Archivio | luglio, 2011

La Bibbia firmata Chagall: “La vocazione di Ezechiele”

La Bibbia illustrata da Chagall termina, in modo solo apparentemente sorprendente, con “La vocazione di Ezechiele”. Ma è subito evidente che si tratta di un’immagine dal valore più ampio, universale: la degna conclusione del percorso sacro, anzi l’unica conclusione possibile.

La Bibbia di Chagall non termina con un “gran finale col botto”, come fa il Nuovo Testamento con il libro dell’Apocalisse. Non termina neppure con un’estasi divina, come fa Dante in Paradiso 33. Termina esattamente dove inizia: con la lettura della Bibbia stessa. A ognuno di noi, come a un novello Mosè, la mano di Dio porge la Scrittura affinché la mettiamo in pratica e la meditiamo (in quest’ordine, non viceversa: cfr. Esodo 19, versetti 5 e 8; e soprattutto Esodo 24, v. 7). È interessante notare che Chagall ha illustrato i libri della Torah e i libri dei Profeti, ma non gli altri Scritti, chiamati “libri sapienziali” nella tradizione cristiana. Forse perché il vero libro della sapienza è quello che deve scrivere ognuno di noi con la propria vita.

Un invito all’“ascolto”, quindi. Un ascolto che avviene nel presente, l’unico tempo che esista. Come ripete il quinto rotolo della Torah, il Deuteronomio (chiamato Devarìm dagli ebrei, ricordo bene?): “Questa Alleanza non è stata stipulata con i vostri padri, ma con voi”, dove “voi” sono gli ascoltatori in questo istante. “Se non io, chi? E se non ora, quando?”, per riprendere l’arcinota massima di Rabbi Hillel.

Però la cosa non è così semplice e immediata, come Chagall suggerisce con arguzia. Infatti, le parole sul rotolo della Parola sono mezze cancellate, e… il lettore ha un occhio aperto e uno chiuso. Più di così, non possiamo fare. Meno di così, non dobbiamo fare.

[Tra parentesi aggiungo una micro-polemica contro la teologia cristiana, teologia nella quale peraltro sguazzo volentieri per hobby. Ci sono stati e ci sono autori cristiani che riprendono il metodo esegetico rabbinico, ma mi pare un’operazione illecita. Nella mentalità rabbinica, infatti, NESSUNO ha in tasca la chiave della verità, quindi le interpretazioni sperticate e spregiudicate sono una manovra da hacker, un tentativo di violare il codice segreto di accesso al significato del mondo, della Storia, di Dio. Se invece, come i cristiani, si parte dal presupposto di avere fin dall’inizio la risposta definitiva (il Messia), il metodo non serve più a niente. In positivo, comunque, trovo affascinante il fatto che Chagall abbia applicato le tecniche esegetiche rabbiniche sul piano grafico: è stato l’unico?]

Un grazie grosso come una casa alle Ragazze e alle lettrici / ai lettori di questa rubrica, che per me è stata come scoprire un tesoro: scava scava, e trovi delle pietre preziose, e le metti in bacheca… scava scava, e di nuovo… scava ancora, per settimane, per mesi, e continuano a saltar fuori pietre preziose.
Allora… alla prossima ;-)

dhr

Ditta Dante & Figli: Via dalla pazza folla

nella selva oscura del qualunquismo

A un’occhiata superficiale,  le interpretazioni che Jacopo dà dei versi paterni sono le solite allegorie medievali: i serpenti significano i pensieri inquieti, Gerione ha una coda a due punte perché il peccato che raffigura è di due tipi, eccetera ecceterone.

Questa lettura però sottovaluta troppo il fatto che nel Due-Trecento la cultura europea e mediterranea aveva raggiunto un grado molto elevato di raffinatezza intellettuale, in tutte e tre le principali componenti socio-religiose: cristiani, ebrei e musulmani (i quali all’epoca erano assai più progressisti di oggi, tra parentesi).

Perciò, di fronte ad allegorie di questo tipo, la domanda più pertinente non è: “Come gli è saltato in mente?” ma: “Dove vuole arrivare? Cosa vuole farci scoprire?”

Esaminando più da vicino le Chiose di Jacopo, balzano anzitutto all’occhio alcune singole intuizioni folgoranti. Ad esempio, la selva oscura non significa affatto “il peccato”, come si insegna a scuola, ma la “massa vegetale” delle persone rimbecillite dall’ignoranza, gente senza ambizioni, senza nessuno scatto per migliorarsi. Perciò Dante non vuole uscire dalla selva perché si sta pentendo di chissà quali peccati commessi, ma perché vuole evolversi, maturare, diventare “uomo perfetto”. Un’idea completamente in linea con l’antropologia contenuta nel Convivio.

In secondo luogo, colpisce un aspetto più generale, che definirei spersonalizzazione. Nei commenti moderni alla Divina Commedia si sottolinea l’ego titanico di Dante, protagonista assoluto del poema, creatore del mito di se stesso. In Jacopo, tutto il contrario: il nome del protagonista quasi scompare, la maggioranza dei verbi sono costruiti con il “si” impersonale. Dante si discioglie all’interno della trama del poema.

Anche le spiegazioni delle Chiose sui vari personaggi incontrati (chi erano Paolo e Francesca… chi era Farinata degli Uberti…) restano tendenzialmente sobrie, fuggevoli, senza sensazionalismi, né tantomeno moralismi. Jacopo elenca crimini e misfatti con distacco da cronista vecchio stile, senza “fremere di sdegno”. C’est la vie.

E questo porta all’ultima, fondamentale rivelazione. Dante – ci informa suo figlio – non voleva far bere a nessuno di aver compiuto un viaggio nell’oltretomba. Ciò che descrive è QUESTO mondo, con i suoi fenomeni, le sue dinamiche, le sue tensioni. Ci sono persone in preda ai vizi, e Dante prende in considerazione questa condizione umana “chiamandola inferno”. C’è poi la condizione di chi aspira alla virtù, e il poeta la “considera (…) chiamandola purgatorio”. E c’è  la “terza e ultima”, ossia quella “degli uomini perfetti”, che Dante definisce “paradiso”.

Già, ma chi sono i perfetti? Purtroppo le Chiose, le Chiavi di interpretazione, si sono interrotte a un terzo dell’opera. Forse però la risposta la si intravede in quanto già detto: spersonalizzazione, immanentismo. Non a caso, qua e là nel testo sbuca l’espressione “la Natura, cioè Idio”. Jacopo Alighieri presenta suo padre come un antesignano di Baruch Spinoza. O meglio, il pensiero di Spinoza è il frutto maturo di un processo cominciato con la filosofia e teologia tardo-medievali.

Il perfetto è colui che si identifica / si annienta / si realizza nel cosmo.

“Ma già volgeva il mio disio e ’l velle,

sì come rota ch’igualmente è mossa,

l’Amor che move il sole e l’altre stelle”.

dhr

Con questo post termina la mini serie su Jacopo e Dante. Le due puntate precedenti le trovate qui e qui. Ancora grazie a dhr.

Una nuova droga si aggira per gli USA

Si chiama “bath salts”, sali da bagno e in effetti, sotto forma di polvere o cristalli, ne ha l’aspetto. È una nuova droga, uno stimolante che si può sniffare, iniettare o fumare. I suoi effetti, dicono, sono quelli di metamfetamina, cocaina , PCP, LSD ed estasi sommati insieme. Viene venduta sottobanco in normali negozi con nomi evocativi come Aura, Ivory Wave, Loco-Motion e Vanilla Sky e contiene prodotti chimici quali mephedrone e methylenedioxypyrovalerone (MDPV) simili al khat, uno stimolante organico che si trova in Arabia e in paesi dell’Africa Orientale ed è illegale negli USA.

Coloro che ne fanno uso diventano così agitati, violenti, paranoici e psicotici che è estremamente difficile farli calmare coi comuni sedativi anche a dosaggi elevati. Sembrano completamente disconnessi dalla realtà al punto che a volte è necessario ricoverarli in reparti psichiatrici. Sotto  l’effetto dei bath salts un uomo si è buttato in mezzo al traffico lanciandosi da un palo sul bordo della strada, un altro ha fatto un’irruzione in un  monastero e ha accoltellato un prete, mentre una donna si è inferta ferite per giorni poiché credeva di avere qualcosa sotto la pelle. Inoltre, si sono riscontrati febbre altissima, pressione sanguigna a livelli pericolosamente elevati, battito cardiaco accelerato e agitazione che provoca talvolta il collasso dei muscoli con conseguente secrezione di sostanze chimiche e danni ai reni.

Le conseguenze poi perdurano anche dopo mesi che se ne è cessata l’assunzione.

La diffusione negli USA è drammaticamente in crescita: il centro di controllo ha ricevuto tra gennaio e giugno di quest’anno 3470 segnalazioni contro le 303 dell’intero 2010.

Quanto tempo impiegherà ad arrivare in Italia?

Sono dannosi i coloranti artificiali?

Ci sono alcuni argomenti sui quali mi sento disarmata e per quanto tenti di informarmi mi resta una grande confusione. Per esempio, riguardo gli effetti dei coloranti artificiali sulla nostra salute.

Nei mesi scorsi, un gruppo di genitori organizzati aveva inviato una petizione al governo USA affinché disponesse il bando dei coloranti artificiali negli alimenti, in quanto aggraverebbero l’iperattività in bambini predisposti. Secondo loro e il Center for Science in the Public Interest, vi sarebbe una abbondante letteratura a confermarlo. Le aziende che commercializzano i prodotti con coloranti, ovviamente, affermano che essi sono sicuri.

È una vecchia diatriba che risale agli anni Settanta, quando un pediatra rilevò una relazione tra coloranti e iperattività. Fu poi ripresa nel 2007 da uno studio inglese che evidenziò la responsabilità dei coloranti sintetici nel peggioramento del comportamento sia nei bambini con il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (il famigerato ADHD) che in quelli a cui non era stato diagnosticato quel disturbo. Nel 2009 la questione fu messa a tacere da organizzazioni europee che negarono tale relazione.

Recentemente, il comitato consultivo del Food and Drug Administration si è pronunciato contro l’apposizione di avvertimenti circa gli effetti dei coloranti sul comportamento dei bambini sulle etichette dei prodotti. Eppure, in precedenza aveva stilato un documento preliminare in cui si affermava che la ricerca suggerisce che per alcuni bambini con ADHD i coloranti farebbero da agente scatenante, mentre non è stato stabilito un nesso causale per la popolazione generale.

Da parte sua, il British Food Standards Agency ha scelto la strada intermedia di chiedere alle aziende produttrici di cessare volontariamente l’uso di tali coloranti.

Figuriamoci. Ma che significa? O si ritiene che siano dannosi e allora li si proibisce, oppure se ne consenta l’uso senza mezze misure.

Alla luce di tutto questo, dico io, come si fa a capirci qualcosa?

Le frontiere del placebo

Ci siamo già più volte occupate di placebo su questo blog. È un argomento affascinante e misterioso. Torniamo oggi sul tema per un nuovo aspetto che è stato messo in luce da uno studio dell’Harvard Medical School, uscito sul New England Journal of Medicine.

Sapevamo che in alcune situazioni il placebo dà gli stessi benefici di un farmaco, anche quando, incredibilmente, i pazienti sanno di aver assunto placebo. In questo studio, invece, hanno sottoposto dei pazienti con disturbi respiratori e asma o al farmaco vero, o al placebo, o a finte sedute di  agopuntura (gli aghi venivano applicati, ma non in modo da stimolare punti particolari), o a nessun trattamento, allo scopo di valutarne gli effetti reali e quelli percepiti.

Le persone che avevano assunto il farmaco migliorarono le prestazioni respiratorie del 20%, tutti gli altri, compresi coloro che non avevano ricevuto alcuna cura, solo del 7%. Sorprendentemente però, chi aveva ricevuto placebo o finte sedute di agopuntura percepì dei miglioramenti più rilevanti di quelli reali: del 45% i primi e del 46% i secondi, analoghi alle percezioni di chi era stato curato davvero (50%).

Quel che conta è come le persone si sentono, non come dovrebbero sentirsi sulla base del trattamento ricevuto. I medici dovrebbero tenerne conto e ascoltare quel che i pazienti hanno da dire.

Ditta Dante & Figli: Buffalo Bill in Colchide

l’impresa del “cavalier” Giasone

La scarsa considerazione che un dantista moderno può avere per le Chiose di Jacopo Alighieri, qualche appiglio ce l’ha. Jacopo infatti scrive in un italiano estremamente ricercato, fino all’innaturalezza, anzi con modernissime anti-strutture alla James Joyce… ma poi scivola sulle banalità più clamorose.

Un esempio per tutti: quando parla della spedizione degli Argonauti alla conquista del Vello d’oro in
Colchide (coste della attuale Georgia sul Mar Nero), scrive che avvenne a cavallo! Ora, a parte il fatto che la nave “Argo” è strafamosa, se Jacopo avesse letto con più attenzione la Divina Commedia avrebbe visto che la nave viene espressamente menzionata anche da suo padre. E avrebbe evitato di confondere Giasone con Buffalo Bill. Par di vedere lo scappellotto che gli avrebbe mollato il Sommo, se non fosse defunto prima.

Da rilevare, a proposito, che quando Jacopo scrisse quest’opera doveva avere meno di 25 anni. Nel Medioevo era una discreta età (a 24 anni, nel 1289, Dante aveva già combattuto due volte al fronte; e a 25 anni avrebbe subìto lo shock decisivo della morte di Beatrice), ma era pur sempre una fase giovanile: mancavano altri 10 anni per giungere al “mezzo del cammin di nostra vita”.

Eppure i difetti delle Chiose, da  un altro punto di vista, diventano dei pregi. Quello che Jacopo Alighieri ci restituisce infatti non è il Medioevo ricostruito dagli studiosi dei secoli seguenti, ma quello in presa diretta. Sappiamo bene che NEPPURE Dante possedeva una cultura classica che fosse minimamente paragonabile a quella degli intellettuali del Rinascimento, o a quella dei dantisti dell’Otto-Novecento, i vari De Sanctis, Carducci, Pascoli, ecc.

Ad esempio nel canto 22 del Purgatorio, versi 70-72, traducendo dal latino alcuni versi dell’adorato Virgilio, Dante fa uno svarione così asinino che ancora oggi, dopo sette secoli, i critici si arrampicano sugli specchi per giustificarlo. Scappellotti: uno pari.

La cultura medievale degli Alighieri, padre & figlio, personalmente la trovo affascinante, ed assolutamente “corretta” proprio nella sua “scorrettezza”. Non era ancora subentrata la filologia, che suddivide le epoche, i generi letterari, i contenuti, in compartimenti stagni mai esistiti. La cultura medievale raffigura la Realtà: questo coacervo di pezzi di tutti i tipi, di schegge impazzite di qualunque origine, che si amalgamano nelle maniere più bizzarre. Per voi che state a Roma, basta uscire dalla metro Colosseo, e vi trovate di fronte, tutti insieme, teatri romani, chiese barocche, lampioni elettrici… Questo vale per l’architettura e, a maggior ragione, per la psicologia.

Ma il meglio di Jacopo Alighieri deve ancora venire.

dhr

La migliore segnaletica museale? Quella del MAXXI, opera di italiani

Lo sapevate che esiste un premio per il miglior progetto di segnaletica museale? È l’Honor Award e viene assegnato ogni anno dalla Society fo Environmental Graphic Design (SEGD) che ha sede a Washington DC. Il riconoscimento tende a premiare soluzioni che siano interessanti, accattivanti, ma anche utili per l’utente.

Quest’anno ha ricevuto l’Honor Award ma:design, uno stadio di graphic design e comunicazione di Pesaro per la segnaletica realizzata al MAXXI, il Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo di Roma, di cui abbiamo parlato qui e qui.

Queste le motivazioni della giuria:

“Questo progetto risulta perfettamente integrato con le linee pulite dell’architettura, senza sopraffarle o sovrapporsi ad esse. C’è una sottile gerarchia nei segni progettati, che spaziano dalla grafica dipinta sulle cancellate alle lettere in rilievo, fino ad arrivare ai numeri che identificano le gallerie espositive, tridimensionali, veri e propri pezzi scultorei. Le forme delle frecce direzionali si trasformano nei pittogrammi di servizio, in modo immediato e intelligente. ‘Semplice è meglio’, ecco la tesi che questo progetto interpreta in maniera a dir poco eccezionale”.

In basso alcune immagini della segnaletica premiata (cliccare per ingrandire).

La Bibbia firmata Chagall: “La visione di Ezechiele”

La penultima acquaforte, “La visione di Ezechiele” (n. 104), è tra gli esempi più alti della metodologia adottata da Chagall per questa serie biblica: fedeltà al testo a un primo sguardo, al secondo sguardo una acuta contaminazione con altri spunti. Di primo acchito, infatti, l’immagine è semplice e diretta: il profeta si prostra di fronte ai quattro Viventi, la manifestazione di Dio che lo raggiunge in terra d’esilio. Un tema che ha avuto notevole successo anche nella storia dell’arte cristiana; il dipinto più famoso – ma non il migliore, a mio parere – è quello di Raffaello e/o aiutanti. Anche Dante riprese questo episodio nella processione simbolica in cima alla montagna del purgatorio.

Scendendo nei dettagli, appaiono una serie di parallelismi e di novità. Anzitutto, Ezechiele è scalzo, e in questo modo l’apparizione che gli si presenta è in continuità con il roveto ardente di Mosè. Poi però ecco un particolare inatteso: il profeta è avvolto dalle fiamme, diversamente dal testo biblico che pone la scena in riva al fiume Chebar, un canale dell’Eufrate. Probabile allusione al mondo che può diventare un “inferno” a causa della malvagità umana (cfr. illustrazione n. 101).

Anche i Viventi sono poco fedeli alla lettera. Al di sopra di essi non si vede Dio, che è solamente alluso tramite raggi di luce che filtrano dall’alto; il testo invece descriveva anche l’aspetto dell’Eterno. E soprattutto, i quattro Viventi non corrispondono a quelli elencati dal libro di Ezechiele. In quel caso si trattava di leone, aquila, toro e uomo; qui abbiamo leone, uccello (forse aquila, forse generico), mucca e donna. Chagall sembra avere radunato i simboli a cui è più affezionato: la forza e la nobiltà del leone, tema non frequente nella sua pittura, ma costante in questa serie; e soprattutto i tre protagonisti di tutta la sua arte, l’uccello, la mucca e la donna, figure di tutto ciò che è positivo, bello, vitale, spirituale.

In questa penultima immagine, Chagall sintetizza l’oscurità e la drammaticità della Storia, da un lato, e dall’altro la luce di Dio che permea l’anima e l’universo. Il mondo è in parte tenebra e fiamme, in parte è vita e angelicità. Per citare il filosofo buddista indiano Nagarjuna: “Tra il samsara [questo mondo di divenire e dolore] e il nirvana non c’è la minima differenza”.

Ma manca ancora l’ultima parola… l’immagine n. 105, che vedremo tra sette giorni.

dhr

Torino

Non è necessario andare in paesi lontani per scoprire cose e luoghi emozionanti. Io mi sono emozionata a Torino, città europea ordinata e sfiziosa, ricca di edifici e costruzioni imponenti, dove hanno saputo riconvertire con creatività e ingegno le vecchie fabbriche in disuso, magnifici reperti di archeologia industriale.

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Gli psicologi e la morra cinese

Bizzarri certe volte gli psicologi. Mettono su uno studio per valutare se ci facciamo condizionare da chi ci circonda e che strategia utilizzano? La morra cinese. Ma sì, il gioco che abbiamo fatto tutti (tutti?) da bambini, altrimenti detto carta-forbici-sasso.

Quindi, un’équipe dell’University College London ha chiesto a 45 adulti di giocare a morra cinese e di volta in volta dei due contendenti o entrambi o uno solo venivano bendati. Si verificò un numero significativamente più elevato di partite pareggiate quando un solo giocatore era libero di guardare, ma quando c’era un vincitore questo era più frequentemente quello bendato.

Gli psicologi si resero conto che i giocatori non bendati mostravano la mano circa 200 millisecondi dopo l’avversario non vedente e poiché in questi casi era più probabile che si verificasse un risultato pari, cioè che entrambi i contendenti scegliessero il medesimo segno, dedussero che esiste un impulso automatico, fuor di controllo, a imitare l’altro.

Da qui la stupefacente conclusione che noi ci facciamo influenzare dalle persone intorno a noi. Da Nobel.