Archivio | luglio, 2012

E per le vacanze di quest’anno…

Da un po’ di settimane spronavo le mie sorelle: allora, cosa facciamo quest’estate?

Ma non nel senso delle nostre vacanze! No, perché tanto io con la mia situazione lavorativa non è il caso che faccia grandi cose; Laura ha il marito che soffre il caldo e al massimo potrebbe proporle di andare in montagna. Peccato che lei la montagna la detesta di cuore, perché le mette infinita tristezza. (Chissà poi perché? Forse dovrebbe parlarne con un bravo psicologo! ;-) ) Spicy non sa dove né con chi andrà in vacanza fino all’attimo prima di partire (il last minut a lei sta ancora troppo comodo: per lei un last second è proprio quello che ci vorrebbe!)

Io però naturalmente mi riferivo al blog: che cosa fare per queste vacanze?

Infatti, memore dei rimproveri di alcuni amici del blog per la serrata della scorsa estate, ogni tanto mandavo le mie proposte via mail alle mie “so-cie-relle”: che ne dite di riproporre quotidianamente dei vecchi post? [“Ma che dici??? Non ne avranno già avuto abbastanza???”] Allora, dare, magari una volta a settimana, dei suggerimenti per le letture estive? [Ma figurati!!! Già dei post sui libri non gliene importa niente a nessuno, immaginati d’estate!!!!] Allora pubblichiamo gli articoli quando ci va di scriverne, senza che sia necessario timbrare il cartellino tutte le mattine alle 6.00! [Ma scherzi??? O siamo regolari nella pubblicazione o non ha alcun senso!].

A questo punto mio Figlio Grande, vedendo la mortificazione negli occhi della Madre si è anche divertito a proporre alle zie la pubblicazione ripetuta e quotidiana del post di Dragonball a luci rosse! Così, tanto per rinfocolare i commenti polemici, che sembravano (finalmente) essersi smorzati!

Insomma, dopo aver soffocato le mie ispirazioni, e aver tarpato le mie ali… Indovinate cosa farà il Blog delle Ragazze anche questa estate? Chiuderà per ferie!

Tutto considerato però mi sembra la scelta migliore. Soprattutto per far riposare la povera Laura che in questo mese di luglio, a parte qualche sporadico aiuto, ha portato da sola il peso del Blog sulle sue spalle. Si sentiva (mi ha confessato) come il soldato giapponese che continuava a difendere la sua postazione dalla trincea, senza sapere che la guerra era finita da un pezzo!

Quindi, buone vacanze a te, Laura (e grazie!); a Spicy, che starà ancora cercando una meta, e soprattutto buone vacanze ai nostri amici, che in questo periodo di rilassatezza potranno scorrere e rileggere tutte le castronerie, le indignazioni, le notizie, le riflessioni che abbiamo avuto l’onore di condividere con loro anche quest’anno!

Quadri esposti capovolti

L’artista Mark Rothko, nel 1968, donò al Tate Modern Gallery di Londra due suoi dipinti della serie Black on Maroon che contenevano larghe strisce nere che si alternavano a dei rettangoli marroni. I curatori del museo li appesero per anni con le strisce disposte orizzontalmente, quindi per un periodo vennero ruotati con le strisce verticali prima di ritornare orizzontali in occasione di una personale. A quel punto si sollevò una controversia circa il loro corretto orientamento. La firma di Rothko indica un orientamento orizzontale, ma normalmente quei quadri vengono appesi con le righe verticali e molti storici dell’arte hanno dibattuto a lungo l’argomento. Vi sono aneddoti analoghi che riguardano altri artisti, come Matisse, Rauschenberg, O’Keefe e Van Gogh, il cui Erba e farfalle fu esposto capovolto alla National Gallery nel 1965.

Ma quanto è importante l’orientamento di un quadro astratto o semi astratto, almeno per un occhio non esperto?

Nel processo creativo l’artista può prendere una decisione estetica circa l’orientamento cui attenersi al momento di appendere l’opera e spesso questo viene specificato nel retro della tela. Tuttavia, spesso l’orientamento scelto dal pittore non è così ovvio per chi guarda, soprattutto se non è presente un contenuto riconoscibile. E non è detto che l’impatto o il valore estetico dell’opera diminuisca se la si osserva con un orientamento non corretto.

Si tratta di un tema molto affascinante che numerosi studiosi dei processi cognitivi hanno affrontato. Lindauer nel 1969 chiese ai partecipanti allo studio quale orientamento preferivano per 54 dipinti astratti e scoprirono che solo la metà di loro era d’accordo con la scelta degli artisti. D’altro canto, Swartz e Hewitt (1970) mostrarono che il gradimento estetico delle opere mostrate non era influenzato né dalla rotazione né dalla specularità. Mentre Johnson nel 2010 evidenziò che i partecipanti apprezzavano a larga maggioranza l’orientamento scelto da Mondrian per i propri quadri.

Ora, in uno studio appena uscito su i-Perception veniva chiesto a 18 studenti che non avevano avuto precedente formazione in arte, di indicare l’orientamento che consideravano più bello o significativo per ciascuno dei 40 quadri di arte moderna mostrati a 0, 90, 180 e 270 gradi. Emerse che la preferenza per l’orientamento corretto, come cioè indicato dall’artista, dipende in un certo grado dalla percezione della comprensibilità del contenuto.

Per esempio, Due donne con natura morta di Ferdinand Leger è stato apprezzato nel giusto verso nell’88,89 % delle volte, mentre Pittura suprematista: Aeroplano in volo di Kasimir Malevich lo è stato nello 0%. Stranamente, tuttavia, alcuni quadri che si direbbe non abbiano un contenuto comprensibile, come Uno: Numero 31 di Jackson Pollock, venivano preferiti nel giusto orientamento un numero elevato di volte. Ma questo gli Scienziati non sanno ancora spiegarselo.

Qui sotto si possono vedere i quadri citati.

Questa presentazione richiede JavaScript.

Alberi

Da un po’ di tempo ho voglia di fotografare alberi. Eccone alcuni. Cliccare su una qualunque delle miniature.

Una scuola islamica per ragazze

Nel 1982, a 17 anni, Houda al-Habash aprì una scuola coranica per donne e ragazze nella moschea Al-Zahra di Damasco, in Siria. Lei appartiene alla nuova generazione di donne mediorientali che hanno cominciato a studiare come era consentito solo ai loro padri e fratelli.

La storia di Houda e della sua scuola è stata raccontata da due donne statunitensi, Julia Meltzer e Laura Nix nel documentario The light in her eyes, girato nel 2010, prima dunque della guerra civile attualmente in corso. Nel film la si vede mentre insegna alle sue allieve i diritti delle donne insieme al Corano e le incoraggia a prendere sul serio gli studi secolari. A un certo punto dice: “Gli stessi Musulmani hanno privato le donne di tutto, anche del diritto di imparare. Questa è un ignoranza che non ha nulla a che fare con la religione”. E si vede un maestro coranico affermare: “Il Profeta diceva che è meglio per le  donne stare a casa piuttosto che pregare nella moschea”.

È un’esperienza interessante e molto inusuale nel panorama della regione e nell’Islam stesso, che però si è interrotta a causa dei combattimenti in Siria. Houda non insegna più e, come tanti suoi connazionali che hanno mezzi economici, ha lasciato il paese e si è trasferita con tutta la famiglia nella penisola arabica. Come dice sua figlia: “Coi suoi insegnamenti ha fornito alle sue allieve una base di fede e disciplina per affrontare le sfide con cui si devono confrontare in questa fase storica”.

Quello che segue è il trailer ufficiale del film.

Il nostro minuto di silenzio per gli atleti israeliani assassinati alle olimpiadi di Monaco

Questa sera si apriranno ufficialmente le olimpiadi di Londra. E, come in più occasioni ribadito da Jacques Rogge, presidente del Comitato Olimpico Internazionale (IOC), durante la cerimonia di apertura non ci sarà il minuto di silenzio per ricordare l’eccidio, per opera di terroristi palestinesi, di 11 atleti israeliani durante le olimpiadi di Monaco, 40 anni fa.

Questo gesto umanitario è stato chiesto da Ankie Spitzer, la vedova di Andre, uno degli 11, sostenuta da innumerevoli organizzazioni internazionali ed è stato sollecitato da USA, con dichiarazione di Obama, Germania, Australia, Canada, Belgio e Gran Bretagna. Anche 140 parlamentari italiani hanno firmato un appello a Rogge affinché autorizzasse una cerimonia che “costituisse un momento di pietà per gli atleti trucidati e una ferma condanna del terrorismo”.

Ma non c’è stato niente da fare: Rogge è stato irremovibile e si è limitato a ricordare quell’atto assassino lunedì scorso nel villaggio olimpico davanti al monumento che celebra la tregua olimpica (sempre rispettata fin dall’antichità e violata a Monaco nel 1972), alla presenza di poche decine di persone.

I motivi di tutto questo sono facilmente rintracciabili. Ankie Spitzer, nel corso di un’intervista rilasciata all’European Jewish Press, ha rivelato che lo stesso Rogge avrebbe ammesso di avere le mani legate dalla presenza nell’IOC di 46 stati membri arabi e musulmani. E lei gli ha prontamente risposto: “My husband’s hands were tied, not yours”.

Anche il vice presidente dell’IOC, Thomas Bach, durante un intervista ha parlato di minacce di boicottaggio da parte delle delegazioni arabe se si fosse organizzato il minuto di silenzio durante la cerimonia di apertura.

Constatando la grande pusillanimità e il grave asservimento che sottende questa presa di posizione dell’IOC, ci piace citare la dichiarazione dell’European Jewish Parliament, di cui fanno parte 120 membri di 48 stati: “Ricordiamo gli atleti uccisi durante un attacco terroristico barbaro e sanguinoso a Monaco il 5-6 settembre 1972, che ha macchiato per sempre i principi dei giochi olimpici. Quegli atleti erano andati a gareggiare per rappresentare il proprio paese e per compiere delle performance delle quali poter essere orgogliosi loro stessi e i loro figli. Ma i loro sogni sono stati spezzati in nome dell’odio e della convinzione distorta che la violenza sia la soluzione e non una barriera per la pace e la comprensione tra le parti. Per ogni colpo sparato e per ogni vittima, le olimpiadi hanno perso innocenza, umanità e ideali”.

L’OIC non istituirà il minuto di silenzio: lo faremo noi, simbolicamente, mentre ricordiamo i nomi degli atleti assassinati:

David Berger, Ze’ev Friedman, Yossef Gutfreund, Eliezer Halfin, Yossef Romano, Amitzur Shapira, Kehat Shorr, Mark Slavin, Andre Spitzer, Yakov Springer, Moshe Weinberg.

Grasso bellezza e salute

Va bene che i canoni di bellezza cambiano nel tempo, ma siamo stati davvero condizionati dalla demonizzazione del grasso. Negli ultimi 30 anni ci hanno convinto che per essere al passo bisogna essere magri: il modello proposto consiste in persone similgiovani filiformi, quando non sottopeso. Invece, per secoli, venivano ammirate donne che oggi definiremmo sovrappeso; allora un fisico tondeggiante era segno di prosperità e veniva associato alla fertilità. Pensiamo alle statue greche, per esempio la Venere di Milo, o anche ai gruppi scultorei del Bernini (ricordate come la mano di Plutone affonda nella carne abbondante della coscia di Proserpina?) Oppure alle donne rotonde e tornite immortalate da Rubens, fino alle maggiorate anni Cinquanta – Sessanta che ostentavano curve e morbidezza, una per tutte Sofia Loren, ma se ne potrebbero citare a centinaia.

Ha affrontato questi temi in una recente intervista Jimmy Bell dell’Imperial College London. Egli afferma che le donne di quei quadri famosi avevano un indice di massa corporea (IMC) oltre 25, fino a 30 ed erano considerate delle vere bellezze. Secondo le tabelle dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, attualmente in uso, sarebbero sovrappeso.

Oggi invece le persone perseguono l’obiettivo di liberarsi del grasso, quanto più è possibile, ma nessuno ci spiega che conservarne una certa quantità è essenziale per il nostro benessere. Il grasso, assicura Bell, “è un organo che interagisce con l’ambiente e che aiuta a mantenere l’omeostasi all’interno del corpo. Controlla e modula la fertilità, l’appetito, l’umore. Il sistema immunitario non funziona in modo soddisfacente senza la giusta quantità di grasso”.

Secondo lui, questa demonizzazione può anche essere dannosa e la separazione tra bellezza e salute può creare dei seri problemi. Attraverso tecniche di immagine si è evidenziato che persone che hanno un IMC molto basso possono ugualmente avere grandi quantità di grasso dentro e intorno ad alcuni organi interni che possono mettere a rischio la salute. Mentre il grasso sottocutaneo in particolari aree del corpo, per esempio nei glutei, è protettivo.

Le femmine di bonobo fingono l’orgasmo?

Le femmine di bonobo fingono l’orgasmo? Gli Scienziati rispondono affermativamente, ma questa volta arrivano alla conclusione in un modo ancor più temerario del solito. Non fate fantasie sconce o perverse. Ora vi racconto tutto.

L’articolo a cui mi riferisco è stato pubblicato sulla rivista Journal of Unsolved Questions della cui esistenza ho appreso con grande interesse proprio in questa occasione. L’autore principale fa parte dell’Accademia Olandese di Patafisica e anche questo è tutto un programma. Ma entriamo nel merito. Il metodo usato è un “polisillogismo vecchio stile”. I termini sono:

  • Le femmine umane fingono l’orgasmo. I motivi per cui lo fanno sono, secondo gli Scienziati, proteggere o rinforzare l’ego dei partner, o mascherare la propria insicurezza e la propria paura dell’intimità, o porre fine a un incontro sessuale che si prolunga eccessivamente, o migliorare la propria esperienza sessuale (questo mi resta oscuro, ma sopporterò).
  • Le femmine dei bonobo raggiungono l’orgasmo. Questa sarebbe già stato dimostrato dalla Scienza, quindi non mi dilungo.
  • I bonobo sono in grado di ingannare e di fingere. Sarebbe una forma, usando le parole degli Scienziati, di “intelligenza machiavellica”.

Dunque, le femmine di bonobo possono fingere l’orgasmo. E se possono, allora lo fanno.

Ma come si fa a dimostrare questa conclusione? Semplice, dicono gli Scienziati: si indagano i segni comportamentali (l’espressione e le vocalizzazioni) e i correlati fisiologici (aumento della pressione sanguigna e della frequenza del battito cardiaco, contrazioni ritmiche pelviche e vaginali) usando come riferimento le reazioni delle femmine dei bonobo quando si masturbano, cosa che fanno spesso e avidamente. Ebbene sì. In questo modo sarà possibile individuare gli orgasmi simulati.

E visto che tra gli animali vi sono altri esempi di orgasmi finti, per esempio nella trota femmina (ve lo sareste mai aspettato?), gli Scienziati arrischiano a prevedere che l’orgasmo simulato tra le femmine bonobo sarà dimostrato entro 5 anni. A quel punto, concludono, si solleveranno nuovi interrogativi, uno dei quali, imprescindibile, è: sono in grado i bonobo maschi di distinguere tra orgasmi veri e orgasmi finti delle loro partner?

Guardiamo un maschio partorire

Quante volte noi ragazze ci siamo chieste che cosa farebbero gli uomini se dovessero partorire? Loro che si lamentano per qualunque doloretto come se si trattasse dell’inizio della fine. Ve li immaginate ansimanti, concentrati sulla loro pancia, a sentir doglie prima che comincino, a chiedere quanto manca?

Guardatevi questo maschio partorire e dare alla luce ben 1800 figli.

Storie di sesso animalesco #18

Sesso sfrenato e longevità

Fare del vecchio e sano sesso comporta un dispendio di energie, che tutti noi accettiamo sempre con grande piacere, beninteso. Non stiamo qui a lamentarci: le energie si possono recuperare in tempi brevi o brevissimi, soprattutto quando l’incontro si risolve tutto in un flash. Ma questo non lo auguriamo a nessuno.

C’è qualcuno, tuttavia, che paga a caro prezzo il proprio insaziabile appetito sessuale e la propria promiscuità. Avete presenti i calamari? Loro possono fare sesso anche per tre ore di seguito. Il rituale di accoppiamento prevede pochi preliminari: il maschio va subito al sodo, prende la femmina da sotto e la trattiene per tutta la durata dell’amplesso. Potete immaginare in che stato fisico si ritrovino i due dopo un tour de force del genere. Me li vedo: la bocca aperta, ansimanti, bagnati ;) di sudore. E non possono nemmeno rimanere per un po’ in relax, magari fumandosi un cannolicchio e scambiandosi commenti su come è andata. Anche se il fatto che la femmina debba essere tenuta a forza dal maschio non lascia intendere che l’incontro sia stato così soddisfacente come a noi umani ci verrebbe da pensare.

Dei ricercatori dell’università di Melbourne hanno voluto valutare i costi di un sesso così sfrenato in termini di dispendio di energie e di longevità in un gruppo di calamari che vivevano presso le coste dell’Australia meridionale. Ne hanno catturati in grande quantità, li hanno messi in acquari singoli in condizioni ipercontrollate e ce li hanno lasciati per ben 18 giorni a frollare ad acclimatarsi. Il primo giorno hanno misurato la loro resistenza nel nuoto prima del sesso opponendo loro una corrente costante finché non si mostravano esausti. Il secondo giorno ciascun maschio veniva posto in un contenitore e lasciato ad acclimatarsi per 10 minuti prima di introdurvi la femmina. E poi fuoco alle polveri. Anche se alcune coppie non si congiunsero e furono sostituite. Con sommo scorno di lui, immaginiamo. Alla fine degli interminabili rapporti sessuali veniva di nuovo misurata la resistenza nel nuoto.

Emerse, è il caso di dire, che per i trenta minuti che seguivano la fine dell’accoppiamento in entrambi i sessi si dimezzava la capacità di nuotare, al punto di renderli vulnerabili ai predatori e incapaci di procurarsi il cibo. È pur vero che questi calamari hanno dei mezzi per difendersi dagli attacchi di altre specie, per esempio sono in grado di mimetizzarsi per non farsi notare e di produrre una nuvola di inchiostro per riuscire a fuggire. Sta di fatto, però, che tutto questo non deve essere poi così efficace poiché in genere sopravvivono per meno di un anno e secondo gli Scienziati questa potrebbe essere la diretta conseguenza delle loro rischiose abitudini sessuali.

Ci tengo a precisare che non sono stati realizzati studi analoghi negli umani. Dunque, se il vostro lui o la vostra lei accampano la paura di non vivere a lungo come scusa per smettere di fare sesso dopo SOLO due ore, sappiate che la cosa è priva di ogni fondamento scientifico (pacioccone, naturalmente).

Vita da Lost Boy in Sudan

I Lost Boys, sulle cui drammatiche vicende sono stati scritti libri e girati film, erano gruppi di oltre 20.000 ragazzi complessivamente, appartenenti alle etnie Nuer e Dinka, sfuggiti alla morte durante la seconda guerra civile sudanese (1983-2005), spesso orfani, che vagavano profughi per il paese.

Oggi il fenomeno si sta riproponendo e una nuova generazione di Lost Boys e Lost Girls: migliaia di ragazzini non accompagnati che si muovono attraverso regioni isolate del Sudan cercando di sfuggire agli attacchi aerei e alla carestia. Di fatto in Sudan, nonostante gli accordi di pace, la guerra non è mai finita: tra brevi interruzioni va avanti da 56 anni.

Tyler Hicks ha realizzato un servizio fotografico sui Lost Boys, recentemente proposto dal New York Times. Ecco le sue drammatiche foto.

Questa presentazione richiede JavaScript.