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Insetti 2

Christopher Marley: insect art

#1 Machiavelli

Una sera d’estate, nella terrazza della casa al mare, Laura, io, nostra madre e una sua Amica (Amica di famiglia) stavamo facendo una partita a carte a Machiavelli.

Per chi non lo conoscesse è una specie di Scala 40 un po’ più complicato e più interessante.

Improvvisamente, come capita sovente d’estate, sentiamo un ronzio; così forte però che più che a un insetto ci fece pensare a un elicottero. E poi: SBANG! L’insetto, che poi non ci eravamo sbagliate troppo, era un grosso coleottero schifoso, è atterrato rovinosamente sul nostro tavolo da gioco.

Noi, grandi odiatrici della Natura, siamo subito schizzate in piedi per proteggerci dal pernicioso attacco. Ma la Natura la odiamo talmente tanto che ci faceva schifo anche allontanare l’insettone con uno straccio. Proprio non volevamo avere alcun contatto con lui.

Non sapendo cosa fare, e soprattutto, non volendo rientrare in casa per il gran caldo, non abbiamo trovato nulla di meglio che… intrappolarlo sotto un bicchiere. Almeno non poteva nuocere.

E così, questo compagno di gioco improvvisato è stato ribattezzato immediatamente Machiavelli. Certo era un po’ inquietante che ci guardasse in cagnesco dall’interno del bicchiere. E ancora più inquietanti erano i suoi ronzii minacciosi.

In ogni caso, si tranquillizzino gli animalisti, alla fine della partita ha riconquistato la sua libertà.

#5 Quantità o qualità?

Un giorno di novembre di almeno 18 anni fa,  il Marito e io, che allora abitavamo a Milano, siamo andati in Piemonte a raccogliere castagne.

Mentre io cercavo quelle più belle, più sane e più grandi, il Marito accaparrava tutto: grandi, piccole, belle e brutte. Siamo tornati a casa con 14 kg di bottino: obiettivo: marmellata di castagne!

A casa abbiamo preso l’allora cestone della biancheria, e foderatolo con un grande canovaccio, ci abbiamo messo il nostro tesoro, lasciandolo nella stanza (quella che poi, dopo 2-3 anni, sarebbe stata del nostro primo Figlio).

Andiamo a dormire, la mattina andiamo in ufficio, e al mio ritorno a casa vedo sul pavimento un vermetto bianco e marrone. Nemmeno tanto piccolo: diciamo 1.5 cm di lunghezza per 3 mm di diametro (vi piace la mia precisione?)

Come accennavo sopra, io odio la natura: per me il mare non dovrebbe avere pesci, il cielo non dovrebbe essere popolato da insetti, e i prati dovrebbero essere di erba artificiale senza grilli, cavallette, o vermi. Mi prenderete per matta, ma una fobia è una fobia!

Insomma davanti a questo vermetto, per voi insignificante, cercavo di darmi un tono: armata di un foglio di carta con cui catturarlo mi dicevo “dai che ce la fai” “forza, su, è più piccolo di te!” Ma non serviva a niente! Non ce l’ho fatta, e l’unica soluzione almeno provvisoria in attesa che il Marito tornasse a casa (tardi, perché dopo il lavoro era impegnato per cena) era coprire il vermetto con un bicchiere e tenerlo lì, in modo che non potesse “nuocere” .

Beh! Dopo pochi minuti sparso per il pavimento di tutta casa, c’era un servizio di bicchieri da 36! Comincio a piangere dal nervoso! A casa sola con quelle bestie feroci! E poi tante!!!! In lacrime chiamo mia madre. So che a 600 km di distanza non avrebbe potuto fare molto per aiutarmi, ma almeno due parole di incoraggiamento materno potevano bastare a calmarmi un po’! Invece dall’altra parte del filo, sento lei che ride e che mi dice: “Scusa, sto guardando Hunter! Ti posso richiamare più tardi?” Sconsolata riaggancio e niente affatto calmata, mi dirigo in lacrime verso il piano di sopra dove so che abitava una signora di una settantina d’anni, con la quale più che buongiorno e buonasera non ci eravamo mai dette.

Salgo le due rampe di scale che ci dividevano e suono il campanello. Vedendomi in lacrime dapprima si allarma un po’. Poi spiegata la questione mi dice: “Stai tranquilla, scendo io ad aiutarti. Ma ti spiace se vengo tra un po’? Sto finendo di vedere un telefilm!”

Maledetto Hunter! Ma quanti telespettatori avrà?

Comunque un po’ rincuorata aspetto la signora Carla in casa, in un angolo lontano dalla stanza maledetta e quando lei finalmente arriva, con un coraggio invidiabile e sprezzante del pericolo mi fa fuori tutti i vermi, dentro e fuori i bicchieri! Mi porta la cesta fuori in terrazzino e così, placata ceno e vado a dormire.

Come è finita? L’indomani, verso le 17.30, quando il Marito torna dal lavoro lo metto in balcone con i 14 kg di castagne, una pentola di acqua fredda, un’abat-jour per illuminare il piano di lavoro, e rinchiuso fuori lo costringo a selezionare il frutto della sua raccolta: le castagne galleggianti al secchio, quelle che affondano in acqua a mantenersi.

Il giorno dopo però sul desco, una marmellata di marroni stratosferica aspettava ansiosa le nostre fette di pane!

Le avventure di ALicE: risate a gambe strette

Il post della scorsa settimana, quello sulla Vescica piena e deterioramento cognitivo, mi ha riportato alla mente un episodio risalente a qualche tempo fa. La mia dottoressa, per aiutarmi nella dieta, mi aveva prescritto delle gocce drenanti, che, messe in due bicchieroni d’acqua, la mattina a digiuno, mi avrebbero fatto perdere delle belle quantità di liquido. Già due bicchieroni d’acqua, per me che non sono abituata a bere, e soprattutto per la mia debole vescica, sarebbero stati fatali. Immaginatevi poi l’averci aggiunto 40 gocce drenanti! Perdipiù la furba ALicE quando ha pensato di iniziare la cura? Lei che oltretutto non riesce a tenersi la pipì neanche 5 minuti? Il primo giorno in cui a portare i bambini a scuola ci avrebbe pensato lei prima di andare in ufficio. Quindi senza pensare che il tragitto in macchina sarebbe durato 1 ora invece che la solita mezz’ora.

Insomma, parto da casa e arrivo a scuola dei bambini ancora in buono stato. Proseguo per il lavoro e, appena imboccata la Cristoforo Colombo, già sento la lontana eco di uno stimolino, a disturbarmi il viaggio. Ma proseguo senza pensarci. Non troppo  almeno. Ma ti pare facile? Se ti imponi di non pensare a una cosa è proprio il momento che ci pensi. Intensamente. Però viaggio sulla corsia centrale, e immettersi sul controviale per cercare un bar la vedo difficile. Poi, la macchina, col traffico della mattina non avrei certo potuto mollarla in doppia fila! Dai, ce la posso fare. La pipì cominciava a premere. Cerco di arrivare in viale dell’Umanesimo. Lì sicuramente un bar l’avrei trovato.

Nulla! Non un bar, non un altro esercizio aperto a cui chiedere un bagno. Il deserto. Ho cominciato a sudare e a guardarmi intorno alla ricerca di qualcosa dove potermi liberare… Una busta… una scatola… Un WC portatile… Niente di tutto questo. Sul sedile di dietro c’era un pallone. Si potrebbe spaccare a metà e io potrei fare pipì nella semisfera… ma come tagliarlo? Oppure nel portabagagli c’è il frigorifero portatile… Quasi quasi potrei usare quello. Magnifica idea. Si ma come ci arrivo? Intanto, giunta ormai su via Laurentina comincio ad abbassarmi i collant. Non fate pensieri vastasi, perché vi assicuro che di erotico non c’era davvero nulla! Il difficile era accostare, catapultarsi nel bagagliaio da dentro il veicolo, e espletare le mie funzioni alla mercè… dei 200 automobilisti in coda al semaforo che procedevano a passo d’uomo, quindi perfettamente in grado di godersi lo spettacolo dal vivo. Nulla. Dovevo rinunciare anche al frigorifero… Ma una speranza c’era: l’infinito semaforo era miracolosamente diventato verde e la mia fila procedeva. Ce la potevo fare. Attaccata al clacson come se avessi un moribondo in macchina, e guidando con le gambe accavallate per mettere un “tappo fisico” al mio apparato urogenitale (non sapete che casino coi pedali!!!) giro finalmente per la via dove è ubicato il mio ufficio. Parcheggio. Il problema a quel punto era scendere perché qualunque movimento muscolare, sia pure del viso, mi avrebbe provocato il cosiddetto fenomeno di enuresi. Immaginatevi cosa sarebbe successo camminando. Ero prigioniera della mia automobile. Mi faccio forza e così, con i collant ormai abbassati (non potevo certo perdere tempo a ritirarmeli su) scendo dalla macchina. Ero lì lì per cedere. Non so come, barcollando, a gambe strette imbocco il cancello. Decine di persone in attesa di entrare nello stabile mi guardavano esterrefatte! Di sicuro mi avranno presa per una pazza ubriaca o drogata!

Entro anche nel portone. Il mio ufficio era al secondo piano: non avrei potuto resistere un minuto di più. Con la vescica ormai in fiamme vedo la signora delle pulizie in un ufficio. Le urlo: “DOV’È UN BAGNO??????”

Lei mi guarda basita e anche un poco impaurita (non voglio immaginare quali potessero essere i suoi pensieri) e biascica qualcosa tipo è un ufficio privato… Non si potrebbe… Al che, con la pipì ormai incanalata per l’uretra, le sbraito come un animale “MI SENTO MALEEEE!!!! HO BISOGNO DI UN BAGNO!!!!!” A quel punto la tapina mi indica tremebonda una porta e… non potete nemmeno immaginare il sollievo provato liberandomi! Una delle sensazioni più belle e piacevoli!

E la signora? Da quel momento, appena mi vede entrare nel palazzo, mi saluta calorosamente. Non so giudicare se lo fa con timore quasi reverenziale… o come una cara amica che ha condiviso con me un’esperienza emozionante… e un po’ segreta!

Alla luce di questo episodio, e del post sugli scienziati paciocconi, non saprei dire se costoro abbiano torto o no! Di fatto io, con la pipì che ormai mi aveva annegato il cervello, non sono riuscita a trovare un modo intelligente per liberare la mia vescica senza rimetterci nell’immagine.

Poste Italiane

Pensavo di averle viste tutte. Oddio se non tutte almeno molte, ma quello che mi è capitato ieri mi ha lasciato basita (e anche un tantinello amareggiata).

Dovete sapere che Lea e io siamo amiche da quasi 30 anni. Ma amiche amiche! Di quelle proprio “sorelle”! I 700 km tra lei e me ci separano solo dal punto di vista fisico, ma i nostri cuori sono sempre vicini: visite poche e sporadiche ma telefonate-fiume molto molto frequenti. I nostri compleanni non passano mai inosservati, anche se i nostri regali raramente arrivano puntuali: un po’ per il tempo necessario per trovare il dono giusto; un po’ perché spesso approfittiamo di amici e parenti che fanno la spola Roma-Milano a cui affidare i pacchetti. Altrimenti in mancanza ci affidiamo alle Poste Italiane!

A proposito di Poste, proprio ieri mi vedo consegnare dal portiere un piccolo pacco postale: una busta marrone, di quelle imbottite con la carta a bolle, con il mio nome e indirizzo scritto con l’inconfondibile scrittura familiare dell’Amica Mia.

Smetto di fare quello che stavo facendo e mi prendo del tempo per aprire la busta. È un rito che non ho voglia di celebrare di fretta, ma al contrario mi piace gustarmelo con calma, in pace.

Lea e io abbiamo tra l’altro l’abitudine di “scherzare” sui nostri regali: per un periodo mettevamo nel pacco dei finti scontrini fiscali con uno zero in più a dimostrazione che avevamo speso davvero tanto! Ovviamente nella speranza che per il nostro di compleanno avremmo ricevuto qualcosa di altrettanto prezioso e costoso. Il tutto solo per giocare naturalmente!

Tornando a ieri mi accingo col cuore contento ad aprire il mio regalo tanto tardivo (compio gli anni a ottobre) quanto inaspettato. Apro la busta… ma al suo interno mi sembra di scorgere solo un’altra bustina. Mah! Vabbè che è burlona, ma mi avrà mandato dei soldi? Oppure un buono per qualcosa? Apro la bustina e dentro non c’erano né banconote né buoni regalo di altro tipo. Solo un biglietto di auguri.

Prima di riportarvi il testo però devo fare un’altra digressione: Lea e io stiamo facendo la dieta insieme, con pesata settimanale via sms. Il biglietto recitava così:

Milano, quasi 21 ottobre 2011

Cara la mia amichetta, ti mando questo puntuale dono affinché tu lo indossa quando ti pesi e io possi avere la certezza che tu pesa sempre più di me!

Con tanti baci e tanti tanti auguri.

Lea

Va detto che anche quello di usare dei congiuntivi assurdi è un nostro piccolo scherzo (per il quale la gente peraltro ci prende per matte!)

Insomma il regalo doveva esserci! Specialmente stando al testo del messaggio! E se ho interpretato correttamente le parole dell’Amica Mia, doveva essere anche qualcosa di pesante! Peccato però che nel viaggio da Milano a Roma, la “pesantezza” della busta abbia indotto in tentazione qualche impiegato delle poste trasformando l’uomo (o la donna) in un in ladro!

Ecco io a costui o costei che mi ha fatto rimanere di merda di fronte a un biglietto orfano del suo (mio) regalo avrei dei… cari auguri da fare: sono delle frasi d’autore tratte dalla letteratura Yiddish:

Sale sui tuoi occhi! Pepe dentro il naso!

Che  tu possa vivere fino alla fine dei tuoi giorni come un candelabro! Appeso tutto il giorno, e in fiamme tutta la notte.

Possano crescerti cipolle nell’ombelico.

Possano le pulci di mille cammelli infestare le tue ascelle.

Che tu possa crescere come una cipolla con la testa sotto terra.

Possa tua moglie essere una megera che somiglia a sua madre e possiate vivere tutti e tre in una casa di una sola stanza.

Ecco fatto!

Insetti

# 1 Moscerini “Anonimi”

Una ventina di anni fa ero a cena con un amico in un ristorante del centro. I tavoli erano rivestiti da maioliche bianche, e non avevano la tovaglia. Una goccia di vino cade e resta li, tutta bella gonfia sulla ceramica impermeabile. Arriva un moscerino e… SPLASH! Si tuffa (o cade) a capofitto nella pozzanghera rossa. Il mio amico e io osserviamo la scena divertiti. I nostri vicini di tavolo non capiscono il motivo per cui siamo tanto interessati a guardare il tavolo ridendo. Il nostro moscerino, una volta uscito a fatica dalla goccia di vino ha cominciato a camminare a zig zag sulle zampette incerte; poi ha preso a fare una specie di capriole all’indietro. Di volare non se ne parlava neanche. Noi continuavamo a ridere guardando il nulla, finché non si avvicinò il proprietario del locale incuriosito a chiederci cosa ci fosse tanto da ridere sul suo tavolo. A quel punto il piccolo insetto ubriaco è diventato la mascotte del ristorante, e il mio amico e io, presunti matti, siamo stati riabilitati agli occhi degli avventori.

# 2 Manicure 

Qualche anno fa ero al mare, nella terrazza di casa nostra, tutta intenta a passarmi lo smalto alle unghie, mia insana passione da sempre. Improvvisamente arriva una zanzara che si posa sul mio mignolo pittato di fresco… e si incastra!

Poveraccia… Non riusciva più a volare. Provava a prendere quota ma le zampine erano  inesorabilmente attaccate alla mia unghia. Era evidente, povera bestia, lo sforzo che faceva per alzarsi, ma non serviva a niente. Il mio smalto era più forte delle sue ali.

Non sapevo cosa fare per liberarla. Sarà pure stata una zanzara, ma non poteva finire così, a morire di fame e sete prigioniera di un’unghia smaltata. Eppoi non sarebbe stato nemmeno tanto elegante da parte mia andare in giro con l’inclusione nello smalto: neanche fosse ambra! E comunque molto meglio per lei una manata che la spiaccicasse sul muro: una morte decisamente più onorevole.

Così cercavo un modo per salvarla. Non mi è venuto altro in mente che provare a liberarla tirandole le zampette con una pinzetta (di quelle da sopracciglia, per capirci). Nulla è servito. Le sue zampette non erano così forti come pensavo e la tapina è rimasta inesorabilmente schiacciata tra le chele metalliche della mia pinzetta. E così, una passata di acetone e via! Non ci si pensi più.

# 3 Riscatto

Qualche giorno fa ho preparato le meringhe. Con la sac a poche ho disposto sulla teglia del forno tante piccole spumine bianche pronte da infornare. A un certo punto l’occhio mi va su un puntino nero e tremolante sulla cima una di queste. Mi avvicino, mi tolgo, ahimé, gli occhiali e vedo che il puntino era un piccolissimo moscerino incastrato nell’impasto denso di una delle meringhe. Anche lui come la collega zanzara di prima non riusciva a liberarsi. Ancora più piccolo di lei, non poteva proprio volare. Gli si sollevava solo la parte superiore del corpo, le zampine si allungavano, ma niente: rimanevano inchiodate alla dolce prigione di albume e zucchero.

Però non poteva finire male come la sua collega: non me lo sarei perdonato! Dovevo riscattarmi! Allora con un coltello ho tagliato l’estremità della meringa e a quel punto il Figlio piccolo mi ha suggerito di… metterla sotto il rubinetto. Sì, così si sarebbe salvata dalle sabbie mobili e sarebbe morta annegata in un’alluvione! Però l’idea di fondo era buona: allora con una mano bagnata ho cominciato a lasciar cadere sulle sue zampe delle gocce d’acqua che hanno cominciato a inumidire e quindi a sciogliere il composto melmoso. Alla fine, un po’ zuppo, ma spero felice, il piccolo moscerino se ne è volato via libero e bello nella felicità familiare.

Chissà quale sarà stata la sua percezione: lo sapranno gli insetti di abitare in un mondo popolato da bipedi giganti o ci percepiscono come parte del paesaggio? Avrà capito che è stato salvato da un essere vivente, o penserà di essersela semplicemente cavata? Chissà se avrà ringraziato la buona sorte, o quella bella gigantesca pasticcera, sua coinquilina! Chi può dirlo?

Ciliegine

La scorsa settimana sono andata al cinema con un’amica e abbiamo visto Ciliegine. Siamo andate “scoppiate” perché né il Marito, ne suo marito avevano voglia di vederlo. È stata un’occasione carina per uscire e far due chiacchiere con una buona amica, e anche per ammettere che forse i nostri mariti (perlomeno a volte) hanno ragione.

Infatti, nonostante il parere positivo di Spicy, Ciliegine non mi è piaciuto molto.

Opera prima di Laura Morante in veste di regista e di co-sceneggiatrice, oltre che di protagonista, il film, francese, si svolge a Parigi. La Morante interpreta Amanda, una donna nevrotica che non riesce a trovare un uomo di cui innamorarsi: quelli che incontra infatti sono pieni di difetti che in realtà negli “uomini normali” (ma anche nelle donne!) sono la regola, ma che lei non riesce proprio a tollerare. La sua amica, le fa conoscere un collega, Antoine (interpretato da Pascal Elbé) che, per un banale gioco di equivoci, lei crede sia gay. Il film racconta l’evoluzione di quest’amicizia che nasce e cresce basandosi su questo dubbio iniziale.

Sulla trama, come nostra abitudine, mi fermo qui (anche se è così banale da non configurarsi alcun pericolo di “spoiler”).

Per il resto cosa dire? La nevrotica Morante sembra la trasfigurazione femminile di Woody Allen; lui, il gay o pseudo gay di cui Amanda si innamora, è un personaggio appena accennato. Per non dire un pesce lesso: sia nella recitazione sia per il ruolo assegnatogli. In sostanza chi la fa da padrone è la Morante stessa che emerge in modo asimmetrico rispetto al resto del cast: non tanto perché è brava (non dico che non lo sia), ma per lo scarso valore dei colleghi di cui si è circondata. Tutto ciò lo dico dal basso della mia inesperienza, sia chiaro! La storia non posso dire che non sia piacevole: l’idea di fondo è carina, ma è rimasta un po’ troppo “di fondo”. Diciamo che bastava poco poco per darle un po’ di spessore e riuscire a fare la differenza.

Vi serve altro?

Ah! Si! Una cosa positiva c’è: io sono sempre convinta che i film mi piacciano solo perché vado al cinema tanto di rado, per cui temo sempre di avere poche pretese culturali dal punto di vista cinematografico. Dopo aver visto Ciliegine, e averlo considerato una bufala, invece, almeno la mia autostima in materia è decisamente salita.

Gli autovelox: che rottura di Coyote!

Quando ieri andando al lavoro ho sentito questa pubblicità alla radio pensavo che si trattasse di 610. Avete presente il programma radiofonico dei fantastici Lillo e Greg? Con quelle finte pubblicità paradossali che si concludono con l’immancabile “corri in edicola”!

Beh, invece l’incredibile pubblicità che ho ascoltato è vera e soprattutto è incredibilmente vero l’apparecchio pubblicizzato.

Si tratta di Coyote, un localizzatore di autovelox, Distribuito dalla Magneti Marelli. Sapete a che serve? Ad avvisare gli automobilisti della presenza dei rilevatori di velocità, sia fissi che mobili; perfino (come dice lo spot) i più nascosti! Non solo! Coyote funzionerebbe come una grande community di trasgressori, che possono passarsi le informazioni sui posti in cui sono stati disposti nuovi autovelox.

Ma sbaglio o se sono nascosti c’è un motivo?

Gli autovelox, a maggior ragione se sono occultati alla vista, dovrebbero servire da deterrente contro il superamento dei limiti di velocità. Sempre che il buon senso di ciascuno di noi non sia sufficiente.

Ma vi rendete conto? E’ un invito alla contravvenzione delle regole! Certamente la pubblicità ne sottolinea l’aspetto positivo, ovvero che Coyote aiuterebbe a rispettare i limiti di velocità, ma non ci crede neanche Batman! Né che l’abbiano inventato per questo motivo, né, a maggior ragione che gli italiani lo comprino per questo motivo!

È ovvio che Coyote serve ad aiutare gli Emerson Fittipaldi de’ noantri a superare i limiti di velocità tra un autovelox e l’altro, e anzi non riesco a comprendere come questo possa essere considerato legale. Sarebbe come se un apparecchio avvisasse i rapinatori che il sistema di allarme della banca è fuori uso. Poi arriveremo all’avviso legalizzato della presenza di un posto di blocco: così potremo metterci gli auricolari, allacciarci le cinture di sicurezza e già che ci siamo anche rallentare un poco. Oppure potrebbero inventare un rilevatore di controllori dell’autobus, per aiutare i “portoghesi” a non pagare i biglietti. Anzi mi correggo: a pagarli solo alla vista di un controllore!

Il ruggito di ALicE: quel piccolo desiderio per la festa delle donna

Doverosa premessa: se il Marito non fosse “così” non potrei fare molte delle cose che faccio: per prima cosa seguire questo blog; poi dedicarmi ai miei hobbies, andare in palestra, cucinare in modo ossessivo-compulsivo, insomma: avere del tempo per me. Questo è impagabile e quindi lo ringrazio pubblicamente e di cuore.

E però. Un po’ che a volte il troppo stroppia, un po’ che i Conigli mi ispirano… Fatto sta che quando al Ruggito del Coniglio lanciano certi temi, io (come avrete imparato) non riesco a trattenermi e racconto. Vuoto il sacco, mi sfogo. Forse per me i Conigli sono terapeutici. E certamente sono più economici di un professionista in carne e ossa.

E allora, quell’8 marzo il tema del giorno era “la piccola felicità che le donne vorrebbero dal proprio compagno/marito”. Le mie dita, più veloci del mio cervello, si sono sbrigate a comporre il numero verde sul telefonino. Il risultato è questo intervento  che potete ascoltare qui sotto.  E’ stato molto divertente anche per la “coralità” dei commenti da studio. Non  vi anticipo altro. Cliccate e ascoltate!

Concertone del primo maggio: una mancata occasione

Non amo il concertone del I maggio. Un po’ perché abitando proprio a San Giovanni sono sempre costretta a barricarmi in casa vista  la confusione che si crea in tutto il quartiere con la transumanza di migliaia di persone; un po’ perché la musica arriva in casa più simile a un frastuono che a una melodia. Senza contare la vera e propria distesa di immondizia che il giorno dopo resta abbandonata sulla piazza. Fatto sta che quando si avvicina il primo maggio cerchiamo sempre di non essere a Roma.
Quest’anno invece un amico, ex collega, mi ha coinvolta per fare un po’ di volantinaggio la mattina, prima dell’inizio del concerto, per pubblicizzare la nostra situazione lavorativa e la “questione Vodafone”. E visto che ALicE non se ne può perdere una, ovviamente ho aderito con entusiasmo (ehm… ehm…) e mi sono recata alle 10.30 del primo maggio all’appuntamento. Tralasciando il fatto che eravamo appena in 4, di cui solo io e un’altra ragazza coinvolte in prima persona (e gli altri? Dov’erano?) ci siamo messi dei cartelli/sandwich addosso con disegnato una specie di pacchetto di sigarette gigante con su scritto “Vodafone manda in fumo 33 posti di lavoro: chi licenzia avvelena anche te: digli di smettere” e, bando alla vergogna, così bardati ci siamo avviati verso la piazza già piena di ragazzi.

Oh! Per chi non lo sapesse il tema del concerto che, vale la pena ricordarlo, come da tradizione è organizzato da CGIL, CISL e UIL, era “la passione, la speranza, il futuro”. Il lavoro e il precariato erano un sottotitolo: l’allestimento del palco era li a ricordarcelo: la scenografia era composta da pannelli appositamente montati male e a penzoloni, come se fossero dovuti cadere giù da un momento all’altro. Precari anche loro.

Diciamo quindi che con la nostra iniziativa pensavamo di “giocare in casa”, in una situazione accogliente, in una piazza comprensiva e solidale, attenta ai temi importanti e socialmente rilevanti. Beh, nessuna analisi fu più sbagliata!

Credo che nessuna delle persone presenti fosse lì per il tema del concerto; pochi addirittura lo conoscevano. Era semplicemente un concerto gratuito, che ha attirato un mucchio di ragazzi di tutte le età che a tutto erano interessati meno che al loro futuro (del quale parte essenziale dovrebbe essere il lavoro: mezzo principale di sussistenza e di autodeterminazione).

Già fumati e bevuti alle 11 di mattina, i ragazzi più educati ci rispondevano che non gliene importava che Vodafone licenziasse, tanto loro erano proprio disoccupati… Per il resto sembrava che ci fosse il vuoto pneumatico nei loro cervelli formato lenticchia. Facevano finta di ascoltarci e non vedevano l’ora che finissimo di parlare. Una vera desolazione, e tutto sommato una (ulteriore) sconfitta dei sindacati, che avrebbero potuto portare un po’ di cultura sociale ed economica anche in situazioni come queste.

Ho seguito un po’ le polemiche tra Alemanno e i sindacati, e stavolta non penso che il nostro Gianni Caro avesse del tutto torto. Non credo sia corretto organizzare un concerto gratuito, a spese del Comune (cioè comunque a spese nostre) per “ubriacare” il pubblico con musica e spettacolo, senza riuscire a dargli alcun contenuto. E pensare che invece poteva essere un’occasione per parlare anche di temi importanti, che tutto sommato toccano soprattutto i giovani, e condividerli con loro usando il loro stesso linguaggio, la musica. Alla fine un solo grande dubbio epocale: ci ha deluso di più il menefreghismo dei  ragazzi che abbiamo incontrato o l’eterna mancata occasione di CGIL, CISL e UIL?

Pedalando in sicurezza

Sabato si è svolta in contemporanea a Roma e a Londra la “bicifestazione” Salvaiciclisti: una mobilitazione generale per portare l’attenzione dei nostri governanti sulla pericolosità delle strade italiane per i mezzi a due ruote. Troppi casi di cronaca recente infatti ci raccontano di incidenti stradali che hanno avuto per vittime dei ciclisti, quindi mi sembra sia assolutamente doveroso un intervento da parte dei nostri governanti sia in materia di viabilità, con la creazione di piste ciclabili vere (e non schizofreniche, per non dire fantasma, come descrissi qui), ma che modifichino anche, in modo più severo, alcune norme del codice della strada.

E a proposito delle tematiche sollevate da #Salvaiciclisti credo che loro abbiano ragione: guidare un mezzo di trasporto significa certamente avere in mano una grossa responsabilità. Molti guidatori invece sembra che non lo sappiano. La strada è spesso una Jungla dove automobilisti e motociclisti sembrano voler affermare la propria superiorità, la propria supremazia. Al volante perdiamo ogni spirito di civiltà. La nostra rabbia, forse troppo repressa durante la giornata, si sprigiona dai nostri autoveicoli in modo talvolta assurdo.

Le macchine non ti concedono la precedenza, a meno che non ci sia un cartello a obbligarle; i motociclisti svettano per le strade trattando le automobili come se fossero dei paletti da slalom in movimento. E noi, lì, a trattenere il respiro e mantenere saldo il volante finche il loro arditissimo sorpasso non sia finito.

E’ chiaro quindi che con queste premesse i ciclisti, che hanno a loro disposizione un mezzo “poco sicuro”, non hanno vita facile in città.

E sono quindi molto solidale con le loro manifestazioni: sono solidale quando si sdraiano sulle strisce pedonali davanti a Montecitorio; sono solidale quando vedo in strada una bici bianca appoggiata a un muro a ricordare un ciclista morto. Epperò ogni tanto mi girano un poco gli zebedei (che peraltro non ho) quando si attribuisce sempre la colpa delle disgrazie agli altri. Quanti ciclisti incontro per strada senza casco? Quanti passano col semaforo rosso? Quanti addirittura contromano? A volte si guida la bici mentre si telefona, o, peggio, mentre si manda un sms! Ogni tanto sulla Colombo, nella corsia centrale, che non sarebbe nemmeno percorribile dai mezzi a due ruote, vedo perfino un ciclista (senza casco) che pedala con un gatto legato sulle spalle!

È chiaro a tutti che i ciclisti sono in una posizione debole e pericolosa, perché in caso di incidente con un mezzo a motore purtroppo è facile che siano loro ad avere la peggio. E allora, se l’attenzione alla guida è un dovere di tutti, a maggior ragione si dovrebbero drizzare tutte le antenne quando si pedala!

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Pubblico e privato

Normalmente quando si parla di salute non ho dubbi: in genere preferisco rivolgermi alle strutture pubbliche che credo possano darmi maggiori garanzie in termini di controllo e sicurezza.
Non a caso, due miei Figli su tre sono nati in ospedali pubblici (a Milano), con il ginecologo che mi ha seguito per tutti i 9 mesi. L’ultimo, obtorto collo, ho preferito farlo nascere in clinica (a Roma) per avere la garanzia che mi operasse proprio il mio medico. In entrambi i casi ho sempre trovato personale medico e ausiliario (infermiere, ostetriche…) sempre gentile e disponibile.  E anche dal punto di vista sanitario, grazie al Cielo, è andata molto bene tutte e tre le volte.

Per il dentista però il Marito e io abbiamo optato per il privato. Proprio la scorsa settimana ci siamo andati insieme: io per uno degli appuntamenti di un lavoro programmato, lui per un’emergenza. Siamo entrati e ci ha accolto una confortevole sala d’aspetto con musica diffusa, poltroncine imbottite e giornali e riviste per tutti i gusti. In caso di necessità (che per me è matematica) due toilette sono a disposizione dei pazienti: con sistema auto igienizzante, sapone, salviette e naturalmente acqua calda. E’ uno studio medico in cui ti senti accudito: se hai un’emergenza, come è appunto successo al Marito, c’è sempre un medico a disposizione, almeno per visitarti, valutare e al bisogno curare. Comunque, arrivato il mio turno, mi hanno fatto accomodare nello studio, dove il Dr. C. è arrivato dopo pochi minuti salutandomi calorosamente e informandosi sulla mia salute.

Mentre lavorava mi spiegava pazientemente le fasi del lavoro che stava facendo. Durante la seduta è entrata un’assistente informandomi che il Marito aveva finito, e chiedendomi da parte sua se avesse dovuto aspettarmi. Con la bocca aperta e l’aspiratore infilato dentro le ho fatto cenno che no, non era necessario, grazie. Anche perché doveva sbrigarsi e tornare a casa per accompagnare nostra Figlia dal suo, di dentista. Già perché per i bambini invece abbiamo optato per il servizio pubblico. In particolare la Clinica Odontoiatrica dell’Università, dove ha una cattedra, e quindi insegna e lavora, una nostra cara Amica. Diciamo che dal punto di vista organizzativo assomiglia un po’ a un girone dantesco: intanto funziona solo di mattina, il che implica perdita di giorni di lavoro (nostro) e di ore di lezione (dei bambini); poi ci sono file interminabili anche quando l’appuntamento ce l’hai; altra fila (interminabile anche quella) alle casse per pagare il ticket [e qui ci sarebbe da aprire una parentesi quadra: la cassa è ubicata in un'altra stanza rispetto alla sala d'attesa dove i bambini attendono insieme ai loro genitori di essere chiamati. Ma non potendo essere in due posti diversi contemporaneamente (perlomeno ancora non mi sono attrezzata), è possibile (anzi certo) che alla cassa chiamino il vostro numero, senza che voi lo sappiate a meno di non zompettare velocemente e continuamente da una stanza all'altra. Certo, la soluzione sarebbe semplice: basterebbe mettere il display della cassa anche nell'altra sala d'attesa. Tra l'altro il reparto è anche stato ristrutturato di recente! Una volta mi è capitato di suggerirlo al cassiere perchè arrivai dopo che il mio numero era stato già chiamato, mi è scoppiato a ridere in faccia dicendomi: bella idea signo', mo mando un'email al capo! E che ci sarebbe di male?]

Comunque, dicevo, a parte l’organizzazione, dal punto di vista clinico mi sembra che i bambini siano seguiti bene: ogni tanto ho a che dire con il loro referente odontoiatra, però non mi sono mai lamentata. Non troppo almeno.

Tornando al tema di cui parlavo all’inizio, nostra Figlia, quel giorno doveva sottoporsi a un intervento chirurgico: la seconda estrazione della gemma del dente del giudizio. La prima l’aveva fatta un mese prima e, poveraccia, aveva sofferto da cani. Quindi diciamo che la sua predisposizione d’animo non era delle migliori. Perdipiù (ma questo lei non lo sapeva) questa volta l’intervento sarebbe stato più complicato.

Dopo un’ora, finita l’operazione, la vedo uscire dalla sala singhiozzando e piangendo a calde lacrime. Il chirurgo, il prof. S. non si è nemmeno affacciato a parlare con noi al termine dell’operazione. Sparito. Volatilizzato.

Mi è sembrato strano: la volta scorsa uscendo, ci spiegò il post operatorio, le attenzioni e le precauzioni da prendere. Invece stavolta nulla: si sono fatti vedere solo studenti sbarbatelli.

In fondo però a pensarci bene non era poi tanto strano: l’altra volta, la nostra amica professoressa, sua collega, entrò in sala, interessandosi dell’operazione, e palesandosi come nostra amica… Stavolta no. Quindi niente raccomandazione, niente normale gentilezza. Quello che privatamente hai incluso nelle parcelle, qui, alla clinica odontoiatrica te lo scordi.

Per concludere, quando mia Figlia si è calmata, mi ha raccontato come era andata durante l’operazione. E questo spiega abbondantemente i motivi del suo pianto isterico: il prof. S., probabilmente anche perché quel giorno non c’erano amicizie di mezzo che lo vincolassero alla normale dose di pazienza che un medico dovrebbe avere, a maggior ragione con i bambini, mentre la operava, come fosse un qualunque macellaio, ai lamenti della piccola paziente le urlava frasi come STAI MUTA!!! oppure NON MI ROMPERE LE SCATOLE!!! Probabilmente questo avrebbe innervosito chiunque, immaginiamoci una bambina, che perdipiù di carattere è anche impressionabile!

Mi domando soltanto cosa succedrebbe in un eventuale studio privato dello stesso prof. S, si comporterebbe ugualmente così, o sarebbe gentile come i tre zeri delle sue parcelle?