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Le avventure di ALicE: una cena tra amici… per i fatti miei

vic0dinning0color1aL’altra sera il Marito e io siamo stati invitati a mangiare da Spicy. Anzi, per la precisione, dal Marito di Spicy, che aveva organizzato una cena con alcuni genitori del gruppo scoutistico che frequentano i nostri figli, oltre che con il dirigente israeliano che da un paio di anni è a Roma con il compito di organizzare e coordinare le attività dei circa 200 ragazzi che frequentano questo movimento. Insomma mi aspettavo una serata durante la quale avremmo mangiato bene (con Spicy è una certezza: come a casa mia, ma senza faticare!) e avremmo condiviso tra tutti noi i problemi del movimento e le aree di miglioramento. Dei numerosi pregi parlarne sarebbe stato ridondante. Ai limiti della piaggeria.
Insomma, il Marito e io abbiamo vinto la nostra stanchezza cronica,  che ci attanaglia specie durante la settimana, e ci siamo avviati verso casa di Spicy con somma gioia. Anche perché devo dire che ultimamente non facciamo troppa vita sociale, quindi mi attirava anche l’idea di vestirmi, truccarmi, indossare il mio paletot, sfoggiare la mia borsa rossa nuova e frequentare e parlare con delle persone che avessero almeno la patente…
Dunque arriviamo, saluto gli amici di Spicy che intanto erano arrivati, bacio le mie Nipoti, e realizzo improvvisamente che oltre al dirigente israeliano e la moglie, che come dicevo sono a Roma già da un po’ e quindi parlano l’italiano, aspettavamo anche un “grande capo” dell’agenzia ebraica, israeliano anch’esso. Un cosiddetto “pezzo grosso”. Vabbè, penso tra me e me, come succede sempre in queste occasioni multilinguistiche, si parlerà un po’ tutti, in tutte le lingue, e ci sarà qualcuno che di volta in volta aiuterà chi non capisce. Ecco, a proposito di chi non capisce io sono proprio di coccio. Non capisco l’ebraico nonostante ben 13 anni di scuola ebraica; l’inglese è anche peggio: provo a concentrarmi e a seguire. Ma dopo due minuti il cervello parte per i cavoli suoi, mi distraggo ed è finita. Intendiamoci, non mi fa affatto piacere essere così, anzi mi sento limitatissima. In viaggio dipendo continuamente dal Marito che invece, per la famosa legge degli opposti, parla correntemente 7 lingue, e ha l’elasticità mentale per capire anche quelle che non sa. Insomma io sono un disastro. Fortuna che gli israeliani erano in minoranza. Certo, avremmo fatto le persone educate e avremmo chiacchierato con tutti: direttamente i più svegli, indirettamente quelli di coccio (come me!). Comunque, per non correre rischi di forzata socializzazione mi siedo dalla parte opposta del tavolo rispetto alla loro, rigorosamente vicino a Spicy e a una sua simpatica amica, quasi come me. Ma non appena accenno a una parola e a una risata con loro, vengo subito redarguita aspramente dal padrone di casa, nonché mattatore della serata, perché, affinché capissero tutti, la conversazione avrebbe dovuto svolgersi… in ebraico????? O al più… in inglese???? E io?

E io niente… con la coda tra le gambe, mi sono scusata (in verità pensando: “ma che è matto????”),  e mi sono seduta  rassegnata a trascorrere una seratina si, tra amici, ma per i cazzi fatti miei. E così è stato. Dal mio angolino dovevo stare bene attenta a non far emergere espressioni del viso che avrebbero potuto tradire i miei pensieri veri (primo tra tutti: “sarà una serata amena, ma almeno ci faccio un post!”). E infatti la vera fatica della serata è stata proprio questa: fare attenzione affinché attraverso la mimica non trasparissero le mie elucubrazioni. Già perché in realtà io pensavo a tutt’altro rispetto ai temi delle conversazioni (ammesso che li capissi) e a me capita spesso di assumere delle espressioni adeguate ai miei pensieri, ma del tutto incongrue rispetto alle circostanze.

E dovevo essere concentrata anche nella postura da assumere: stare troppo “sbracata” sulla sedia poteva essere scambiato (come era effettivamente) per mancanza di interesse. Allora mi sforzavo di stare con i gomiti appoggiati al tavolo e il busto ben proteso in avanti, proprio come se stessi in ascolto… Ma intanto nella mia mente i pensieri vagavano. Ogni tanto per fortuna qualcuno si complimentava con la cuoca e allora finalmente anche io avevo la possibilità di far sentire la mia vocina che si univa agli elogi degli altri commensali. Ma per il resto il vuoto pneumatico. Io che solitamente sono chiacchierona, brillante (anche se non dovrei essere io a dirlo) ho fatto per tutta la sera la parte della mummia. Alzarmi per dare una mano in cucina era un sollievo. Ogni tanto, quando era il Marito a intervenire, riuscivo a intuire quello che stava dicendo… Un po’ perché lo conosco, un po’ perché conosco il suo repertorio. E anche questo mi rimetteva in pace col mondo e mi sottraeva, anche se per poco, all’alienazione in cui ero costretta. Uscirne era impossibile, così ho aspettato pazientemente l’ora della narcolessia da cui è afflitto il Marito, augurandomi che gli si presentasse prima del solito. Invece ovviamente, mentre nelle occasioni durante le quali mi diverto comincia a calargli la palpebra verso le 22.00, l’altra sera si è deciso a propormi di andar via solo dopo le 23.30, insieme agli altri invitati. E così sfinita dal silenzio imposto e dalla mancanza di stimoli mi sono presa il mio paletot, la mia bellissima borsa rossa, e insieme al Marito mi sono avviata verso casa. E per compensare la lontananza coatta dalla mia lingua, durante tutto il tragitto abbiamo intonato in coro il nostro repertorio di stornelli romaneschi…

Ninetto regazzino der Tufelloooooooo…. le caccole dar naso se levavaaaaaaa… 

Dopo lo Shabbes Goy* arriva il Pesach Goy!

Riceviamo da Sergio e volentieri pubblichiamo.
VENDESIFinalmente Pesach, la Pasqua ebraica, è terminata. Abbiamo superato anche il giorno aggiuntivo di festività che “tocca” agli ebrei della diaspora. E le nostre pance possono tornare a riposare dopo otto giorni di gonfiore e flatulenze legate al consumo obbligato di pane azzimo.
Ma prima che questa festività torni definitivamente nel cassetto delle ricorrenze ebraiche e in attesa che ci si ripresenti puntuale l’anno prossimo, ritengo utile e necessario soddisfare una curiosità che sicuramente ha attanagliato le vostre menti in questa settimana: che fine fa tutto il chametz (cibi lievitati tassativamente proibiti durante Pesach) dello Stato di Israele nella settimana di festa? Come in tutte le famiglie ebraiche, poco prima che entri la festa, deve essere venduto (a un non-ebreo).
Poiché è assolutamente vietato anche solo possedere cibi lievitati nel periodo di Pesach anche lo Stato di Israele, come entità, deve necessariamente sottostare a questa regola. Solo che se nel caso di una famiglia la vendita del chametz riguarda qualche avanzo di farina o altro alimento proibito (perché nelle settimane precedenti guai ad acquistare altro potenziale chametz e comunque tutti giù a finire o a consumare il più possibile di quello che è rimasto in casa). Lo Stato di Israele deve gestire tutte le riserve di farina e cibarie varie di tutti i ministeri, dell’esercito, delle mense ecc. ecc. In poche parole quintalate e quintalate di chametz.
Da quindici anni il direttore acquisti di un grande albergo di Gerusalemme, un arabo-israeliano, si prende l’onere di acquistare tutto il chametz che lo Stato di Israele, tramite il rabbinato centrale, deve vendere.
Questo Pesach-Goi fa un vero affare! Per una settimana l’anno è di fatto l’uomo più ricco di Israele.
Viene stipulato difatti un vero e proprio contratto con cui lo Stato vende all’arabo-israeliano per 5.000 dollari il chametz, il cui valore è stimato in circa 150 milioni di dollari. Questa persona diviene proprietaria effettiva di tutto questo Ben di Dio. Lo deve custodire, può effettuare controlli e ispezioni. Al termine della festa, ovviamente, si impegna a rivendere allo Stato tutto quello che aveva acquistato.
E così si va avanti ogni anno, prima e subito dopo Pesach.
* Per Shabbes Goy si intende la persona non ebrea (goy, appunto) che di sua spontanea volontà, senza che gli venga espressamente richiesto, compie azioni proibite agli ebrei durante il riposo dello shabbat.

Pesach dolce Pesach!

dbddc_passover_questions_youngest_child_yeladim_joyous-haggadah3_031Ieri sera nelle nostre case si è svolto il primo seder di Pesach, la cena tradizionale della pasqua ebraica. Ognuno di noi, seduto intorno alla tavola insieme alla propria famiglia, ha ripercorso attraverso i canti dell’Haggadà, il cammino che ha portato gli ebrei  a riconquistare la libertà dopo oltre 200 anni di schiavitù in Egitto. Ognuno lo ha fatto a suo modo: i più osservanti cantando ogni brano in ebraico e spiegandone il significato in italiano. Noi, che di natura siamo  un po’ più… casinari… come ogni anno abbiamo zompettato da un brano all’altro cercando di non soffermarci troppo sui particolari, in modo da arrivare non troppo tardi al momento della cena.

In ogni caso, comunque sia andato seder, ci attendono 8 giorni di astensione da ogni cibo lievitato. Oltre a pane e pasta, non sono ammessi dolcetti e biscotti, se non “kasher le Pesach” (cioè adatti a essere consumati a pesach) acquistati in negozi specializzati. Chi (come me) mal sopporta i dolci industriali, in questo periodo fa i salti mortali per avere qualcosa di fatto in casa da sgranocchiare durante il giorno. Soprattutto ora che hanno tolto dal mercato la farina kasher le Pesach con la quale fino a qualche anno fa usavamo preparare le nostre tradizionali Ciambellette, non sappiamo più a quale ricetta appellarci.

Ecco qui allora che ci pensa ALicE. Vi riporto alcune ricette di dolcetti che, proprio per l’assenza della farina di frumento, possono essere preparati e mangiati (anche) durante gli 8 giorni della Pasqua ebraica.

SFOGLIATINE DI MANDORLE

Ingredienti:
175 g di zucchero a velo
2 chiare d’uovo
3 tazze di mandorle a scaglie

Procedimento:
mescolare le chiare con lo zucchero a velo e la vanillina. Aggiungere le mandorle a scaglie. depositare l’impasto a cucchiaiate sulla teglia da forno, debitamente coperta con la carta forno.
Cuocere in forno preriscaldato a 160 g per 15/20 minuti

MERINGHE

Ingredienti:
125 g di albume
125 g di zucchero semolato
125 g di zucchero semolato
(In pratica pesare gli albumi e utilizzare il doppio del peso dello zucchero)

Procedimento:
Mettere in una ciotola gli albumi con la metà dello zucchero e montare con le fruste elettriche fino a che il composto non diventerà duro. Quindi incorporare delicatamente a mano, mescolando dal basso verso l’alto l’altra metà dello zucchero.
Con l’aiuto di una sac a poche formare tante meringhette direttamente sulla placca del forno.
Infornare a 90° per 2-3 ore lasciando uno spiraglio del forno aperto (io inserisco uno stecco di legno da spiedino)

BACETTI AL CIOCCOLATO

Ingredienti:
3 chiare d’uovo
140 g di zucchero a velo
140 g di nocciole tostate pelate e finemente tritate
120 g di cioccolato fondente tritato
120 g di nocciole intere.

Procedimento:
Montare a neve le chiare d’uovo, aggiungere poi prima lo zucchero a velo, poi la farina di nocciole ed infine il cioccolato.
Formare con il composto delle piccole palline e adagiarle su di una placca leggermente imburrata. Guarnire ogni pallina con una nocciola intera e passare in forno mediamente caldo.

DOLCETTI AL COCCO

Ingredienti:
250 g di farina di cocco;
200 g di zucchero semolato;
2 uova.

Procedimento:
Mischiare le uova con lo zucchero; aggiungere la farina di cocco. Farne delle palline grosse come ciliegie, disporle un po’ distanziate sulla placca da forno e infornare a calore moderato (150/180°) per circa 20’. Devono essere solo leggermente colorite.

DOLCETTI ALLE MANDORLE

Ingredienti:
300 g di mandorle non pelate
1 bicchiere di zucchero
2 uova intere
zucchero a velo per cospargere.

Procedimento:
Tritare finemente le mandorle con lo zucchero. A parte sbattere le uova intere e unirle alla farina precedentemente ottenuta. Farne con le mani delle palline grosse come ciliegie, cospargerle interamente con lo zucchero a velo, quindi disporle sulla placca del forno, e cuocere per 10 minuti a 180° nel forno già caldo.

Segreti condominiali

Condominio-Pazzo1I miei vicini di casa hanno una pazza nel condominio e molti di loro ancora non lo sanno. La pazza in questione sono io, ALicE, e ora vi racconto perché.
Tutti voi conoscete la mia scarsa propensione verso la natura e l’odio piuttosto incondizionato che nutro nei confronti degli insetti. Bene, è normale quindi, almeno per me, che trovando una lumachina negli spinaci o dei vermoni (ai limiti del lombrico) nascosti nei broccoletti, in assenza di eroi in casa, non trovo di meglio da fare se non telefonare al mio amico G. che abita al sesto piano, pregando affinché sia in casa e, vergognandomi un poco, chiedergli di venirmi a salvare. E lui pover’anima, che ormai mi conosce, acconsente e scende a liberarmi dal ferocissimo ospite di turno.
L’alto giorno però mi sono accorta da sola di aver esagerato. Anzi, me lo ha fatto notare la mia Figlia Media, che mi stava aiutando a preparare la cena. Sul bancone di cucina avevo posato due buste appena prese dal frigorifero. Avete presenti quelle buste di carta marrone che danno al mercato, no? In una c’era un cetriolo, nell’altra dei pomodorini. Mentre ci accingevamo a cucinare abbiamo sentito un rumore sospetto provenire da una delle due buste. Un rumore a metà tra il frinire dei grilli e il gracidare delle rane (a basso volume, in verità). Mia Figlia e io (una più coraggiosa dell’altra) urlando facciamo un salto indietro spaventate. Ci guardiamo negli occhi e facciamo mente locale sugli “eroi” disponibili in casa. Il Marito era fuori gioco, messo ko da una brutta influenza: aveva la febbre altissima e non si reggeva in piedi: non mi pareva il caso di chiedergli di correre in cucina per capire da cosa provenisse il rumore. Il Figlio Grande, ammesso che si fosse prestato, comunque non era in casa. Il Figlio Piccolo ha già superato quella deliziosa età dell’incoscienza che rende i bambini sprezzanti del pericolo e amanti degli insetti. Così, senza nemmeno pensarci un momento, sotto gli occhi increduli di mia Figlia, alzo il telefono e compongo il numero di G. Ho escluso immediatamente l’eventualità di chiamare il portiere, perché, come ogni portiere che si rispetti, avrebbe svolto il suo atavico compito di divulgatore di fatti altrui tra i condomini. 36 famiglie nel nostro caso. Almeno su G avrei avuto la possibile sicurezza di avere un po’ di discrezione. Forse.
Appena G. mette piede in casa nostra con la sua solita faccia da presa per i fondelli (conosce ormai bene i suoi polli!) si avventura in cucina pronto per sfidare la bestiaccia di turno. Apre la busta del cetriolo e… niente: solo il cetriolo. Apre quella dei pomodorini… nemmeno quella! Piena, ma solo di pomodori!
E così, dopo aver chiesto se mi fosse servito altro, gira i tacchi e se ne va!
E ALicE, vergognandosi un po’, ma nemmeno poi tanto, lo accompagna alla porta, ringrazia e torna a cucinare moooolto più sollevata!
E il rumore che abbiamo sentito? Cosa sarà mai stato?
Noi non abbiamo voluto indagare. Probabilmente era semplicemente la busta che si è mossa a causa del peso del suo contenuto. Fatto sta che proprio oggi il mio (ex) amico G. ha incontrato la Figlia Media e le ha detto: “Salutami Papà… e non salutarmi Mamma”. Ci sarà un nesso con quanto vi ho raccontato????

Rabbini paciocconi

ShowImageLa scorsa settimana il Marito mi ha mandato il link a un articolo del Jerusalem Post che ho trovato molto divertente: Praticamente si potrebbe sintetizzare così: la forma delle borechas e la questione ebraica.

Ma veniamo al sodo. Le borechas sono dei fagottini, fritti o al forno, generalmente fatti di pasta fillo, riempiti con vari ripieni, sia dolci che salati. Provengono dalla cucina mediorientale e sono ovviamente molto diffusi in Israele.

Andando alla notiziona, il J. Post ci fa sapere che i grandi rabbini di Israele si sono riuniti con i responsabili dell’industria delle borechas per discutere nientepopòdimenoché della forma che questo finger food tradizionale deve avere. E si! So’ cose! Perché tra l’altro hanno stabilito che la forma della borechas deve dare a chi le mangia indicazioni precise in merito al suo contenuto. E dal momento che per gli ebrei è proibito mangiare insieme carne e latticini [dall'antica regola morale contenuta nella Torah che dice “non cucinerai il capretto nel latte di sua madre” (Esodo 23,19; 34,26; Deuteronomio 14,21)] i rabbini hanno stabilito che alcune forme devono indicare il contenuto a base di carne, altre invece un ripieno a base di latticini.  

Non c’è niente da fare, gli ebrei amano discutere, capire i problemi, sviscerarli, magari anche senza risolverli. Non è un caso che uno dei detti più citati sul nostro popolo è “Due ebrei, tre opinioni”. E quindi ben vengano i simposi rabbinici anche su questi temi solo apparentemente prosaici.

Ovviamente non me ne andrò senza prima avervi dato una ricetta (la mia!) di un tipo di borechas a base di carne:

Sigariot

sigari-ricettaIngredienti:
750 g di carne macinata di manzo o agnello magra
1 cipolla tritata finemente
Olio
2 cucchiaini di cannella
1/2 cucchiaino di peperoncino macinato
1/4 di cucchiaino di zenzero
1 mazzetto di prezzemolo tritato
5 uova
180 g di margarina fusa
Sale, pepe, pepe di cayenna
Pasta fillo

Fare appassire la cipolla nell’olio, unire la carne, le spezie, sale e pepe e cuocere x circa 10 minuti; quindi unire il prezzemolo e le uova sbattute e cuocere per pochi minuti, sempre mescolando, fino a far rapprendere le uova.
A questo punto tagliare la pasta fillo a formare dei quadrati o rettangoli di circa 10 cm. di lato, ungerne uno per volta con la margarina fusa, mettere un cucchiaio di ripieno all’estremità della striscia, ripiegare i lati sul ripieno e arrotolare fino in fondo, in questo modo, il ripieno non uscirà. Una volta così formati tutti i sigari, metterli in una teglia allineati uno accanto all’altro, spennellarli con altra margarina, e quindi infornare in forno già caldo a 180°/200°per circa 30 minuti, o comunque fino a doratura. Servire caldi.

Effetti collaterali

CUCINAA me cucinare piace un bel po’. Non sempre mi rilassa, ma certamente mi dà grosse soddisfazioni. Ovviamente (ma non è scontato) il piacere per la cucina a me deriva dal piacere di mangiare. Cucino, sperimento, provo, studio e ricerco ricette che mi stuzzicano in primo luogo gola e palato.

L’effetto collaterale più evidente è chiaramente… la ciccia che “abbonda sul corpo dei golosi”, e che cerco di contrastare non con la dieta, ma in altro modo (ginnastica, camminate a piedi, e pranzi leggeri – per potermi sfogare a cena). Ma questo non è l’unico effetto prodotto dalla mia cucina.

Quello più fastidioso ve lo racconto io. In 3 esempi.

#1 La scorsa settimana avevamo a cena (per la prima volta) il ragazzo della mia Nipote Numero 2. Insieme a Spicy (scontato specificare “senza l’aiuto di Laura”) abbiamo pensato che dovevamo preparare un po’ più cibo di quello che abbiamo sul desco nei nostri normali venerdì sera dove ci accontentiamo di un primo e un secondo (se dovessimo cucinare dei banchetti perderemmo il piacere di stare insieme tutte le settimane). Così io, che in questo momento ho più tempo libero (pare vero!) mi sono presa la parte più sostanziosa del menù che avevamo previsto. Fatto sta che ho passato la mattinata a cucinare: porri, zucca, pane, gelato… A metà del cucinamento, mi accorgo che non avevo il sesamo per il pane (mai più senza!), e quindi esco per andare all’erboristeria sotto casa. Sarà stata colpa soprattutto dei porri con i quali dovevo fare una delle torte rustiche previste, fatto sta che mi sentivo nel naso una puzza un odore nauseante. Mi auguravo di avercelo solo nel naso… ma purtroppo sono stata immediatamente smentita dalla deficiente dell’erborista che appena sono entrata nel negozio mi ha salutato e ha detto: “Umh… c’è odore di… cucinato! Non lo sentite anche voi?” Chiede rivolgendosi a noi clienti. A quel punto (escusatio non petita, accusatio manifesta) mi giustifico spiegando che probabilmente ero io, che stavo cucinando e che ehm… speravo non si sentisse… ehm… speravo di sentirlo solo io… nel mio naso… invece evidentemente no. Ragazzi che imbarazzo! Perfino la proprietaria del negozio ha fulminato con gli occhi la sua collega idiota . Si, ma ormai la grezza l’aveva fatta. E anche io, nel mio piccolo, avevo fatto la mia porca figura!

#2 Questo episodio appena raccontato me ne ha ricordato un altro, che risale a dire il vero a qualche anno fa, precisamente al giorno del mio quarantesimo compleanno (praticamente ieri) e (chevvelodicoaffà?) stavo cucinando come una matta per la festa che avrei fatto la sera. Anche lì, giù di porri, cipolle, e via dicendo. Mi prendo una pausa e così com’ero, in tuta, struccata, col mollettone in testa, scendo in farmacia per acquistare il fondotinta che avrei dovuto mettere la sera (sarà che i fondotinta mi attirano la sfiga?). Entro e chiedo il prodotto alla commessa che si occupava del settore cosmetici. Mi porge il fondotinta che avevo chiesto facendomi la solita, classica, domanda di prammatica: “Ha bisogno di altro?” No, grazie! “Creme per il viso? Contorno occhi” . No, grazie… ehm…  sono incostante, non le uso molto. E lei piccata: “Fa male! La sua pelle è asfittica, disidratata e poco luminosa!” Ah che bel complimento da ricevere per il proprio quarantesimo compleanno! Avrei voluto risponderle con un vaffa… di quelli giganteschi, ma mi sono trattenuta! Avrei voluto vedere lei in quelle condizioni come avrebbe avuto la pelle! E c’è da ringraziare se non mi ha proposto un bel bagno di schiuma, o in alternativa un profumo per coprire l’odore di cipolle che sicuramente emanavo da ogni poro! Epperò! Che meraviglioso augurio involontario di compleanno che abbia mai ricevuto!

#3 Ultima puntata. Forse la migliore. Mi ero fissata con la marmellata di cipolle di Tropea. Avevo trovato in internet una ricetta che mi sembrava buona. Sbuccio la mia chilata di cipolle riducendo i miei occhi (e quelli di tutti i condomini) come due carcioncini, e le metto a cuocere con aceto, zucchero, sale e alloro. Restano sul fuoco un bel po’ nell’attesa che la marmellata arrivasse ad avere la giusta consistenza. Nel frattempo non solo la mia cucina, ma tutto il palazzo si era impregnato del tipico odore di cipolla che spesso si confonde con quello di sudore. Avete presente? Ecco, moltiplicatelo per 100.

Si fa l’ora di uscire. Dovevo accompagnare i miei genitori non ricordo dove in tassì. Li raggiungo sotto casa loro proprio mentre arrivava la macchina. Salgo sul sedile di dietro, e mia mamma mi raggiunge un attimo dopo mentre mio padre si stava accomodando sul sedile anteriore. Mia mamma, dovete sapere, è un po’ dura di orecchi, ma ha il naso che le funziona benissimo. Non appena mette piede nell’abitacolo dice (a voce altissima): ”Mamma mia ‘sto tassista quanto puzza di sudore!” A quel punto io, la vera puzzolente, cerco di sussurrarle, viola in viso, che in realtà a puzzare non era il povero tassista, ma io, e non di sudore: di marmellata di cipolle! Povero tassista: due volte oltraggiato: dalla puzza di ALicE (che non doveva essere un piacere averla in macchina) e dalla malevolenza della mamma!

L’immagine del post di oggi è opera di Claudia!

Il Ruggito di ALicE: la lista

La lista del Figlio Piccolo(clicca per ingrandire)

La lista del Figlio Piccolo
(clicca per ingrandire)

Il mio Figlio Piccolo non mangia niente. Anche gli Altri Due da piccolini mi hanno fatto un po’ tribolare, ma non è stato nulla in confronto al Piccolo. Il Grande mangiava pochissime cose, ma almeno le mangiava: pasta in bianco, petti di pollo al vino, affettato di tacchino, salmone affumicato (questi due utilissimi per i picnic), uova alla coque, banana. Ora che ha 15 anni bisogna togliergli dalle tasche il cibo che trafuga di nascosto dalla dispensa. La Figlia Media ha sempre avuto un gusto speciale. Da piccina assaggiava molto volentieri i sapori forti, ma raramente replicava. Poteva stare intere giornate senza mangiare (tanto che una volta è finita all’ospedale). Però quando mangiava, non disdegnava i cibi particolari: pollo al curry coi peperoni, bottarga, cipolline in agrodolce, baccalà al sugo…

Il Piccolo invece proprio non mangia. Non gli interessa. È sempre stato molto goloso di dolci, ma per il resto non mangia proprio. L’ho anche portato da una pediatra neuropsichiatra infantile per un colloquio, ma, come d’altra parte ci aveva già assicurato il nostro pediatra di fiducia, l’importante è che stia bene e che cresca (almeno un po’?!) per il resto loro non si preoccupano. Loro. Ma io? Ogni pasto è una tragedia familiare: lui che si rifiuta di mangiare anche se gli preparo pietanze diverse e normalmente gradite. Il Marito che sostiene che o mangia quello che mangiamo tutti o digiuna. Il Piccolo che dopocena (o anche dopo non-cena) chiede un bicchiere di latte (e la pediatra-neuropsichiatra dice che va bene). Il Marito che si irrita. Il Piccolo che dopo il pasto chiede con la sua vocina “Posso un dolcetto o qualcosa?”. Insomma, non se ne può più. Tanto che l’altro giorno, stufa dei complessi che lui molto abilmente instilla in mamma e papà, gli ho spiegato che spesso se non c’è una normale tranquillità la sera a cena, dipende da lui e dai suoi capricci. Allora abbiamo stilato una lista dei cibi che gli piacciono MOLTO e una di quelli che gli piacciono COSÌ COSÌ. In questo modo io gli garantisco che non gli proporrò cose secondo lui immangiabili, e lui ci garantisce che se nel piatto troverà un alimento presente in una delle due liste, non farà (troppe) storie per mangiare.

Così quando al Ruggito del Coniglio parlando delle liste elettorali che dovevano essere presentate, hanno chiesto il contributo degli ascoltatori sulle liste personali che avevano stilato, ALicE ovviamente non si è tirata indietro!

C’è sempre tempo per la patata!

IMAG0061Sicuramente mi avranno preso per matta all’uscita della metropolitana, mentre ero intenta a scattare la fotografia di questo manifesto pubblicitario, ma credo ne valesse la pena.

Di pubblicità sessiste ne abbiamo già incontrate (le crociere TTT lines, la brava Giovanna…) ma sessiste e sceme come questa mai. Forse fa il paio con quella in cui Maria Teresa Ruta pubblicizzava una marca di palatine fritte con lo slogan “la patatina attira”. Questa che ho visto ieri ha secondo me anche l’aggravante della stupidità: lo slogan è costruito ad hoc per attirare i maschi. Peccato però che pubblicizza un prodotto indirizzato alle donne. Non vorrei essere presa io per maschilista, ma non credo che le patate sbucciate, a spicchi, a dadini, al fiammifero siano prodotti che acquisterebbe la stragrande maggioranza dei maschi. Sicuramente ci sarà pure qualche uomo che ama cucinare (o è costretto a farlo) pur non avendone il tempo; ma come donna (che ama cucinare) vi assicuro che non mi colpisce proprio uno slogan che mi chiede se ho tempo per la patata.

Diverso sarebbe se un’azienda di ortaggi mi chiedesse se ho tempo per la fava, e mi vendesse fave già sbucciate con tocchi di pecorino, pronti per la scampagnata fuori porta del primo maggio. O se una ditta di sottaceti mi chiedesse se mi manca il cetriolo per fare una bella insalatona di riso. Insomma, cari pubblicitari  adorati creativi copywriter (sicuramente uomini): prima di mandare in giro cagate del genere affidatevi al sapiente consiglio che può darvi vostra moglie, vostra sorella, e perfino vostra suocera. Vedrete che alla fine vi meriterete anche un aumento di stipendio!

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P.S. scusate, non volevo infierire ma non ho resistito: non trovate meraviglioso lo slogan dell’azienda?

Marocchini

No, non fraintendete! Non marocchini nel senso ampio e metaforico di “migranti dall’Africa dediti al commercio itinerante abusivo”.
E nemmeno di qualcosa che più generalmente possa avere a che fare col Marocco.
No. Il Marocchino è la mia nuova droga.
Ve la racconto: il Marocchino è un caffè al quale viene aggiunto uno squaglio di cioccolata, della schiuma di latte e una spolverata di cacao. Costa un po’ più di un caffè normale (solitamente da 1.00 € a 1.50 € contro, generalmente 0.80 €) ma vale davvero la pena. Ti sa di una trasgressione golosa ma tutto sommato innocua. In fondo, è solo un caffè!
E ogni volta che mi capita di andare in un bar, il Marocchino è la mia prima richiesta. La seconda è “Lo fate buono?” E che volete che mi rispondano:
Oste com’è il vino?
E’ bbono, è bbono!!!
Alcuni invece non sanno proprio di che parlo. In primis il gestore dello stabilimento balneare da cui vado da oltre 40 anni: lui non solo non conosce il Marocchino, ma non credo abbia mai frequentato fiere per non dire corsi di aggiornamento per barman! Un vero e proprio bifolco! Una volta gli chiesi due Bellini. Ovviamente dovetti spiegargli cosa fossero: beh, praticamente me lo feci da sola e mi mise in conto 2 succhi di pesca e due calici di prosecco!
Un giorno per avergli proposto di servire nel tardo pomeriggio l’aperitivo con ciò che era AVANZATO dal pranzo del LORO ristorante mi rispose: “Maremma! Io alle 6 non vedo l’ora d’anda’ a casa, e tu mi proponi di ricomincia’ a lavora’?” E considerate che lavora (forse) da maggio a settembre!
Tornando alla mia droga, durantele mie scorrerie ho scoperto vari bar e vari modi di proporre questo diversamente caffè. Il Panamino (a via Panama) lo fa molto buono. Lo serve con lo squaglio di cioccolata e le scaglie di cioccolata a guarnizione, e lo fa pagare 1 €.
Anche il bar di Via Portuense, angolo via Rosazza lo fa particolare, con lo squaglio di cioccolata vera, fondente, per 1.30 € di costo.
Il mio preferito però lo prendo in un bar di via Nazionale (al civico 215). Qui aggiungono uno squaglio di cioccolata al gianduia. Il caffè con un gusto di nutella… Mmmmhhhh! Mi vien voglia solo a pensarci. E anche qui sono onesti e costa solo 1 €.
L’altro giorno ero con un’amica in Prati. Con il cuore sereno dopo aver assistito a una puntata dal vivo del Ruggito del Coniglio, ci siamo concesse un caffè prima di tornare a casa.
Entriamo in uno dei tanti bei bar di Viale Mazzini e già dalla cassa ho cominciato la mia pantomima: “Un marocchino e un caffè freddo macchiato per favore”. Pagando (1.30 € per il mio Marocchino) chiedo al cassiere come fosse. Lui mi risponde, neanche a dirlo, buonissimo! e io fidandomi, mi avvicino al bancone del bar ordinando i nostri caffè.
Vedo il barista che prepara il caffè, lo spolvera di cacao, ci aggiunge la schiuma di latte, e poi ancora una spolverata di cacao!
E qui comincio a fare una scena che sognavo da tempo. Ma come???? Mi fanno pagare 50 centesimi una spolverata di cacao????
Nel frattempo la mia amica (una nuova amica con la quale non ho molta confidenza e soprattutto che ancora non mi conosce bene) mi chiede di spiegarle cosa fosse il Marocchino.
Io a quel punto comincio la mia piazzata e le dico acida alzando il tono della voce affinchè il barista mi sentisse: “Normalmente è una specie di caffè macchiato arricchito con lo squaglio di cioccolata… MA QUESTO È IN REALTÀ UN MAROCCHINO UN PO’ STUPIDO, PERCHÉ È SOLO UN CAFFÈ MACCHIATO CON UN PO’ DI CACAO SOPRA… E ME LO FANNO ANCHE PAGARE DI PIÙ. La mia amica sorride basita. E io, non contenta, uscendo mi fermo dal cassiere sotto gli occhi esterrefatti di A. che capendo la malaparata esce dal bar ridendo di sottecchi. E io, uscendo, sottolineo anche con lui che non conosce la differenza tra un buon Marocchino e un caffè macchiato spolverato di cacao.

Al che il poveretto cerca di farfugliare qualcosa del tipo “ma noi in genere ci mettiamo il topping…” e io ancora più acida gli consiglio caldamente di insegnarlo anche a chi sta al banco, perchè il signore che mi aveva servito si è limitato a spolverarci sopra del cacao!
Atterrito il cassiere, attonita l’amica e la nervosa ALicE torna a casa un po’ più serena.

Basta poco, no?

Gli scherzetti di ALicE: l’acqua rinfrescante

Bene , dopo aver sottoposto a pubblico ludibrio le mie fobie, oggi parliamo di quelle della Sorellona!
Lei odia i pesci. [digressione: ovviamente facendo parte della natura, i pesci non li amo nemmeno io! Mi è capitato trovandomi un paio di volte a Eilat di avere grossi problemi a fare il bagno nella barriera corallina, con quei pesci in technicolor che sguazzavano tra le nostre caviglie. Beh, non avete idea dello sforzo sovrumano che ho fatto per cercare di mal celare questa mia fobia ai miei bambini che facevano il bagno con me! Anzi, per fare in modo che non facessero loro questa mia paura dovevo anche fare finta che mi piacesse un sacco! Non potete immaginare la mia fatica!]

Comunque tornando a Laura, lei i pesci non riesce a mangiarli, a odorarli, a toccarli e perfino a guardarli! Nemmeno sotto forma di scatoletta di tonno che del pesce non ha nemmeno un vago retrogusto! Una volta si è arrabbiata con me perchè le ho nascosto che nel sugo con le olive che avevo fatto (e che per inciso aveva giudicato buonissimo e che aveva spolverato con la “riabilitata” scarpetta) c’erano anche dei filetti di acciughe! Non sapete cosa è stata in grado di dirmi: e mica scherzando!

Comunque questa lunga premessa per raccontarvi di uno scherzo di cui Laura fu oggetto tanti tanti anni fa, quando la mia amica M. e io avremmo avuto una quindicina di anni.
Eravamo al mare e Laura stava prendendo il sole in terrazza, dove non si può dire che facesse esattamente fresco. Quindi la tuttaltro che sprovveduta Sorella si era munita di un secchione pieno di acqua con la quale ogni tanto si schizzava per rinfrescarsi (oggi si usano i vaporizzatori, ma io vi sto parlando di mesozoico!)
Contemporaneamente, in cucina, suo Marito stava preparando la mitica frittura di trigliette e stava pulendo accuratamente i piccoli pescetti che la sera sarebbero finiti in padella per la nostra gioia.
E’ bastata un’occhiata e M. e io siamo schizzate in cucina, abbiamo trafugato alcuni pescetti “integri” e, di nascosto da Laura, li abbiamo tuffati nel secchio.
Pazienti come dei bonzi abbiamo aspettato che nel rinfrescarsi con l’acqua le capitassero in mano quelle bestioline…
Ebbene, la sua reazione è valsa l’attesa! A distanza di anni ancora è indelebile nella nostra memoria la faccia terrorizzata prima, e schifata poi di Laura con la triglietta sulla pancia, e, subito dopo, il suo tentativo di vendicarsi inseguendoci (letteralmente) per tutta casa con l’intenzione di scagliarci addosso uno dei suoi pesantissimi zoccoli Pescura del dr. Scholls!

La storia ci racconta che non ce l’ha fatta (non è mai stata troppo agile!) e che le trigliarelle della sera furono un vero trionfo.