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Facebook ergo sum

Capita che all’entrata o all’uscita del cinema si incontrino amici o conoscenti, specialmente quando si va in un cinema di quartiere.
Ci ferma a fare due chiacchiere, ci si scambiano impressioni se si è visto lo stesso film, ci si consiglia un film piuttosto che un altro, poi ognuno se ne va per la propria strada. Qualche giorno fa però uno di questi incontri mi ha lasciata un po’ interdetta e voglio condividere con voi alcune riflessioni.
Dopo aver visto “Ciliegine”, che consiglio vivamente, in un cinema di trastevere, ci imbattiamo in una coppia di conoscenti, con i quali ci intratteniamo qualche minuto per una serie di convenevoli; sopraggiunge un’altra persona, che saluta calorosamente mio marito e, rivolgendosi agli altri presenti, li apostrofa con entusiasmo, baci e abbracci, avendoli riconosciuti come appartenenti ad un stesso gruppo di Facebook. Non li aveva mai visti, non li conosceva.
Io: trasparente per alcuni lunghi minuti, finché mio marito non si rende conto della situazione e mi presenta alla bizzarra figura, ancora presa dall’inaspettato incontro. Tendo la mano e non posso fare a meno di presentarmi, sottolineando: “sono Cynthia e non sono su Facebook”.
Probabilmente non avrà capito; certo la cosa mi ha un po’ intristito: quasi che ormai si è più concentrati sui rapporti virtuali che su quelli reali; o forse dare concretezza a questo tipo di rapporti rafforza la fiducia che ormai viene riposta in questi canali di comunicazione che ormai occupano buona parte delle giornate di molte persone.
Non voglio essere fraintesa: chi parla non è certo una bacchettona che demonizza i social network e si sente minacciata dalle nuove tecnologie. Tutt’altro. Quello che mi spaventa sono le possibili conseguenze di un uso eccessivo di tali modalità di comunicazione.

Prima sera di Pesach

Questa sera inizia Pesach, la pasqua ebraica, e come ogni anno durante il seder verrà cantata o letta l’Haggadah, che altro non è che la storia dell’uscita degli Ebrei dall’Egitto, con la conquista della libertà dopo secoli di schiavitù.

La lettura dell’Haggadah è forse la pratica rituale più antica del mondo; la storia è sempre la stessa, ma ormai il numero di edizioni differenti è infinito: si può trovare l’haggadah per i bambini, la versione per i vegetariani, per le donne, per gli ebrei russi, per gli ebrei etiopi; durante il seder ci si interrompe spesso per citare i commenti più disparati, insomma, un seder non è mai uguale a un altro.

Quest’anno vi voglio segnalare in particolare l’uscita di una nuova Haggadah, curata da Jonathan Foer, sì proprio l’autore di “Ogni cosa è illuminata”, con la traduzione dall’ebraico di NathanEnglander, romanziere americano non a caso laureato alla Hebrew Academy di Nassau County. Emglander stesso definisce la sua traduzione “iperletterale”; chi l’ha letta afferma che lo scrittore ha aggiunto al testo grazia e un sottile senso poetico.

Foer nell’introduzione spiega che questo progetto ha avuto una gestazione molto lunga, ben nove anni, durante i quali ogni particolare è stato preso in considerazione, dalla forma del libro,  alla sua dimensione, pensata per avere una certa importanza, senza ingombrare troppo la tavola e gli altri commensali; si è cercato di limitare le illustrazioni, per non distrarre dalla lettura del testo. Anche il titolo sembra sia stato molto meditato, anche se alla fine il risultato sembra abbastanza scontato: “New American Haggadah”. I commenti al testo, inusuali e sorprendenti, sono stati scritti, tra gli altri, da personaggi di spicco della cultura USA contemporanea: filosofi, scrittori, giornalisti, accademici.

Insomma, sarebbe carino far trovare ai vostri ospiti una copia di questa nuova haggadah sul tavolo del seder, anche se ognuno di noi difficilmente rinuncerebbe alla vecchia e consunta copia, che probabilmente risale ai tempi della scuola, dove negli anni abbiamo appuntato a matita la divisione dei “pezzi” che ciascuno si troverà a cantare durante la cena.

Francesca Woodman al Guggenheim

Non l’avevo mai sentita nominare, ma sono incappata in una serie di sue fotografie e le ho trovate molto particolari. Si tratta di Francesca Woodman, morta suicida nel 1981 a soli 22 anni. Le donne sono il soggetto rappresentato più spesso, ma in maniera molto singolare: le sue foto in bianco e nero, infatti, raffigurano il corpo femminile come una macchia sfocata che sta per essere cancellata. Per ottenere questo effetto, che dà alla figura un senso di leggerezza inquietante, quasi fossero fatte di zucchero filato, ha usato tempi di esposizione molto lunghi. Lei stessa definiva i suoi soggetti “immagini fantasma”, come fossero caratterizzate dal desiderio di nascondersi o scomparire. Quasi ad affermare le difficoltà di affermazione della donna in quella che si può definire la seconda ondata del movimento femminista.

La mostra completa del lavoro dell’artista sarà al Guggenheim Museum dal 16 marzo al 13 giugno.

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Steve McCurry al Macro

E’ in corso in questi giorni al Macro di Testaccio  (fino al 29 aprile) un’interessante mostra fotografica; si tratta di una rassegna dedicata a Steve McCurry, noto ai più per la foto della ragazza afghana pubblicata nel 1985 sulla copertina del National Geographic e diventata icona del conflitto afghano nel mondo. Steve McCurry si è sempre spinto in prima linea pur di testimoniare gli effetti e le conseguenze dei conflitti in tutto il mondo. La mostra è davvero notevole, l’allestimento ha un suo senso, come spiega Fabio Novembre, curatore della mostra: “mentre la nostra idea di casa assomiglia sempre più ad arroganti dichiarazioni di potere ben salde sulla terra che occupano, [...], le case nelle sue opere sono precarie, come le vite di chi le abita, simili a strutture cellulari mobili. Ed è esattamente questa suggestione che ho cercato di riportare all’interno dei grandi spazi del Macro, un allestimento come un villaggio nomade [...]“. In effetti l’esposizione è originale, però poco funzionale: io ho  trovato una certa difficoltà ad associare la foto alla didascalia. Ma, tornando alle fotografie, sono una più bella dell’altra, e per questo non vi voglio anticipare nulla, vanno viste sul posto. C’è però una cosa che mi ha infastidito: la maggior parte delle foto sono scattate in oriente, India, Cina, Birmania, Tailandia, con scene di vita, personaggi, paesaggi; molte altre riportano scene di guerra, violenza, povertà dal Pakistan, Afghanistan, Kuwait. Poi di tanto in tanto ce ne sono alcune scattate in Italia: i soggetti ritratti sono tutti a sfondo religioso: processioni, flagellazioni, croci bruciate, come se in Italia non ci fosse niente di più rappresentativo. Ho raccolto alcune di queste immagini nella seguente galleria fotografica.

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E voi che pesce siete?

Il fotografo newyorkese Ted Sabarese ha realizzato una serie di foto, a mio avviso molto divertenti, che mettono in evidenza le somiglianze tra persone e pesci.  Finora si erano visti i cani che assomigliano ai padroni, ma qui si potrebbe estendere a un “sei quel che mangi”. Guardate voi stessi.

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La pausa pranzo

A chi non è mai venuta la fantasia di una pennichella durante la pausa pranzo in ufficio? Quante volte durante le riunioni post-prandiali assistiamo all’evidente abbiocco di qualche partecipante che crolla miseramente con la palpebra abbassata durante un intervento, certamente non brillante, di qualche collega? Ricordo ancora che anni fa, in uno dei miei primi lavori, avevo un capo che si addormentava sempre durante le riunioni pomeridiane; si trattava però di un sonno vigile, perché ogni volta, interpellato, riusciva a dare risposte sensate. Non ho mai capito come facesse.
Comunque ora questo problema sembrerebbe risolto, visto che una azienda britannica, la Podtime, ha messo a punto gli Sleep Pods, delle mini stanzette a forma di tubo dotate di un piccolo impianto hi-fi per rilassassi con un po’ di musica, di morbide luci soffuse per non affaticare la vista e, naturalmente, di un comodo materasso sul quale distendersi e ricaricarsi durante la pausa pranzo. Ricordano un po’ il design di 2001 Odissea nella spazio, sono disponibili in vari colori e con diversi accessori e in fondo costano solo 1100 euro.
Di seguito la galleria di foto da sottoporre al vostro capo.

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Elezioni in Egitto

Ieri l’Egitto è andato al voto, dopo undici mesi dalla caduta del regime di Mubarak. Erano presenti 40 partiti, divisi in 4 coalizioni; per farsi riconoscere dal corpo elettorale, che presenta ampie fasce di analfabetismo, i partiti hanno scelto centinaia di simboli che hanno reso i cartelloni elettorali davvero bizzarri: ombrelli, frullatori, semafori, spazzolini da denti, palloni. Insomma oggetti di uso comune che rendessero facile l’associazione con il candidato.
Eccone qui un campionario.

Talk to me al MoMA

E’ stata inaugurata il 24 luglio e rimarrà aperta fino al 7 novembre la mostra “Talk to me” al MoMA di New York. Si tratta di un’iniziativa che a me sembra davvero fuori da ogni schema; si parte dal presupposto che le cose, gli oggetti, parlino con noi, in maniera più o meno esplicita. Possono essere oggetti tangibili o immateriali, dal cucchiaio alla città, dal governo al Web, dagli edifici ai social network: tutti hanno qualcosa da comunicare, non certo con la voce, ma con testo, diagrammi, interfacce visuali, ma anche con profumi o con la propria temperatura; altri invece ci fanno compagnia semplicemente in silenzio. Il design, già alla fine del 20° secolo, ha iniziato ad abbandonare obiettivi legati all’utilità dell’oggetto; la cultura del 21° secolo è incentrata sul “Comunico dunque sono”. Quindi ci si allontana sempre più dalle preoccupazioni per la forma, o per la funzione di un oggetto, per focalizzarci sullo scambio di informazioni e sulle emozioni.
Design della comunicazione, dunque, che comprende la progettazione grafica di messaggi, di materiali stampati, di oggetti tridimensionali e di interfacce web.
La mostra prova ad esplorare questi nuovi terreni, esponendo una varietà di disegni che tentano di migliorare le possibilità comunicative e incarnano un nuovo equilibrio tra la tecnologia e l’uomo.
Ad essere sincera tutto questo è fuori dalla mia portata; bisogna però riconoscere che tentativi di questo tipo ci consentono se non altro di “pensare” e comunque di prendere atto dei cambiamenti che sono avvenuti e continuano ad avvenire nella nostra vita di tutti i giorni senza che noi ne riusciamo ad avere piena coscienza. Del resto l’arte non è altro che lo specchio dei tempi.

11 settembre 2011

Sono passati 10 anni: ripercorriamoli attraverso le copertine del New Yorker, a partire dalla prima, del fumettista Art Spiegelman, che dopo aver assistito al crollo della seconda torre insieme alla moglie e alla figlia, crea quella che rimarrà nota come “black on black”.

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Quotidiani on line a pagamento

E’ già qualche mese che gli editori americani stanno tentando la strada dei giornali on line a pagamento; quindi chi con una modalità, chi con un’altra, ti invitano a pagare una quota mensile o settimanale per poter accedere a tutti i contenuti on line della testata.

In particolare il New York Times fa scattare la richiesta dopo che si supera la soglia dei venti articoli al mese visionati (che per me , per la verità, sono più che sufficienti…); ma in fondo aggirare il paywall del New York Times è un gioco da ragazzi:

basta andare sull’url della pagina, selezionare tutta la parte terminale successiva al “?” che divide l’indirizzo dai parametri aggiuntivi; con un secondo click sul pulsante “Canc” che porta alla rimozione dei parametri, è possibile ottenere l’apertura della pagina.

Aprire gratis le pagine a pagamento, insomma, altro non richiede se non una semplice opera di pulizia sull’indirizzo, rimuovendo i lucchetti con estrema facilità per evitare ogni qualsivoglia forma di pagamento.

Troppo facile, troppo ingenuo; forse l’editore sta ancora cercando di calibrare il proprio modello di business?