Archivio | maggio, 2011

Todo cambia

Dedicato ai Milanesi, ai Napoletani, a tutti coloro che ci hanno creduto e a quelli che avevano perso la speranza nel cambiamento.

Nel video la canzone Todo cambia, testo del poeta cileno Julio Numhauser, interpretata da Mercedes Sosa.

Cambia ciò che è superficiale
e anche ciò che è profondo
cambia il modo di pensare
cambia tutto in questo mondo.

Cambia il clima con gli anni
cambia il pastore il suo pascolo
e così come tutto cambia
che io cambi non è strano.

Cambia il più prezioso brillante
di mano in mano il suo splendore,
cambia nido l’uccellino
cambia il sentimento degli amanti.

Cambia direzione il viandante
sebbene questo lo danneggi
e così come tutto cambia
che io cambi non è strano.

Cambia, tutto cambia.

Cambia il sole nella sua corsa
quando la notte persiste,
cambia la pianta e si veste
di verde in primavera.

Cambia il manto della fiera
cambiano i capelli dell’anziano
e così come tutto cambia
che io cambi non è strano.

Ma non cambia il mio amore
per quanto lontano mi trovi,
né il ricordo né il dolore
della mia terra e della mia gente.

E ciò che è cambiato ieri
di nuovo cambierà domani
così come cambio io
in questa terra lontana.

Cambia, tutto cambia.

Le donne preferiscono gli uomini tristi

Diceva Freud: “Se volete saperne di più sulla femminilità, interrogate la vostra esperienza, o rivolgetevi ai poeti, oppure attendete che la scienza possa darvi ragguagli più approfonditi e coerenti”. Ed ecco la scienza pronta a darci delle preziose indicazioni su di loro.

Apprendiamo infatti da uno studio uscito sulla rivista dell’American Psychological Association Emotion che le donne preferiscono gli uomini tristi e cupi a quelli felici e sorridenti.

Un gruppo si ricercatori dell’università della British Columbia ha sottoposto a oltre 1000 adulti centinaia di immagini di uomini e donne che mostravano emozioni diverse. A tutti veniva chiesto il grado di attrazione sessuale che veniva stimolato dall’osservazione di quelle di persone del sesso opposto. Evidentemente l’équipe di psicologi ancora non sanno dell’omosessualità.

Dunque, le donne non hanno trovato attraenti gli uomini sorridenti, dall’aria felice e spensierata, bensì quelli cupi, malinconici, tenebrosi.

Una delle autrici ci tiene a precisare che tutto questo ambaradam mirava a valutare SOLO la prima impressione e quindi gli uomini non devono trarre da questo indicazioni su come agire per sedurre una donna. Ma quanto deve ritenerli scemi per sentirsi in dovere di fare questa puntualizzazione? E quindi aggiunge: “Ci sono tanti altri modi per conquistare una ragazza”. Perle di saggezza. Eh, gli psicologi!

Per completezza aggiungo che gli uomini hanno reagito alle foto mostrate loro in modo completamente opposto alle donne, evidenziando un’attrazione assoluta per il sorriso.

A questo punto mi viene da chiedermi. Sarà per i risultati di questa ricerca che l’Innominabile ha smesso quel fantasmagorico sorriso stampato e ha assunto quell’aria preoccupata, tirata, accigliata, da bel tenebroso? O forse si tratta di un’altra storia?

Ma se invece avesse ragione D.H. Lawrence quando scrive che “Il vero guaio delle donne è che devono sempre cercare di adattarsi alle teorie degli uomini sulle donne”?

La Bibbia firmata Chagall: “Giosuè e i re sconfitti”

La seconda acquaforte dedicata al successore di Mosè che commentiamo è la n. 49 “Giosuè e i re sconfitti”. Una delle immagini più tese dell’intera serie biblica di Chagall, anche se, come sempre, la violenza è allusa ma non mostrata. Qui è vero che Giosuè ha un’aria minacciosa, e i cinque re un’aria spaventata, però non scorre una goccia di sangue; diversamente da una grandguignolesca miniatura medievale che ho avuto modo di scoprire, in cui le teste dei re uccisi ruzzolavano giù da cavallo schizzando zampilli rossi.

Questa immagine, mesi e mesi fa, è stata quella che ha fatto scoccare la scintilla dell’idea di commentare diffusamente la serie, perché conteneva intriganti messaggi criptati. In questo caso, l’elemento “ulteriore” è il re al centro del gruppo dei prigionieri. Penso esistano pochi dubbi che si tratti di un Ecce Homo, di un Cristo della Passione. A scanso di equivoci, l’artista lo ha raffigurato nella postura detta sindonica: volto allungato, occhi chiusi, naso robusto, capelli lunghi, barba a doppia punta, mani incrociate sul pube. Come in infinite Pietà della pittura tardo-medievale e proto-rinascimentale.

Che cosa significa? Escluderei tanto un’esortazione al massacro dei cristiani, quanto, a maggior ragione, una polemica contro i “perfidi” ebrei “deicidi”. Ad accomunare i due personaggi è sostanzialmente il nome: Jehoshuach, anche se in italiano Giosuè e Gesù sono diventati due suoni diversi. Come accennato la volta scorsa, nelle illustrazioni bibliche chagalliane Giosuè assume un’ampia valenza simbolica; e altrettanto vale per Gesù, che l’artista utilizza sempre anacronisticamente in contesti diversi da quelli standard. Simboli, ma di cosa?

Di primo acchito mi veniva in mente il discorso sulla guerra che si trova nel Bhagavad Gita, ma non esageriamo con i sincretismi. No, c’è una radice molto più vicina. I due Jehoshuach hanno il comune il davàr, la parola e la “cosa”. Diventano simbolo della realtà della Storia, che secondo Chagall è un cammino aperto, incerto, ambivalente. Giosuè e Gesù sono le due facce della stessa medaglia. Come insegnava Qohelet: “Tutto è vanità / un soffio di vento (non a caso, la stessa radice del nome Abele)… C’è un tempo per uccidere e un tempo per curare, un tempo per demolire e un tempo per costruire, un tempo per piangere e un tempo per ridere… un tempo per amare e un tempo per odiare, un tempo per la guerra e un tempo per la pace”.

dhr

Hot in Cleveland: la serie TV

È in onda su FoxLife ormai da sette settimane la prima stagione di Hot in Cleveland, una serie brillante genere comedy. La seconda viene attualmente trasmessa negli USA sul canale TV Land.

Protagoniste sono tre donne non più giovani: Melanie una scrittrice, Joy un’estetista, “la regina delle sopracciglie” e Victoria la star di una interminabile soap opera. Durante un viaggio verso Parigi il loro aereo è costretto a un atterraggio di emergenza a Cleveland e qui avviene la rivoluzione nelle loro vite. Perché fino a quel momento avevano sempre pensato che “Cleveland fosse un posto da cui la gente viene, ma dove non va mai”. Scoprono invece un mondo completamente diverso da Los Angeles, dove “tutti sono magri e perfetti”, arrivisti e nevrotizzati. Trovano una comunità di gente semplice, amichevole e tranquilla e soprattutto uomini che non corrono dietro alle ragazzine, ma apprezzano la loro bellezza matura. “Non guardano oltre me, guardano proprio me!” esclama stupita una delle tre. Come ha scritto Lidia Ravera: “Il tragitto dalla giovinezza alla maturità è un tragitto verso la scomparsa”.

Ogni puntata, 10 in tutto, di 20 minuti, ci mostra le tre amiche, cui si è aggiunta la custode della casa che hanno preso in affitto, una simpatica e vivace donna anziana, in situazioni divertenti in cui le battute salaci abbondano. Unica pecca le risate che sottolineano i vari accadimenti sono fastidiose come sempre, ma se non altro sono congrue rispetto a quel che avviene in scena. Infatti, sono state registrate, insieme a ogni tipo di reazione, tra il pubblico presente nello studio durante l’azione.

In definitiva, mi sembra una serie gradevole, che fa anche fare due risate in modo intelligente e non greve, senza volgarità o doppi sensi. Vi consiglio di procurarvi le puntate già trasmesse e di seguirla fino alla fine. In attesa delle 20 che costituiscono la seconda stagione.

Attenti al pane #6: il pane casareccio di grano duro

Dopo l’assenza dello scorso venerdì (doverosa e giustificata!) riprendiamo le nostre lezioni sulla panificazione.
Oggi ho preparato per voi (virtualmente, s’intende!) il filone casareccio di grano duro. Ovviamente restando ancora nel campo della lievitazione con il lievito di birra.
Questa ricetta è stata la mia prima esperienza con il pane casareccio. Un vero battesimo… del forno!
Per questa preparazione l’uso della farina di grano duro deriva essenzialmente dal gusto personale. In alternativa può essre usata una farina 0, magari addizionata con 1/3 di manitoba.
Il risultato è comunque un pane molto gradevole, con la crosta croccante e la mollica compatta.
Nulla a che vedere con quello che può fare la macchina del pane che è tanto modaiola, ma che sforna un pane morbido, a volte gommoso. Quella, se ce l’avete, usatela per aiutarvi nell’impasto. Ma per la cottura affidatevi al forno tradizionale.

IL PANE CASARECCIO DI GRANO DURO

Ingredienti:
1 kg farina di grano duro;
1 cubetto di lievito di birra;
600 ml di acqua non fredda (circa 20°);
1 pizzico di zucchero;
1 cucchiaio di sale fino.

Procedimento:

Sciogliere il lievito nell’acqua con un pizzico di zucchero. Aggiungere una parte della farina fino a farne una pastella un po’ densa. Aggiungere il sale, mescolare e quindi impastare con il resto della farina. Manipolate a lungo l’impasto finché la palla non diventerà liscia e morbida. Lasciarla quindi almeno un’ora a lievitare in una ciotola, coperta da uno strofinaccio umido. Dopodichè dividere in due l’impasto, formare due filoni e lasciar lievitare ancora 1 ora, o 1 ora e 1/2, a seconda della temperatura ambientale (ricordate sempre che il caldo abbrevia i tempi di lievitazione, mentre col freddo questi si allungano).

Scaldare il forno a 220°; praticare ai filoni dei tagli diagonali usando la lama di un coltello molto affilato; infornare in modalità statica avendo cura di mettere sul fondo del forno una bacinella con un po’ di acqua bollente: questo allungherà i tempi di formazione della crosta, e renderà il pane più croccante. Dopo 10 minuti abbassare il forno a 200°, togliere l’acqua, e, se possibile, continuare la cottura in modalità ventilato per altri 15-20 minuti.

Qualora il vostro forno non fosse provvisto di questa funzione, in questa seconda fase di cottura non abbassate la temperatura, ma limitatevi a togliere il vapore.

Una pubblicità transessista

Se ne cominciano a vedere in formato gigante per le strade di Roma. Sono cartelloni che pubblicizzano una compagnia di navigazione che si era già distinta in passato per campagne grevi e volgari che utilizzavano seni femminili enormi e nudi in primissimo piano.

In questo caso protagonista è una transgender e poiché il claim è “Be transported!” si punta evidentemente su un gioco di parole che vorrebbe essere spiritoso, ma che risulta solo banale e grossolano. Ci vedo anche una punta di autocompiacimento quasi avessero creduto di essere stati trasgressivi e innovativi. In verità, non se ne sono viste molte, almeno qui da noi, pubblicità con queste protagoniste; se però devono essere come questa, potevamo continuare a farne a meno.

Si è scelta una persona trans non giovane e non bella, sembra più una caricatura di essa, forse hanno addirittura utilizzato un uomo travestito. Altro che apertura e parità: qui tutto si risolve in uno sberleffo.

Genitori e facebook

Lior Adler ha controllato: quel nome in Israele ancora non esisteva; questa era la condizione per chiamare sua figlia Like. Sì, proprio Like, come il pulsante che su Facebook permette di esprimere il proprio apprezzamento verso qualcosa. È stata questa la fonte di ispirazione per la scelta del nome. Secondo i genitori non c’è niente di strano: «è l’equivalente moderno del nome Ahavà (che significa amore). È il mio modo di dire alla mia fantastica figlia che le voglio bene». In fondo alla piccola Like Adler poteva anche andar peggio: le due sorelle maggiori che si chiamano Pie (proprio nel senso di torta o pasticcio) e Dvash (che in ebraico significa miele); per non parlare di quella bambina egiziana, nata pochi giorni prima di lei, a cui i genitori hanno imposto il nome “Facebook”.

Yarnbombing: il lavoro a maglia diventa street art

Quante volte abbiamo sentito dire che le donne dovrebbero limitarsi a “fare la calza”? Ebbene, ora c’è chi ha trasformato i manufatti di maglia in espressioni artistiche.

Il movimento, perché di questo si tratta, si chiama yarnbombing, è una forma di graffiti o street art, realizzata con lavori dai colori sgargianti fatti ai ferri o all’uncinetto, ormai diffusa in tutto il mondo. I manufatti vengono in genere utilizzati per ricoprire oggetti e pezzi dell’arredo urbano: a Parigi crepe dei marciapiedi, a Denver tronchi d’albero, telefoni pubblici e panchine nei parchi, a Londra fontane e transenne, a Melbourne rastrelliere per biciclette e palette delle fermate degli autobus. E così via, con entusiasmo e creatività.

Secondo Jesse Hemmons, la street art e i graffiti sono una forma d’arte dominata dagli uomini, lo yarnbombin invece è più femminile, consiste in un certo senso nel fare graffiti con “i golfini della nonna”. Recentemente la Hemmons ha rivestito la statua di Rocky, secondo lei dall’aspetto troppo macho e turistico, posta di fronte all’ingresso del Philadelphia Museum of Art con una canottiera con cappuccio fucsia con su scritto: “Go see the art”. Vuole essere un incitamento per i turisti che si limitano a farsi fotografare vicino a essa e che poi vanno via a visitare il museo.

La curatrice del Blanton Museum of Art di Austin, Texas, ha chiesto a Magda Sayed di ricoprire di maglia i tronchi di 99 alberi davanti al museo. Secondo lei “parte dell’attrattiva che ha lo yarnbombing sta nel sorprendente inserimento di qualcosa di chiaramente personale e artigianale in un ambiente urbano e industriale”.

Poiché le opere sono fragili e non resistono a lungo, i loro autori sono soliti scattare foto e girare video che poi sono inseriti nei blog e nei social network.

Non tutti coloro che utilizzano lavori fatti a maglia per le loro opere si considerano dei semplici graffitari. Per esempio, Agata Oleksiak, meglio conosciuta come Olek, che ha opere esposte in gallerie di diversi paesi, ritiene lo yarnbombing un banale lavoro da dilettanti ed esibizionisti.

Intanto, si sta aprendo a queste opere il mercato della pubblicità. Oltre 500 aziende, infatti, hanno pagato decine di migliaia di dollari a Magda Sayed per ricoprire i propri prodotti:la Toyota Prius,la Smartela MiniCoopere i parcometri di un’intera strada di Brooklyn.

Leanne Prain, un’altra di queste artiste, ha proclamato l’11 giugno Giornata Mondiale dello Yarnbombing. Ragazze, segnatevi la data: se siete stanche dei soliti golf e delle interminabili sciarpe questo è un interessante suggerimento per utilizzare in modo creativo e innovativo i vostri lavori.

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Mamma ALicE: che cool!

Il mio Piccolo prima di addormentarsi ama cantare delle canzoncine insieme a me. Inizialmente erano le canzoncine delle Fiabe Sonore in particolare quella del Nano Tremotino (che potete ascoltare nel video qui sotto, confrontando le parole del mio Piccolo con quelle del testo vero).

Poi siamo passati alle canzoncine classiche: in particolare adora che io gli canti la classica “Ninna nanna ninna ò, questo bimbo a chi lo do”. Avete presente? Lo daremo all’uomo nero ecc ecc… Il suo divertimento più grande però è quello di farmi trovare delle rime estemporanee con gli uomini di tutti i colori e di tutti i tipi.

E quindi io la sera, già stanca di mio, mi devo scervellare per trovare delle rime. Che siano ovviamente anche divertenti. Quindi c’è anche l’uomo azzurro che lo spalma su pane e burro; l’uomo verde che poi tanto se lo perde; l’uomo turchese che lo manda a quel paese… Ma non gli bastavano mai. Così siamo passati all’uomo arcobaleno (che se non dormi poi te meno) per finire con i suoi preferiti: l’uomo ragno (che lo porta sempre al bagno), l’uomo pipistrello (che gli fa vedere il pisello) e l’uomo violetto (che fa le puzze col culetto).

L’altro giorno sono andata a prenderlo all’asilo e le maestre mi hanno raccontato molto divertite che razza di tipetto sia mio Figlio (e hanno capito che razza di madre fossi io). Infatti avvicinandosi la festa della mamma, quella mattina avevano interrogato i bambini chiedendo loro di raccontare cosa facessero di speciale le loro mamme.

Beh, di fronte alle risposte banali dei suoi compagnetti (la mia mamma cucina: tsh!) il Piccolo si è distinto raccontando (e cantando) le canzoncine che inventiamo insieme tutte le sere. Naturalmente ponendo l’accento sulle strofe più “hard”. Inutile specificare che i compagni di classe (e anche le maestre) si sono sganasciati dalle risate! Il Piccolo era fierissimo di essere così divertente e “popolare” per i suoi amici, lui sempre così timido e anche un po’ schivo. E, che ve lo dico a fare, anche orgogliosissimo della sua mamma “birbona”!

La Bibbia firmata Chagall: “Giosuè davanti all’angelo con la spada”

Alle vicende di Giosuè, Chagall dedica ben dieci immagini, le nn. 42-51, sostanzialmente il 10% dell’intera serie biblica. Un tema quindi che l’artista aveva caro, fino al punto da inserire addirittura delle ripetizioni (la n. 50 e la n. 51, “L’esortazione di Giosuè” e “Giosuè e la pietra di Sichem” sono due versioni, molto simili, dello stesso episodio).

A colpire di più, tuttavia, è la incredibile metamorficità del successore di Mosè, che cambia completamente aspetto fisico, età e abbigliamento da un’illustrazione all’altra; al punto che, se non ci fossero le didascalie, sarebbe impossibile dedurre che si tratta della stessa persona. È evidente che Chagall ha concentrato su Giosuè numerosi temi, facendone il “prestanome” di diversi personaggi ideali. In qualche caso, come nel n. 47, la precisione dei dettagli somatici lascia supporre che il pittore avesse in mente qualcuno di sua conoscenza.

Dopo averci ruminato per mesi, sono arrivato alla conclusione che la soluzione più ovvia spesso è la più azzeccata. Questa poliedricità di Giosuè, probabilmente, non fa altro che riflettere i “diversi aspetti” della Terra promessa (quale era negli anni ’30, ripetiamolo). Passando in rassegna le 10 acqueforti, la Terra promessa si presenta come: dura lotta; ritorno all’Eden; luogo in cui si onora e si ascolta la Torah; luce della Presenza divina; terreno fisico, suolo, Natura da amare e benedire.

Per questa rubrica verranno scelte due immagini che contengono riferimenti iconografici piuttosto interessanti. La prima è la n. 45 “Giosuè davanti all’angelo con la spada”. Come sempre, il primo impatto è di un’immediatezza palmare. E ingannevole. L’incisione rispetta alla lettera il testo biblico riportato in didascalia: “Ora, trovandosi Giosuè nei dintorni di Gerico, alzò gli occhi e vide innanzi a sé un uomo in piedi, con in mano una spada sguainata (…). Giosué cadde bocconi a terra, l’adorò e disse: Che cosa comanda il Signore al suo servo?”.

Però. Però. È vero che, in questa sequenza di immagini, Giosuè cambia continuamente look, ma qui l’impressione è che si sia trasformato nientemeno che in… donna. L’angelo, dal canto suo, con la sua posa statuaria e quella enorme spada non impugnata per l’elsa, ma esibita simbolicamente tenendola per la lama, fa pensare parecchio al Cherubino posto all’ingresso del giardino dell’Eden dopo la cacciata di Adamo ed Eva.

L’ingresso nella Terra promessa, che – sit venia verbis – non è tanto un movimento geografico quanto un’introduzione nel cuore stesso di Dio, costituisce il risanamento del patto originario tra il Creatore e la creatura. Chawwà (Eva), la Madre di tutti i viventi, qui identificata con la “figlia di Sion”, ha ritrovato la strada per il paradiso perduto.

dhr