il recente trentennale dal primo caso di AIDS. Che non sono certo prevenzione.

Ancora maggiore è la mia soddisfazione quando si tratta di campagne ben progettate e realizzate, che hanno per oggetto non solo HIV, ma anche altre malattie a trasmissione sessuale come epatite e sifilide, e che utilizzano un testimonial verosimilmente popolare tra i giovani come Mara Maionchi tra i protagonisti di X Factor.

Sto parlando della campagna targata Gay Help Line 800.713.713 e finanziata dalla Regione Lazio. I manifesti si cominciano a vedere in giro solo da poco, ma lo spot è andato in onda su MTV e MTVMusic già dall’aprile scorso. La regia  è di Sebastian Maulucci e Alessandro Guida che hanno avuto il supporto di ragazzi del liceo Socrate di Roma e di altri istituti.

Lo spot, che trovate alla fine del post, non fornisce dati o indicazioni preventive, si limita a invitare a informarsi e a chiamare la Gay Help Line con il claim “Meglio informarsi”. In effetti, le malattie a trasmissione sessuale, non solo la sifilide, ma anche la chlamydia e i condilomi acuminati, sono in crescita nel nostro paese e le conoscenze su di esse assai poco diffuse. E le linee verdi di aiuto sono benemerite, perché consentono alle persone di parlare, chiedere, togliersi dubbi e avere indicazioni pratiche senza esporsi.

Solo una perplessità. Ovvio il richiamo alla Gay Help Line che è stata tra i promotori dell’iniziativa, ma qui c’è il rischio serio di perpetuare il luogo comune, così duro da estirpare e così pericoloso, che queste malattie circolino solo tra i gay e rinforzare i comportamenti rischiosi degli etero che si convincono sempre più che possono ritenersi al sicuro. Niente di più sbagliato, stando ai dati di sorveglianza dell’infezione da HIV, secondo i quali le nuove infezioni si verificano soprattutto tra gli etero, e delle malattie a trasmissione sessuale diagnosticate in maggioranza tra gli etero.

Forse un piccolo richiamo che sottolineasse questo aspetto avrebbe reso ancora più di valore questa campagna.

Strauss-Kahn: la cameriera stuprata è sieropositiva?

Quanto tempo mi sono trattenuta prima di parlare di Dominique Strauss-Kahn? Per quelli che sono appena tornati da una passeggiata nello spazio è il direttore (o ex direttore?) del Fondo Monetario Internazionale che è stato appena accusato di stupro verso una cameriera dell’albergo di Manhattan in cui alloggiava, ammanettato e arrestato e ora rischia una condanna dai 15 ai 74 anni. Incidentalmente, prima che tutto questo avvenisse era il più accreditato successore di Sarkozy all’Eliseo.

Le considerazioni che mi sono venute sono tante, le voglio condividere così come mi vengono, brevemente.

Continuo a stupirmi, nonostante i numerosi esempi attuali e del passato, di come personaggi ai vertici (e DSK può essere considerato il numero due al mondo) cessino di valutare e mettere in conto le conseguenze dei loro atti per seguire la strada che indica loro il pene, diciamo così, mettendo seriamente in pericolo (solo se non vivono in Italia) il loro presente e il loro futuro. Sarà per un senso di onnipotenza? Per arroganza? Sarà perché, come dice quella vecchia barzelletta, quando il sangue arriva lì non ne rimane più molto nel cervello?

DSK per difendersi ha dichiarato che la donna era consenziente. Lei si è dovuta far medicare in ospedale. C’è chi ha parlato di un complotto per impedirne l’elezione a presidente francese. Ma gira anche un’ipotesi che mi sembra credibile. L’uomo, non nuovo a storie di sesso sconvenienti, potrebbe essere solito combinare incontri sado-maso con escort, diciamo così. E quindi, trovandosi davanti la donna potrebbe aver frainteso e interpretato le proteste e la ritrosia di lei come una recita che faceva parte del gioco per rendere (de gustibus) più stuzzicante l’esperienza. Si consideri anche la divisa da cameriera, valore aggiunto che spesso viene richiesto dai clienti delle escort-diciamo-così.

La moglie gli è rimasta accanto, affermando che crede in tutto e per tutto all’innocenza del marito. Così come hanno fatto molte altre mogli in analoghe circostanze. A parte Veronica. E anche questo mi stupisce, ma non sono così ingenua da non cogliere quali interessi siano in gioco in situazioni come queste. Però continuo a non a capire.

Grazie a questa storia, la mia ammirazione per gli USA è alle stelle. Di fronte a uno stupro probabile, non hanno guardato in faccia a nessuno: sono andati a prelevare DSK dalla poltrona di prima classe di un aereo in partenza (dove ha accesso senza alcuna prenotazione, sale e parte, come in autobus), lo hanno ammanettato, portato davanti a un giudice e incarcerato. Anche se chi lo accusa è una immigrata dell’Africa occidentale.

Il bello è che tra i papabili per la successione alla guida del Fondo c’è una donna, Christine Lagarde, attuale ministro francese dell’Economia, dell’Industria e dell’Impiego. Non sarebbe fantastico, ironico e altamente simbolico?

Mi sono spesso interrogata su quali pene comminerei agli stupratori. La mia fantasia si lascia andare insieme alla mia rabbia per azioni così turpi. Oggi però il New York Post ha diffuso una notizia in esclusiva: la donna stuprata sarebbe sieropositiva. A sostegno della tesi il fatto che viva e abbia vissuto in precedenza, insieme a una figlia di 15 anni, in appartamenti che le sono stati assegnati dalla Harlem Community AIDS United. L’agenzia mette a disposizione le case a nuclei in cui almeno una persona sia sieropositiva. Ovviamente il Post non afferma che la donna abbia l’infezione da HIV, ma esclude che l’abbia la figlia di 15 anni. Tante persone con HIV ritengono che l’infezione sia una punizione del cielo e io mi batto contro questa interpretazione. È una malattia e come tale, De Mattei permettendo, non arriva per castigare. E però. Contrarre HIV in seguito a uno stupro. Senza chiamare in causa divinità, non sarebbe male, no?

Comunque, contrariamente a quel che afferma il Post, non è possibile infettarsi se è la persona sieropositiva a praticare il sesso orale. Riguardo agli altri rapporti, le probabilità sono scarse trattandosi di un unico rapporto. Quindi, ci dovremo accontentare della giustizia americana.

HIV e lavoro: la schizofrenia cinese

wen jiabao stringe la mano a un malato di AIDS

Si pensava che la stretta di mano che si scambiarono pubblicamente nel dicembre 2003 il premier cinese Wen Jiabao e un malato di AIDS avrebbe potuto, in quanto atto dall’elevato valore simbolico e pratico, mettere fine al pregiudizio che in Cina avvolge chi è affetto da questa malattia.

Oggi si può dire che ciò non è accaduto. Secondo uno studio pubblicato sul Chinese Health and Education Journal, il 51% dei cinesi intervistati non stringerebbe la mano a una persona con HIV e l’80% non comprerebbe prodotti da quella. I pregiudizi, tuttavia, non sono diffusi soltanto tra la popolazione, ma si ritrovano anche nelle leggi che regolano le assunzioni e lo svolgimento del lavoro.

L’International Labour Organization ha diffuso un rapporto sulle discriminazioni lavorative legate a HIV/AIDS in Cina. La politica nazionale delle assunzioni di personale civile prevede che “chi è affetto da gonorrea, sifilide, linfogranuloma venereo, HPV, herpes genitale o infezione da HIV sarà escluso”. Lo stesso accade per l’ingresso nei corpi di polizia. Inoltre, le linee guida sanitarie impediscono a chi ha HIV o altre malattie a trasmissione sessuale di lavorare nei bar, negli alberghi, nei ristoranti, nei saloni di bellezza e nei negozi di parrucchiere. Il rapporto documenta l’obbligo di effettuare il test per i lavoratori e casi in cui le persone sieropositive si vedono negare il lavoro, vengono costrette a dimettersi o sono retrocesse.

Contemporaneamente, però, la Cina è uno dei pochi stati i cui governanti hanno assunto una posizione pubblica per eliminare lo stigma che opprime le persone con HIV. Esiste, per esempio, una legge di promozione del lavoro del 2007 secondo cui “non devono essere esclusi dal lavoro coloro che sono affetti da malattie infettive”. Ma vi sono anche leggi, norme e regolamenti che affermano che “le persone infette non devono svolgere lavori che possano favorire la trasmissione di malattie, per cui vengono sospesi dalle autorità sanitarie finché non guariscono e non sono più contagiosi”. Nel caso dell’infezione da HIV possiamo dire che le norme sono un vero controsenso: non si può parlare di sospensione temporanea perché oggi non è possibile guarire ed è comunque ingiustificata poiché sappiamo bene che HIV non è trasmissibile nei normali contatti quotidiani.

Educazione sessuale vade retro!

Ancora un’affermazione clamorosa da parte del papa durante il discorso di inizio d’anno al corpo diplomatico. E ancora dei bei passi in avanti da parte delle scarpine rosse nell’invasione di campo nei riguardi di stati sovrani. Queste le sue parole: 

“Non posso passare sotto silenzio un’altra minaccia alla libertà religiosa delle famiglie in alcuni Paesi europei, là dove è imposta la partecipazione a corsi di educazione sessuale o civile che trasmettono concezioni della persona e della vita presunte neutre, ma che in realtà riflettono un’antropologia contraria alla fede e alla retta ragione”. 

Intanto, state tranquilli, non parla di noi perché nelle nostre scuole l’educazione sessuale non è affatto imposta, nel senso che non è una materia riconosciuta, ma viene svolta solo grazie a iniziative isolate di insegnanti e dirigenti scolastici illuminati.

E le conseguenze si vedono. I dati della sorveglianza italiana delle malattie a trasmissione sessuale mostrano che i giovani (15-24 anni) rappresentano un quinto di tutti i casi segnalati. Inoltre, alla fine del 2008, dei 60.788 casi di AIDS registrati dall’inizio dell’epidemia il 18,5% apparteneva alla fascia d’età 25-29 anni: costoro avevano verosimilmente contratto il virus in media 10 anni prima, quindi in piena fase adolescenziale. Dunque, a fronte di un inizio dell’attività sessuale sempre più precoce, i ragazzi usano poco non solo il profilattico, ma anche i metodi contraccettivi ormonali (è così che deve essere, vero Santità?). Ma in questo modo cresce il ricorso sia alle interruzioni volontarie di gravidanza che alla pillola del giorno dopo.

Ma sì, asteniamoci dall’affrontare le tematiche sessuali con gli studenti! Lasciamo che, quando sono preda degli ormoni, utilizzino la loro strumentazione senza istruzioni per l’uso. Al massimo, ci penserà il parroco, con tutta la sua esperienza e competenza a illustrare, nei corsi prematrimoniali, quelle due/tre cosine da sapere. Paradossale no? Sarebbe, che so, tanto per fare degli esempi iperbolici, come se si affidasse il Ministero della Cultura a Bondi e quello delle Pari Opportunità alla Garfagna. Davvero impensabile.

Ancora sul papa e i preservativi

Una volta tanto mi dispiace constatare di aver avuto ragione. In genere, quando ciò accade, ci si compiace, ma dato l’argomento in questione c’è poco da rallegrarsi.

Mi riferisco al mio post del 24 novembre sulle parole di Ratzinger riguardo all’uso del profilattico, giudicate da molti, ingenuamente, un’apertura della Chiesa alle pratiche protettive volte a frenare la diffusione dell’infezione da HIV. Io ritenni allora che non ci si trovava di fronte a nessuna apertura e il 21 pomeriggio, l’altro ieri, l’Osservatore Romano, diffondendo una nota della Congregazione per la Dottrina della Fede sulla banalizzazione della sessualità, ha confermato, purtroppo, il mio punto di vista.

I passi illuminanti, a mio parere, sono diversi.

 “In realtà, le parole del Papa, che accennano in particolare ad un comportamento gravemente disordinato quale è la prostituzione (cfr. Luce del mondo, prima ristampa, novembre 2010, pp. 170-171), non sono una modifica della dottrina morale né della prassi pastorale della Chiesa”. [Non sia mai!].

“A questo riguardo occorre rilevare che la situazione creatasi a causa dell’attuale diffusione dell’Aids in molte aree del mondo ha reso il problema della prostituzione ancora più drammatico. […] Se qualcuno, ciononostante, praticando la prostituzione e inoltre essendo infetto dall’Hiv, si adopera per diminuire il pericolo di contagio anche mediante il ricorso al profilattico, ciò può costituire un primo passo nel rispetto della vita degli altri”. [Ancora si allude, neanche troppo sottilmente qui, al ruolo centrale della prostituzione nella diffusione dei contagi].

Secondo questi signori, dunque, è “lo smarrimento umano che sta alla base della trasmissione della pandemia”. Da qui allo stigma e alla discriminazione delle persone con HIV il passo è brevissimo.

Qual è quindi la Strada che ci indica la Chiesa per affrontare l’epidemia? Eccola.

 “Nella lotta contro l’Aids i membri e le istituzioni della Chiesa cattolica sappiano che occorre stare vicini alle persone, curando gli ammalati e formando tutti perché possano vivere l’astinenza prima del matrimonio e la fedeltà all’interno del patto coniugale”.