Archive by Author

17 maggio: Giornata internazionale contro l’omofobia

Con il termine omofobia si intendono tutti quegli atteggiamenti negativi che conducono al rifiuto o alla discriminazione diretta o indiretta degli uomini gay, delle lesbiche, delle persone bisessuali e transessuali o di tutti coloro il cui aspetto esteriore o il cui comportamento non corrispondono agli stereotipi maschili o femminili.

Oggi, 17 maggio, è la Giornata internazionale contro l’omofobia. Il primo anno in cui venne proclamata  era il 2005, a 15 anni esatti dalla rimozione dell’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali nella classificazione internazionale realizzata dall’Organizzazione mondiale della sanità.

Nel 2007, in seguito ad alcune dichiarazioni di autorità polacche contro la comunità LGBT, l’Unione europea ha istituito ufficialmente la giornata contro l’omofobia sul suo territorio. Nel testo approvato si afferma tra l’altro che il Parlamento europeo:

“condanna i commenti discriminatori formulati da dirigenti politici e religiosi nei confronti degli omosessuali, in quanto alimentano l’odio e la violenza, anche se ritirati in un secondo tempo, e chiede alle gerarchie delle rispettive organizzazioni di condannarli” (art.7);

“ribadisce il suo invito a tutti gli Stati membri a proporre leggi che superino le discriminazioni subite da coppie dello stesso sesso e chiede alla Commissione di presentare proposte per garantire che il principio del riconoscimento reciproco sia applicato anche in questo settore al fine di garantire la libertà di circolazione per tutte le persone nell’Unione europea senza discriminazioni (art.8);

“esprime la propria solidarietà e il proprio appoggio agli attivisti dei diritti fondamentali e ai difensori della parità di diritti per i membri della comunità LGBT” (art.9).

Questo blog si oppone a qualunque tipo di discriminazione e sostiene la Giornata internazionale contro l’omofobia che ricorre oggi.

Post numero 1000!!!

Questo è il post numero 1000!!! Mille a partire dal primo pubblicato nel lontano aprile 2009 giorno in cui questo blog è partito.

Sono stati mille come

le bolle blu e altrettanto leggeri

i giorni di te e di me, ma meno melensi

come i garibaldini, ugualmente tosti e coraggiosi (non dovremmo essere noi a dirlo, in verità)

come le miglia della corsa, ma con una maggiore predilezione per la lentezza

come le proroghe del decreto e altrettanto multiformi.

Speriamo che qualcuno di essi vi abbia interessato, divertito, indignato, fatto riflettere, insomma vi abbia fatto trascorrere qualche momento piacevole.

E dopo questi 1000 post il Blog delle Ragazze chiuderà spera di proporvene altrettanti altri che siano ugualmente apprezzabili.

E non possiamo concludere senza un grazie mille coccobille a tutti coloro che ci hanno seguito fino a qui con simpatia e affetto.

Yom ha shoà

Ieri, il papà delle ragazze è stato invitato a parlare ad un incontro sulle 3 religioni monoteiste.

Lo ha fatto, non da “dotto”, ma raccontando l’ebraismo della vita quotidiana, la sua esperienza personale: il punto di vista di un ebreo “qualunque”. 
Dal momento che oggi ricorre Yom ha Shoà, il giorno in cui si ricordano i 6.000.000 di ebrei uccisi dai nazisti, abbiamo pensato di pubblicare uno stralcio del suo intervento, nel quale racconta la sua esperienza durante la guerra.

Bernard Malamud scrisse una bellissima frase: “Se mai ti capitasse di dimenticare di essere Ebreo, ci sarà sempre un gentile a ricordartelo”.

Le leggi razziali entrarono in vigore nel 1938. Furono promulgate dal governo Mussolini. Allora avevo 10 anni fui cacciato via dalla scuola, i miei amici non volevano più giocare con me in quanto ebreo e io, non riuscivo ovviamente a capirne le motivazioni. Gli ebrei non potevano più esercitare le proprie professioni: medici, magistrati, avvocati, professori universitari: nessuno poteva più occupare un posto di lavoro. Perfino i soldati e gli ufficiali furono cacciati dall’esercito. Gli ebrei furono allontanati totalmente dalla vita sociale italiana.

Arrivò l’8 settembre 1943, giorno dell’occupazione militare di Roma da parte dei nazisti. Mio padre ebbe un’intuizione, e poco prima del 16 ottobre, data funesta del rastrellamento degli ebrei di Roma, prese tutta la sua famiglia e la portò a Olevano Romano, dove una Famiglia del posto, la Famiglia Ciolli, ci accolse e ci ospitò con amore e a rischio della propria vita. In un giorno di marzo, i militari delle SS circondarono la casa dove eravamo nascosti. C’eravamo solamente mio cognato, con sua figlia di pochi mesi ed io.

Irruppero nella casa e iniziarono una perquisizione per cercare degli elementi che potessero indicare la nostra religione. Quando a un tratto sentii delle voci provenienti dall’esterno che ci chiamavano per indurci a uscire e scappare. Aspettammo un momento propizio, fuori dal controllo dei soldati nazisti, e uscimmo da una porticina, dove alcune paesane ci stavano aspettando. Appena girato l’angolo ci fecero entrare dentro a una casa, aprirono una finestra e ci spinsero sui tetti. Di tetto in tetto, di casa in casa, queste donne ci indicarono la strada per fuggire, e come se dietro ci fosse una regia, ci scortarono fino all’altra parte del paese. Lungo la strada, dalle finestre delle case via via si affacciavano le olevanesi per indicarci la via più libera da seguire.

E’ scritto nel Talmud che chi salva una vita salva il mondo intero.

Gli abitanti di Olevano hanno salvato molte famiglie come la nostra a rischio della propria vita: per questo nel 2001 l’Istituto Yad Vashem di Gerusalemme ha conferito ai coniugi Milana e Ciolli, abitanti di Olevano, e ai loro figli l’alta onorificenza di giusti tra le nazioni.

Nel marzo del 1944, tornati a Roma, ottenemmo dei documenti falsi in qualità di sfollati calabresi, e l’assegnazione di un appartamento di proprietà di ebrei, in piazza Rosolino Pilo.

Una sera vedemmo arrivare 3 camion pieni di soldati nazisti; entrarono nel portone e salirono le scale fino al nono piano, dove noi abitavamo. Eravamo certi che fossero lì per noi. Per portarci via.

Invece li sentimmo superare la nostra porta, salire un’altra rampa di scale e irrompere nell’appartamento di sopra, abitato dalla famiglia Terracina, i cui componenti, furono presi e portati ad Auschwitz. Morirono tutti: solo Piero, il più piccolo riuscì a tornare.

Ancora oggi, a distanza di 70 anni, nei miei incubi notturni risuona il rumore dei passi degli scarponi dei soldati.

Quando le truppe alleate entrarono a Roma, il 4 giugno 1944, abitavamo in un appartamento in affitto sotto falso nome. Era il nostro 18 domicilio in pochi mesi.

Mia madre mi chiese di accompagnarla dalla proprietaria dell’appartamento per rivelare la nostra vera identità, ma la signora ci confessò che nel palazzo tutti erano a conoscenza del fatto che fossimo ebrei. Gli abitanti del palazzo, preferirono non denunciarci nonostante sulle nostre teste pendesse una taglia di 5000 lire per ogni ebreo.

E’ meraviglioso come a volte il mondo ci sappia sorprendere.

Dalí, romano de Roma del Cinquecento

Riceviamo da dhr e con il solito grande piacere pubblichiamo.

L’ultimo uomo del Rinascimento: così potrebbe essere definito Salvador Dalí, a cui è attualmente dedicata una straordinaria mostra al Vittoriano di Roma. Un’esposizione che – diversamente da quanto spesso accade – raccoglie un gran numero delle sue opere più significative, dalla prima giovinezza agli ultimissimi anni. Unico neo, i dipinti e disegni sono disposti in ordine alla cavolo, senza tener conto della successione cronologica, che invece in Dalí è importante quanto in Picasso, con numerosi “periodi” ben distinti.

L’arte surrealista del genio spagnolo si trova perfettamente a proprio agio nella Capitale, alla quale la uniscono i valori portanti del Rinascimento. In sintesi: grandiosità esteriore e acume intellettuale, celebrazione della vita fisica e slanci mistici, matematica ed erotismo, scienza e alchimia, genio individuale e cultura di massa, enogastronomia ed esoterismo, regolatezza e sregolatezza, Dioniso “e” il Crocifisso (non “contro” come diceva Nietzsche).

Una carnalità spagnola che si alterna e si fonde alla razionalità scientifica, i classici della letteratura alle icone Pop. Dalí amava frequentare tanto la crema di New York quanto i poveri pescatori dei villaggi catalani; ciò che non sopportava era la classe media, e la mediocrità, proprio come gli artisti del Cinquecento.

Le opere in mostra permettono di ripercorrere l’intera vicenda di Salvador Dalí. Ai primissimi anni risale ad esempio l’Autoritratto con collo raffaellesco, ancora in stile impressionista come andava di moda, ma già proiettato verso gli splendori rinascimentali. L’unica fase poco rappresentata in esposizione è quella immediatamente successiva, ossia la prima fase surrealista, impregnata di temi freudiani e ossessivi (complesso di Edipo, masturbazione). Molto ben rappresentati, viceversa, gli anni Trenta, in cui Dalí dipinge paesaggi semivuoti, silenziosi, figure evocative, lunghe ombre serali; è da questo momento che comincia a trovare collezionisti. Ma la fama mondiale arriva negli anni Quaranta negli Stati Uniti, dove si è rifugiato dalla guerra che devasta l’Europa; qui ha inizio l’iperrealismo fotografico applicato a raffigurazioni surrealiste che riprendono e rielaborano i temi affrontati finora.

Poi, tra il 1946 e il 1951, la svolta tanto disprezzata da André Breton, ma che Dalí considera l’evento più importante della propria carriera: la scoperta della “mistica nucleare”. Qui la Fisica atomica del XX secolo e la spiritualità tradizionale spagnola si uniscono per dare vita a un universo in cui esplodono energie soprannaturali. E poi avanti, fino all’inizio degli anni Ottanta, in cui l’anziano Dalí rilegge in chiave surrealista le opere di Velazquez e di Michelangelo. Dipinti affascinanti, che non hanno ancora la fama che meritano.

Oltre ai dipinti, occhio alle numerose illustrazioni in mostra, quelle per l’Autobiografia del Cellini, per il Don Chisciotte… A mio parere, l’attività di illustratore, ariosa, dinamica, complessa, costituisce il top dell’arte di Dalí. Un motivo in più per elogiare questa iniziativa romana.

dhr

Questa presentazione richiede JavaScript.

Chagall dʼArabia. E vissero felici e contenti

L’illustrazione che apre il volume è in realtà l’ultima realizzata da Chagall, e “rappresenta” il gran finale di tutto il percorso umano-artistico che attraversa le Mille e una notte.

L’immagine in teoria raffigura i due protagonisti della raccolta, il sultano e Sharazad, distesi a letto mentre lei gli racconta una fiaba dietro l’altra per avere salva la testa. Basta però una rapida occhiata per accorgersi che si tratta di una confessione autobiografica quant’altre mai.

Il giovane sultano indossa non il turbante ma la classica berretta da pittore francese. E l’unione (presumibilmente) spirituale e (innegabilmente) carnale tra i due viene benedetta da una figura femminile, in abiti sfarzosi, che si vede e non si vede, librata in volo sopra di loro… un fantasma. Impossibile resistere alla tentazione di identificarla con Bella che, dal cielo, accetta anzi incoraggia il nuovo rapporto. Chagall si è riconciliato con il proprio presente e passato, è pronto alla nuova avventura sentimentale con Vava, che infatti – a quanto è dato sapere – sarà stabile quanto la prima.

Chagall usa tutti i mezzi messigli a disposizione dal proprio linguaggio pittorico per sottolineare la positività di quanto sta accadendo. I due corpi nudi si confondono in uno solo, come simboleggiato dalla “fusione ermafrodita” tra la gamba sinistra di lui e quella destra di lei. Inoltre, ADESSO tutti e due si trovano nell’area rossa del disegno, colore del sangue e della vita pulsante.

Il blu profondo, colore dell’oltretomba (cfr. il mare in varie illustrazioni di questa serie), è riservato alla zona superiore dove c’è Bella. Già il fatto che sia l’area superiore, e non inferiore come il mare, è un buon segno. In più, il colore della notte è ampiamente rischiarato da un trionfo di calda luce gialla e da una tempesta di foglie di un tenero verde. Viene in mente il limbo dantesco visitato da Beatrice, nell’incisione del Doré. Orfeo non ha raggiunto Euridice, ma viceversa.

La luce è emanata da un sole che a sua volta si trova all’interno della sagoma di un uccello gigantesco. Un altro simbolo di vitalità esuberante, di gioia; l’esatto opposto dell’uccello serpentiforme, demoniaco, visto in una puntata precedente.

Ed è qui che la vicenda personale del pittore si riaggancia alla Grande Storia del suo popolo. Il volatile, quasi un Cherubino, allude alla presenza benedicente di Dio negli alti e bassi delle vicende umane. La Bella trasfigurata diventa un’icona della Shekinà.

Il grande uccello di fuoco (opera di Stravinskij che Chagall ebbe modo di illustrare) ricorda anche un albero luminoso, come l’Albero della Vita nel paradiso terrestre, sotto cui si distendono felici un nuovo Adamo e una nuova Eva. O addirittura il Roveto Ardente. Irradia luce perché “lampada ai miei passi è la Tua parola, luce sul mio cammino… Se anche camminassi per una valle oscura, Tu sei con me” come recitano i Salmi.

Un ringraziamento di cuore a tutte/i per l’attenzione e l’amicizia.

dhr

E’ questa l’ultima puntata della serie che il nostro e ormai vostro amico dhr ci ha regalato. In attesa di un’altra delle sue idee, vi anticipiamo che la collaborazione con lui continua in un modo del tutto nuovo. Lo scoprirete a breve. Intanto oggi rinnoviamo a lui i nostri ringraziamenti.

Per i bambini e l’insegnante della scuola ebraica di Tolosa assassinati

Ha scritto Elie Wiesel: “Dopo la guerra ero convinto che antisemitismo e razzismo, odio etnico e religioso fossero morti ad Auschwitz. E invece mi sbagliavo. Solo le vittime erano morte. L’odio che le ha uccise è ancora vivo”.

E non si venga a dire che si tratta di follia come ha dichiarato il ministro della Difesa francese. Chiamiamo le cose con il loro nome. Le parole per descrivere quello che è accaduto ieri a Tolosa a bambini e insegnanti inseguiti fin dentro la scuola sono: aggressione antiebraica.

Chagall dʼArabia. Nel blu dipinto di blu

Questa immagine è, tra tutte quelle delle Mille e una notte, quella più tipicamente chagalliana in assoluto. A renderla speciale, però, è la sua collocazione: è infatti l’ultima della serie (o la penultima; ma l’ultima, che esamineremo la settimana prossima, era un’incisione di lusso, riprodotta solo in una ventina di copie del volume). Come a dire che Chagall “ritrova” se stesso, ma solo al termine di un cammino accidentato.

Sul piano psicologico, è un’immagine in cui la notte non è nera, ma blu, come lo è l’atmosfera al mattino appena prima dell’alba, oppure l’“ora blu” subito dopo il tramonto, la più bella per scattare fotografie suggestive.

L’opera può contenere una sottile allusione sociale e politica, dato che Der Blaue Reiter, il Cavaliere Blu, era il nome che aveva in Germania il movimento espressionista; un movimento che aveva ritratto il disagio della nazione tra le due guerre. Chagall adesso si trova invece dopo la Seconda guerra mondiale, dopo che la Germania, passata dalla situazione insostenibile della Repubblica di Weimar alle elezioni del 1933, ha fatto quello che ha fatto. Nei loro quadri, gli Espressionisti avevano tentato – invano – di mettere in guardia contro il nascente pericolo nazista(*). Ora che l’incubo è finito, cavallo e cavaliere blu possono tornare a volare.

Ma è l’alba o il tramonto? Entrambi: sono visibili sia il sole che la luna. L’amato e l’amata coronano il loro sogno, portati in cielo da una energia positiva, un po’ come il profeta Elia; mentre la Natura da un lato li nasconde in un romantico alone di privacy (tramonto), e dall’altro è pronta “dare alla luce” un mondo nuovo (alba). Tutto promette pace e felicità. A quanto pare, Chagall ha riacquistato la serenità e l’amore dopo il tormento del dubbio.

Ancora una volta, però, la vicenda privata si fonde con quella cosmica. Questa notte richiama la prima delle notti più sacre, quella della creazione, quando HaShem trasse la bellezza dell’universo dal buio primordiale. “Sia la luce!”, e lo Spirito stava beneficamente sospeso al di sopra delle acque, come questo Cavallo Blu.

- – -

(*) Nota a margine: gli Espressionisti tedeschi erano ammiratori di Nietzsche, contro la piccineria mentale della borghesia, pronta ad affidare le sorti della nazione a uno come Hitler. Giusto nel caso ci fosse ancora qualcuno che crede alla favola goebbelsiana del Nietzsche “ideologo del Terzo Reich”. Meglio fare rewind e riprendere il discorso sul filosofo a partire dagli anni Venti, non Trenta-Quaranta. Nota nella nota: Friedrich Nietzsche si giocò l’amicizia con l’antisemita (lui sì) Richard Wagner perché se ne andava in giro con un amico ebreo.

dhr

Chagall dʼArabia. La vita è sogno

Nel libro questa fiaba si trova in apertura ma, in ordine di esecuzione, è l’ultima illustrata da Chagall, e infatti costituisce il raccordo visivo tra quelle precedenti e il “gran finale”. Il titolo è Il cavallo d’ebano, in riferimento a un prodigioso destriero-robot in grado di volare. Un tema che nella letteratura occidentale ha trovato la sua espressione più alta, ancorché ironica, nel Clavilegno del Don Chisciotte.

L’immagine raffigura il momento in cui il principe Kamar al-Akmar, raggiunta una reggia ignota a bordo del suo cavallo volante, si addentra nell’edificio con il favore delle tenebre, scopre per caso una fanciulla bellissima e, avete indovinato!, se ne innamora.

Qui Chagall fa ricorso a tante delle sue tematiche più care. Anzitutto l’atmosfera onirica, nel senso che la scena si svolge di notte e quasi tutti i personaggi dormono… oppure l’intera scena è frutto del sogno di qualcun altro? Gli elementi si “accavallano” (è il caso di dirlo) in modo abbastanza arbitrario, senza tener conto di volumetrie e prospettive. In alto splende la luna, ma in basso, addirittura da dentro la terra, splende il sole. Il cavallo non appare fatto di ebano bensì realistico, in carne e ossa, e tuttavia dalla criniera gli spunta un’ala, o un alberello, non è chiaro. In ogni caso qui l’animale è un simbolo positivo e vitale, l’opposto dell’incubo, della night-mare (cavalla notturna) del celebre dipinto di Füssli, ad esempio.

Il giovane principe e la ragazza sono vicini vicini, e lui la accarezza, ma per il momento regna ancora una certa estraneità tra loro: lei non ricambia le tenerezze, e nemmeno lo guarda negli occhi. Eppure la nudità di lei suona già come una promessa. Ha la stessa postura già vista nella sirena nelle puntate precedenti, ma senza scaglie da pesce: è una donna vera, non un’illusione. Il principe, ossia Chagall, vede il suo sogno a portata di mano, ma ora deve stare attento a non spezzarlo con qualche gesto inconsulto; un po’ trema, un po’ spera.

Chagall però non è il tipo da concentrarsi esclusivamente sulle proprie questioni sentimentali private. L’immagine ha echi biblici, apre a un orizzonte più vasto. Il cavallo azzurro impennato, pronto a volare, rievoca gli slanci mistici del pittore simbolista Odilon Redon. La ragazza, oltre alla promessa sposa del Cantico dei cantici, sembra richiamare altri testi salomonici, quelli relativi alla Sapienza divina, incantevole creatura femminile che si lascia trovare e godere solo da chi “non dorme”. Una Sapienza di cui il mondo di allora – e non solo – aveva un gran bisogno.

dhr

Siamo versatili!

Abbiamo ricevuto il premio Versatile Blog Award, un passaparola tra blogger che segnalano i loro blog preferiti, e siamo molto emozionate (è la prima volta che il nostro blog riceve un premio, anche se di soddisfazioni i nostri lettori ce ne danno tante!).

Le regole che ora dobbiamo rispettare sono:

  1. Ringraziare la persona che ci ha segnalato e pubblicare il link del suo blog: quindi GRAZIE a scrittodavoi http://trecugggine.wordpress.com/
  2. condividere 7 cose/fatti/notizie su se stesso, e quindi:
    • Siamo tre sorelle, di bella presenza, simpatiche, intelligenti e, quel che più conta, modeste!
    • Ci piace ridere, mangiare e leggere.
    • Una di noi è creativa, le altre un po’ più quadrate.
    • Siamo per la leggerezza, soprattutto nelle cose serie. E, quando serve, anche per il cazzeggio, che è il sale della vita.
    • Lavoriamo come pazze, ma una di noi, secondo lei, di più.
    • Due di noi si dilettano in gustosi manicaretti, la terza si tiene lontana dai fornelli.
  3. Infine, nominare i blog a cui vogliamo conferire a nostra volta l’award:
    • Grafemi: Un blog in cui si parla soprattutto di scrittura e di libri con competenza e in una forma ineccepibile. Lo stesso Paolo Zardi che lo cura è uno scrittore sorprendente. Interessante anche da un punto di vista grafico. http://grafemi.wordpress.com/
    • Copertinedilibri È un blog molto originale, curato da una libraia che mette a confronto copertine identiche o molti simili di libri diversi. Una grande idea. http://copertinedilibri.wordpress.com/
    •  (He)Art by dhr: Il blog è curato da Dario Rivarossa, un artista eclettico: illustratore, scrittore, fotografo, ma anche saggista, giornalista e molto altro ancora. Di conseguenza il blog è ricchissimo e variegato: ci si possono trovare suoi disegni, riflessioni, analisi di libri classici e moderni. http://he-art-dhr.blogspot.com/
    • Barbara mente creativa Un blog  scoppiettante sulla scrittura e sui libri, ma anche sul cinema, sui fumetti e le illustrazioni. http://barbaramentecreativa.wordpress.com/
    • Anice e cannella Un blog di cucina e fotografia. http://aniceecannella.blogspot.com/

Chagall dʼArabia. Dal profondo

Seconda e ultima immagine dedicata alla fiaba di Abdallah della Terra e Abdallah del Mare. Per prima cosa va notato che ogni illustrazione di Chagall fa storia a sé: questa ad esempio non è la “continuazione” dell’immagine precedente, perché i due personaggi hanno un aspetto abbastanza diverso. Tanto per cominciare, Abdallah del Mare qui compare in versione maschile, come nel racconto; Chagall quindi non identifica più la creatura marina con la defunta moglie Bella.

Grazie all’immancabile unguento (cfr. streghe nel Medioevo), il pescatore terrestre è in grado di viaggiare incolume sott’acqua per visitare il mondo “uguale ma diverso” di Abdallah del Mare. Qui affronta qualche avventura fantascientifica, come l’incontro con le misteriose, pericolose creature dette dandan. Subisce anche, se non il razzismo, perlomeno l’ironia del popolo del mare, che lo deride chiamandolo “senzacoda”.

Chagall sfrutta graficamente al massimo lo spunto offerto dal testo: “Abdallah [della Terra] si divertì ad ammirare le specie di pesci, grandi e piccoli, che giocavano tra loro. Alcuni sembravano bisonti, altri tori o cani o perfino esseri umani”. L’illustrazione diventa una fantasmagoria di creature ibride che sembrano uscite da un dipinto di Bosch, però più allegre.

In alto a destra si nota il re del mare, di fronte al quale il visitatore terrestre dovrà presentarsi ufficialmente. Il modo in cui Chagall lo disegna rimanda a vari soggetti che aveva ben presenti: Mosè e Aronne al cospetto del faraone, e/o Salomone (vedi la sua Bibbia), e/o il Mondo nelle icone bizantine della Pentecoste, raffigurato come un anziano imperatore in carcere. Da un lato quindi la sapienza, dall’altro le tenebre in attesa di redenzione.

Tutti questi elementi fanno pensare alle grandi acque, al caos primordiale da cui emerse, ben strutturata, la creazione per volontà dell’Altissimo. Ancora una volta si intuisce un’allusione al viaggio di Orfeo nel regno infero del dio Ade per compiere la sua “missione impossibile”. Il verde è un colore ambiguo, che può suggerire la malattia e la morte, oppure la vita, la natura lussureggiante. Siamo, per così dire, alle “doglie cosmiche del parto”; si è ancora nel buio e nella confusione ma qualcosa sta per venire alla luce, potrebbe spalancarsi un nuovo orizzonte. Quale, lo si scoprirà nelle prossime puntate.

***

Corollario. La fiaba contiene una morale, non raffigurata da Chagall, ma che sicuramente lo toccava da vicino. Durante la visita al mondo subacqueo Abdallah della Terra si imbatte in una festa. “Celebrano forse un matrimonio?” chiede. Abdallah del Mare risponde che no, è un funerale. “E voi esultate, cantate e festeggiate?” – “Certo. E voi cosa fate?” – “Quando muore uno di noi, piangiamo e ci disperiamo”. Questa scoperta spezza per sempre l’amicizia tra i due Abdallah. Quello del Mare chiede con amarezza: “Voi, gente della terra, non siete forse proprietà di Allah?” – “Certo che lo siamo”. – “Allora perché vi affliggete quando Allah si riprende quel che è suo, e piangete?… Se ti è tanto penoso rendere ad Allah ciò che gli appartiene, ti sarà forse più facile cedere al Profeta quel che è suo [un dono votivo, ndr]? Pertanto, non abbiamo bisogno della vostra amicizia”. E “quando ebbe finito il suo discorso se ne andò, scomparendo nel mare”.

dhr