Archivio | febbraio, 2012

Sono Pazzi Questi Galli!

Nuovo pericolo per l’Italia sul fronte politico. Vi ricordate Dominique Strauss-Kahn, l’ex direttore del Fondo Monetario Internazionale? Era quello che per un pelo (mai metafora fu più calzante) sfuggì all’accusa di stupro ai danni di una cameriera. Si sfuggì all’accusa, ma 4 giorni dopo si dimise dalla sua carica. E già qui noi italiani osserviamo la cosa un po’ stupiti… Mi viene da dire S.P.Q.G. [Sono Pazzi Questi Galli!!!!]

Ora è di nuovo sulle pagine dei giornali per un nuovo scandalo. Scandalo… A me in realtà fa un po’ ridere. Noi abbiamo convissuto con situazioni analoghe per decenni, e più che scandalo ci sembra quasi normalità. Insomma, venendo al dunque: la scorsa settimana DSK, in corsa per l’Eliseo, è stato di nuovo in prigione in custodia cautelare con le accuse di complicità in sfruttamento della prostituzione e appropriazione indebita. E che volete che sia? Aveva partecipato a delle orge, dei festini, con prostitute pagate da due suoi amici imprenditori, desiderosi di entrare nelle grazie del probabile futuro presidente di Francia.

Ora, per evitare il carcere deve solo dimostrare che non era a conoscenza del fatto che quelle donne fossero prostitute e che oltretutto fossero pagate con soldi provenienti da fondi neri delle società dei due amici imprenditori. Embè? Che problema c’è? Potrebbe dire che una delle donne pensava fosse la nipote di Putin, e che l’altra era la sua podologa. Poi magari potrebbe prendere altri spunti dalla strana realtà che ci circonda e inventarsene altre mille! Qualcuna potrebbe addirittura prenderla nel suo staff e farla diventare consigliera regionale o ministra!

L’unico pericolo è che, se viene a sapere che qui in Italia gli uomini che hanno problemi col sesso e con la giustizia li facciamo diventare presidenti del consiglio e facciamo guidare loro il nostro paese per quasi 20 anni… questo ce lo ritroviamo qui in un battibaleno!

Sentenza Vodafone: giustizia o vendetta?

Il giudice ordina a Vodafone di reintegrare 33 persone? Vodafone obbedisce (almeno sulla carta) e poi le licenzia senza colpo ferire, avviando la procedura di mobilità (ovviamente a spese dei contribuenti). E per di più lo fa con odiosa arroganza riferendosi al giudice con espressioni denigratorie e irrispettose. Sono strana io che vedo un intento persecutorio, intimidatorio e discriminatorio nei confronti dei dipendenti che hanno vinto la causa? Traviso forse la realtà sostenendo che siamo di fronte all’inosservanza dolosa degli ordini del giudice?

La lettera che pubblichiamo qui sotto, scritta da alcuni degli avvocati che seguono le nostre cause, sembra avallare le mie conclusioni.

In un’epoca in cui ognuno tira l’altro per la giacchetta  per fargli dire o fare quello cui ha interesse personale, come operatori della giustizia registriamo un ennesimo tentativo di  operare nel senso del proprio “particulare”, appunto.

E’ il caso di una sentenza che un Magistrato della Repubblica a Roma  ha emesso in data 21 dicembre 2011 reintegrando 33 lavoratori che erano stati esternalizzati da Vodafone a Comdata Care, per un totale in tutta Italia di 914 persone tra le sedi di Napoli, Roma, Ivrea , Milano, Padova, dichiarando inefficace la cessione.

Per altre vertenze analoghe 13 Magistrati di altri Tribunali avevano invece, in precedenza, respinto i ricorsi proposti da altri lavoratori nell’ambito della stessa cessione di ramo di  azienda.

All’esito di tale sentenza, che era uscita dal coro delle pronunzie precedenti, seppur preceduta, sempre a Roma, da altra pronunzia favorevole ad una unica ricorrente, la società Vodafone ha, riassorbito i 33 lavoratori esclusivamente sul piano amministrativo contabile (anche se gli stessi non hanno ancora ricevuto alcuna retribuzione essendo, nel frattempo, venuto meno il rapporto con la società cui erano stati ceduti).

In data 20 febbraio 2012 Vodafone ha aperto una procedura di licenziamento per riduzione di personale (licenziamento collettivo) proprio per 33 lavoratori!

L’espressa motivazione di tale drastica misura è stata dichiarata essere la forzosa reintegra tale – a suo dire – da mettere in pericolo il “proprio equilibrio organizzativo”, con necessità, quindi, di intervento da parte del nostro ordinamento, ovvero a carico della collettività, nei confronti di una pronunzia “profondamente errata” che “inopinatamente” è intervenuta con un fatto “improvviso e grave”.

Questa vicenda, che in apparenza sembrerebbe potere essere limitata ad una aspra conflittualità degna di essere risolta nel prossimo decennio da parte dei vari gradi di giudizio (finché Cassazione non sopravvenga) in realtà non riesce a mascherare il reale  obiettivo che gli alti strepiti vogliono  conseguire.

Sono, infatti, in dirittura di arrivo altre pronunzie, avanti sia ad altri Magistrati che allo stesso responsabile di tale “inopinata” pronunzia, la quale ultima ha, sostanzialmente,  “bacchettato” le organizzazioni sindacali che avevano firmato e glorificato l’accordo da cui aveva preso le mosse l’esternalizzazione dei vari lavoratori.

Ma altre, ben più gravi considerazioni, si impongono: un ordine giudiziale non vale nulla e può essere liberamente disatteso se, sopratutto, si può riproporre quel tavolo di concertazione che aveva prodotto quel nefasto accordo iniziale.

In secondo luogo, il far vedere che un ordine giudiziale può essere certamente vanificato dal momento che, come nello specifico, i lavoratori possono passare da ceduti a reintegrati a licenziati in un crescendo di massima precarietà, ha un effetto assolutamente dirompente nella mente di chi, tra loro, è in attesa di una pronunzia da qui al 1° marzo ovvero al 5 giugno (date delle altre attese sentenze romane) che ha già prodotto continue  telefonate indotte da questa orrenda politica del terrore.

Altra nefasta conseguenza è quella di lanciare messaggi inequivoci a chi tra i magistrati dovrà ancora occuparsi della presente vertenza in modo di condizionarne certamente la serenità cui hanno diritto.

Una tale aggressione nei confronti dei Giudice deve essere stigmatizzata anche alla luce del tentativo, già posto in essere, di estendere la responsabilità civile del magistrato anche per le sentenze “inopinate”.

Ci sembra francamente che quello che si vuole realizzare è una sorta di Magistrato senza qualità di cui ha scritto, efficacemente, un loro collega, Cianferra.

I lavoratori da noi assistiti dovranno però sapere che non ci arrenderemo.

Avvocati Enrico Luberto, Antonella Marrama, Marco Tavernese, Stefania Zonfrilli

L’Oscar alla migliore attrice negli ultimi 30 anni

La notte scorsa sono stati assegnati gli Oscar. In questo post, un po’ cinefilo e un po’ frivolo, vi riproponiamo le vincitrici come migliore attrice protagonista degli ultimi 30 anni ritratte immediatamente dopo la proclamazione. È un excursus tra storia del cinema e storia della moda e del buon gusto.

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Chagall dʼArabia. Dietro lo specchio

Comincia qui la fiaba successiva, Abdallah della Terra e Abdallah del Mare.

Piccola parentesi linguistica. Nel libro il nome compare come “Abdullah”, ma si tratta di una svista provocata dal fatto che questa versione delle Mille e una notte è una traduzione dall’inglese, lingua in cui questo tipico nome arabo – cfr. l’attuale re di Giordania – viene scritto con la U per questioni fonetiche. Peraltro si tratta di un nome dal chiaro valore simbolico, in quanto Abdallah significa “servo di Dio”. In ebraico gli corrispondono Abdia e Abdiel, personaggi biblici secondari. Ne esiste anche una rara versione cristianizzata, come l’ex arcivescovo ortodosso di Atene, Christodoulos (servo di Cristo).

Insomma, fin dal titolo si può immaginare una storia in cui si incontrano un personaggio e il suo Doppio, appartenenti a due mondi speculari, opposti ma paralleli, ed entrambi con una forte connotazione religiosa. Eppure vedremo che il parallelismo non è perfetto al 100%, e proprio su questa discrepanza giocherà l’ignoto autore della fiaba per ricavare un prezioso insegnamento finale, valido anche per chi non è musulmano. Vedi prossima puntata.

Il modo in cui i due omonimi si incontrano è un classico della favolistica internazionale. Abdallah della Terra è un pescatore poverissimo, che ogni giorno torna al mare a cercare qualcosa per il sostentamento della famiglia; ma senza successo, giorno dopo giorno, e ancora giorno dopo giorno, mentre la situazione diventa sempre più pesante. Eppure l’uomo non si perde d’animo e, proprio quando la catastrofe sembra incombere, “prende” qualcosa che gli cambia la vita. In altre versioni del mito si tratta di un pesciolino d’oro. Situazioni simili, tra povertà e sogni di riscatto sociale, vengono descritte da Collodi nel suo Pinocchio. Nei Vangeli è il potere soprannaturale di Gesù a “calamitare” attorno alla barca di san Pietro interi banchi di pesce. Infine, a suo modo, Il vecchio e il mare di Hemingway è la rilettura pessimistica della stessa favola.

Qui invece – e mi sembra la variante più significativa – Abdallah cattura nella rete la propria controparte acquatica. Abdallah del Mare gli propone uno scambio: dato che sott’acqua non c’è frutta né verdura, Abdallah della Terra dovrebbe fargli la cortesia di portargli ogni giorno, dal mercato, una cesta carica di quei prodotti; e lui in cambio gli riempirà la cesta di pietre preziose, che nel mare sono comuni e senza valore. Ovviamente il pescatore accetta!

Passando a Chagall, come sempre, ha reinterpretato la storia a modo suo. I due omonimi non si assomigliano per niente, e quello marino è un tritone con coda di pesce… anzi no, guardando meglio, è una figura femminile, una sirena. Ma la prima cosa che balza agli occhi è il violento contrasto dei colori, il rosso acceso (e il verde) contro il blu cupo (e il bianco). Da una parte il sangue, la carne, la vita; dall’altra il freddo, il buio, la morte. Ancora una volta Chagall, novello Orfeo, tenta disperatamente di recuperare la sua Euridice, la sua Bella, ormai confinata nell’“altro” mondo.

dhr

Grafologia: la scrittura di Giacomo Leopardi

Continua la serie di post sulla grafologia realizzati grazie alla collaborazione dell’AGIF, Associazione Italo-Francese di Grafologia, che ringraziamo molto. Oggi vi proponiamo una breve analisi della grafia di Giacomo Leopardi. Qui trovate il post introduttivo, qui l’analisi della scrittura di Barack Obama, qui quella di George W. Bush, qui quella di Giovanni Paolo II.

Della grafia di Giacomo Leopardi colpisce, nel panorama scrittorio dell’epoca, la struttura fortemente personalizzata e stilizzata di ogni singola parola, con la presenza delle “d” di forma così particolare, con i  prolungamenti in alto delle lettere così visibili (nelle lettere “l”,“b” ecc.), ma soprattutto in basso (sotto la linea di base, nelle lettere  “g”, “p “, “q”) che fanno pensare all’importanza, nello scrittore, della sessualità, seppur rimossa a livello inconscio.

Le maiuscole ben evidenziate, il rigo ben tenuto, l’organizzazione generale dello scritto e alcuni elementi particolari della scrittura denominati “i piccoli segni” (per esempio i tagli delle “t”), indicano un pensiero proteso senza alcun indugio alla propria realizzazione artistica.

I bordi della parola, sfrangiati e sbavati per ecceso di inchiostro, forniscono l’ulteriore elemento espressivo di un tormento che invade il pensiero artistico e per il quale l’espressione scritta, così intensa e perfetta nella struttura stilistica, svolge per il poeta un importante ruolo catartico.

Ritorna la Rowling con un nuovo libro

La notizia è di quelle che fanno saltare sulla sedia noi che abbiamo goduto, libro dopo libro, delle vicende di Harry Potter e che una volta terminato il settimo siamo divenuti orfani. Dopo cinque anni di silenzio letterario J.K. Rowling sta per pubblicare un nuovo libro, di cui si ignora al momento titolo e data di uscita, questa volta diretto agli adulti.

Non che la saga del maghetto fosse un’opera esclusivamente per bambini. In essa sono presenti infatti diversi piani di lettura per cui ogni lettore può scoprire e apprezzare nelle storie elementi differenti a seconda dell’età.

Ricordo, per esempio, il modo in cui ha trattato le problematiche dell’adolescenza, con una sapienza degna di una fine psicologa. Oppure il modo in cui ha affrontato il tema della morte in ogni sfaccettatura, mostrando l’approccio a essa dei vari personaggi: che sia Harry che va a morire per proteggere le persone che ama, oppure Voldemort che pur di evitarla tenta qualunque espediente.

In generale, si tratta di una storia non banale, mai ripetitiva, con svolte inattese, che attrae e cattura: sono libri ben definiti dal termine inglese unputdownable, cioè che una volta iniziati non si riesce a posarli se non dopo aver letto la parola fine.

Un ulteriore grande merito della Rowling e di Harry Potter sta nell’aver appassionato alla lettura tanti ragazzini che hanno successivamente ampliato i loro interessi rivolgendosi ad altri libri.

Il primo volume, Harry Potter e la pietra filosofale, uscì nel 1997; ad esso ne seguirono altri sei. Furono tradotti in una settantina di lingue e venduti in quantità record. L’ultimo della serie, Harry Potter e i doni della morte, solo nel primo giorno di uscita vendette 11 milioni di copie.

Dunque si può dire che Harry è cresciuto, ma anche la Rowling è cresciuta e quindi ora sente il desiderio di rivolgersi espressamente agli adulti, molti dei quali non sono altro che quei ragazzini che l’hanno amata e che sono cresciuti anche loro fantasticando sulle vicende di maghi e babbani.

In un comunicato di questi giorni la scrittrice ha affermato: “Il successo di Harry Potter mi ha portato in dono la libertà di esplorare nuovi territori”. Noi aspettiamo con grande curiosità di scoprire quali siano e di percorrerli con lei.

Donne e uomini: differente percezione del dolore

Le donne sentono il dolore più degli uomini.

Una nuova ricerca effettuata alla Stanford University suggerisce che, a parità di condizioni, le donne soffrono più degli uomini, che si tratti di dolori alla schiena, di artrite o di sinusite. Si tratta dello studio più ampio di sempre che ha coinvolto 11 mila pazienti.

Per 21 su 22 condizioni patologiche è emerso che le donne riportano livelli più elevati di dolore rispetto agli uomini. Per esempio, in una scala da 0 a 10, i punteggi medi erano: per il dolore alla schiena le donne 6.03 contro 5.53; alle articolazioni 6.00 contro 4.93. Ma questo vale anche per altri disturbi in cui il punteggio era maggiore di almeno un punto, differenza considerata clinicamente significativa.

Si è cercato di dare una spiegazione a questo fenomeno. Numerosi studi hanno per esempio chiamato in causa il ruolo degli ormoni nell’insorgenza del dolore, tanto più che alcune differenze tra i generi sessuali, per esempio nei casi di cefalee e di dolori addominali, tendono a diminuire dopo la menopausa.

È comunque un tema poco indagato, anche perché moltissime ricerche sia sugli animali che sugli umani sono state effettuate solo sui maschi.

Queste nuove acquisizioni comunque dovrebbero incoraggiare i medici a pensare trattamenti per il dolore che siano specifici per genere affinché si dimostrino più efficaci.

Mi viene un’ultima considerazione. Ma se gli uomini sentono meno il dolore, come sarà che si lamentano moooooooolto più delle donne?

Per dimagrire dolci a colazione

Interessantissima scoperta di una équipe dell’università di Tel Aviv. E di fondamentale importanza.

I ricercatori hanno evidenziato che durante la dieta mangiare un dolce a colazione contribuisce alla perdita di peso e impedisce il recupero dei chili persi.

Come è possibile? diremo noi che ci priviamo di prelibatezze e leccornie in nome della linea. Sembrerebbe che mangiare carboidrati riduca i morsi della fame e la voglia smodata di cibo facendo diminuire i livelli di grelina, l’ormone responsabile della sensazione di fame. Inoltre, la perdita di peso aumenta l’appetito, il desiderio di carboidrati e i livelli di grelina, quindi una colazione ricca di carboidrati e di proteine riduce l’ormone e di conseguenza l’acquisizione dei chili persi.

Per lo studio erano state arruolate 193 persone, uomini e donne tra i 40 e i 50 anni, sovrappeso, che non facevano moto e che non erano diabetiche. Ogni giorno ingerivano il medesimo numero di calorie, 1400 le donne e 1600 gli uomini. Furono divise in due gruppi: gli appartenenti al primo consumavano una colazione da 300 calorie, coloro che erano nel secondo facevano una colazione da 600 calorie che comprendeva sia proteine che carboidrati, tra cui anche un dolce al cioccolato o un gelato. Alla fine della sedicesima settimana tutti avevano perso peso, tuttavia quelli del primo gruppo si erano lamentati della fame mentre quelli del secondo si erano sentiti sazi nonostante alla fine di ogni giorno avessero avuto lo stesso apporto calorico degli altri.

Dopo 32 settimane i partecipanti che avevano aggiunto il dolce alla loro colazione avevano perso più peso rispetto a coloro che se ne erano astenuti e mantennero il peso raggiunto per un tempo più lungo.

La spiegazione starebbe nel fatto che le persone nel gruppo con meno carboidrati ricavavano meno soddisfazione e sentivano di non essere sazie, mentre coloro che iniziavano la giornata con una colazione più ricca che comprendeva anche i carboidrati sperimentavano scarsa o addirittura nessuna voglia di dolci ed erano meno portati a trasgredire la dieta.

Che dire? È la Scienza, bellezza! Tocca darle retta, no? Ci costringeremo dunque a mangiare dei dolci la mattina, ci sforzeremo, ci costerà del sacrificio, ma ci adatteremo: per la dieta questo e altro.

Pazienti troppo pazienti

Capita a tutti di aver a che fare con i medici. Quando succede, che sia per un banale controllo o per un problema specifico è chiaro che di fronte alla nostra ansia, dovuta all’esito della visita, la relazione tra medico e paziente è asimmetrica: è ovvio che lui rispetto a noi è in una posizione di vantaggio, più forte.

Mi succedeva già durante le ecografie che facevo in gravidanza: i medici annuivano, scuotevano la testa, sembravano stupirsi di qualcosa, biascicavano qualche sillaba… il tutto sempre in religioso silenzio che non osavo interrompere nemmeno col mio respiro nel timore che i loro mugugni fossero forieri di cattive notizie. Fortunatamente col tempo e con l’esperienza ho capito che questo è il loro modo di esercitare una posizione di potere rispetto al paziente. E ho capito anche che se il “paziente” si chiama così ci deve essere un motivo anche etimologico: in pratica dobbiamo “sopportare pazientemente” la mancanza di sensibilità e a volte di buona creanza della classe medica.

Ma la pazienza dei pazienti a volte ha un limite, che ho sperimentato personalmente la scorsa settimana.

Il mio dermatologo ha notato un sospetto basalioma sotto l’occhio e mi ha indirizzato da un chirurgo plastico per toglierlo. Dopo 2 settimane dall’intervento (eseguito privatamente e costato la bellezza di 1000 € – la stessa parcella del mio ginecologo che, sempre privatamente, mi fece il cesareo!!!!), dicevo, dopo 2 settimane ho chiamato il chirurgo plastico per sapere se aveva avuto l’esito dell’esame istologico. Mi chiede quando avessimo fatto l’intervento e comincia a sfogliare delle carte che evidentemente aveva davanti, alla ricerca del referto. Lo trova. Si mette a leggere tra sé e sé a bassa voce. Poi si interrompe bruscamente e mi dice:

- Mi richiami nel pomeriggio, che devo chiedere all’istologo una cosa che non ho capito.

- In che senso? Va tutto bene?

- Si, si! Tutto benissimo, solo che devo chiedere all’istologo una cosa che non mi è chiara. Mi richiami alle 15.30. (Erano le 10.30 del mattino e mi sono recata subito in bagno col mal di pancia che iniziava).

Ovviamente alle 15.30.00 ero già al telefono. Mi risponde la segretaria dicendomi che il dottore stava operando, che avrei dovuto richiamare più tardi.

Le 16.00 mi sembravano un’ora buona per un ulteriore tentativo. Niente. Stava ancora operando. Il mio mal di pancia aumentava.

Ogni mezz’ora richiamavo per avere sempre la stessa risposta. Neanche fosse un neurochirurgo! Quanto cavolo ci mette a togliere un neo???? Lascio il mio numero di cellulare alla segretaria che mi assicura che mi avrebbe fatto chiamare entro le 19.30.

Alle 19.30, sul filo di lana, mi richiama per darmi finalmente la risposta: non si trattava di un basalioma, ma di una forma piuttosto rara di epitelioma benigno (Solo che, sa?, l’epitelioma normalmente è una forma maligna, quindi leggendo questa parola sul referto mi sono preoccupato e ho voluto consultare l’istologo per essere sicuro della diagnosi). Per carità nulla da eccepire sul merito, ma il metodo lascia un po’ (un po’ tanto!) a desiderare! Avrebbe potuto benissimo leggere i referti in anticipo, senza fare quella pantomima al telefono, e far finta di non averlo ancora ricevuto, almeno fino al consulto con l’istologo.

Ovviamente non mi sono lasciata sfuggire l’occasione e ho esternato al medico le mie perplessità sulla modalità di comunicazione al paziente. Ma tanto, cavar sangue da una rapa  non si può, e non credo proprio di essere riuscita a dargli alcuna lezione di vita!

Tartarughe capovolte

Avete mai visto una tartaruga capovolta mentre con l’espressione tirata e preoccupata agita freneticamente le zampette in aria? Vi siete detti, come me: “Poveretta, ora l’aiuto a raddrizzarsi”?

Psicologi e neuroscienziati non pensano questo, ma “da quale parte si girerà per rivoltarsi”? O almeno quelli delle università di Padova e di Trieste.

Costoro hanno messo su uno studio, pubblicato su Behavioural Brain Research, con 34 tartarughe, le hanno poste a turno in una vaschetta di plastica piena di sabbia di dimensioni standard e con cautela le hanno capovolte più volte rimanendo a guardare da quale lato si rigiravano. 15 di loro hanno anche avuto il privilegio di essere ritestate a 10 mesi di distanza. Gli Scienziati avevano però cura, bontà loro, di lasciarle riposare e sgranchirsi le zampe per qualche minuto tra una prova e l’altra.

Lo studio ha rilevato un dato fondamentale: sia al livello individuale che di gruppo le tartarughe preferivano raddrizzarsi girandosi sul lato destro. L’operazione richiedeva sempre meno di due minuti.

Non varrebbe la pena di realizzare uno studio anche sulla forma mentis di psicologi e neuroscienziati?