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Insetti 2

Christopher Marley: insect art

#1 Machiavelli

Una sera d’estate, nella terrazza della casa al mare, Laura, io, nostra madre e una sua Amica (Amica di famiglia) stavamo facendo una partita a carte a Machiavelli.

Per chi non lo conoscesse è una specie di Scala 40 un po’ più complicato e più interessante.

Improvvisamente, come capita sovente d’estate, sentiamo un ronzio; così forte però che più che a un insetto ci fece pensare a un elicottero. E poi: SBANG! L’insetto, che poi non ci eravamo sbagliate troppo, era un grosso coleottero schifoso, è atterrato rovinosamente sul nostro tavolo da gioco.

Noi, grandi odiatrici della Natura, siamo subito schizzate in piedi per proteggerci dal pernicioso attacco. Ma la Natura la odiamo talmente tanto che ci faceva schifo anche allontanare l’insettone con uno straccio. Proprio non volevamo avere alcun contatto con lui.

Non sapendo cosa fare, e soprattutto, non volendo rientrare in casa per il gran caldo, non abbiamo trovato nulla di meglio che… intrappolarlo sotto un bicchiere. Almeno non poteva nuocere.

E così, questo compagno di gioco improvvisato è stato ribattezzato immediatamente Machiavelli. Certo era un po’ inquietante che ci guardasse in cagnesco dall’interno del bicchiere. E ancora più inquietanti erano i suoi ronzii minacciosi.

In ogni caso, si tranquillizzino gli animalisti, alla fine della partita ha riconquistato la sua libertà.

#5 Quantità o qualità?

Un giorno di novembre di almeno 18 anni fa,  il Marito e io, che allora abitavamo a Milano, siamo andati in Piemonte a raccogliere castagne.

Mentre io cercavo quelle più belle, più sane e più grandi, il Marito accaparrava tutto: grandi, piccole, belle e brutte. Siamo tornati a casa con 14 kg di bottino: obiettivo: marmellata di castagne!

A casa abbiamo preso l’allora cestone della biancheria, e foderatolo con un grande canovaccio, ci abbiamo messo il nostro tesoro, lasciandolo nella stanza (quella che poi, dopo 2-3 anni, sarebbe stata del nostro primo Figlio).

Andiamo a dormire, la mattina andiamo in ufficio, e al mio ritorno a casa vedo sul pavimento un vermetto bianco e marrone. Nemmeno tanto piccolo: diciamo 1.5 cm di lunghezza per 3 mm di diametro (vi piace la mia precisione?)

Come accennavo sopra, io odio la natura: per me il mare non dovrebbe avere pesci, il cielo non dovrebbe essere popolato da insetti, e i prati dovrebbero essere di erba artificiale senza grilli, cavallette, o vermi. Mi prenderete per matta, ma una fobia è una fobia!

Insomma davanti a questo vermetto, per voi insignificante, cercavo di darmi un tono: armata di un foglio di carta con cui catturarlo mi dicevo “dai che ce la fai” “forza, su, è più piccolo di te!” Ma non serviva a niente! Non ce l’ho fatta, e l’unica soluzione almeno provvisoria in attesa che il Marito tornasse a casa (tardi, perché dopo il lavoro era impegnato per cena) era coprire il vermetto con un bicchiere e tenerlo lì, in modo che non potesse “nuocere” .

Beh! Dopo pochi minuti sparso per il pavimento di tutta casa, c’era un servizio di bicchieri da 36! Comincio a piangere dal nervoso! A casa sola con quelle bestie feroci! E poi tante!!!! In lacrime chiamo mia madre. So che a 600 km di distanza non avrebbe potuto fare molto per aiutarmi, ma almeno due parole di incoraggiamento materno potevano bastare a calmarmi un po’! Invece dall’altra parte del filo, sento lei che ride e che mi dice: “Scusa, sto guardando Hunter! Ti posso richiamare più tardi?” Sconsolata riaggancio e niente affatto calmata, mi dirigo in lacrime verso il piano di sopra dove so che abitava una signora di una settantina d’anni, con la quale più che buongiorno e buonasera non ci eravamo mai dette.

Salgo le due rampe di scale che ci dividevano e suono il campanello. Vedendomi in lacrime dapprima si allarma un po’. Poi spiegata la questione mi dice: “Stai tranquilla, scendo io ad aiutarti. Ma ti spiace se vengo tra un po’? Sto finendo di vedere un telefilm!”

Maledetto Hunter! Ma quanti telespettatori avrà?

Comunque un po’ rincuorata aspetto la signora Carla in casa, in un angolo lontano dalla stanza maledetta e quando lei finalmente arriva, con un coraggio invidiabile e sprezzante del pericolo mi fa fuori tutti i vermi, dentro e fuori i bicchieri! Mi porta la cesta fuori in terrazzino e così, placata ceno e vado a dormire.

Come è finita? L’indomani, verso le 17.30, quando il Marito torna dal lavoro lo metto in balcone con i 14 kg di castagne, una pentola di acqua fredda, un’abat-jour per illuminare il piano di lavoro, e rinchiuso fuori lo costringo a selezionare il frutto della sua raccolta: le castagne galleggianti al secchio, quelle che affondano in acqua a mantenersi.

Il giorno dopo però sul desco, una marmellata di marroni stratosferica aspettava ansiosa le nostre fette di pane!

Insetti

# 1 Moscerini “Anonimi”

Una ventina di anni fa ero a cena con un amico in un ristorante del centro. I tavoli erano rivestiti da maioliche bianche, e non avevano la tovaglia. Una goccia di vino cade e resta li, tutta bella gonfia sulla ceramica impermeabile. Arriva un moscerino e… SPLASH! Si tuffa (o cade) a capofitto nella pozzanghera rossa. Il mio amico e io osserviamo la scena divertiti. I nostri vicini di tavolo non capiscono il motivo per cui siamo tanto interessati a guardare il tavolo ridendo. Il nostro moscerino, una volta uscito a fatica dalla goccia di vino ha cominciato a camminare a zig zag sulle zampette incerte; poi ha preso a fare una specie di capriole all’indietro. Di volare non se ne parlava neanche. Noi continuavamo a ridere guardando il nulla, finché non si avvicinò il proprietario del locale incuriosito a chiederci cosa ci fosse tanto da ridere sul suo tavolo. A quel punto il piccolo insetto ubriaco è diventato la mascotte del ristorante, e il mio amico e io, presunti matti, siamo stati riabilitati agli occhi degli avventori.

# 2 Manicure 

Qualche anno fa ero al mare, nella terrazza di casa nostra, tutta intenta a passarmi lo smalto alle unghie, mia insana passione da sempre. Improvvisamente arriva una zanzara che si posa sul mio mignolo pittato di fresco… e si incastra!

Poveraccia… Non riusciva più a volare. Provava a prendere quota ma le zampine erano  inesorabilmente attaccate alla mia unghia. Era evidente, povera bestia, lo sforzo che faceva per alzarsi, ma non serviva a niente. Il mio smalto era più forte delle sue ali.

Non sapevo cosa fare per liberarla. Sarà pure stata una zanzara, ma non poteva finire così, a morire di fame e sete prigioniera di un’unghia smaltata. Eppoi non sarebbe stato nemmeno tanto elegante da parte mia andare in giro con l’inclusione nello smalto: neanche fosse ambra! E comunque molto meglio per lei una manata che la spiaccicasse sul muro: una morte decisamente più onorevole.

Così cercavo un modo per salvarla. Non mi è venuto altro in mente che provare a liberarla tirandole le zampette con una pinzetta (di quelle da sopracciglia, per capirci). Nulla è servito. Le sue zampette non erano così forti come pensavo e la tapina è rimasta inesorabilmente schiacciata tra le chele metalliche della mia pinzetta. E così, una passata di acetone e via! Non ci si pensi più.

# 3 Riscatto

Qualche giorno fa ho preparato le meringhe. Con la sac a poche ho disposto sulla teglia del forno tante piccole spumine bianche pronte da infornare. A un certo punto l’occhio mi va su un puntino nero e tremolante sulla cima una di queste. Mi avvicino, mi tolgo, ahimé, gli occhiali e vedo che il puntino era un piccolissimo moscerino incastrato nell’impasto denso di una delle meringhe. Anche lui come la collega zanzara di prima non riusciva a liberarsi. Ancora più piccolo di lei, non poteva proprio volare. Gli si sollevava solo la parte superiore del corpo, le zampine si allungavano, ma niente: rimanevano inchiodate alla dolce prigione di albume e zucchero.

Però non poteva finire male come la sua collega: non me lo sarei perdonato! Dovevo riscattarmi! Allora con un coltello ho tagliato l’estremità della meringa e a quel punto il Figlio piccolo mi ha suggerito di… metterla sotto il rubinetto. Sì, così si sarebbe salvata dalle sabbie mobili e sarebbe morta annegata in un’alluvione! Però l’idea di fondo era buona: allora con una mano bagnata ho cominciato a lasciar cadere sulle sue zampe delle gocce d’acqua che hanno cominciato a inumidire e quindi a sciogliere il composto melmoso. Alla fine, un po’ zuppo, ma spero felice, il piccolo moscerino se ne è volato via libero e bello nella felicità familiare.

Chissà quale sarà stata la sua percezione: lo sapranno gli insetti di abitare in un mondo popolato da bipedi giganti o ci percepiscono come parte del paesaggio? Avrà capito che è stato salvato da un essere vivente, o penserà di essersela semplicemente cavata? Chissà se avrà ringraziato la buona sorte, o quella bella gigantesca pasticcera, sua coinquilina! Chi può dirlo?

Come rovinarsi un film

L’altra sera ho costretto  convinto il Marito ad andare al cinema dopo mesi. Non si può dire che a lui piaccia: la sera è obiettivamente stanco (va detto che si fa “un mazzo tanto”, sia a lavoro che a casa) e il cinema lo fa addormentare.

Detto ciò, però anche io ho le mie “esigenze” e quindi ogni tanto, da brava moglie,  lo obbligo induco ad accompagnarmi. Siamo andati a vedere Midnight in Paris di Woody Allen. Ne abbiamo parlato anche qui, sul blog ed è un film davvero delizioso con dei tratti di genialità. Ci saremmo andati anche da soli, in un cinema vicino casa, ma abbiamo preferito coinvolgere altre due coppie di amici che però abitano distanti da noi. Quindi d’accordo con tutti abbiamo deciso di cambiare cinema. Un po’ l’orario (con i bambini da soli in casa in autogestione) un po’ l’ansia da parcheggio, fatto sta che mi sono lasciata convincere dal Marito ad andare in metropolitana. D’altra parte in 20 minuti di tragitto saremmo arrivati.

Peccato però che come l’infida Laura l’altro giorno non ha detto al suo di Marito, che il film The Artist era un film muto, così il mio infido marito ha omesso il fatto che al ritorno la metropolitana sarebbe stata chiusa (si, lasciamo perdere che in una città [pseudo] civile come Roma, la metropolitana la sera chiuda alle 21.30!).

E quindi, terminato il film (22.30), dopo esserci trattenuti 10 minuti a chiacchierare con i nostri amici, ci siamo avviati (22.45) verso piazza Cavour a prendere l’87. Da lontano l’abbiamo visto al capolinea e abbiamo anche corso per essere sicuri che non partisse. Siamo saliti, abbiamo timbrato i nostri biglietti, ci siamo seduti sull’autobus semi deserto e… abbiamo aspettato ben 20-minuti-20 prima che l’autista si decidesse a partire.

Roma era un delirio. Si, occhei che era un prefestivo (il 5 gennaio) ma a tutto c’è un limite. 45 minuti di tragitto per un percorso di 6 km. In una normale giornata di traffico ci avremmo impiegato mezz’ora al massimo. E in più per un autobus che parte ogni mezz’ora dal capolinea ci saremmo aspettati un mezzo semivuoto! E invece neanche questo: la bolgia umana! Nemmeno all’ora di punta!

Comunque appena partiamo telefono a mio figlio  per chiedergli di accendere il forno e il fuoco sotto un pentolino d’acqua che avevo preparato prima di uscire.

[Piccola digressione: nonostante la giornata casalinga, mi ero scordata di fare il pane con l’impasto che lievitava dalla mattina. Quindi l’ho fatto il pomeriggio, e prima di uscire ho predisposto l’ultima lievitazione, d’accordo col Figlio Grande che tornando a casa l’avrei chiamato per fargli accendere il fornello e il forno (che ha dei tempi stralunghi per raggiungere la temperatura!), in modo che al mio ritorno avrei potuto cuocere direttamente le baguette]

La baguetteArrivo a casa, come dicevo a mezzanotte e preparo il pane per la cottura: spennellatura di sale e acqua e i classici tagli. Faccio per infornare e… SALVOGNUNO!!!!! Mi accorgo che il Figlio aveva girato solo una delle manopole del forno, limitandosi solo ad accendere la luce interna! Quindi ricomincia daccapo col rischio che il pane si spatasciasse dopo 4 ore di lievitazione… A mezzanotte e quaranta, finalmente caldo il forno, metto a cuocere le baguette, dopo naturalmente aver svegliato i vicini coi miei urli per mandare a letto i bambini che nonostante la tarda ora pascolavano ancora tranquillamente per casa, avendo acquisito durante queste vacanze il fuso orario di New York!

Vado a letto all’una e dieci chiedendomi chi me l’avesse fatto fare di proporre al Marito di andare al cinema! Ma tant’è: se ne riparlerà l’anno prossimo a episodio dimenticato!

Le sufganiot: i dolci di Chanukkà

Messa da parte l’amarezza per il mai sopito antisemitismo che ieri abbiamo visto “galleggiare” perfino sulla vodka, siamo giunti oggi al primo giorno di Chanukkà, e parliamo finalmente di una cosa dolce. Molto dolce: le sufganiot.

Le sufganiot sono una specie di krapfen, di bombette fritte e ricoperte di zucchero che si usa mangiare per Chanukkà.

Nella mia famiglia invece è uso che le faccia io. La solita scusa che ho più tempo a disposizione! E certo: ho il bonus di 36 ore da aggiungere alla mia giornata di 24. Così fanno 60 ore, e in 60 ore ci stanno anche le sufganiot! (Consentitemi di lamentarmi un po’, sennò che Jewish Mother sarei?)

Ma comunque sapete perché a Chanukkà si mangiano dei dolci fritti? Per ricordare il miracolo dell’olio. La storia della festa di Chanukkà, ve la racconto brevemente, si svolge nel 200 a.E.V. quando i Greci invasero la terra di Israele, costringendo la popolazione ebraica a violare i precetti della propria religione. Spogliarono i templi degli arredi sacri e li adibirono al culto pagano. Questa ellenizzazione forzata portò alla rivolta della popolazione. E si racconta che, nonostante l’esercito greco fosse nettamente più numeroso e organizzato dello sparuto gruppo di ebrei guidati da Mattathia, il sacerdote, e dai suoi cinque figli (i Maccabei), questi ebbero la meglio. Riconquistarono la terra e riconsacrarono i templi. Per far questo  era però necessario accendere il lume del tempio con dell’olio puro, kasher. Ne fu ritrovata una sola ampolla sufficiente per un giorno soltanto; e per recuperarne dell’altro ne occorrevano almeno otto. E qui il miracolo dell’olio, che invece di durare un giorno ne durò, appunto, otto. Per questo Chanukkà dura proprio otto giorni. E per questo motivo  durante la festa si usano mangiare dolci fritti. E noi non ci tiriamo mai indietro! Non sia mai!

Un recente articolo sul Jerusalem Post che mi ha segnalato il Marito, dà alcuni preziosi consigli nutrizionali per non massacrarsi lo stomaco con le sufganiot. Intanto gli studiosi suggeriscono di cuocere le sufganiot al  forno, nelle forme da muffins (ma a me questo consiglio non piace proprio: intanto non sarebbero altrettanto buone… e poi il miracolo dell’olio, che fine farebbe?). In seconda battuta dovremmo ridurre la quantità di zucchero nell’impasto. E questo non tanto per la relativa riduzione di calorie, quanto perché troppo zucchero fa assorbire più olio al fritto. (E anche questo consiglio per me può tornare al mittente! Anche perché nella mia ricetta c’è una modica quantità di zucchero, praticamente solo per un uso… condominiale!)

Secondo il Jerusalem Post, inoltre, l’olio migliore per friggere è l’olio Canola (da Canadian Oil), un derivato dell’olio di colza geneticamente modificato. Per noi  invece quello migliore è sempre l’olio di semi di arachide, che ha il punto di fumo più alto, e quindi è meno tossico alle alte temperature.

In ultimo, se proprio dovete friggere, e se proprio non potete ridurre lo zucchero, almeno friggete in tanto olio, perché anche questo accorgimento fa ridurre l’assorbimento di grasso da parte dell’impasto.

Dunque, con queste regolette che renderanno la vostra festa leggera leggera, vi auguro Chag sameach, buon Chanukkà!

SUFGANIOT

(ne vengono tantissime!)

Ingredienti:

1 kg di farina manitoba;

2 cubetti di lievito di birra;

2 bicchieri di acqua tiepida;

1 bicchiere di zucchero;

1 cucchiaino di sale;

½ bicchiere di olio di semi di arachide;

3 uova;

olio per friggere;

zucchero semolato per cospargere.

Procedimento:

Sciogliere il lievito nei due bicchieri di acqua e aggiungere un po’ di farina, quanto basta per farne una pastella liscia e abbastanza densa. Incorporare quindi le uova, l’olio, lo zucchero e il sale e mescolare ancora. Finire con il resto della farina e lavorare fino a che la pasta diventi liscia e morbida. Lasciar lievitare per circa un’ora. Quindi stendere l’impasto allo spessore di circa ½ cm. Con un coppa pasta, o con l’orlo di un bicchiere farne dei dischi di circa 4-5 cm di diametro. Adagiarli mano mano su un canovaccio infarinato e coprirli con un altro. Lasciar lievitare ancora 2 ore.

A questo punto friggere le bombette  in olio bollente, e, ancora calde, cospargerle nello zucchero semolato.

E ora, davvero auguri a tutti!

Girare il pancake è difficile

Voi che amate preparate dei pancake e che quando li mettete sul fuoco, con grande abilità, li girate nella padella per far sì che cuociano a puntino. Ma voi lo sapete che su questo semplice gesto tre statistici dell’università di Nantes hanno scritto un articolo di ben 27 pagine intitolato “Pancake flipping is hard” uscito sul sito scientifico arXiv.org?

È un articolo bellissimo, ve lo dico io che non capisco niente di statistica, strapieno di formule matematiche o quel che sono. Ve ne proponiamo qualcuna. Provate a guardarle astraendovi dai significati e dai contenuti: non vi sembra che assurgano a opere d’arte?

Facile o difficile che sia, cimentatevi. Ho qui per voi la ricetta dei pancake sperimentata e utilizzata da ALicE. Eccovela.

Ingredienti:

300 g di farina;

300 ml di latte;

3 uova;

2 cucchiai di zucchero;

2 cucchiai di burro fuso;

1 pizzico di sale;

2 cucchiaini di lievito per dolci.

Procedimento:

Sbattere i tuorli con lo zucchero, aggiungere il burro fuso, il sale, il lievito e il latte. Quindi montare a neve gli albumi e aggiungerli delicatamente all’impasto.

Far sciogliere un poco di burro in una padellina. Versarvi 2-3 cucchiai di composto e lasciar cuocere. Quando il lato inferiore è abbastanza compatto e cotto, girare delicatamente, dopo, ovviamente, aver letto attentamente tutte e 27 le pagine della ricerca. E lasciar cuocere anche dall’altro lato.

Servire caldi abbondantemente cosparsi con sciroppo d’acero (o con Nutella, o con marmellata…).

Le avventure di ALicE: il centro anti veleni e lo Yom Kippur

 

Ieri ALicE ha deciso di accogliere in un modo assai particolare lo Yom Kippur, il giorno di espiazione dei peccati durante il quale si osservano 25 ore di digiuno completo, che quest’anno vanno dalle 18.20 di venerdì (ieri), alle 19.24 di sabato (oggi).

Già perché come se le ore di digiuno non bastassero per espiare, la nostra eroina (io) ha deciso di rendere ancora più difficile questa impresa. Evidentemente le sue (mie) trasgressioni quest’anno sono davvero numerose! Infatti già di per sé questa è una giornata durissima, piena di mal di testa e debolezza a causa dell’astensione dal cibo. Quest’anno quindi mi sembrava giusto peggiorare alquanto la mia situazione fisica per affrontare al peggio lo Yom Kippur. Ieri, giorno della vigilia, che già mi ero svegliata la mattina con un po’ di raffreddore e mal di testa, funesta anticipazione delle 25 ore successive, ho avuto un ideona delle mie.

Tutta colpa del Marito (e di chi altro, senno?) che ieri mattina mi ha detto che l’odore di ammoniaca che usciva dalla nostra dispensa era insopportabile. Per chi non lo sapesse esiste un’ammoniaca in polvere per uso alimentare che si utilizza nei biscotti come agente lievitante e per farli venire più croccanti. D’altra parte, come dargli torto? Effettivamente il puzzo che si sentiva solo aprendo lo sportello era proprio pungente e fastidioso. Allora mi sono arrampicata per cercare la scatolina che la conteneva e metterla al riparo dentro una busta per fare in modo che l’odore non uscisse.

Una volta trovata la scatola, l’ho aperta… chissà perché? Per sentire bene l’odore. Come se ce ne fosse bisogno… Tolto il tappo una nuvola di ammoniaca si è librata verso il mio naso che (sempre chissà perché, forse per rispondere a un istinto primordiale – d’altra parte è un naso!) ha aspirato profondamente la polvere.

Non potete immaginare. Non so cosa si provi sniffando cocaina o altre sostanze psicotrope. Ma non riesco a descrivervi il dolore che ho provato. Un bruciore pungente nel naso, negli occhi e in gola. Sembrava che mi avessero sparato migliaia di spilli nelle vie aeree (che ieri ho avuto la prova provata che sono collegate tra loro!). Un dolore atroce. Ho lanciato un urlo spaventoso, sono corsa in bagno ma non riuscivo a sciacquarmi dentro. Allora ho avuto una pensata geniale. Mi sono fatta i lavaggi al naso, come faccio con i bambini quando hanno il catarro. Siringone d’acqua e via! Sparato su per le narici. Apriti cielo! Tutta la polvere che avevo nel naso sembrava andasse in giro per il cervello. La testa mi batteva fortissimo! Un male mai provato prima! Occhi e narici infuocate. E soprattutto uno spavento che non vi dico.

Marito e Figlia non sapevano cosa fare per aiutarmi. Bella la domanda di mio marito: “ma come hai fatto?” E bella soprattutto la mia risposta: “ho odorato l’ammoniaca per sentire se puzzava!” Almeno ho riso!

A quel punto ho pensato di chiamare il centro antiveleni (CAV) e, senza fronzoli, vi scrivo il dialogo tra me e il medico (credo) che mi ha risposto:

ALicE: Buongiorno, è il centro antiveleni?

CAV: si, con chi parlo? [importantissimo! Devono sapere chi sta morendo dall’altra parte del filo!]

ALicE: ehm… sono ALicE

CAV: lei è un medico? [???]

ALicE: no. Perché questo numero è riservato ai medici? [così, giusto per sapere se la prossima volta che mi avveleno devo prima laurearmi in medicina, e poi casomai chiamare il centro antiveleni!]

CAV: no, no! Volevo solo sapere con chi stavo parlando. [Ineccepibile, per prima cosa la cortesia e la buona educazione!]

ALicE: … ehm.. no, sono solo una deficiente… Ho inalato dell’ammoniaca alimentare in polvere, che mi ha bruciato tutte (tutte!) le vie aeree… e poi, pensando di far meglio, ho fatto dei lavaggi con la soluzione fisiologica (non era vero: era acqua del rubinetto, ma data la situazione, volevo almeno darmi un tono!) che hanno peggiorato la situazione. Mi fa malissimo la testa, mi batte tutto, mi bruciano gli occhi, ho il naso in fiamme… c’è qualcosa che posso fare?

CAV: … (sogghignando) no, non si preoccupi, è un’irritazione solo a livello locale… [se il cervello lo chiami “locale”!]. Può dire alla deficiente di stare tranquilla (sic!)

E così, con la meritatissima coda tra le gambe ho ringraziato e riagganciato, dopo, ovviamente una risatina di circostanza.

Ecco. Così sto affrontando oggi il digiuno! Speriamo almeno che l’ammoniaca mi guarisca dal raffreddore e che i miei peccati possano essere perdonati.

Chatimà tovà a tutti. Letteralmente “buona firma”. Che possiamo essere iscritti nel libro della vita!

Capalbio: un paese per V.I.P. (Very Important Pirla)

Vabbè che lo sapevamo; Capalbio è un paese per V.I.P.

Ma pensavamo che V.I.P. stesse per Very Important Person, non per per Very Important Pirla.

La scorsa settimana sono tornata a Capalbio dopo qualche tempo che mancavo. Per me è un posto così familiare! Sono tanti anni che vado in vacanza in Toscana e Capalbio è sempre stata una meta frequente delle nostre gite, che, dopo il giro in paese e un passeggiata intorno alle mura si concludevano sempre con una bella mangiata al ristorante locale: grandi abboffate di bistecche, paste e fagioli e soprattutto acqua cotta, una minestra a base di verdure, pane raffermo e uovo. Il tutto a prezzi accettabili.

Qualche settimana fa eravamo in Toscana e il Cognato lancia l’idea di andare a vedere una mostra fotografica in una piccola galleria locale. Nonostante la pioggia ci siamo imbarcati verso Capalbio e più precisamente presso la Galleria  “Il Frantoio”: in un vetusto palazzetto a due piani, quello superiore era una sala adibita a Mostre temporanee (oltretutto inesorabilmente chiusa: il fantastico e intelligentissimo orario di apertura era 18-23!) e quello inferiore era un bar-ristorante, di quelli un po’ fichetti. Non solo. All’interno c’era un angolo libreria, una piccola gastronomia con prodotti artigianali e una boutique di abbigliamento.

Fico! Dai, sembra carino, entriamo! Il Cognato si prende un bicchiere di vino al banco e lo sguardo ci va sul tabellone dei prezzi dove vediamo delle cifre decisamente più alte della norma. Per fare un esempio, un aperitivo (Spritz, Mojito, Caipirinha…) costava 10.00 €. Vabbè, penso tra me. E’ vero che a Roma costano la metà, ma il posto è carino, pago volentieri un po’ più del normale per sedermi in un locale un po’ modaiolo. E no! Errore. Perché leggiamo una piccola scritta in fondo alla lavagnona che ci fa notare che “i prezzi si riferiscono alle consumazioni al banco. Per ordinazioni ai tavoli subiscono un aumento del… 100 %

Centopercentooooo????

Ma siamo matti? Un cocktail costa 20 €? 40.000 lire? Come una bistecca fiorentina? Sarà pure modaiolo ‘sto posto, ma spendo meno se la Caipirinha me la vado a bere a Copacabana!

Via! Evitato il pericolo del Bar continuo il mio giro e mi avvicino allo scaffale di prodotti alimentari. Quasi quasi mi compro un barattolino di marmellata di more. Perché è vero che in genere le marmellate me le faccio in casa, ma le more sono davvero rare! Chiedo i prezzi (rigorosamente non esposti!) e la signorina mi dice che il barattolo da 250 g costa 10.00 €! 20.000 delle vecchie lire! Via! Scappo anche dallo scaffale degli alimentari e vedo cosa ci offre la boutique: uscire da un negozio senza neanche un acquisto piccolo piccolo non è proprio da ALicE! Sicuro che almeno una magliettina riesco a comprarla! Nella stanza c’è un bancone pieno di T Shirt, sciarpette e accessori e uno stand con degli abiti di maglina. Spicy mi fa notare una sciarpina caruccia. Di cotone. Prezzo: 79 €! Allora guardiamo gli altri cartellini: le T shirt (semplici, tinta unita, sempre di cotone, nulla di ché in quanto a taglio) partono da 100.00 € e arrivano fino ai 150.00 €. Ho detto magliette, non cappotti! Vestitini di maglina, credetemi, assolutamente anonimi, a partire dai 179.00 €!!!! Ma con cosa cavolo erano fatte? Con la paglia d’oro del Nano Tremotino? Poi noto delle orrende ballerine di cuoio, tutte spampanate, anche un po’ rovinate ma assai  radical chic a… 190 €! Neanche fossero di Prada!!!

Allora mi sono detta che i ricchi sono scemi! Almeno i ricchi di Capalbio. Perché una cosa è avere i soldi, un’altra è essere preso per i fondelli da chi si permette di vendere dei prodotti banali, che a Roma non troveresti nemmeno in una bancarella a prezzi proibitivi solo perché ti trovi in un paese per VIP.

Avendone la possibilità, posso anche scegliere di andare a mangiare nel MIGLIOR RISTORANTE DI ROMA pagando un conto con uno zero in più del solito. Posso comprare un carissimo TAILLEUR DI ARMANI che per quanto è perfetto sembra cucito proprio addosso a me. Ma queste sono scelte fatte in base a quello che acquisti, non dove lo acquisti. Mi irrita invece pensare che l’aumento del prezzo non dipenda dalla qualità che compri ma dalla propensione alla spesa che hanno i tuoi clienti appartenenti, a quanto dicono le cronache mondane, all’intellighenzia sinistrorsa. Questo a casa mia si chiama presa per i fondelli.

Attenti al pane #7: i grissini torinesi stirati

Eccoci arrivati al nostro ultimo appuntamento sulla panificazione. Ultimo perchè non voglio annoiarvi e perchè mi sembra comunque di avervi dato le basi per poter proseguire in autonomia. Più avanti magari passeremo alla lievitazione naturale, con il lievito madre.
Tenete presente che in archivio trovate altre ricette sul tema, che per ovvie ragioni non ho ri-postato in questo ciclo, anche se le ho categorizzate a posteriori come Attenti al pane: sono Le pitte (il pane arabo); i panini all’olio, Il pan carrè alle noci, e la pizza.

Per oggi invece vorrei dedicarmi ai grissini torinesi stirati, con la ricetta delle Sorelle Simili. Per chi non le conosce sono due arzille vecchiette di fama internazionale, Simili di nome e di fatto, visto che sono gemelle! Sono Maestre Panificatrici, nate e cresciute come fornaie vere e proprie lavorando nel negozio di famiglia a Bologna.

I loro grissini sono davvero molto buoni e anche molto semplici. L’unica accortezza sta nella formatura. La pasta infatti non va assottigliata arrotolandola sul piano di lavoro (come si farebbe, per capirsi, con la pasta frolla) perché il grissino così avrebbe una consistenza troppo “mollicosa”. Si procede invece così: dal panetto che si è lasciato lievitare, si taglia con una spatola un salsicciotto di circa 1.5 cm di diametro per 12 cm di lunghezza. Con le dita infarinate si stira la pasta delicatamente, senza farla rompere, partendo dal centro del salsicciotto via via verso l’esterno, fino a farlo diventare della lunghezza desiderata (25-30 cm) e con un diametro di circa 0.5 cm.

Bando alle ciance: ecco la ricetta:

GRISSINI TORINESI STIRATI

Ingredienti:

500 g di farina tipo 00;

250-280 g di acqua tiepida;

15 g di lievito di birra;

8 g di sale;

3 cucchiai di olio e.v. d’oliva;

1 cucchiaino raso di malto d’orzo;

farina di semola di grano duro;

olio e.v. per spennellare.

Procedimento:

Sciogliere il lievito nell’acqua e malto e aggiungere una parte della farina fino a farne una pastella morbida. Aggiungere olio e sale e quindi unire il resto della farina. Farne un filone e stenderlo in un rettangolo di circa 10 cm di lato mantenendo la forma il più regolare possibile. Appoggiarlo su uno strato di farina di grano duro; pennellare abbondantemente con olio e.v. e cospargere il tutto con altra semola. Coprire e lasciar lievitare per circa un’ora. Trascorso questo tempo, con una spatola senza smuovere troppo l’impasto, tagliare dalla pare del lato corto dei bastoncini larghi circa un dito e assottigliarli tirandoli delicatamente e spostando le dita verso l’esterno. Disporli un po’ distanziati nella teglia del forno e infornare a 200 ° per circa 18-20 minuti.

Attenti al pane #6: il pane casareccio di grano duro

Dopo l’assenza dello scorso venerdì (doverosa e giustificata!) riprendiamo le nostre lezioni sulla panificazione.
Oggi ho preparato per voi (virtualmente, s’intende!) il filone casareccio di grano duro. Ovviamente restando ancora nel campo della lievitazione con il lievito di birra.
Questa ricetta è stata la mia prima esperienza con il pane casareccio. Un vero battesimo… del forno!
Per questa preparazione l’uso della farina di grano duro deriva essenzialmente dal gusto personale. In alternativa può essre usata una farina 0, magari addizionata con 1/3 di manitoba.
Il risultato è comunque un pane molto gradevole, con la crosta croccante e la mollica compatta.
Nulla a che vedere con quello che può fare la macchina del pane che è tanto modaiola, ma che sforna un pane morbido, a volte gommoso. Quella, se ce l’avete, usatela per aiutarvi nell’impasto. Ma per la cottura affidatevi al forno tradizionale.

IL PANE CASARECCIO DI GRANO DURO

Ingredienti:
1 kg farina di grano duro;
1 cubetto di lievito di birra;
600 ml di acqua non fredda (circa 20°);
1 pizzico di zucchero;
1 cucchiaio di sale fino.

Procedimento:

Sciogliere il lievito nell’acqua con un pizzico di zucchero. Aggiungere una parte della farina fino a farne una pastella un po’ densa. Aggiungere il sale, mescolare e quindi impastare con il resto della farina. Manipolate a lungo l’impasto finché la palla non diventerà liscia e morbida. Lasciarla quindi almeno un’ora a lievitare in una ciotola, coperta da uno strofinaccio umido. Dopodichè dividere in due l’impasto, formare due filoni e lasciar lievitare ancora 1 ora, o 1 ora e 1/2, a seconda della temperatura ambientale (ricordate sempre che il caldo abbrevia i tempi di lievitazione, mentre col freddo questi si allungano).

Scaldare il forno a 220°; praticare ai filoni dei tagli diagonali usando la lama di un coltello molto affilato; infornare in modalità statica avendo cura di mettere sul fondo del forno una bacinella con un po’ di acqua bollente: questo allungherà i tempi di formazione della crosta, e renderà il pane più croccante. Dopo 10 minuti abbassare il forno a 200°, togliere l’acqua, e, se possibile, continuare la cottura in modalità ventilato per altri 15-20 minuti.

Qualora il vostro forno non fosse provvisto di questa funzione, in questa seconda fase di cottura non abbassate la temperatura, ma limitatevi a togliere il vapore.

Attenti al pane #5: i pangoccioli

Oggi parliamo di un pane dolce. Non sapete quanto ho provato e riprovato a fare i pan goccioli, i morbidi panini al latte con le gocce di cioccolata, ma il risultato non era mai abbastanza dolce, abbastanza leggero, abbastanza morbido. Insieme alla mia amica Lilette, anche lei “intrippata” con la panificazione, abbiamo fatto un po’ di tentativi, arrivando infine alla ricetta di oggi.

Questi panini si possono fare sia a forma di panino classico, con una piccola pallina tonda, che a forma di cornettino. In questo caso, la piegatura della pasta (c.d. folding) favorisce oltretutto la lievitazione.

Io uso farne in quantità e congelarli. Poi la mattina mia figlia ne prende uno direttamente dal freezer e d’inverno lo mette sul termosifone della classe in modo da mangiarlo caldo a ora di ricreazione!
Furba, no?

Vi inserisco anche due video nei quali illustro sia la formatura del panino classico, che quella del cornetto.
(che servizio completo, no?)

PAN GOCCIOLI

Ingredienti:

1 cubetto di lievito di birra; 170 ml di latte; 600 g di farina manitoba; 125 g di burro; 2 uova; 110 g di zucchero; 1 bustina di vanillina; 1 pizzico di sale; 70 g di gocce di cioccolato tenute precedentemente in freezer un’oretta.

Procedimento:

Sciogliere il lievito nel latte appena tiepido. Unire parte della farina per ottenere una pastella. Aggiungere il burro fuso tiepido, le uova intere, lo zucchero, la vanillina e il sale. Mescolare bene quindi unire il resto della farina. Lavorare fino ad avere un impasto liscio e morbido, quindi aggiungere le gocce di cioccolato e formare una palla che lascerete  lievitare coperta per circa 1 ora. Trascorso questo tempo senza rimpastare troppo formare delle palline che disporrete un po’ distanziate sulla placca del forno. Volendo potete spennellarle con del tuorlo d’uovo allungato con un cucchiaio di lette, ed eventualmente spolverizzato con dello zucchero semolato.

Per fare la forma di cornetto invece, con il mattarello  tirate l’impasto in una sfoglia di circa 1/2 cm di spessore. Con una rotella tagliapasta tagliate dei triangoli isosceli con la base di ca. 7 cm e l’altezza di 12-14. Partendo dalla base, arrotolate su se stesso il triangolo di pasta fino a formare il cornettino.

Coprire e lasciar lievitare ancora un’ora prima di cuocere nel forno già caldo a 180-200 gradi per circa 10 minuti.

(Non fate caso a quello che dico nel filmato: il tutorial era diretto alla mia amica Lea a cui dovevo insegnare a fare la formatura dei panini. E abitando a 600 km da me,  abbiamo trovato in questa lezione virtuale l’unica possibilità per farlo).


Questo forse è anche peggio… girato in fretta e furia e perdipiù con l’impasto del pane arabo. Ma il concetto c’è! (Per la musica di sottofondo ringrazio di cuore ClaUdiA per l’esecuzione)